Un rapporto conflittuale quello tra l’Italia e la banda larga. Tutte le classifiche mondiali relegano il nostro paese nelle retrovie in tema di connettività veloce.
Sono ancora troppe, infatti, le zone senza copertura internet o con una connessione palesemente deficitaria.
Si tratta di realtà letteralmente abbandonate a sé stesse in un mondo dove il digitale è lo strumento principale per qualsiasi tipo di attività.
Il Sud è senza ombra di dubbio il territorio maggiormente penalizzato, ma anche al Nord ci sono zone montane che faticano a raggiungere gli standard europei in materia di banda larga.
L’Europa per l’appunto. L’Agenda Digitale Europea ha posto degli obiettivi chiari: entro il 2020 tutta la popolazione continentale deve possedere una connessione di almeno 30 mega e la metà deve potere viaggiare a 100 mega.
L’Italia è lontanissima da questi livelli. In questi ultimi giorni, però, sembra che qualcosa si stia muovendo, sia sul fronte pubblico che su quello privato.
Lo Stato pare intenzionato a stanziare dei fondi per le aree marginali, prevedendo anche agevolazioni fiscali per i privati.
Ma forse la notizia più importante viene da Telecom. L’azienda ha deciso di investire oltre un miliardo di euro per dotare 723 scuole italiane di una connessione a banda ultra larga.
Come ha sottolineato Marco Patuano, amministratore delegato di Telecom in un’intervista a Il Messaggero, il principale gruppo Ict del nostro paese ha vinto i bandi per l’implementazione della banda larga in Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia e Calabria.
L’intervento riguarda, quindi, tutte le regioni del Sud: è stato calcolato che entro il 2016 una quota superiore al 60% della popolazione meridionale potrà usufruire di una connessione tra i 30 ed i 100 mega.
Numeri importanti che riguarderanno cittadini comuni, ma anche imprese, pubbliche amministrazioni e soprattutto scuole.
Si tratta di un investimento molto importante per un settore scolastico che ha assolutamente bisogno di adattarsi agli standard europei in materia di digitale.
L’innovazione tecnologica deve partire, infatti, dalle scuole primarie e secondarie, perché è proprio lì che l’Italia paga un margine troppo ampio rispetto ai pari grado continentali.

