L’Italia può vantare una tradizione importante in materia di welfare e protezione sociale. Ma a fornire servizi alle persone svantaggiate e ai normali cittadini, non ci pensa solo lo Stato.
Esiste, infatti, una galassia di uomini “invisibili”, tra associazioni no profit e cooperative sociali che opera per il
benessere collettivo. I recenti scandali giudiziari hanno messo in dubbio l’attività di queste realtà, gettando fango su una tradizione centenaria, da sempre caratterizzata da spirito solidaristico ed enorme senso civico.
Il Terzo Settore, in realtà, non è solo portatore di valori sani, ma è a tutti gli effetti un patrimonio economico per lo Stato italiano.
A sostenerlo è la ricerca I.T.A.L.I.A. elaborata da Symbola, Unioncamere e Fondazione Edison. Secondo questa ricerca, infatti, il no-profit rappresenta il 4,3% del Pil che equivale a 67 miliardi di euro.
Si tratta, dunque, di un apporto all’economia italiana molto rilevante, ma c’è di più.
L’attività svolta ogni giorno dagli oltre 4 milioni di volontari sparsi sul territorio nazionale si configura come un risparmio enorme per le casse dello Stato, senza contare il benessere immateriale fornito ai soggetti svantaggiati.
Il valore economico del lavoro prestato dai volontari del no-profit viene stimato attorno allo 0,7% del Prodotto Interno Lordo, un’attività che rappresenta anche un enorme risparmio per le singole amministrazioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero spendere in media 4.209 euro per ogni soggetto svantaggiato per il suo inserimento lavorativo.
Il Terzo Settore, invece, interviene in luogo delle amministrazioni pubbliche e realizza un’attività di grande impatto sociale e di pari rilevanza economica.

