Il Global Monitoring Report, elaborato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, effettua un’analisi sul livello di povertà presente nel nostro pianeta.
In particolare si concentra sul cosiddetto indice di povertà assoluta, che misura la percentuale di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno.
Secondo questa indagine, nel 2015 le persone che vivono in stato di povertà assoluta saranno il 9,6% della popolazione mondiale. L’obiettivo della Word Bank e del Fmi è azzerare tale livello entro il 2030.
Si tratta di un’impresa certamente difficile, ma non impossibile. Se prendiamo come punto di riferimento gli ultimi venticinque anni, ad esempio, un miliardo di
persone, corrispondente ad un sesto della popolazione mondiale, è uscita dallo stato di indigenza.
Merito certamente dal livello di sviluppo raggiunto da alcuni paesi dell’America Latina e dell’Asia, il che lascia pensare che quantomeno un’ulteriore riduzione della povertà assoluta possa essere realizzabile.
Anche i dati più recenti giocano a favore dell’obiettivo azzeramento della povertà assoluta. Dal 2012 ad oggi, infatti, ci sono 200 milioni di persone in meno che vivono in stato di povertà assoluta.
Nonostante, dunque, una distribuzione della ricchezza sempre più diseguale, che ha acuito le diseguaglianze sociali, i dati sulla povertà sorridono alle istituzioni mondiali, ma ci sono alcune sfide imminenti che devono essere vinte, come il fenomeno delle migrazioni e il cambiamento climatico.
L’arrivo di nuova forza lavoro, proveniente dagli stati esteri, deve essere valutato come un’opportunità e non come un problema. Secondo la World Bank, infatti, per ogni aumento dell’1% della popolazione in età da lavoro otteniamo una crescita della ricchezza pro-capite fra l’1,1 e il 2%.
Dati che devono far riflettere le istituzioni nazionali e sovranazionali, che avranno il compito di aumentare le competenze dei migranti e di inserirli all’interno del circuito occupazionale per formare un mercato del lavoro dinamico e competitivo.
