Categoria: Lavoro

  • Gardini interviene alla CISL

    Intervento di Maurizio Gardini al convegno “Un lavoro a misura della persona” organizzato a Roma dalla CISL.

    «Al CNEL sono depositati oltre 1.000 contratti. È una giungla da disboscare. Perché quando si è nella giungla non si intravede l’orizzonte». Lo dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative intervenendo a “Un lavoro a misura della persona” organizzato a Roma dalla CISL. 

    «Sul lavoro e lo sviluppo non è l’ora della contrapposizione, ma della costruzione. La soluzione al salario povero – aggiunge Gardini – non è nel salario minimo ma nell’esaltazione della contrattazione. Nel rafforzamento dello strumento contrattuale».

    «Ci sono dei tavoli aperti di rinnovo contrattuale, penso per esempio a quello delle cooperative sociali, dove vanno alzate le retribuzioni, ma questi aumenti devono passare attraverso il riconoscimento della PA delle giuste tariffe. Non si può pensare che le imprese – conclude Gardini – siano erogatrici di servizi senza che vengano loro riconosciute qualità e tariffe adeguate».


  • Lavoro: nel primo trimestre mezzo milione di occupati in più. Aumentano i costi

    L’Istat, nella nota sul mercato del lavoro, riporta che gli occupati nel primo trimestre 2023 sono cresciuti di oltre mezzo milione.

    Il mercato del lavoro italiano sta mostrando segnali di ripresa, con l’aumento dell’occupazione e il calo dei disoccupati e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni. Nonostante ciò, l’aumento dei costi del lavoro per Unità di lavoro dipendente (Ula) e degli oneri sociali indica la necessità di ulteriori interventi per sostenere la crescita economica e l’occupazione nel paese.

    Nel primo trimestre 2023 gli occupati sono cresciuti di oltre mezzo milione ed è l’ottavo trimestre consecutivo che si osserva un aumento tendenziale dell’occupazione.

    È quanto riporta l’Istat nella nota sul mercato del lavoro nel primo trimestre dove indica un aumento di 513 mila occupati rispetto al primo trimestre 2022 (+ 2,3%) e una crescita rispetto al trimestre precedente di 104 mila unità (+0,4%).

    L’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, è aumentato dell’1,3% rispetto al trimestre precedente e del 3,3% rispetto al primo trimestre 2022.  Rispetto al primo trimestre 2022, prosegue il calo dei disoccupati (-76 mila in un anno, -3,5%) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-558 mila, -4,3%).

    LIstat segnala un rilevante aumento del costo del lavoro per Unità di lavoro dipendente (Ula) nel primo trimestre che raggiunge valori tra i più alti in serie storica.

    Rispetto al trimestre precedente, la crescita è dell’1,8% con un aumento sia delle retribuzioni (+1,2%) sia, in misura maggiore, degli oneri sociali (+3%). Su anno la crescita è ancora più intesa (+3,9%), con un +3,4% per la componente retributiva e un +5,4% e per gli oneri sociali.

    All’aumento delle retribuzioni concorrono gli importi una tantum, mentre l’aumento degli oneri sociali è legato al restringimento degli interventi di decontribuzione del 2021-2022.



  • Prima unione regionale in Italia di Confcooperative per numero di cooperative giovanili (21,9% delle associate).

    Nell’ultimo report di Fondo Sviluppo (Studi&Ricerche 141 – Maggio 2021), dedicato alle cooperative di giovani under 40 iscritte a Confcooperative, emerge un dato che per una volta può renderci orgogliosi di essere calabresi. Infatti, la nostra associazione vanta a livello nazionale il maggior tasso di imprese nate da Under 40 in rapporto al numero di associate. Dai dati emerge come in Calabria nel corso del 2020, funestato dalla Pandemia, sono nate ben 37 cooperative di giovani; un segnale incoraggiante non solo per il comparto della cooperazione regionale, ma tutto il settore delle imprese e StartUp, che evidenzia come il modello cooperativo  che mette al centro persone e territori è attrattivo per tanti giovani. Inoltre, ben 4 delle cinque province calabresi (Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia), assieme a sole altre tre in tutta Italia, hanno un’età media degli amministratori delle cooperative inferiore ai 50 anni.

    Confcooperative Calabria 21% di Cooperative Giovanili

    “Questi numeri dimostrano come il modello cooperativo sia capace di coinvolgere e attivare i giovani dei territori calabresi. – Spiega Rocco Sicoli, Vice Presidente di Confcooperative Calabria con delega a Giovani e innovazione – La cooperativa con al centro la persona, il principio della “porta aperta” e la territorialità, dimostra di essere uno strumento imprenditoriale valido e moderno. Sicuramente, continueremo a lavorare nella promozione del modello tra i giovani, sia attraverso la nostra collaborazione con Progetto Policoro Calabria sia intercettando giovani nei territori. Grande merito di questo risultato va a chi lavora quotidianamente in Confcooperative Calabria e nei territori per promuovere il modello cooperativo.”

    Attenzione al territorio, dialogo con università e associazioni, sono la nostra arma vincente per avvicinare i giovani calabresi alla vera cooperazione. – sottolinea ancora Sicoli -. Quelli che emergono sono numeri lusinghieri per la nostra regione, ed in particolare per la nostra associazione, poiché per una volta il nome Calabria e la parola giovani sono legate da un evento positivo e non da fenomeni di emigrazione. Questo per noi è però un incoraggiamento e non di sicuro un traguardo. Il modello cooperativo in Calabria è ancora poco conosciuto tra giovani e giovanissimi, nel corso di questo e dei prossimi anni sicuramente aumenteremo le attività di animazione sul territorio. Mi auguro che dopo la fine della Pandemia, la nostra Regione riparta dal modello cooperativo per dare opportunità ai giovani e generare valore aggiunto che resti ad arricchire il nostro territorio. Questa sarebbe la scelta politica più responsabile e auspicabile per una vera ripartenza.

     



  • Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, nel mese di aprile 2017 l’Italia fa registrare un netto calo del tasso di disoccupazione e del numero di disoccupati. I dati dell’istituto di statistica segnalano un tasso di disoccupazione dell’11,1% (dato minimo dal settembre 2012), con una variazione negativa dello 0,4% su base mensile e dello 0,6% su base annua. 

    Cala anche il numero di persone in cerca di lavoro. Rispetto a marzo, infatti, ci sono 105mila disoccupati in meno (-3,5%), mentre nel confronto con l’anno precedente si registra una riduzione di ben 146mila unità.
    I dati sono senza dubbio positivi e sono confermati dalle rilevazioni sul numero di occupati. In Italia, secondo l’Istat, nel mese di aprile 2017 la stima degli occupati è salita dello 0,4% su base congiunturale (+94 mila unità); rispetto ad un anno fa, invece, gli occupati sono aumentati di 277mila unità.
    La crescita interessa soprattutto i lavoratori dipendenti (+380mila), mentre diminuisce il numero di indipendenti (-103mila).

    Uno degli aspetti più importanti della rilevazione Istat riguarda la componente anagrafica. I dati di aprile confermano una tendenza emersa negli ultimi mesi. A trainare il mercato del lavoro italiano e la sua ripresa sono soprattutto gli over 50. Come evidenzia l’Istat, infatti, la crescita degli occupati è particolarmente accentuata tra gli ultracinquantenni (+362 mila) e più contenuta tra i 15-34enni (+37 mila), mentre calano i 35-49enni (-122 mila).
    L’innalzamento dell’età pensionabile ed il generale invecchiamento della popolazione italiana iniziano, dunque, a modificare in maniera strutturale il mercato del lavoro nostrano. La conferma viene anche dati sulla disoccupazione giovanile, rimasta stabile al 34% rispetto al mese precedente e diminuita di 3 punti percentuali nel confronto con aprile 2016.
    Il prospetto dell’Istat offre, in via definitiva, dei motivi per essere ottimisti, soprattutto per via del costante aumento del numero di lavoratori dipendenti, assunti sia con contratti a termine che a tempo indeterminato. Bisognerà, però, invertire la tendenza della componente anagrafica, provando ad incentivare in maniera decisa il turnover generazionale e ridando fiducia a quell’esercito di giovani che non lavora e non cerca lavoro.


  • le novità della legge sul lavoro autonomo

    La legge sul lavoro autonomo è stata (finalmente) approvata in Senato con 158 voti favorevoli, 9 contrari e 45 astenuti. Il provvedimento, che aveva ricevuto il primo via libera in Consiglio dei Ministri addirittura 15 mesi fa, è stato definito come lo Statuto dei lavoratori autonomi.

    Le nuove disposizioni rafforzano, infatti, le tutele di chi possiede una partita Iva ma non svolge un’attività di impresa. Parliamo di oltre 2 milioni di persone (ingegneri, architetti ma anche le nuove professioni digitali) che lavorano per un committente. L’obiettivo del provvedimento è equiparare i loro diritti a quelli dei lavoratori subordinati, rafforzando la posizione contrattuale nel rapporto con il committente.
    La legge interviene anche sul lavoro agile, meglio noto come smart working, ovvero quella prestazione lavorativa che grazie alle nuove tecnologie viene svolta direttamente da casa. Vengono definiti i contorni generali dello smart working che si configurerà non come una nuova forma contrattuale, bensì come una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato”.
    Ma andiamo con ordine e cerchiamo di fare chiarezza sulle principali novità della legge.

    Tutele per i ritardi nei pagamenti

    Come detto, il provvedimento sul lavoro autonomo cerca di fornire ai professionisti che lavorano per un committente le stesse tutele che possiede il lavoratore le novità della legge sul lavoro autonomosubordinato. La prima forma di garanzia riguarda il pagamento della prestazione lavorativa. Viene, infatti, inserito l’obbligo per il committente di pagare la fattura entro 60 giorni dalla sua emissione. Per ogni giorno di ritardo il professionista potrà ottenere un risarcimento superiore alla cifra spettante e avrà la possibilità di dedurre al 100% le spese sostenute per ottenere il proprio compenso.
    La legge stabilisce inoltre l’obbligo di stipulare contratti in forma scritta e il divieto di modificare unilateralmente il contratto e di inserire clausole che consentono il pagamento della fattura oltre il termine dei 60 giorni, pena la nullità del contratto stesso.
    Viene modificata anche la normativa sui rimborsi spese per vitto, alloggio e carburante che, se sostenute dal committente, rappresenteranno un onere deducibile per quest’ultimo.

    Deducibilità spese per la formazione

    Un’altra importante novità del provvedimento riguarda le spese sostenute dal lavoratore per la propria formazione. Potranno essere dedotte al 100% le spese per la partecipazione a master, corsi di formazione e aggiornamento fino ad un massimo di 10mila euro; è di 5mila euro, invece, il limite di deducibilità delle spese sostenute per l’orientamento, l’accesso al lavoro e la certificazione delle competenze. Per quanto riguarda, inoltre, le politiche attive si stabilisce l’obbligo di aprire nei centri per l’impiego uno sportello dedicato solo ai professionisti.

    Indennità di disoccupazione

    Viene resa strutturale la Dis-Col, ovvero l’indennità di disoccupazione per i professionisti che lavorano con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, inserita in via sperimentale nel 2015. L’indennità di disoccupazione sarà estesa anche a dottorandi e assegnisti di ricerca.
    La legge dà inoltre la possibilità alle casse di previdenza di fornire prestazioni sociali ai propri associati in difficoltà che si vanno ad aggiungere a quelle già previste dalla legge.

    Maternità e malattia

    Le lavoratrici autonome in maternità potranno ricevere l’indennità di maternità anche se continuano a lavorare. Viene quindi eliminato l’obbligo di astensione dal lavoro. La legge porta inoltre da 3 a 6 mesi, come già accade per i lavoratori subordinati, il periodo di congedo parentale che potrà essere fruito dal lavoratore nei primi tre anni di vita del bambino.
    Per quanto riguarda, infine, la gravidanza, la malattia e l’infortunio, il professionista potrà chiedere la sospensione del rapporto di lavoro per un periodo non superiore a 150 giorni nell’anno solare. Ci sarà poi la possibilità di sospendere il versamento dei contributi se il periodo di malattia o la gravidanza è superiore a 60 giorni.

    Smart working

    L’ultima novità del provvedimento riguarda il cosiddetto “smart working” o lavoro agile. Come detto, non viene considerato come una nuova forma contrattuale, ma come una particolare “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato” che viene “stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro”, e con “il possibile utilizzo di strumenti tecnologici”.
    La legge sullo smart working obbliga ad inserire nel contratto il “diritto alla disconnessione”, ovvero il diritto del lavoratore ad avere una pausa e a disconnettersi dallo strumento tecnologico utilizzato per svolgere la prestazione lavorativa. Si stabilisce, inoltre, il diritto alla parità di trattamento economico con il lavoratore che svolge la stessa mansione nella sede dell’azienda.


  • legge-di-stabilita-imprese

    Nel mese di febbraio 2017 diminuisce ancora il tasso di disoccupazione giovanile. Secondo la nota mensile dell’Istat sugli occupati ed i disoccupati nel mercato del lavoro italiano, la disoccupazione giovanile è scesa fino al 35,2%, arrivando così ai livelli minimi dal 2012. 

    Si conferma così la tendenza emersa negli ultimi mesi che ha visto un netto calo del numero dei disoccupati di età compresa tra i 15 ed i 24 anni. In generale legge-di-stabilita-impresel’ultima rilevazione dell’Istat fornisce buone notizie per il mercato del lavoro italiano.
    Nell’ultimo anno il numero degli occupati è aumentato di 294mila unità (+1,3%). La crescita – sottolinea l’Istat – riguarda sia i lavoratori dipendenti (+280 mila, di cui +178 mila a termine e +102 mila permanenti) sia in misura più contenuta gli indipendenti (+14 mila).
    Si conferma, inoltre, la dinamica evidenziata nei mesi precedenti, ovvero l’incidenza maggiore degli occupati ultra-cinquantenni. L’aumento dell’età pensionabile e l’invecchiamento progressivo della popolazione hanno provocato uno scarso ricambio generazionale nel mercato del lavoro italiano. Basti pensare che nell’ultimo anno il numero di occupati over 50 è cresciuto addirittura di 400mila unità, a fronte di un aumento più contenuto (+15mila unità) fatto registrare dalla classe di età 15-24 anni.

    La nota mensile dell’Istat mostra dei segnali positivi anche sul fronte disoccupazione. Nel mese di febbraio, infatti, il tasso di disoccupazione si attesta all’11,5%, in calo dello 0,3% su base mensile e dello 0,2% su base annua. Come detto, diminuisce anche il tasso di disoccupazione giovanile che nel mese di febbraio arriva al 35,2%, in calo di 1,7 punti percentuali rispetto al mese precedente.
    Più controverso, infine, il dato sugli inattivi. Rispetto al mese precedente, infatti, il numero di inattivi aumenta dello 0,4%, mentre su base annua c’è addirittura una riduzione di 380mila unità della quantità di persone che non lavorano e non cercano lavoro.



  • La Corte Costituzionale boccia il quesito del referendum sull’articolo 18 richiesto dalla Cgil. 

    Al termine di due ore di udienza la Consulta ha emesso il proprio verdetto ritenendo inammissibile il quesito referendario che chiedeva la re-introduzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Tra le tante modifiche apportate al mercato del lavoro dal Jobs Act, quella più discussa è sicuramente la norma sui licenziamenti illegittimi. Per aumentare la flessibilità all’interno del singolo rapporto di lavoro, il Governo ha sostituito la reintegra in caso di licenziamento senza giusta causa con un indennizzo economico.
    La Cgil ha raccolto in questi mesi oltre 3 milioni di firme per “l’abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi“, chiedendo l’ampliamento delle tutele per i lavoratori. Nello specifico il sindacato richiedeva l’estensione della reintegra a tutte le aziende con più di 5 dipendenti e non solo alle imprese con più di 15 lavoratori.

    La Corte Costituzionale ha dato invece parere positivo sui due quesiti riguardanti l’abolizione dei voucher e la responsabilità in solido tra appaltante e appaltatore. Negli ultimi mesi c’è stato un vero e proprio boom dei voucher, strumenti che sono nati per regolamentare prestazioni di lavoro occasionali, soprattutto nel settore agricolo e per determinate categorie di lavoratori (studenti e pensionati), salvo poi diventare di fatto un meccanismo per regolare veri e propri rapporti di lavoro subordinati.
    L’estensione dei settori di applicazione a comparti come l’edilizia ed i trasporti e l’aumento del tetto salariale dei voucher percebili da 5.000 a 7.000 euro, ha portato ad un aumento incredibile delle vendite (addirittura +27.000% nel 2016 rispetto al 2008).

    L’ammissibilità del referendum sui voucher viene giudicata come un successo dalla Cgil che, nonostante il parere negativo sull’art.18, commenta in questi termini: “Siamo molto soddisfatti del risultato relativo ai referendum sui voucher e sulla responsabilità appaltante-appaltatore. Il primo in particolare – dichiara Vittorio Angiolini, avvocato che ha rappresentato la Cgil – è di estrema importanza e riguarda una vasta platea di persone. Sull’art. 18 prendiamo atto e rispettiamo la decisione della Corte Costituzionale, aspettando di conoscere le motivazioni nella sentenza, non appena sarà depositata”.


  • genitori-lavoro

    Qualche anno fa (forse neanche troppi) il primo passo o la prima parola di un figlio erano vissuti come il momento di maggiore gioia per un genitore. 
    Adesso la situazione è parzialmente cambiata. Intendiamoci: sono ancora momenti indimenticabili nella vita di un padre o di un madre, ma ci sono motivi di maggiore soddisfazione. 

    Sarà per la crisi occupazionale che continua a tormentare l’Italia, ma l’aspetto della vita dei propri figli che rende maggiormente orgogliosi i genitori è la firma del primo genitori-lavorocontratto di lavoro. Secondo un’indagine condotta da LinkedIn, il 49% dei genitori interpellati è felice del lavoro del proprio figlio più che della laurea (43%) e del loro primo passo (38%). Ci sono paesi come la Gran Bretagna dove questo particolare primato spetta, in maniera assolutamente bizzarra, al conseguimento della patente di guida.
    In Italia evidentemente il contesto sociale è diverso. C’è grande attenzione e volontà di informasi sull’attività lavorativa dei propri figli, il che porta i genitori a sostenere – difficile dire se audacemente o meno – che potrebbero tranquillamente svolgere le mansioni dei figli per qualche ora, tanto è grande la conoscenza della loro attività lavorativa.

    Questa “simbiosi familiare” la vediamo del resto anche nella vita privata, se è vero che il 67% dei giovani vive ancora con i genitori, attestandosi ben 20 punti percentuali al di sopra della media europea. Abbiamo, dunque, dei padri e delle madri che vivono il lavoro dei figli come un’esperienza quasi totalizzante, eppure c’è qualcosa che ancora non riescono a comprendere e sono le nuove figure professionali. È soprattutto il digitale a mettere in difficoltà i genitori: spesso e volentieri non capiscono il senso di alcune occupazioni legate alle nuove tecnologie. In Italia, nello specifico, il professionista più incompreso è l’Attuario (86%), seguito dal Radio Producer (83%) e dall’UI Designer (82%).
    Nel resto del mondo, invece, il lavoro meno capito è l’UI Designer (79%), poi l’Attuario (73%) ed il Data Scientist (72%).


  • lavoro-inattivi

    Negli ultimi mesi imperversa la battaglia dei numeri sul mercato del lavoro italiano. Da una parte abbiamo come protagonista il Governo che vuole legittimare la sua azione, mostrando i risultati positivi del Jobs Act e delle agevolazioni contenute nelle Leggi di stabilità.

    E allora inizia la rincorsa ai dati sul numero degli occupati, aumentati effettivamente di 265 unità nell’ultimo anno, accompagnati da una crescita dei contratti permanenti. Dall’altra parte agiscono le forze di opposizione che fanno notare come il tasso di disoccupazione sia ancora estremamente elevato (11,7% a settembre, come riporta l’ultima rilevazione dell’Istat) e come l’Italia possieda uno dei livelli di disoccupazione giovanile più alti in Europa (37,1% a lavoro-inattivisettembre, anche se in calo dell’1,2% rispetto al mese precedente).
    In fondo è il gioco delle parti politiche. Al momento è difficile valutare il rendimento del mercato del lavoro italiano, apparso in realtà estremamente instabile e dipendente da fattori contingenti. In quest’ultima categoria rientrano, ad esempio, gli sgravi contributivi per i nuovi contratti a tempo indeterminato che hanno effettivamente portato ad un boom di rapporti di lavoro stabili, prima che l’ultima Legge di Stabilità riducesse in maniera sostanziale l’ammontare degli incentivi.
    La modifica dell’articolo 18 ha reso inoltre meno gravose le assunzioni stabili per le aziende, ma ha inevitabilmente fatto crescere anche il numero di licenziamenti.
    Si tratta, dunque, di un equilibrio sottile, ancora lontano da una svolta, in un senso o in un altro.

    La vera svolta potrebbe essere rappresentata invece dalla diminuzione del tasso di inattività. Uno dei maggiori problemi del mercato del lavoro italiano risiede proprio nel numero elevato di “scoraggiati”, ovvero di persone che non solo non possiedono un lavoro, ma neanche lo cercano.
    Gli ultimi dati, però, lasciano intravedere un futuro migliore. Come riportato dall’Istat nell’ultimo rapporto sugli occupati ed i disoccupati in Italia, “la maggiore partecipazione al mercato del lavoro nel mese di settembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa alla diminuzione della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,9%, pari a -127 mila)“.
    La stessa dinamica si manifesta su base annua. Negli ultimi dodici mesi, infatti, il numero di inattivi è diminuito di ben 508mila unità (-3,6%). Questo vuol dire che ci sono 500mila persone in più che cercano attivamente un lavoro. Il miglioramento delle politiche attive è uno dei (pochi) risultati positivi del programma Garanzia Giovani, che ha portato tanti giovani ad entrare nel circuito occupazionale e ha dato nuova linfa a dei centri per l’impiego pressoché moribondi prima dell’avvio di Garanzia Giovani.
    Se di svolta vogliamo parlare, dunque, in merito al mercato del lavoro italiano, l’unica via percorribile è quella dell’inattività. Diminuire il numero di scoraggiati è essenziale per ridare dinamicità e fiducia alla società italiana: vorrebbe dire che la macchina è ripartita, in attesa di capire a che velocità ed in quale direzione sta andando.


  • cooperative-emilia-romagna

    L’incubo è quello racchiuso nel rapporto Future of Jobs del World Economic Forum: cioè la scomparsa di oltre 5 milioni di posti di lavoro a causa del subentrare di nuove tecnologie e macchine con intelligenza artificiale. Forse proprio per questo dovremmo prepararci a nuovi lavori e a nuove forme di lavoro?

    Una tendenza che David Deming, professore associato della Harvard University, ha evidenziato nei suoi studi che mettono in risalto come il lavoro oggi si stia spostando sempre più verso delle frontiere che prevedono un’alta propensione al sociale (relazioni e welfare) e alle scienze matematiche (informatica e ingegneria in testa), una tendenza avviata agli inizi degli anni ’80 e oggi sempre più veloce nella crescita. Un fenomeno, dunque, che è possibile studiare e prevedere e per cui vanno prese le “doverose” contromisure: cioè prevedere dei percorsi di studio nuovi e una politica della formazione che già da oggi indirizzi i giovani verso i lavori che in futuro esisteranno ancora, anzi aumenteranno per numero e competenze richieste.

    workers-buyoutC’è dunque un bisogno globale di rimettere a fuoco quali siano gli obiettivi e il fine della scuola e delle università; analisi ancor più necessaria in Paesi come il nostro, dove da sempre l’artigianato e la manifattura hanno avuto un ruolo predominante sia a livello economico che occupazionale. Proprio per questo bisogna valutare bene come mettere a frutto “il genio italico” e il talento degli artigiani per sfruttare le nuove tecnologie e non esserne invece vittime inconsapevoli. C’è bisogno che le imprese siano riammodernate, che non abbiano paura dell’innovazione e che comprendono che un’azienda storica non è detto sia al contempo un’impresa “vecchia”, anzi molto spesso le imprese storiche nascono proprio da intuizioni innovative che hanno cambiato il processo produttivo o ne hanno sfruttato spazi ancora poco esplorati.

    Dunque, l’Italia ha nel suo DNA questa capacità di adattarsi e di sfruttare al meglio l’innovazione tecnologica, c’è bisogno soltanto di valorizzare questa qualità, metterla a sistema e fare in modo che l’Industria 4.0 non sia solo uno slogan, ma un modello di visione del futuro sempre più prossimo, capace di dare risposte ai tanti giovani che oggi cercano opportunità di lavoro e di crescita, riscoprendo anche il valore del fattore umano che oggi in molti ambiti della formazione e della scuola è un valore marginale.

     


  • selfiemployment-garanzia-giovani

    Sono due milioni e mezzo i giovani italiani che non studiano e non lavorano. A riportarlo è lo studio biennale dell’Ocse sulla società, che quest’anno si concentra sul fenomeno dei Neet (Not in Employment, Education or Training). 

    L’Italia ha sempre avuto un’alta percentuale di giovani inattivi e disoccupati, accentuata negli anni della crisi. La percentuale di Neet sul totale della popolazione giovanile è cresciuta, infatti, dal 19,5% del 2007 al 26,9% del 2015 ed è di gran lunga superiore alla media Ocse (13,6%).
    selfiemployment-garanzia-giovaniIl nostro Paese si trova così al secondo posto, dietro solo alla Turchia, per la diffusione dei giovani che non studiano e non lavorano. A differenza della Turchia, però, dove la percentuale di Neet è diminuita negli ultimi 8 anni, passando dal 42,6% del 2007 al 29,8% del 2015, in Italia i Neet sono aumentati a ritmo sostenuto. Solo la Grecia è stata protagonista di aumento dei disoccupati e degli inattivi tra la popolazione giovanile maggiore rispetto all’Italia.
    L’Ocse identifica le cause dell’elevato numero di Neet nella debolezza delle politiche attive, in un’offerta formativa poco orientata al lavoro e nell’elevato tasso di abbandono scolastico. Esiste, infatti, una correlazione diretta tra l’inattività ed il livello di istruzione.

    Il 26% degli italiani di età compresa tra i 25 e i 34 anni, infatti, non ha un titolo di scuola secondaria superiore contro la media Ocse del 16,4%. Una persona con un basso livello di istruzione fa più fatica ad entrare nel mercato occupazionale, a maggior ragione in un Paese, come l’Italia, con una scarsa offerta formativa di tipo professionale.
    Un altro dato emblematico riguarda il numero di giovani che studiano e lavorano contemporaneamente, svolgendo magari piccole mansioni per iniziare a comprendere le logiche lavorative. In Italia solo il 2% dei giovani lavora mentre è coinvolto nel proprio percorso di studio, mentre la media Ocse è del 12% ed in Germania la quota arriva addirittura al 20%.
    Saranno necessari, dunque, dei cambiamenti sostanziali dell’offerta formativa, avvicinando due mondi, quello della scuola e del lavoro, che al momento sembrano anni luce distanti l’uno dall’altro.


  • lavoro nero agricoltura

    Nel 2015 sono stati 1.380.000 i lavoratori retribuiti tramite un voucher dal valore nominale di 10 euro, diventando l’unica fonte di reddito per il 37% degli addetti che li ricevono.

    Parliamo di uno degli strumenti di lavoro accessorio più diffusi negli ultimi anni. Nati per consentire a studenti e pensionati di svolgere lavori saltuari, si sono trasformati rapidamente in un modo per coprire prestazioni irregolari ed eccedenti l’orario di lavoro pattuito.
    lavoro nero agricolturaUno dei settori dove è maggiore l’abuso dei voucher è l’edilizia, mentre nel comparto del turismo, del commercio e dei servizi, questa forma lavorativa ha quasi completamente sostituito il lavoro strutturato.
    Di qui la necessità di rendere maggiormente tracciabili i buoni lavoro. Il decreto attuativo del Jobs Act, approvato venerdì in Consiglio dei Ministri, prevede che ogni azienda debba comunicare via e-mail o sms all’Ispettorato del Lavoro, entro un’ora prima dell’inizio della prestazione, il nome, il cognome o il codice fiscale del lavoratore che riceverà il voucher, più il luogo e la durata della prestazione.
    Nel settore agricolo, invece, il limite per fornire i dati del prestatore all’Ispettorato del Lavoro viene portato da una settimana a tre giorni prima dell’inizio della prestazione lavorativa.

    Il limite massimo di retribuzione è di 7.000 euro annui per ogni lavoratore e di 2.000 euro per il singolo committente.
    Nonostante i sindacati chiedessero di impedire ad alcuni settori di usare i buoni lavoro e di fissare un tetto di ore che ciascuna azienda non può superare, c’è comunque soddisfazione tra i rappresentanti dei lavoratori per il provvedimento preso.
    Molto aspra, ad esempio, è stata in questi mesi la battaglia di Flai-Cgil, dal momento che il mondo agricolo risulta essere uno dei settori più colpiti dall’abuso dei buoni lavoro. “Bene l’aver riportato a un tetto di 2.000 euro – ha dichiarato Ivana Galli, segretario generale di Flai-Cgil – il massimo di remunerazione annua per singolo committente, e la comunicazione di avvio al lavoro entro tre giorni. Anche per il nostro settore, maggiore tracciabilità equivale a meno abusi e usi distorti del voucher. Riteniamo che, dopo l’entrata in vigore del decreto dovranno essere emanate nuove disposizioni applicative da parte del ministero del Lavoro e dell’Inps per dare piena attuazione alla norma. In agricoltura i voucher sono previsti per studenti regolarmente iscritti a corsi di studio e per i pensionati; qualsiasi altro utilizzo è fuori da ogni regola, e va a colpire un comparto già fortemente esposto a fenomeni di caporalato, sfruttamento, lavoro nero”.