Il settore del latte sta attraversando una fase storica molto delicata. La fine dell’era delle quote latte e la chiusura di alcuni mercati come quello russo, ha causato gravi scompensi ad un intero comparto portando numerose aziende italiane a chiudere i battenti.
Uno studio effettuato dal Centro ricerche produzione animali di Reggio Emilia mostra come una parte importante della crisi del settore sia legata ai costi di produzione elevati sostenuti dagli allevatori.
Rispetto ai competitors europei i produttori italiani dispongono di aziende con un numero di ettari limitati rispetto ai capi posseduti, oltre a dover importare la maggior parte della soia e del mais e a dover fare i conti con le imposizioni del fisco italiano.
Il costo medio di produzione del latte italiano è di 38 centesimi ed arriva anche a 60 centesimi nelle zone montane. Si tratta di cifre comparativamente più alte rispetto a quelle delle aziende europee del settore.
Dati, però, che devono essere rapportati anche ai prezzi pagati dalle industrie di trasformazione agli allevatori.
Il prodotto italiano, oltre ad essere quello con i costi di produzione più alti e con la qualità maggiore, è anche quello che viene pagato meglio. In media, infatti, un litro di latte alla stalla viene pagato 34 centesimi al litro.
Quello francese, per fare un esempio, viene pagato a 33 centesimi al litro, mentre ci sono prodotti come quello lettone e lituano il cui prezzo è rispettivamente di 20,74 centesimi e di 17,38 centesimi.
Le industrie di trasformazione, evidentemente, preferiscono comprare da paesi con un costo della materia prima inferiore e con standard di qualità nella media. Il settore lattiero caseario italiano, costituito da qualità eccelsa e costi elevati, ha perso così con il passare degli anni molto appeal.
Proprio sul tema della remuneratività dei prezzi è in corso una protesta dei produttori italiani, che chiedono un minore controllo dei prezzi da parte di multinazionali come Lactalis, azienda francese che detiene marchi come Parmalat, Invernizzi e Galbani.
Quella che è stata soprannominata “la guerra del latte” è destinata a durare a lungo e rischia di rappresentare uno spartiacque importante nella storia recente del lattiero caseario italiano.

