Categoria: Lavoro


  • Essere mamme al tempo della crsiLa questione non è nuova. Spesso però finisce nel dimenticatoio per esser subito ripresa alla luce di qualche nuova analisi che, come sempre accade, rimette in primo piano ciò che era stato accantonato. Così anche per il rapporto di “Save the Children” presentato l’altro ieri al Senato alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, e della vicepresidente dell’aula parlamentare, Emma Bonino, dal titolo “Mamme nella crisi”.

    E se per le donne, più in generale, è difficile trovare occupazione in tempi “normali”, figuriamoci in questi in cui i posti di lavoro, vecchi e nuovi, scarseggiano fissando, di volta in volta, nuovi “record”.

    Il rapporto di Save the Children dice che il 35,6% delle donne tra i 25 e i 34 anni nel 2010 e il 36,4% nel 2011 è inattiva; dei 3milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4%, vive ancora con i genitori. Se non si hanno figli qualche speranza occupazionale c’è ma le possibilità di lavorare scendono vertiginosamente se si è mamme di un figlio e, ancor di più, se questi sono due o addirittura tre.

    Tuttavia, il dato davvero allarmante, anche questo noto ma periodicamente sottaciuto, vero problema di civiltà, riguarda le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per “costrizione” (il fenomeno/meccanismo delle dimissioni in bianco): erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009, diventando l’8,7%. In soli due anni, tra il 2008 e il 2009, sono state 800mila le mamme licenziate o “spinte” alle dimissioni.

    Nella civilissima Italia, accadono ancora cosa del genere e, soprattutto, con poche speranze di poter intervenire sul tristissimo fenomeno appena descritto. Una sorta di resa, pare che lo stesso ministro abbia usato toni arrendevoli, per non esser nelle condizioni di debellare assunzioni in bianco o discriminatorie nei confronti delle donne.

    A ciò occorre aggiungere l’arretratezza dei servizi offerti alle famiglie: nido e servizi all’infanzia più in generale. Ancora troppo pochi, ancora ben lontani dagli obiettivi di progetti sulla conciliazione tempi-lavoro, dove pur vengono investiti diversi soldini.

    In ogni caso, come sempre quando si tratta di aspetti intimamente legati alla civiltà di un Paese, prima di ogni intervento pubblico o privato, è dalla persona che occorre partire: da ogni datore di lavoro che seleziona personale per la propria azienda, considerandola autenticamente risorsa, in tutte le sue sfaccettature. L’aspetto della maternità, per la sua naturalità, non può e non deve costituire un problema. A maggior ragione di tipo economico: anche in questo tempo di crisi.

    Prima dei costi la persona.



  • Stress lavoro correlatoDire che il lavoro stanca e stressa, in questi tempi di elevata disoccupazione, non vuole essere una presa in giro né, tantomeno, prendersi gioco di chi, lottando, fa di tutto per conservare un’occupazione per quanto stressante e logorante possa essere.

    È per richiamare l’attenzione a buone pratiche che, le statistiche lo confermano, il più delle volte sono estranee alla maggioranza delle aziende, nonostante gli obblighi di legge (“Indicazione per la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato”, G.U. del 30 dicembre 2010).

    Il 21% dei lavoratori, e delle lavoratrici, soffre di disturbi legati al lavoro (fonte Istat): un dato risalente a qualche anno addietro e che, facilmente, possiamo immaginare ben più consistente di questi tempi.

    Per sapere se anche tu fai parte di questi, puoi riconoscerne, da subito, alcuni dei sintomi, quelli più frequenti: spossatezza, mal di testa, calo della memoria, calo del rendimento, irritabilità e rabbia, scarsa capacità di concentrazione, disturbi alimentari e/o del sonno, disturbi cardiovascolari. Sintomi tutti, ai quali se si aggiunge il pianto vuol dire che lo stress sta sfociando in depressione. E allora sì che la situazione diventa grave.

    I rimedi. Facili a dirsi, meno ad attuarsi, poiché dipendenti dalla capacità di gestire i propri tempi: praticare uno sport e ritagliarsi dei momenti di relax costituiscono la migliore ricetta piuttosto che ricorrere a farmaci.

    Il problema, tuttavia, è di ordine culturale. Oltre l’osservanza delle disposizioni di legge, contenute tutte nel Testo Unico, si tratta di praticare percorsi formativi rivolti ad Amministratori e Lavoratori, ognuno per la propria parte, volti ad una maggiore consapevolezza rispetto al problema.

    Una periodica analisi di clima, volta alla soddisfazione del “cliente interno”; l’attivazione di periodici incontri di informazione e formazione, aiutano a misurare il livello di stess presente in azienda, o anche in studi professionali, enti pubblici e privati, attivando processi e percorsi utili ad individuarlo, affrontarlo, superarlo. Ne va di mezzo l’autostima di ciascuno.

    Oltre le figure previste dalla legge, spesso sottese da tutti, esperti esterni possono costituire un buon riferimento al quale ricorrere periodicamente.

    I benefici sono fin troppo evidenti perché debba descriverli.



  • Laurearsi convieneLo scrivevamo solo pochi giorni addietro (Università, maggiore occupazione per i laureati) e, a conferma, arrivano i dati del sistema informatico Excelsior Unioncamere-Ministero del Lavoro secondo i quali quest’anno le assunzioni previste dalle aziende registreranno un crollo rispetto al 2011, e ce n’eravamo accorti, ma terranno quelle relative all’impiego di laureati, in economia e ingegneria più di ogni altra.

    Come dire, il famoso pezzo di carta serve ancora. E anche su questo avevamo espresso un nostro commento (Serve ancora il famoso pezzo di carta?). La richiesta di laureati in questo 2012 sale ancora di de punti rispetto all’anno precedente; rimane stabile quella dei diplomati mentre diminuisce quella relativa ai possessori di titoli generici, senza qualifica o formazione specifica.

    Laurearsi, allora, costituisce ancora un percorso interessante, verso il quale orientarsi, investendo energie, comprese quelle economiche, con attenzione al tipo di percorso ed alla specializzazione. L’indirizzo economico, come quello in ingegneria, ancora oggi hanno un peso ai fini della collocazione nel mercato del lavoro (rispettivamente il 56,2% e oltre il 60% dei contratti a tempo indeterminato) facendo però attenzione ad una specializzazione specifica all’interno del percorso di studi.

    Per ciò che concerne i diplomi, le richieste provengono dal settore amministrativo commerciale, da quello meccanico, da quello socio-sanitario. Il comparto informatico, c’era da aspettarselo dopo il boom degli anni precedenti, evidenzia già segnali di stallo se non di crollo vero e proprio.

    Nell’attesa di un mercato del lavoro che possa offrire maggiori opportunità di collocazione per tutti, indiscriminatamente, il consiglio è quello di ricercare esperti di orientamento e nei casi in cui si sceglie di fare da sé, orientarsi verso facoltà che aprono prospettive significative. In ogni caso, per ogni percorso di studi intrapreso, studiare con impegno e passione. Chi è valido un impiego attinente al percorso svolto lo trova.



  • Cresce il lusso e il lavoro nel lussoSe c’è un settore che non conosce crisi è proprio quello del lusso. Quello della moda in particolare continua a mettere a segno risultati positivi con un trend che evidenzia un dato incontrovertibile: chi aveva potere di spesa continua a spendere anche oggi. Anzi, oggi, se buon speculatore di mercati finanziari, con maggior potere di acquisto.

    Idem per le calzature e le pelli più in generale: le firme, italiane su tutte le altre, richiamano ancora molti acquirenti attirando a se, in boutique e showroom eleganti e raffinati, clienti da ogni parte del mondo. Russi, cinesi, brasiliani, giapponesi, tra nuovi e vecchi facoltosi, con enormi capacità di spesa, attratti dallo stile “made in Italy” per il quale sono ben disposti a non badare a spese. La moda in particolare è il comparto che più di ogni altro è in crescita rispetto all’anno precedente.

    E così, a fronte di una crisi che sta mettendo in ginocchio tanti settori con gravi ripercussioni sull’occupazione, a luglio la quota di disoccupazione ha raggiunto quota 10,7% con particolari ricadute sulle fasce più giovani, il mondo del lusso non solo va bene quanto è alla ricerca di figure professionali ad hoc.

    Le griffe dell’alta moda intendono investire in figure professionali vecchie e nuove: sarti, modellisti, orditori, tintori, ma anche nell’industria conciaria (addetti alle bottali, alle presse, tagliatori, al controllo qualità, …), dei profumi, come quello del fashion on-line addetti alla vendita del lusso sul web.

    Si tratta di competenze specifiche, non sempre bisognose di titoli di studio rilevanti, da acquisire attraverso corsi e stage specialistici, improntati all’acquisizione di saperi pratici, immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. Il resto lo farà, nel tempo, l’esperienza.

    A chi ama le lingua straniere, in funzione degli acquirenti stranieri, c’è spazio per chi conosce il russo, il tedesco, le lingue orientali, oltre l’inglese che resta la lingua “universale” del commercio.

    Tra i profili più ricercati le nuove figure dei retail buyer e dei retail merchandiser, coloro chiamati a pianificare gli acquisti per l’assortimento dei vari punti vendita e di chi studiando l’andamento delle vendite, interpreta gusti e tendenze orientando l’ufficio style per le future collezioni.

    Si tratta di occupazioni tutte che di certo con cambiano lo stato della disoccupazione del paese Italia. Probabilmente solo di poche “griffate” sistemazioni: certamente di un’opportunità che non ci si può lasciare sfuggire.

     



  • Settembre: scuole aperte anche per i docenti a… concorsoL’attesa è stata decisamente lunga ma, finalmente, il 24 settembre, torna un nuovo concorso nella scuola italiana. 11.892 cattedre negli istituti di ogni ordine e grado, risultati vacanti e disponibili ed altrettanti posti messi a disposizione dal Ministero della Pubblica Istruzione Università e Ricerca (Miur) attingendo alle attuali graduatorie.

    Il concorso, per titoli ed esami, su base regionale, oltre a costituire un vero e proprio evento, si avvarrà delle nuove procedure meritocratiche volte a premiare gli insegnanti più capaci, attraverso due prove, una scritta a gennaio 2013 e la successiva orale, da svolgersi in tempo utile affinché i nuovi assunti possano rendersi già disponibili dal prossimo anno scolastico 2013/14.

    A questo bando, nel maggio del 2013, ne seguirà un secondo che consentirà l’innalzamento delle assunzioni fino a 21.112 unità di personale docente ed educativo.

    Il decreto ministeriale (nr. 74 del 10 agosto 2012) all’art. 2, fissa poi i criteri per le assunzioni a tempi indeterminato sulla base di graduatorie vecchie e nuove.

    Diverse, come c’era da aspettarsi, i commenti dei due ultimi ex ministri.

    Mariastella Gelmini, PdL, promuove l’iniziativa del nuovo maxi concorso voluto da Francesco Profumo pur consapevole dei tagli che incombono sulla scuola; per Giuseppe Fioroni, PD, l’iniziativa del ministro tecnico, il bando avviene ancora sulla base di vecchie regole e graduatorie che hanno come effetto quello di aumentare il precariato.

    Su queste due posizioni si dividono anche le valutazioni dei sindacati.

    Noi pensiamo che l’iniziativa di Profumo sia meritevole: in particolare per l’opportunità offerta a tantissimi giovani docenti ed educatori di apportare nella scuola italiana una ventata di freschezza in fatto di offerta formativa e di “vicinanza-distanza”, in età, dalla popolazione degli studenti.

    Molta, infine, è l’attesa rispetto alle nuove regole con le quali avverranno le assunzioni. Ci auguriamo possano, senza “interferenza” alcuna, premiare le risorse più valide poiché ne disponiamo davvero di tante e sarebbe davvero un peccato, a concorso chiuso, trovarle ancora fuori la porta.

     

     



  • Pur di risparmiare se ne inventano di tutte. Questa davvero sta facendo clamore.

    La proposta del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo è di quelle che facilmente suscita polemiche. E così è stato. L’idea di abolire, accorpandole, le sia pur numerose festività nazionali, sta suscitando commenti di ogni genere, tutti, prevalentemente, in senso contrario.

    festività calendario Monti lavoroL’idea è quella di slittare alla prima domenica utile le feste del 25 aprile, del primo maggio, del 2 giugno e di abolire quelle patronali, certamente le più numerose. I vantaggi? Un punto in meno per il Prodotto Interno Lordo: “è una delle chiavi per risolvere la crisi”, ha affermato il sottosegretario.

    Ma non ci sta nessuno. È una proposta che sia laici che cristiani rifiutano categoricamente: per le possibili ricadute sul turismo dei giorni festivi che, in particolare, per il legame che unisce la popolazione italiana a quel giorno di festa. Un legame fatto di rievocazione storica (abbiamo appena compiuto 151 anni di unità nazionale e 64 di Costituzione) o di religiosità popolare: nessuno dei due trascurabile.

    Anche noi non ci stiamo. Ci pare davvero poca cosa. Il punto di Pil risparmiato può benissimo essere recuperato attraverso maggiori investimenti e non sacrificando, ancora una volta, l’Italia che lavora. Altro che crescita: solo maggiore frustrazione. Come se non bastasse quella già in atto per le vicende a noi tutte note.

    Mi permetto allora chiudere con un po’ di amara ironia facendo memoria dell’antico detto “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi” invitando il sottosegretario Polillo , a non parlare con leggerezza e in modo irriverente di Dio, dei santi e di quelle feste celebrative la storia d’Italia. Per quanto ne sappia pare che Sant’Ambrogio, San Gennaro, San Francesco, Sant’Antonio, San Pietro e San Paolo, e così via tutti i santi, si dice siano “tignosi”: si infastidiscano facilmente se provocati. Meglio lasciarli stare. Al peggio non c’è limite!

     



  • Se il lavoro non c’è non è detto che non si possa pensare di crearlo da sé!

    L’idea di <mettersi in proprio> non è malvagia, soprattutto se attorno alla stessa si è capaci di coinvolgere più energie: persone motivate da quella stessa idea, disponibili a giocarsi da protagoniste, con entusiasmo e una buona dose di tenacia.

    Gli esempi in questa direzione non mancano: in particolare nel campo dei mestieri di un tempo, artigianato e agricoltura, ad esempio, o nelle nuove tecnologie. Il web lo scorso anno ha offerto opportunità lavorative a più di 30.000 unità.

    Quali i passi preliminari prima di aprire bottega.

    Occorre, innanzitutto, un’idea avvincente. La stessa può essere frutto di una fantasia o di un sogno coltivato da qualche tempo, un hobby, ma anche una particolare abilità posseduta o l’ampliamento di un’attività già in esercizio. In ogni caso, da qualsiasi cosa prenda origine, l’idea va confrontata con il mercato di riferimento: deve essere tale da soddisfare una precisa richiesta di un numero tale di soggetti bisognosi di quel servizio o bene che si intende offrire o produrre.

    Più l’idea è innovativa, attrattiva, competitiva, perseguibile, più la stessa è in grado di rivelarsi remunerativa: capace cioè, di offrire congrua remunerazione a chi ha investito nell’impresa e, soprattutto, in particolare nei primi anni di attività, di garantirne la continuità nel tempo.

    L’innovazione richiede una scelta di campo: la capacità di differenziarsi da quanto è già presente nel mercato e in quel contesto particolare; occorre quindi, per essere attrattiva, possedere una propria originalità capace di richiamare, meglio delle concorrenti, una clientela specifica; la competitività è dettata da mirate azioni strategiche (la sintesi tra la mission e la vision aziendale) che ne specificano le modalità di attuazione; ed infine, un esame attento delle risorse a disposizione configura la fattibilità, la perseguibilità, del progetto d’impresa.

    Passaggio delicato quello della fattibilità che richiede, come in un progetto personale, una valutazione attenta dei punti di forza e di debolezza. E’ dall’esame di questi ultimi che si apportano correttivi al progetto o, addirittura, si sceglie di abbandonare il campo.

    Valutando di andare avanti si da inizio alla realizzazione dell’impresa.

    Di questo ne parleremo nei prossimi giorni.



  • Manca poco più di un mese ai fatidici esami di maturità. Un mese per aprire le porte ad una scelta che si rivelerà determinante per i futuri scenari lavorativi.

    Percorso di laurea o il tentativo di tuffarsi immediatamente nella ricerca di un lavoro? I più, dicono le statistiche, preferiscono la prima via: in tanti orientati dal sogno di un’occupazione desiderata; altri ancora come temporaneo parcheggio in attesa di sviluppi.

    lavoro giovani superiori formazione universitàIn ogni caso si impone un momento di orientamento che, prima ancora di essere determinato da un sogno nel cassetto, deve fare i conti con le proprie competenze e la conoscenza di sé: le abilità possedute, i limiti, la propensione progettuale, l’autonomia, il senso di responsabilità.

    Oltre ogni supporto offerto dagli stessi Istituti scolastici e da altri Enti territoriali, è quantomeno consigliabile l’occasione di un incontro con counselor capace di attivare le risorse personali e fare da sostegno per la scelta. Si tratta, infatti, di una scelta importante che segna una fase di passaggio da uno stadio di vita all’altro e che deve fare i conti con la difficile condizione di adolescenza e le prospettive di un mercato del lavoro, di questi tempi, non proprio rosee.

    Ricorrendo a più strumenti, la rosa delle competenze, il bilancio delle competenze, ed altri ancora, diventa possibile orientarsi facendo leva sulle proprie capacità di scegliere e di scegliere in modo intenzionale, consapevoli del percorso che si sta per intraprendere. Si tratta poi di strumenti che, una volta approntati, consentono di monitorare ogni possibile sviluppo.

    La laurea consente di affacciarsi al mondo del lavoro con maggiori competenze, soprattutto se sviluppate attraverso un percorso di studi serio. Altra opportunità, più recente, è quella offerta dalle Regioni attraverso percorsi formativi integrati alla formazione professionale (questo già a partire dalle scuole superiori): la frequenza di master e stage, al raggiungimento del diploma, consente poi di acquisire ulteriore formazione specialistica.

    In entrambi i casi occorre porre attenzione agli scenari futuri: prepararsi a lavori che ancora non sono stati creati, frutto delle nuove tecnologie e/o di bisogni nascenti, o ai lavori di sempre ma con quel quid in più capace di renderli originali e innovativi.

    In ogni caso, qualunque sia la scelta del percorso di studi, sviluppare competenze utili ad imparare ad apprendere piuttosto che una specializzazione troppo specifica.

     



  • C’è crisi, c’è crisi” è l’affermazione, sostenuta in tono canzonatorio, dei simpatici presentatori di Striscia la notizia. Come dire, ogni agire umano, anche il più ridicolo, è riconducibile e giustificabile a questo tempo di crisi.

    crisi mercato immobilismoE dietro questo termine è uso e costume umano nascondersi per mascherare ogni forma di fallimento o, peggio, di immobilità: meglio non muoversi dalla propria zona comfort e attendere tempi migliori. Mi è toccato così osservare venditori, amministratori, dirigenti, ma anche persone alle prese con la quotidianità, praticamente ferme, statiche, decisamente poco reattive, subire questo tempo.

    Che la crisi ci sia è innegabile. Tuttavia è altrettanto innegabile che in tanti, la crisi, abbia fatto breccia nella mente, e da lì continui a paralizzare ogni iniziativa minando motivazioni e agire.

    Qualche tempo fa qualcuno mi spiegava che nei paesi orientali la parola crisi si compone di quattro segni: due hanno come significato <distruzione>, due <opportunità>. Nella sua etimologia latina e greca, significa <svolta>, cambio di direzione.

    Si tratta di scegliere da che parte stare o, se preferite, da che parte osservare la crisi: se come distruzione, prima o poi esaurirà ogni nostra energia e ogni buona intenzione con il solo (prevedibile) risultato di demolire quanto, non senza fatica e utilizzo di risorse, si è costruito. Se la si coglie come opportunità è questa l’occasione per mettere in gioco tutte le competenze acquisite, magari apportandone di nuove, al fine di progettare e pianificare un agire diverso, più da protagonisti e da artefici del proprio divenire. Progettare e realizzare il cambiamento.

    In questo secondo caso occorre una buona dose di coraggio utile a superare ogni resistenza: insomma assumere un vero e proprio atteggiamento da leader, fortemente motivato e intenzionalmente orientato ai risultati.

    Quali sono le risorse e le competenze sulle quali puoi contare? Quali le resistenze che frenano ogni tua iniziativa?

    In una battuta conclusiva, prima di riprendere in seguito il discorso: tu da che parte stai?



  • Il tema della riforma del lavoro, oltre ogni disquisizione sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, si pone come grande obiettivo, tra gli altri, di offrire nuova occupazione, in modo particolare, ai giovani.

    patto aziende lavoratori giovani articolo 18Una sfida e un traguardo davvero avvincenti considerando le difficoltà, economiche e finanziarie, nelle quali versano tantissime imprese del nostro Paese (e non solo). C’è il serio rischio per tanti soggetti di trovarsi esclusi dalla possibilità di accedere ad una qualsiasi forma occupazionale.

    Tuttavia, oltre ogni riforma, diventa necessario un cambiamento da porre alla base di ogni scelta: quello di dare maggiore risalto al merito e di mettere al bando, finalmente, ogni forma di privilegio.

    Scelta non di poco conto poiché la stessa mette in evidenza la necessità di porre fine alla contrapposizione tra capitale e forza lavoro: tra imprenditori e lavoratori.

    Proprio partendo da questa contrapposizione, si delinea sempre più l’esigenza di una nuova forma di dialogo nelle relazioni lavorative, in quelle comunemente chiamate risorse umane: imprenditori e lavoratori hanno bisogno di coltivare insieme valori quali il merito, la motivazione, l’impegno, la condivisione. E ciò perché, in questo tempo di competitività spinta ai massimi livelli, l’azienda raggiunge migliori risultati soltanto premiando comportamenti virtuosi, sapendoli innescare nella forza lavoro.

    I cambiamenti investono entrambe le parti: l’imprenditore deve poter investire in formazione, motivazione, coinvolgimento e il lavoratore deve poter restituire tutto ciò in termini di responsabilità, investendo non solo in termini di “braccia” (operosità) ma anche di intelligenza e motivazioni. Comportamenti, da entrambe le parti, virtuosi: vale a dire capaci di mettere in pratica la “verità” dei valori dichiarati.

    Il merito è ciò che premierà, frutto di doti personali ma anche, e soprattutto, di studio e formazione continua.

    Alcune domande, ma con la stessa matrice: quanti sono gli imprenditori impegnati sul fronte della motivazione, della formazione e del coinvolgimento dei propri lavoratori? Sono attenti nel rilevare la soddisfazione dei propri dipendenti, a saperne leggere i bisogni e ad attuare politiche nella direzione di quei bisogni?

    Quanti i giovani in cerca di prima occupazione (e chi già ha un posto di lavoro) seriamente impegnati in percorsi di formazione, innovazione, consapevoli dei propri punti di forza ma, anche, dei propri limiti (assessment)?

    Qualità personali e merito camminano l’uno accanto all’altro e sarebbe interessante sapere che c’è già, su un fronte o sull’altro, qualcuno impegnato in questa direzione.

     



  • Dopo tanto parlare e non poche polemiche, sembra essere arrivata al traguardo la riforma del mondo del lavoro. A confermarlo sono le parole del leader della Uil Angeletti, che sottolinea come si sia ormai vicini ad un accordo accettabile, tra Governo e parti sociali. I sindacati contano di firmare l’accordo in maniera unitaria, infatti, anche Bonanni segretario della CISL ha escluso che con il Ministro Elsa Fornero si possa arrivare alla firma di una riforma che escluda la CGIL della Camusso.

    Questo dovrebbe tranquillizzare molti, viste le garanzie e i paletti chiesti dalla CGIL e dalla FIOM, primo fra tutti il mantenimento dell’articolo 18, su cui tanto si è discusso; che limita la possibilità di licenziare delle aziende, tutelando i lavoratori. Articolo che tanto vorrebbe eliminare il CEO della FIAT Sergio Marchionne, e su cui anche la Marcegaglia ha fatto più di una pressione. Forse pensando di poter così portare in dote per le prossime elezioni di Confindustria l’abbattimento di un totem, visto come fumo negli occhi da gran parte degli imprenditori di casa nostra.

    A chiedere di stringere i tempi per una delle riforme chiave di cui si deve occupare il governo dei tecnici, è proprio il Presidente del Consiglio dei ministri. Per Mario Monti, infatti, la riforma dovrebbe essere approvata entro il 23 marzo, così da poter poi avviare il dovuto iter parlamentare che la renda “legge”.

    Intenzione della Ministro Fornero è, con questa riforma, riuscire ad abbattere la disoccupazione “reale” al 4-5% e diminuire drasticamente il numero di contratti atipici, che rendono soprattutto i giovani italiani dei lavoratori precari. La lotta al precariato sembra proprio essere una delle priorità del Governo, così come dei sindacati. Vedremo se questa riforma alla fine conterrà davvero misure in grado di dare a noi tutti un futuro migliore, che preveda magari anche una pensione (non virtuale).