Innovazione e sostenibilità sono i due temi centrali della 112ª edizione della Fiera Agricola, che si svolgerà a Verona dal 3 al 6 febbraio.
L’evento ospita i leader mondiali del segmento delle macchine agricole e offre agli operatori del settore opportunità di business e formazione su tematiche specifiche.
In una società sempre più digitale il tema dell’innovazione non può sfuggire al mondo agricolo. È per questo che sono stati organizzati decine di incontri sulle nuove tecnologie e sulle modalità di applicazione in agricoltura.
Uno dei primi convegni ha affrontato un argomento del quale abbiamo avuto modo di discutere più volte in questa sede: i big data.
In un post di qualche mese fa abbiamo analizzato i possibili impatti positivi dell’installazione di sistemi elaborazione dati all’interno dei campi. Negli Stati Uniti, ad esempio, i big data sono molto diffusi anche nel mondo agricolo: il 60% delle aziende del comparto dell’agroalimentare possiede un sistema di analisi dei dati nei campi.
Manca, però, ancora un’effettiva condivisione delle informazioni al di fuori delle singole realtà aziendali, il che porta ad una forte atomizzazione delle risorse conoscitive.
In Europa e soprattutto in Italia sono poche le aziende agricole che decidono di investire in questo settore. Eppure l’installazione di telecamere e sensori sui trattori e nelle piante porterebbe notevoli vantaggi agli agricoltori, consentendo loro di valutare al meglio il rendimento e la fertilità delle piante e di prevedere i fenomeni atmosferici.
Nel corso del convegno “Big data. Strumenti per crescere e innovare” sono stati affrontate queste tematiche. Sono intervenuti tra gli altri Raffaele Maiorano, presidente dei Giovani di Confagricoltura, Luigi Marangon, project manager di Infocamere, Luciano Magliulo, responsabile tecnico di Penelope s.p.a e Luigi Mastrobuono direttore generale di Confagricoltura.
“I sistemi produttivi agricoli – spiega Marangon – devono interagire con sistemi di informazione molto diversi. Il caso più semplice sono i dati metereologici ed ambientali elaborati da stazioni informative esterne ai cicli produttivi. Ma se immaginassimo un sistema di sensori per l’approvvigionamento dell’acqua o per il flusso dei fiumi si potrebbero evitare, programmando gli interventi, diversi problemi derivati dall’assetto del territorio. C’è anche l’opportunità che i sistemi produttivi singoli intervengano attivamente nel flusso delle informazioni. Un’applicazione sviluppata in Australia permette, ad esempio, di ottenere e fornire informazioni relative all’utilizzo dei fitofarmaci”.
Ovviamente l’installazione di simili tecnologie e la relativa elaborazione dei dati richiede cospicui investimenti in materiali informatici e in capitale umano, un investimento che al momento, in Italia, possono sostenere solo le grandi aziende.
Anche le cooperative, però, non sono tagliate fuori, soprattutto se interessate da processi di aggregazione. I big data potrebbero consentire, ad esempio, alle coop operanti nello stesso territorio di condividere informazioni sul clima o sulla fertilità del terreno ed aumentare così il livello di prevedibilità degli eventi.
Un aspetto, quest’ultimo, che varrebbe senza dubbio il possibile investimento.

