Lo abbiamo scritto anche in altre occasioni: la crisi in atto sta costringendo molte famiglie a rivedere i propri stili di vita. Il divario tra ricchezza e povertà è notevolmente aumentato e quella che ieri era considerata la fascia media, né troppo ricca né troppo povera, è in sostanza scomparsa finendo per aumentare le fila di coloro che, per usare una frase fatta, “non arrivano alla terza settimana del mese”.
Eppure in Italia, a causa degli sprechi dal campo alla tavola, ogni anno viene sprecato cibo per oltre 10 milioni di tonnellate equivalenti a 37miliardi di euro che garantirebbero l’alimentazione a 44 milioni di persone: un numero superiore di cinque volte agli 8,3 milioni di concittadini che vivono in povertà, sulla base del Rapporto della Caritas Italiana su povertà ed esclusione sociale.
Spreco che nel mondo raggiunge numeri impressionanti, 1,3 miliardi di tonnellate, soprattutto nei paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, in particolare per ciò che concerne alimenti come ortofrutta, radici e tuberi commestibili.
Un dato quest’ultimo che non “allevia” quello nazionale e che anzi, nel nostro “Bel Paese”, deve indurci ad una seria riflessione sui nostri stili di vita prettamente improntati al consumo e non solo di beni alimentari. Consumi che si rivelano non necessari, talvolta oltre la portata delle tasche, e che spesso finiscono nella pattumiera.
Prima della crisi e dei suoi effetti costrittivi, occorre prendere consapevolezza che di questo passo non si va lontano. Non si tratta solo di una questione etica nei confronti di persone svantaggiate, tuttavia non da sottovalutare poiché rilevante, quanto di assumere atteggiamenti più responsabili, improntati alla sobrietà, all’essenzialità, ad un benessere ricercato in stili di vita non dipendenti dai consumi.
Ai nuovi poveri, di beni da mangiare, si può e si deve rispondere (è il significato della parola responsabile) attraverso una razionalizzazione della filiera alimentare e una più attenta gestione e distribuzione della produzione agricola e alimentare ma anche, e forse soprattutto, acquistando il necessario e avendo cura che nulla finisca, tra gli “avanzi”, nella spazzatura.
E, a crisi terminata, ritrovarci soddisfatti per un nuovo stile di vita, acquisito e consapevolmente maturato, certamente più virtuoso.

