Categoria: Formazione


  • Quando parliamo di istruzione, è ormai inevitabile affrontare il tema dei fondi a scuole e università. La questione del taglio dei finanziamenti all’istruzione ha infiammato per anni il dibattito pubblico italiano, soprattutto dopo l’approvazione della riforma Gelmini. 

    Ma oggi qual è la situazione dell’istruzione pubblica in Italia e soprattutto in Europa? LEducation and Training Monitor 2016, elaborato dalla Commissione europea, fa luce in particolare su due aspetti: il livello di finanziamenti pubblici ricevuti da scuola e università negli ultimi anni e la capacità di integrazione sociale delle istituzioni scolastiche.
    scuola cooperativePer quanto riguarda l’aspetto prettamente economico, il rapporto segnala che nel 2014 (anno di riferimento dello studio) c’è una crescita complessiva dei fondi pubblici a scuola e università dopo ben tre anni consecutivi di tagli. Nel dettaglio, la variazione positiva su base annua è dell’1,1%, con due terzi dei paesi membri dell’Unione Europea che fanno registrare tassi di crescita.
    Il trend ci dice che molte nazioni dell’Est Europa e dell’area balcanica come Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovacchia si segnalano per un aumento della spesa per l’istruzione superiore al 5%; ci sono, però, dieci paesi, tra i quali Italia, Belgio e Grecia che hanno ancora una volta ridotto i finanziamenti per le scuole.
    Persiste quindi il problema dei tagli all’istruzione in Italia e si aggiunge a quello della scarsa capacità inclusiva della scuola. I recenti ed imponenti flussi migratori hanno fatto entrare nell’agenda setting dei politici europei il tema dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti.

    Al di là delle posizioni più estreme, portate avanti anche da capi di stato di importanti paesi membri (vedi il caso ungherese), i governi dovranno implementare politiche di integrazione che mettano al centro proprio le istituzioni scolastiche. Come sottolinea l’Education and Training Monitor 2016, infatti, circa il 30% dei nuovi arrivati hanno meno di 18 anni e la maggiore parte ha un’età inferiore ai 34 anni.
    Per attivare processi di inclusione sociale bisogna partire, dunque, proprio dall’istruzione, accelerando il processo di apprendimento della lingua e della cultura del paese di arrivo e soprattutto favorendo la socializzazione con i ragazzi nativi. Al momento, però, le istituzioni scolastiche stanno fallendo quest’obiettivo.
    Secondo i dati dello studio della Commissione europea, il tasso di abbandono scolastico tra i migranti è del 30% contro il 10% della popolazione locale e la percentuale di conseguimento di titoli accademici è del 36,4% contro il 39,4% dei ragazzi del posto.
    Siamo, dunque, lontani da un sistema Europa che investa in maniera credibile su istruzione e integrazione, aspetti centrali per la creazione di una cittadinanza attiva europea.

     


  • imprese italia

    La Fondazione Johnson & Johnson, in collaborazione con la Human Foundation, organizza un percorso formativo per le organizzazioni non profit e le cooperative sociali attive del Centro Sud Italia.
    L’obiettivo dell’iniziativa è sviluppare all’interno del Terzo Settore competenze adeguate in materia di innovazione, che consentano ai protagonisti di valutare l’impatto sociale dei processi innovativi.

    Il corso si svolgerà a Roma dal 6 al 9 aprile 2016 e si articolerà in quattro moduli:

    • Mercoledì 6 aprile 2016 MODULO I – Strategia e processi di cambiamento
    • Giovedì 7 aprile 2016 MODULO II – Progettazione: il Ciclo del progetto 
    • Venerdì 8 aprile 2016 MODULO III – Fundraising e Accountability 
    • Sabato 9 aprile 2016 MODULO IV – Innovazione per il sociale

    Il percorso formativo vedrà la partecipazione di numerosi docenti esperti in innovazione sociale e di organizzazioni non profit che racconteranno ai partecipanti imprese italiala propria esperienza in questo settore.
    Il corso è gratuito e prevede una partecipazione massima di 25 persone. Nello specifico l’iniziativa si rivolge a lavoratori di organizzazioni non profit (associazioni, cooperative sociali, fondazioni), che svolgano preferibilmente ruoli di coordinamento e abbiano contratti di lavoro stabili.
    Il corso ha come destinatari principalmente le organizzazioni attive:

    • in una delle seguenti Regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria;
    • nelle seguenti aree di intervento: salute, benessere dei bambini e delle donne, responsabilità verso la comunità, formazione nel campo sanitario;
    • da almeno un anno (con comprovata attività sul territorio);
    • nello sviluppo di progetti rispondenti a bisogni fortemente sentiti dall’ambiente locale, a valenza e portata profonde, destinate a dare frutti per lungo tempo.

    La domanda di ammissione dovrà essere presentata entro e non oltre l’11 marzo 2016. Per ulteriori informazioni potete consultare il programma dell’evento.



  • Il rapporto “Illuminiamo il futuro 2030” pubblicato da Save the Children mostra un quadro educativo inquietante per gli studenti italiani. Secondo l’indagine effettuata dall’associazione umanitaria, un ragazzo su quattro, di età compresa tra i 6 ed i 17 anni, presenta gravi insufficienze in matematica ed uno su cinque è al di sotto della soglia minima di sufficienza in lettura.

    Sono deficienze importanti e difficili da colmare quando uno studente intraprende la carriera universitaria e successivamente quella lavorativa. La situazione diventa ancora più preoccupante quando aumenta il livello di povertà dei ragazzi.
    Tra quelli che vivono in condizioni di povertà assoluta (13,8% dei minori), il 36% presenta gravi insufficienze in matematica ed il 29% in lettura. Al Mezzogiorno, dove il reddito classe-banchimedio è più basso rispetto al resto d’Italia, la percentuale di studenti al di sotto della soglia minima di sufficienza in matematica e lettura arriva rispettivamente al 44% e al 42%.
    Le scarse competenze dei bambini in questi due aspetti chiave dell’apprendimento adolescenziale limita le capacità creative e le aspirazioni degli studenti.
    Per questo motivo, secondo Save the Children, entro il 2030 il sistema scolastico italiano dovrà portare tutti i ragazzi di 15 anni ad avere competenze sufficienti in matematica e lettura. Non si parla di semplice riduzione della percentuale di insufficienze ma di vero e proprio azzeramento, a testimonianza della rilevanza che assumono queste deficienze nella vita di un adolescente.
    Il rapporto “Illuminiamo il futuro 2030” si concentra anche sui servizi offerti dalle scuole ai bambini, anche questi ultimi insufficienti. Secondo Save the Children entro il 2030 tutte le scuole devono essere dotate di attività extracurriculari e di un servizio mensa di qualità e gratuito per gli studenti più poveri, oltre ad una connessione internet a banda larga, elemento al momento assente nel 28% delle scuole italiane.

     

     



  • Qual è il migliore ateneo italiano e sopratutto quali università possiedono il tasso di occupazione più alto fra i suoi ex studenti? È una classifica che interessa da vicino i giovani che si apprestano ad entrare nel mondo accademico, ma anche quelli che stanno per conseguire un titolo di studio universitario e sono pronti ad affacciarsi al mondo del lavoro.

    Come ogni anno Il Sole 24 Ore ha stilato la sua “classifica della qualità universitaria” in base ai dati forniti dal Ministero dell’Istruzione e da Anvur. La graduatoria viene realizzata in base ai parametri della didattica e della ricerca, suddividendo queste categorie a seconda di indicatori quali la quantità di stage forniti ai propri studenti, il tasso occupazionale post-laurea, la mobilità, l’attrattiva verso studenti provenienti da altre regioni, la mobilità internazionale e la soddisfazione degli studenti.
    Al primo posto tra le università pubbliche c’è l’ateneo di Verona, che l’anno scorso condivideva il primato con Trento, oggi seconda.
    ctuVerona primeggia per due aspetti in particolare: il numero di crediti formativi che i propri studenti ottengono grazie a stage e tirocini presso le aziende e l’elevato tasso di occupazione degli ex-studenti ad un anno dal conseguimento del titolo di studio.
    Evidentemente l’ateneo veneto riesce a preparare al meglio i suoi allievi al mercato del lavoro, promuovendo esperienze lavorative durante il percorso accademico che vengono poi proseguite con successo una volta ottenuta la laurea.
    Al secondo posto, come accennato in precedenza, c’è l’università di Trento, mentre al terzo troviamo con lo stesso punteggio il Politecnico di Milano e l’università di Bologna.
    In quinta posizione c’è Padova, che può vantare dei punteggi molti alti nel settore della ricerca grazie ai suoi dottorati di ricerca e al livello delle pubblicazioni scientifiche. Tra le università del Sud, la migliore risulta essere Salerno al 27° posto.

    Per quanto riguarda, invece, gli atenei privati al primo posto troviamo Milano-Bocconi davanti alla Luiss e al San Raffaele, primo nella classifica del 2013. La Bocconi primeggia grazie al numero di esperienze internazionali realizzate dai suoi studenti, al basso tasso di dispersione e alla qualità della didattica e della struttura docenti.
    Non è possibile, invece, avere dei dati certi in merito al livello di occupazione degli ex studenti dal momento che Bocconi, Luiss e Cattolica non aderiscono al consorzio AlmaLaurea, che rappresenta al momento l’unico ente in grado di fornire elaborazioni certe sull’occupazione post-laurea.



  • Il dibattito pubblico sui costi del welfare e sulla sua sostenibilità di avere un debito pubblico elevato dura ormai da molti anni. Le rigidi imposizioni dell’Unione Europea hanno contribuito a mettere in discussione alcuni principi sulla gestione della spesa pubblica che erano stati dati per scontati per decenni.
    Ridimensionare la spesa pubblica significa apportare dei tagli a servizi quali la sanità, l’istruzione ed in generale a tutto il sistema di previdenza pubblica. Si tratta di diritti sociali acquisiti che devono essere assolutamente garantiti.

    welfare generativoLa questione è tuttora dibattuta anche nel mondo accademico e della ricerca ed ha portato a numerosi contributi scientifici su come è possibile allocare la spesa pubblica in maniera più efficiente.
    Il modello di spesa italiano è di tipo prettamente assistenziale; questo non fa altro che sostenere sprechi e costi eccessivi.
    La fondazione Zancan veicola un nuovo modo di intendere il welfare: il termine “assistenza” deve lasciare spazio ad una visione del welfare che sia generatrice di ricchezza.
    La spesa pubblica può diventare un vero e proprio investimento che genera ulteriori risorse con dei ritorni per l’intera comunità di appartenenza.
    La Fondazione Zancan ha organizzato su questo tema un seminario che si terrà 1-4 Luglio per far conoscere ad enti locali ed esponenti del terzo settore le basi teoriche di questo nuovo modello.
    Verranno approfonditi, inoltre, gli strumenti pratici per mettere in atto strategie di welfare generativo, attraverso l’analisi di studi di caso e la valutazione del loro impatto sociale.
    I partecipanti acquisiranno tutte le competenze teoriche e pratiche per attuare nuove politiche pubbliche, soprattutto a livello locale.
    Le iscrizioni potranno essere effettuate entro il 20 giugno 2015.



  • Dopo tanti rinvii e polemiche, il decreto legge sulla “Buona Scuola” è stato approvato in Consiglio dei Ministri ed è pronto ad arrivare in Parlamento.
    Sono molte le misure innovative, destinate a far parlare di sé.
    Il punto più critico riguardava l’assunzione dei migliaia di precari del sistema scolastico, inseriti in vere e proprie “liste di attesa” per anni senza poter avere una cattedra.
    Si tratta di persone abilitate all’insegnamento, ma impossibilitate a farlo a causa della carenza di posti e risorse.

    Il Governo è intervenuto stabilizzando, a partire dal primo settembre 2015, circa 100mila professori presenti nelle graduatorie ad esaurimento (Gae). Vengono lasciati fuori dal provvedimento circa 50mila insegnanti, che avevano sperato in un primo tempo di essere assunti, ma dovranno attendere almeno un anno.
    Sono quelli inseriti nelle graduatorie di istituto e di seconda fascia e gli “idonei al concorso del 2012”.
    Questi ultimi dovranno aspettare il nuovo concorso del 2016, ricorsi permettendo.

    classe-banchiL’aspetto, però, a nostro avviso maggiormente problematico del decreto la Buona Scuola (?) riguarda il rinnovato potere dei presidi. I dirigenti scolastici si dovranno comportare come dei veri e propri manager di un’azienda.
    Ci sarà, infatti, una più ampia autonomia in capo alle singole scuole nella scelta dei programmi didattici e degli organici funzionali. Il preside potrà valutare i curricula dei propri insegnanti (che saranno pubblici ed online) ed inserirli nelle classi in base alle esigenze del momento.
    Ma cosa ancora più importante, spetterà al preside la valutazione dei professori: in base ad essa potrà decidere se premiarli o meno attraverso degli incentivi remunerativi.
    Il Governo ha previsto, infatti, lo stanziamento di 200 milioni di euro per gli insegnanti “migliori”. Inizialmente sembra che questa categoria potesse usufruire addirittura degli scatti merito, ma dopo le polemiche dei giorni scorsi l’esecutivo ha deciso di mantenere gli scatti di anzianità, disponendo semplicemente degli incentivi materiali per il 5% dei professori più meritevoli di ogni singola scuola.

    Qui, però, sorge un problema non di poco conto. Secondo quali criteri il preside, sentito il Consiglio d’Istituto, potrà decidere di far scattare questi premi? Il Governo sul punto è stato abbastanza vago, lasciando ampio margine di manovra ai singoli dirigenti scolastici.
    Probabile si decida di intervenire più avanti attraverso la legge delega sulla valutazione degli insegnanti. In questo modo, però, si lascia troppo potere ai presidi e si potrebbe andare in contro a scelte poco responsabili.
    Renzi promette massima severità per i dirigenti che non saranno in grado di svolgere questo compito, ma rimarrà comunque difficile controllare singole situazioni anomale.
    Giova ricordare che la scuola non è un azienda e non opera secondo i canoni del profitto e dell’efficienza. Bene l’incentivazione del merito e della qualità dell’insegnamento, ma inserire i principi competitivi del libero mercato all’interno del mondo scolastico può essere controproducente e per certi aspetti pericoloso.



  • Chi di voi, nel corso della preparazione di un esame universitario, non ha pensato: se solo potessi conoscere le domande che mi verranno poste e studiare con i migliori corsisti? Ecco Tutored ti fornisce questo e molto altro attraverso una piattaforma online dedicata agli studenti.
    La start up realizzata nel corso del programma di accelerazione Luiss ENLABS ha ottenuto immediatamente un boom di iscritti tra studenti desiderosi di ricevere delle “ripetizioni” online e tutor disposti a mettere a disposizione le proprie competenze.

    tutoredNello specifico, Tutored fornisce ai propri utenti il materiale didattico, le esercitazioni, le domande più ricorrenti e delle vere e proprie lezioni teoriche e pratiche, necessarie per il superamento degli esami.
    Il sistema è estremamente efficiente: è lo stesso studente, infatti, a poter scegliere il proprio tutor tra quelli proposti dalla piattaforma. I criteri possono essere molteplici: dalla vicinanza geografica (c’è la possibilità, infatti, di poter seguire delle ripetizioni anche a domicilio, oltre che online) al profilo professionale del tutor.
    Da questo punto di vista la piattaforma presenta un speciale classifica di rendimento in base ai feedback dei ragazzi stessi. Lo studente potrà scegliere, quindi, il tutor migliore in base ai giudizi precedenti dei propri colleghi.

    La crescita di questa start up è stata davvero imponente, se pensiamo che ha finito la fase di accelerazione solo due mesi fa. StartupItalia  ci fornisce alcuni dati interessanti sull’attività di Tutored in quest’ultimo periodo.
    Il processo di fundraising, lanciato a fine gennaio, ha portato la start up ad ottenere in pochissimo tempo 400.000 euro che le consentiranno di assumere ben dodici collaboratori.
    Addirittura il valore di Tutored è stimato attorno ai 2 milioni di euro, con un aumento delle iscrizioni sulla piattaforma online del 97% ogni mese.
    Il progetto avviato da tre giovanissimi studenti sembra, dunque, avviato ad avere successo. Il prossimo obiettivo è allargare il sistema alle maggiori università italiane.
    Ad augurarselo non sono solo i giovani startupper di Tutored, ma anche tantissimi studenti che potrebbero usufruire di uno splendido servizio.



  • Il mondo accademico è oggetto di periodiche riforme e perenni discussioni sul proprio assetto didattico-formativo.
    Ma qual è realmente il posizionamento degli atenei italiani rispetto ai parigrado europei? E soprattutto il rapporto costi/servizi offerti risulta essere efficiente?
    L’indagine “Education at Glance”, elaborata da Ocse, ci aiuta ad avere un quadro più chiaro della situazione.

    L’analisi in questione riguarda i sistemi universitari degli stati industrializzati in base al costo delle rette accademiche e al livello di sviluppo dei servizi offerti.
    Ci sono università, ad esempio, come quelle americane o britanniche che presentano una tassazione elevata, ma una qualità dei servizi al top.
    E poi ci sono altre realtà, tra cui quella italiana, con dei costi in netto aumento ed un livello dell performance rimasto pressoché invariato con il passare degli anni.
    L’indagine “Education at Glance” divide i paesi in base a varie categorie: l’Italia rientra nella fascia di Stati con rette nella media, ma servizi poco sviluppati.
    In generale la media nazionale delle tasse universitarie si aggira attorno ai 1.200 euro, ma quel che preoccupa maggiormente è la crescita costante delle rette (secondo Federconsumatori +1,2% nell’anno accademico 2014/2015 rispetto a quello precedente) a fronte di servizi che faticano a reggere il confronto con le altre realtà europee.

    Frequentare un ateneo in Italia, dunque, implica dei costi notevoli, soprattutto se rapportati alla qualità delle prestazioni offerte.
    La conferma di questi dati viene da un’indagine di Federconsumatori, che analizza nel dettaglio i costi delle singole università italiane effettuando anche delle comparazioni a livello territoriale.
    Emerge, ad esempio, com’era lecito aspettarsi, che gli atenei del Nord sono comparativamente più cari di quelli del Centro e del Sud (12,89% il divario tra Nord e Sud).
    Per intendersi essere iscritti ad un’università della Lombardia costa da un minimo di 625,2 euro ad un massimo di 3.511 euro, mentre le tasse nelle università siciliane vanno da 540 a 1.747,25 euro.

    Si capisce benissimo quali siano, ancora oggi, i divari territoriali all’interno del nostro paese, su tutti i fronti, dall’economia passando per l’appunto per il mondo accademico.
    Federconsumatori ha stilato anche una graduatoria degli atenei più costosi, distinguendo ovviamente tra pubblici e privati.
    Tra i cosidetti “mega-atenei” (più di 40.000 studenti) pubblici, l’università più cara è la Statale di Milano, dove si paga minimo 751,50 euro annui per la fascia di reddito più bassa e 3.389 euro per quella più alta.
    Il “mega-ateneo” pubblico più economico è invece l’Alma Mater di Bologna (162 euro la retta minima e 1.681,64 euro la massima).
    Passando, infine, alle università private, troviamo ovviamente dei dati più elevati. La Bocconi di Milano, ad esempio, divide i propri studenti in quattro fasce di reddito: 4.991 euro la più bassa di 11.156 euro la più alta.
    La Luiss di Roma prevede, invece, un’unica retta universitaria corrispondente a 9.000 euro; mentre l’ateneo più costoso è il Campus Bio Medico di Roma, dove il costo fisso dei primi tre anni è di 11.500 euro e va a scalare fino ad arrivare a 10.250 euro per il sesto ed ultimo anno di corso.



  • Un rapporto conflittuale quello tra l’Italia e la banda larga. Tutte le classifiche mondiali relegano il nostro paese nelle retrovie in tema di connettività veloce.
    Sono ancora troppe, infatti, le zone senza copertura internet o con una connessione palesemente deficitaria.
    Si tratta di realtà letteralmente abbandonate a sé stesse in un mondo dove il digitale è lo strumento principale per qualsiasi tipo di attività.
    Il Sud è senza ombra di dubbio il territorio maggiormente penalizzato, ma anche al Nord ci sono zone montane che faticano a raggiungere gli standard europei in materia di banda larga.
    L’Europa per l’appunto. L’Agenda Digitale Europea ha posto degli obiettivi chiari: entro il 2020 tutta la popolazione continentale deve possedere una connessione di almeno 30 mega e la metà deve potere viaggiare a 100 mega.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaL’Italia è lontanissima da questi livelli. In questi ultimi giorni, però, sembra che qualcosa si stia muovendo, sia sul fronte pubblico che su quello privato.
    Lo Stato pare intenzionato a stanziare dei fondi per le aree marginali, prevedendo anche agevolazioni fiscali per i privati.
    Ma forse la notizia più importante viene da Telecom. L’azienda ha deciso di investire oltre un miliardo di euro per dotare 723 scuole italiane di una connessione a banda ultra larga.
    Come ha sottolineato Marco Patuano, amministratore delegato di Telecom in un’intervista a Il Messaggero, il principale gruppo Ict del nostro paese ha vinto i bandi per l’implementazione della banda larga in Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia e Calabria.
    L’intervento riguarda, quindi, tutte le regioni del Sud: è stato calcolato che entro il 2016 una quota superiore al 60% della popolazione meridionale potrà usufruire di una connessione tra i 30 ed i 100 mega.
    Numeri importanti che riguarderanno cittadini comuni, ma anche imprese, pubbliche amministrazioni e soprattutto scuole.
    Si tratta di un investimento molto importante per un settore scolastico che ha assolutamente bisogno di adattarsi agli standard europei in materia di digitale.
    L’innovazione tecnologica deve partire, infatti, dalle scuole primarie e secondarie, perché è proprio lì che l’Italia paga un margine troppo ampio rispetto ai pari grado continentali.



  • Il rapporto “Education at a Glance Interim”, pubblicato in questi giorni dall’Ocse, fornisce un’immagine non edificante dei giovani italiani.
    L’indagine dell’organizzazione internazionale ha analizzato la realtà giovanile dei paesi industrializzati, cercando di individuare il loro livello occupazionale ed il loro grado di fiducia verso la situazione attuale.
    Il quadro che emerge in relazione all’Italia non è dei più confortanti.

    bilancioLa variabile presa in considerazione dal rapporto Ocse è il cosiddetto Neet (Not in Education, Employment or Training). Si tratta in sostanza di un indicatore che analizza la percentuale di giovani tra i 15 ed i 29 anni che non sono all’interno del sistema scolastico o universitario, ma che non hanno neppure un lavoro e non svolgono un corso di formazione.
    In Italia il Neet tra i giovani maschi è del 35%, in assoluto il più alto in Europa, mentre quello delle giovani donne è del 25%. Questi dati vanno ad aggiungersi a quelli sulla disoccupazione giovanile che nei mesi passati ha raggiunto livelli persino superiori al 40%.
    Se, dunque, quasi un giovane su due non lavora, addirittura uno su tre è fuori anche dal sistema scolastico e professionale.

    Non è certamente la situazione ideale per guardare al futuro con fiducia. Come riportato dal Corriere della Sera, infatti, il livello di fiducia dei giovani italiani che non lavorano e non studiano è comparativamente più basso rispetto a quelli che possiedono un’occupazione o sono all’interno del circolo scolastico.
    L’indagine è svolta dall’Istituto Toniolo, insieme alla Fondazione Cariplo ed Intesa San Paolo. Secondo questo rapporto solamente il 25% dei “Neet” crede che “Gran parte delle persone sono degne di fiducia”.
    In generale si tratta di persone che possiedono scarsi legami familiari e personali e che sono convinti di non riuscire a migliorare la propria situazione. Questo li porta, il più delle volte, a non cercare neppure lavoro e a rimanere, dunque, all’interno della drammatica spirale dei Neet.

     



  • Archiviato il capitolo lavoro, il Governo Renzi ha pronto un nuovo provvedimento atteso da molti mesi, quello sulla scuola.
    Il lancio della campagna “La buona scuola” ha permesso un confronto tra insegnanti, presidi, studenti e rappresentanti delle istituzioni su come migliorare il settore scolastico, soprattutto dal punto di vista didattico.
    Venerdì il Consiglio dei Ministri ufficializzerà il decreto legge, ma possiamo già individuare alcuni punti salienti che saranno parte integrante del Ddl.

    classe-banchiLa misura più importante riguarda l’assunzione dei precari. In tutto dovrebbero essere circa 120mila, dunque qualche migliaia di unità in meno rispetto ai 150mila paventati.
    C’è, però, grande incertezza sui criteri che verranno adottati per il processo di stabilizzazione degli insegnanti.
    Un’eventuale regolarizzazione di massa dei precari rischierebbe di far venir meno due principi fondamentali: la valutazione professionale degli insegnanti e le esigenze delle singole scuole.
    Per questo motivo il Governo sta studiando le possibili soluzioni. Una di queste contemplerebbe l’assunzione di quei professori che hanno coperto una cattedra vacante per più di 36 mesi.
    Si dovrebbe tener conto anche dell’anzianità e delle graduatorie di istituto, in modo da collocare i professori nelle scuole maggiormente scoperte e attraverso i profili professionali richiesti.

    L’intento dell’esecutivo è evitare i ricorsi che potrebbero fioccare qualora il decreto legge dovesse penalizzare alcune categorie di precari iscritti nelle liste.
    Ma la regolarizzazione del mondo del precariato non è l’unica misura presente nel provvedimento.
    Si interverrà anche dal punto di vista della didattica, fornendo maggiore autonomia alle scuole ed incentivando l’interdisciplinarità.
    Crescerà, ad esempio, il potere dei presidi. Questi ultimi avranno maggiore autonomia finanziaria e potranno così decidere di dirottare le risorse dell’istituto verso determinati progetti didattici.
    Essi stessi avranno il compito di valutare l’operato degli insegnanti e decidere se premiarli o meno attraverso incentivi remunerativi.
    Una scuola, dunque, che diventa quasi un’impresa, con i presidi che svolgono alcune funzioni dei manager e gestiscono il proprio istituto attraverso criteri di efficienza e merito.

    Per quanto riguarda, infine, i piani didattici, si cercherà di dare spazio a materie quali italiano, musica, sport ed arte, provando in questo modo a stimolare la creatività degli studenti. Al terzo ed al quarto anno delle scuole superiori verranno inserite anche discipline di stampo giuridico ed economico; allo stesso tempo si punterà alla digitalizzazione delle scuole, inserendo materie come il “coding” ovvero il pensiero computazionale ed incentivando l’utilizzo di tablet e del wi-fi.
    È prevista, inoltre, l’implementazione dell’alternanza scuola-lavoro anche per i licei: le aziende saranno chiamate ad effettuare oltre 200 ore di stage con gli studenti delle scuole superiori, i quali saranno valutati anche in base al rendimento sul luogo di lavoro.



  • Formazione aziendale - strategie di successoIn un mercato concorrenziale come quello attuale, dove la competizione è spinta ai massimi livelli, c’è da chiedersi se tra le forme di investimento, nonostante questi tempi di ristrettezze, la formazione possa costituire uno spazio sul quale puntare.

    Personalmente sono convinto che la differenza sta proprio nella capacità di ogni imprenditore di far crescere culturalmente il personale a propria disposizione e con una direttrice, un progetto, ben preciso che individui i valori di fondo che orientano l’agire (individuabili nella mission aziendale); il coinvolgimento e la partecipazione a questi ideali di tutti i collaboratori; la formazione continua non solo su aspetti tecnici (amministrativi e commerciali) ma anche su quelli motivazionali.

    Su questi ultimi, in particolare, si gioca il futuro.

    Gli imprenditori il più delle volte si muovono alla ricerca di professionisti già preparati alla gara, puledri allenati e pronti a vincere. Costituiscono una rarità quelli disposti ad investire del denaro per acquistare puledri da addestrare in casa; meglio assumere mercenari infedeli, gente che bada solo al soldo, oppure pagare il meno possibile manovalanza generica, poco preparata, improvvisata. In queste ragioni risiede il basso livello culturale delle imprese con l’evidente alternanza di risultati che lasciano ben poco sperare nella continuità aziendale e, più in generale, in un benessere significativo per ogni suo componente: imprenditore compreso!

    Occorrono coraggio e ideali solidi nella direzione di una tensione morale per migliorare, per crescere, per conoscere. E se ciò richiede qualche sacrificio in più in termini di investimento, di denaro da dedicare nella formazione, che si sappia che si tratta di un costo i cui benefici vanno ben oltre la spesa sostenuta. Nei pochi, purtroppo, esempi di mia conoscenza tutto ciò si è rivelato strumento di notevole efficacia: una presenza solida nel mercato manifestatasi nel tempo.