La crisi finanziaria internazionale ci ha messo del suo, ma è fin troppo evidente che è iniziata (e già da qualche tempo) una nuova fase del vivere quotidiano che lentamente, e in maniera inesorabile, sta conducendo, se non costringendo, tutti noi a nuovi stili di vita: più sobri ed essenziali.
Per molto tempo abbiamo vissuto ben al di sopra delle nostre possibilità, “come se avessimo a disposizione quattro pianeti”, commentava un po’ di tempo addietro l’economista Erik Assadourian, consumando di tutto e di più, oltre il necessario e, non in poche circostanze, facendo finire nella spazzatura quel di più in avanzo.
Negli ultimi 50anni i consumi di beni e servizi si sono sestuplicati a fronte di una popolazione mondiale aumentata solo di poco più di due volte nello stesso periodo, aumentando così lo squilibrio tra nord e sud del mondo e, come capita anche nel nostro Paese, tra regione e regione, ma anche tra città e città e, in queste, tra quartieri e quartieri.
Pubblicità, mass media, “modelli virtuosi”, ci hanno inculcato che consumare è sinonimo di benessere; successo politico-governativo nazionale, conquista di uno status sociale ambito, da raggiungere a tutti costi (ne vale la nostra felicità), e poco importa se quel traguardo ti costa ore e ore di lavoro a discapito di affetti, passioni, hobbies; l’importante, alla fine, è consumare: oggetti, alimenti, risorse naturali, servizi, denaro e talvolta persino “persone”. Il lavoro come (solo) strumento per trasformare il reddito prodotto in consumi: il più delle volte superflui, ben oltre il necessario: un “meccanismo perverso” al quale, in tanti casi, non sfugge nemmeno chi svolge un’attività dalla quale riesce appena a ricavare quel “necessario” per vivere.
“Consumo, dunque sono” e se non consumi conduci (e sei) “Vita di scarto”, come scrive e titola due suoi lavori Zygmunt Bauman.
La crisi finanziaria e del mercato del lavoro sta riportando tutti con i piedi per terra. Probabilmente non proprio tutti, tutti: certamente una gran parte di persone, e sono davvero tante, abituate a vivere (e spendere) ben al di sopra delle proprie possibilità. Inimmaginabili (o, forse si) le conseguenze a tutto ciò.
In ogni caso, costretti o meno, occorre prendere coscienza che la cultura consumistica ha fatto il suo tempo. Che è giunto il momento di preparaci, con volontà, determinazione e spirito proattivo, ad affrontare questo nuovo scenario della vita per il quale non bastano azioni di riduzione dei consumi energetici, delle emissioni inquinanti, di attenzione ad un’alimentazione più sana e equilibrata. Occorre mettere mano a noi stessi, alle nostre mode, alla nostra “cultura” di consumo e possesso, per promuovere idee e azioni di “sostenibilità” utili a rimettere in equilibrio il nostro vivere nei confronti di noi stessi, di chi ci circonda, dell’intero pianeta.
Mi domando se siamo pronti a tutto ciò. Se siamo disponibili a questo cambiamento di rotta che richiede, a ciascuno di noi, di rimettere mano ai valori di fondo che orientano il proprio agire quotidiano.
Un cambiamento di rotta che “deve” necessariamente mettere in gioco istituzioni, governi, famiglie, aziende.

