Categoria: Lavoro


  • Il mercato del lavoro tedesco è diventato un modello di riferimento per tutti i paesi europei. Non è un caso che la Germania sia diventata il motore trainante dell’Unione Europea e che presenti il più basso livello di disoccupazione fra tutti i Paesi membri.
    Il 2014, da questo punto di vista, è stato un altro anno d’oro per i tedeschi. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto la cifra record del 4,7%. Più basso persino del 2013, quando già si era attestato sotto il 5%.
    Come riporta l’Istituto di Statistica Destatis, il numero dei disoccupati è diminuito di 77mila persone, -3,5% rispetto al 2013. Questo è l’ottavo anno consecutivo che nello stato teutonico aumentato il numero degli occupati, facendo registrare cifre record nella storia tedesca.

    caschetto lavoroSe è vero, dunque, che l’economia europea fatica a ripartire, il discorso non è valido per la Germania. E qui il confronto con l’Italia è impietoso. Secondo i dati forniti dall’Istat e riportati qualche giorno fa, è proprio il tasso di disoccupazione il macro-aggregato più preoccupante per il nostro paese. Crescono, infatti, le esportazioni, i consumi, i livelli produttivi e con essi è atteso un parziale aumento del Pil. Rimarrà pressochè invariato, invece, il tasso di disoccupazione, attestabile sempre attorno al 13%. Ben al di sopra dunque del 4,7% tedesco.

    Il mercato del lavoro tedesco è un sistema dinamico, dove il servizio di placement, il reddito di cittadinanza ed i mini-contratti di lavoro riescono ad interagire in maniera perfetta. Il risultato è un sistema che premia chi cerca attivamente lavoro e rimane così costantemente all’interno del circuito occupazionale.
    L’idea generale di Renzi sarebbe stata quella di emulare la Germania. Il Jobs Act, tuttavia, sembra lontano dal modello tedesco, se escludiamo la flessibilità che esso promuove nel rapporto di lavoro.
    Dunque, il miracolo tedesco, con tutte le sue contraddizioni e controindicazioni, è lontano per l’Italia e per la maggior parte dei paesi europei. E lo sarà probabilmente per molti anni ancora.



  • Una delle principali differenze in materia di licenziamenti è quella tra licenziamenti economici e disciplinari. Si tratta di due fattispecie che differiscono per la causa della fine del rapporto di lavoro. Nel primo caso, infatti, abbiamo di fronte una motivazione di natura oggettiva e che dunque concerne cause esterne al comportamento del lavoratore. Per quanto riguarda, invece, il licenziamento disciplinare, è strettamente collegato alla condotta del soggetto, la quale può causare, appunto, il termine precoce del rapporto lavorativo.

    22_09_2014Il nuovo articolo 18 disciplina in maniera diversa i casi di licenziamenti illegittimi di natura economica e disciplinare. Il giudice non ha alcun margine di manovra qualora l’illegittimità sia dovuta a cause di natura oggettiva. In questa circostanza non può mai essere prescritto il reintegro del lavoratore sul posto di lavoro.
    Verrà ad essere commisurato, invece, un indennizzo, il cui ammontare dipende dall’anzianità di servizio del lavoratore. La somma varia da un minimo di quattro ad un massimo di ventiquattro mensilità.

    La disciplina più problematica è certamente quella dei licenziamenti disciplinari. Sul punto c’è stata una forte battaglia politica all’interno dello stesso partito del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. In un primo momento sembrava, infatti, dovesse essere eliminata la reintegrazione per tutti i tipi di licenziamenti disciplinari.
    La mediazione avvenuta dentro il Pd ha, però, comportato una parziale modifica della disciplina normativa. Viene, difatti, lasciato un piccolo margine di discrezione al giudice, qualora venga dimostrata l’insussistenza del fatto materiale che ha comportato la fine del rapporto di lavoro.
    Solo ed esclusivamente in questo caso, il giudice può ordinare il reintegro, altrimenti si applicherà la stessa disciplina sui licenziamenti illegittimi per causa oggettiva.
    Nei decreti delegati, il legislatore è stato molto chiaro. L’ipotesi della reintegrazione è possibile solamente se il comportamento oggetto del provvedimento risulta essere totalmente insussistente. Non importa, dunque, se la pena commutata sia eccessiva rispetto all’azione compiuta dal lavoratore, in quel caso non può essere comunque applicata la reintegrazione.
    Dunque, il margine di discrezionalità del giudice è abbastanza limitato. La differenza tra licenziamenti illegittimi per causa oggettiva e soggettiva viene disciplinata in maniera diversa, ma la linea di demarcazione diventa evidentemente sempre più sottile.



  • Contratto a tutele crescenti. Sembra essere questa la parola chiave del Jobs Act. Ma di cosa si tratta? A quali tutele si riferisce? Crescono effettivamente i diritti dei lavoratori? É bene fare chiarezza.
    Cominciamo col dire che si tratta di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, una forma contrattuale che il Governo Renzi ha voluto incentivare. Lo ha fatto promuovendo agevolazioni fiscali per tutte quelle aziende che assumeranno lavoratori a tempo indeterminato.

    Per tutti i nuovi assunti, dunque, si applicherà tale forma contrattuale. C’è, però, un’eccezione. Qualora un’azienda superi i 15 dipendenti attraverso le nuove assunzioni, a quel punto il contratto a tutele crescenti si applicherebbe anche ai lavoratori assunti in precedenza.
    Si parla, appunto, di tutele crescenti. Ma in quale situazione? La dizione “tutele crescenti” riguarda solo i casi di licenziamento illegittimo.
    Qualora il giudice dovesse accertare l’illegittimità della fine del rapporto di lavoro, il dipendente non avrebbe più diritto alla reintegrazione immediata, ma solamente ad un indennizzo economico crescente in base all’anzianità di servizio. L’ammontare della somma va da un minimo di 4 ad un massimo di 24 mensilità, a seconda di quanto tempo il lavoratore è stato impiegato per quella azienda.
    In generale, la disciplina normativa prevede che due mensilità corrispondano ad un anno di servizio. Il Governo ha comunque voluto inserire un indennizzo minimo, in modo da non incentivare troppo il ricorso al licenziamento, soprattutto per i dipendenti assunti da poco tempo.

    caschetto lavoroPersistono comunque due fattispecie escluse da questa disciplina dell’art. 18. Si tratta dei licenziamenti discriminatori e di un numero limitato di casi di licenziamento disciplinare. Solo in queste due circostanze il lavoratore ha diritto ad essere reintegrato immediatamente nel proprio posto di lavoro. Tutte le altre fattispecie di licenziamento individuale e collettivo, invece, seguono la modifica dell’art. 18.

    In via definitiva l’intento del legislatore sembra essere chiaro: aumentare la dimensione delle aziende, incentivando i datori di lavoro ad assumere, e rendere il mercato del lavoro più flessibile all’interno del rapporto lavorativo. Gli effetti di questa manovra sono, però, tutt’altro che prevedibili, nella speranza che l’offerta e la domanda di lavoro possano dimostrarsi non solo flessibili, ma anche e soprattutto dinamici.



  • In questi giorni di dibattito sul Jobs Act e sulla Legge di Stabilità, si parla tanto di costo del lavoro. Le imprese sono spesso costrette a sopportare oneri eccessivi, che esulano dalla retribuzione dei propri lavoratori dipendenti. Parliamo ovviamente dei contributi fiscali e di tante altre spese che rendono la vita difficile alle aziende. Assumere è diventato un costo sempre più insostenibile.
    Ecco perchè le associazioni di rappresentanza degli imprenditori chiedono di diminuire le tasse (una su tutti l’Irap), in modo da creare più opportunità di lavoro.

    27102014I dati forniti dall’Istat, in riferimento all’anno 2012, ci aiutano ad avere un quadro più chiaro della situazione. Ma cosa ancora più rilevante, ci permettono di effettuare un’analisi comparata tra il costo del lavoro in Italia e quello negli altri paesi europei.
    Ne viene fuori un ritratto per certi aspetti sorprendente. Il costo del lavoro medio per ogni dipendente è di 41.300 euro in quelle aziende con più di 10 dipendenti nel settore dell’industria e dei servizi.
    Di questa cifra, però, poco meno di 30.000 euro sono destinati alla retribuzione del lavoratore, il resto, infatti, viene versato come contributi sociali (si parla di una cifra superiore agli 11.000 euro), i quali, dunque, incidono sul costo del lavoro per il 27,3%.
    Il peso dei contributi risulta essere sopra la media dei paesi dell’Unione Europea, che è del 23%. Solo la Francia e la Svezia presentano livelli superiori all’Italia. Questo dato dimostra come l’incidenza della tassazione sia effettivamente pesante nel nostro Paese.

    Sorprende, invece, il confronto con gli stati europei in materia di retribuzione. Qui, l’Italia fa registrare dei numeri inferiori alla media. La retribuzione lorda oraria, infatti, di un lavoratore dipendente italiano è di 19,9 euro l’ora, mentre la media europea è 21,2 euro. Stesso discorso per il costo del lavoro orario, 27,5 euro in Italia contro i 28,4 dei paesi dell’Eurozona.

    Provando a riassumere questi dati, l’Italia si trova sopra la media in quanto ad incidenza dei contributi sul costo del lavoro e sotto la media europea come retribuzioni. Qualcuno potrebbe azzardare che il livello dei salari è strettamente collegato alla tassazione troppo elevata, poichè costringe i datori di lavoro a pagare di meno i propri dipendenti.
    Difficile stabilire un rapporto di causa-effetto certo. Ovviamente un abbassamento del peso dei contributi potrebbe avere degli effetti importanti, sia in termini di posti di lavoro creati che di innalzamento delle retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti.



  • Siamo ormai agli sgoccioli per la Legge di Stabilità. Discussi tutti gli emendamenti presentati in Commissione Bilancio al Senato, dovrebbe arrivare in aula tra oggi e domani, quando è previsto il voto di fiducia per l’approvazione.
    In questi giorni si è parlato molto di un aumento della tassazione dei Fondi pensione, che sarebbe passata dall’11% al 20%. Inizialmente sembrava si potesse trovare un compromesso, facendo crescere la tassazione solamente fino al 17,5%. Invece non sarà così.
    Rimarrà, infatti, tale incremento, ma verrà compensato se quei soldi verranno investiti dai risparmiatori in opere pubbliche.
    Molto importante anche la decisione presa dal Governo sui patronati. La Legge di Stabilità aveva previsto dei corposi tagli alla loro attività, per un ammontare di circa 150 milioni di euro. Questa scelta, unita all’istituzione del 730 precompilato, aveva scatenato l’ira dei patronati. L’esecutivo pare aver fatto un passo indietro a tal proposito: i tagli, difatti, verranno notevolmente ridotti, passando dai 150 milioni paventati a 35. Una bella boccata d’ossigeno per migliaia di lavoratori in fermento.

    17112014Parallelamente alla Legge di Stabilità, il Governo ha cominciato ad elaborare i primi decreti attuativi del Jobs Act. C’è grande attesa per verificare nel dettaglio la disciplina del nuovo articolo 18, con riferimento in particolare ai licenziamenti disciplinari. Quest’ultima, infatti, risulta essere la fattispecie più problematica poichè la scelta tra reintegro ed indennizzo economico dipenderà da caso in caso. La disciplina delle singole fattispecie risulterà, dunque, determinante.
    Come riporta il Corriere della Sera, secondo le prime indiscrezioni, pare che il reintegro per i licenziamenti disciplinari ingiustificati sarà possibile solo se quest’ultimo deriva da un fatto materiale insussistente.
    Per quanto riguarda, invece, i licenziamenti economici, ci sarà sempre e solo un indennizzo che corrisponderà minimo a tre mensilità, indipendentemente dall’anzianità di servizio.
    Verrà ricompresa, infine, nella categoria dei licenziamenti economici anche quello per scarso rendimento. Quest’ultima norma appare di difficile interpretazione e scatenerà certamente molte polemiche. Lo scarso rendimento, infatti, è evidentemente un caso limite tra i motivi disciplinari ed economici e lascia in mano al datore di lavoro molto potere discrezionale.
    Vedremo se il legislatore proseguirà su questa strada molto impervia.



  • In via sperimentale, per ciascuno degli anni 2013, 2014 e 2015, il lavoratore percepente l’indennità Aspi, può richiederne la liquidazione degli importi pari al numero di mensilità non ancora percepite, al fine di intraprendere un’attività di lavoro autonomo, avviare un’attività in forma di auto impresa o per associarsi in cooperativa.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaCon la Circolare n. 142 del 18 dicembre 2012 recante “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, l’INPS fornisce chiarimenti in merito alle nuove prestazioni a sostegno del reddito e contro la disoccupazione involontaria, ASpI e mini-ASpI, istituite dalla legge (art. 2) con decorrenza 1 gennaio 2013.

    Di questi tempi, purtroppo, capita sempre più spesso che nella vita di un lavoratore ci siano periodi di fermo dall’attività, non a causa sua. In seguito al licenziamento o a dimissioni per giusta causa, si può ricorrere così agli istituti a sostegno del reddito, altrimenti detti indennità di disoccupazione Aspi e mini Aspi.

    In questi casi è il sistema previdenziale italiano, nella figura dell’INPS, che provvede a ad elargire, dietro domanda, questa indennità. Sono destinatari tutti i lavoratori dipendenti, ivi compresi gli apprendisti, i soci lavoratori di cooperativa che abbiano stabilito, con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo, un rapporto di lavoro in forma subordinata.

    L’Aspi viene erogata mensilmente attraverso l’accredito da parte dell’Inps di un assegno (75% della retribuzione lorda del lavoratore) ma per il triennio 2013-2015, il Ministero del Lavoro ha sbloccato 20 milioni di Euro, ad anno, affinché l’indennità, per chi lo richiedesse, possa essere liquidata in un’unica soluzione, con lo scopo di reinvestire la somma in una nuova attività lavorativa.

    Il Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali n. 73380, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, del 29 marzo 2013 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’8 giugno 2013, e disciplina questa modalità di anticipazione delle somme. I lavoratori che intendono avvalersi della liquidazione in unica soluzione della prestazione Aspi, devono trasmettere telematicamente all’INPS domanda recante la specificazione circa l’attività da intraprendere o da sviluppare. L’istanza dovrà essere corredata dalla documentazione comprovante ogni elemento che attesti l’assunzione di iniziative finalizzate allo svolgimento dell’attività, che nel dettaglio possono essere:

    • Intraprendere un’attività di lavoro autonomo;
    • Avviare un’attività di auto impresa o di micro impresa;
    • Associarsi in cooperativa in conformità alla normativa vigente;
    • Oppure sviluppare a tempo pieno un’attività autonoma già iniziata durante il rapporto di lavoro dipendente la cui cessazione ha dato luogo alla prestazione ASpI o mini-ASpI.

    La domanda dovrà essere trasmessa entro i termini di fruizione della prestazione mensile Aspi e mini Aspi e, comunque, entro 60 giorni dalla data di inizio dell’attività autonoma o dell’associazione in cooperativa. Ovviamente L’INPS provvederà al monitoraggio degli oneri derivanti dal riconoscimento di tali benefici, trasmettendo le relative risultanze al Ministero del lavoro e delle politiche sociali e al Ministero dell’economia e delle finanze.

     



  • Crisi a parte, le oramai imminenti festività natalizie porteranno con sé un incremento del giro di affari in quei settori che da sempre, in tali periodi, diventano oggetto di acquisti quasi “irrinunciabili”. Si taglierà qualche eccesso, ma si spenderà comunque di più sebbene con portafogli alleggeriti da qualche nuova tassa o dalla tredicesima ridimensionata.

    Assunzioni nelle feste di nataleA beneficiarne saranno i settori della grande distribuzione, dei giocattoli, dell’abbigliamento e della pelletteria, così come quelli della tecnologia e della gioielleria e, più o meno indirettamente, un numero di circa 5.000 persone che proprio di questi periodi trovano occasioni di lavoro in veste di cassieri, scaffalasti, addetti alle vendite, per via del maggior numero di clienti che prenderanno d’assalto numerose attività commerciali.

    Il dato è dell’Agenzia per il Lavoro che ha individuato queste categorie di lavoratori tra quelle che maggiormente beneficiano di opportunità impiegatizie durante i periodi di festività, del Natale in particolare.

    Tra i requisiti richiesti, l’esperienza è quella che prevale sulle altre. Il tempo a disposizione per la formazione non c’è: pertanto la scelta ricade su personale esperto, meglio se già a conoscenza del prodotto o dei prodotti di quel determinato settore, capace altresì di saper accogliere e trattare con i clienti il più delle volte snervati dalla frenesia di quei giorni (che dovrebbero essere di festa).

    Se si mira a posti in attività della moda o delle grandi firme, soprattutto nel centro nord del Paese, la conoscenza dell’inglese o di altre lingue, russo e cinese su tutte (sono quelle parlate dai nuovi magnati in giro per il mondo), costituisce biglietto da visita privilegiato rispetto ad altre candidature.

    Attenzione alle fregature: ricordarsi di richiedere sempre una forma di contratto a tutela dei propri diritti. Che sia tempo determinato o, per i più fortunati, indeterminato, ricordarsi sempre di firmarne uno chiaro in tutti i suoi aspetti.



  • la valigia di cartone - emigrazioneIn media, ogni anno, 24.000 giovani dopo il diploma, approdano ad università del Centro-Nord abbandonando il Mezzogiorno del Paese: uno su cinque!

    Di questi, quelli che fanno ritorno ai propri territori d’origine sono all’incirca 6000: vale a dire meno della metà di coloro che, una volta laureati, scelgono di investire i saperi acquisiti nei luoghi di partenza, ricercando occupazione altrove.

    I numeri sono dell’Ufficio studi dell’Istituto per ricerche e attività educative (Ipe) sui flussi migratori degli studenti universitari in Italia basata su dati del ministero della pubblica Istruzione, “Migrazioni intellettuali e Mezzogiorno d’Italia” di Serena Affuso e Gaetano Vecchione, nonché dello Svimez.

    Un Sud sempre più povero di cervelli, il 20% della popolazione universitaria, che perde così ogni prospettiva di miglioramento non riuscendo ad attrarre, attraverso i propri atenei, altri studenti provenienti da altre regioni.

    Calabria, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, ma anche Basilicata e Molise, le regioni più soggette al fenomeno migratorio e incapaci di attrarre nuove matricole: nell’anno accademico 2010-2011 hanno attratto meno del 10% della popolazione studentesca con “perdite” elevatissime, pari al 40% per la Calabria e più del 30% per la Puglia. Idem per la Campania, dove il bilancio tra nuovi ingressi provenienti da altre regioni e migrazioni è negativo e così per l’Abruzzo capace di attrarre il 47% di studenti ma di perderne di propri in misura del 30%, il Molise che ne riceve il 43% perdendone il 60% e la Basilicata con un saldo negativo del 50%.

    A questo punto si può parlare di vera e propria fuga. Le ragioni sono tante e lo spazio poco per avviare ogni riflessione più corposa. Tuttavia è fin troppo evidente che la leva sta nel post laurea, negli sbocchi occupazionali che il Centro-Nord dell’Italia, nonostante la crisi, ancora oggi riesce ad offrire in misura maggiore del Sud.

    A ciò si aggiungono alcune differenze riscontrabili nell’offerta formativa proposta dagli atenei, più a contatto con il territorio e, più in generale e dato non trascurabile, una migliore qualità della vita riscontrabile non tanto sul piano relazionale e dei legami familiari quanto nel minor degrado delle città e la minore presenza di fenomeni malavitosi.

    E non è cosa da poco.



  • E-labora 2012 - Lamezia Terme

    Seconda edizione a Lamezia Terme (Catanzaro), i prossimi 8 e 9 novembre, con “E-Labora. Il lavoro possibile”, promosso dall’amministrazione Provinciale di Catanzaro.

    Due giorni dedicati ai temi del lavoro alla presenza di istituzioni, confederazioni, imprenditori ed esperti, finalizzati a sviluppare riflessioni ed azioni concrete su: “competenze per il lavoro che manca” e “strumenti per chi cerca lavoro e chi cerca lavoratori”.

    Il tutto attraverso seminari e, in particolare, stand di imprese che nel presentarsi manifesteranno anche i propri fabbisogni di competenze professionali delle quali sono in ricerca: un punto di incontro tra domanda e offerta di lavoro che fa di “E-Labora” un appuntamento speciale, come pochi in Italia.

    Sarà presente all’evento anche il camper di “dConsulting by dpixel”, che promuoverà attività finalizzate allo scouting di idee imprenditoriali e promozione di progetti di impresa.

    “E-Labora” 2012 si svolgerà nell Teatro Umberto di Lamezia Terme.

    Per ulteriori informazioni ci si può collegare al sito ufficiale della manifestazione.



  • Salari bassi per i neoassuntiCome se non bastasse già la crisi a metterci del suo, ed anche in modo rilevante, un nuovo problema si affaccia per quanti un posto di lavoro lo hanno ed, in particolare, se trattasi di giovani neo assunti: stipendi e salari sono sempre più bassi.

    Imputare però solo alla crisi questo fenomeno non è corretto. Altri fattori, non di poco conto, contribuiscono a far sì che quanto percepito non basti più ad arrivare a fine mese, pur contenendo ogni “eccesso” e limitandosi alle spese essenziali: alto costo (leggi, tasse) del lavoro; contratti atipici a iosa; imprenditori antichi ancorati a vecchie idee e poco disponibili ad un confronto con il mondo giovanile; l’inflazione; l’anzianità di servizio che produce costi in ascesa (contrariamente a quanto accade in altri paesi d’Europa). Fattori tutti che, per cause diverse, stanno determinando una contrazione degli emolumenti.

    E sono proprio i giovani a farne maggiormente le spese: le indagini ci dicono che in tre anni le retribuzioni dei neolaureati sono calate di oltre il 10% non consentendo loro, nonostante la conquistata “autonomia” economica, quel distacco dalla famiglia e costringendoli ancora ad una “dipendenza” che arriva anche fino a trent’anni (se non qualche tempo in più!). Una percentuale, quella indicata, che diventa maggiore se i laureati sono in possesso di un titolo specialistico (13%): a conti fatti una retribuzione media che si attesta tra i 700 e i 1000 euro.

    Su questi dati incidono notevolmente i contratti di lavoro: i giovani anziché venire assunti come dipendenti subordinati vengono inquadrati come “autonomi”: co.co.co., co.co.pro. collaborazioni a partita iva (di cui la ben nota “caccia”, dell’attuale governo, alle partite iva nascoste tra le pieghe aziendali), sganciati dai contratti nazionali, “dispensando” così i datori di lavoro dall’erogazione di salari e stipendi adeguati alla mansione ricoperta: più bassi, senza tredicesima (figuriamoci poi la quattordicesima), senza trattamento di fine rapporto.

    Se aggiungiamo a ciò il ritardo con il quale avviene il rinnovo contrattuale dei lavoratori dipendenti (l’Istat parla di un’attesa media di 27 mesi) e quella fastidiosa “sotto-cultura” che vuole, in particolare i piccoli imprenditori – generalmente poco scolarizzati – non circondarsi di laureati temendo, piuttosto che valorizzare, di portarsi in casa un potenziale concorrente, il quadro nel quale leggere la contrazione salariale risulta essere, più o meno, delineato.

    La sfida è su più fronti: incentivare forme di lavoro stabili ma, soprattutto, promuovere, attuare e verificare il porre in essere contratti trasparenti riconducibili a poche tipologie; combattere il fenomeno del lavoro in nero; ridurre la tassazione sui costi del lavoro; favorire un percorso scolastico che orienti al mondo del lavoro “reale”; sostenere retribuzioni che premino il merito.

    E probabilmente altro ancora.



  • Giovani e disoccupazioneLa notizia oramai non desta più sorpresa. Sul fronte della disoccupazione i dati relativi al mese di agosto pareggiano i livelli record dei mesi di giugno e luglio, attestandosi al 10,7% ma, e la notizia probabilmente sta in questo, in aumento del 2,3% su base annua.

    All’Istat, questo ingrato compito, di sviscerare mensilmente dati, da un po’ di tempo a questa parte, sempre più sconfortanti, in particolare per l’universo femminile dove il livello di occupazione scende ancora di uno 0,3% anche su base annua: 80mila unità in meno.

    La disoccupazione giovanile, in età 15-24 anni, è al 35,3%, in calo di uno 0,5% rispetto al mese di luglio, ma aumenta su base annua (5,6%), così come gli inattivi, tra i 15 e i 64 anni, dello 0,6% pari a 92mila unità in meno.

    In soldoni, su base annua, le persone alla ricerca di un posto di lavoro aumentano di 640mila unità, pari al 30,4%, raggiungendo la cifra di 2.774.000 unità. In Italia il dato più alto dal gennaio 2004.

    Il fenomeno tuttavia non si ferma solo al nostro Paese per estendersi, informa più o meno generalizzata, all’intera Europa dove solo Austria (4,5%), Lussemburgo (5,2%), Olanda (5,3%) e Germania (5,5%) registrano i tassi più bassi a fronte di Stati come la Grecia e la Spagna con cifre ancora maggiori rispetto all’Italia: rispettivamente con tassi di disoccupazione del 55,4% (a giugno) e del 52,9%. Sono 25milioni i giovani in cerca di prima occupazione.

    Nell’Eurozona, i Paesi dove circola l’euro, si contano complessivamente 11milioni e 196mila disoccupati pari all’11,4%.

    Negli Usa la disoccupazione, ad agosto, è dell’8,1%, in Giappone al 4,1%.

    I commenti, unanimi nel definire “preoccupante e inaccettabile” tale situazione si sprecano. Purtroppo non si sprecano le iniziative volte ad affrontare con determinazione un fenomeno che, come dicevamo, di record in record, ricade soprattutto sulle fasce giovanili di molti Paesi a partire proprio dall’Italia.

    Un po’ com’è accaduto per il provvedimento del fondo salva-Stati, non sarebbe poi così pellegrina l’idea di un tavolo europeo capace di affrontare comunitariamente il problema disoccupazione con interventi, anche finanziari, destinati alle piccole, medie e grandi industrie.

    Maggiore occupazione equivale, in buona sostanza, alla ripresa dell’economia.

    Perché aspettare ancora?



  • Felici al lavoro, si puòSulla scia di quanto già scritto sullo stress nei luoghi di lavoro (Lavorare stressa. Ne soffre il 21% dei lavoratori!) e mantenendo invariate le stesse premesse, (Dire che il lavoro stanca e stressa, in questi tempi di elevata disoccupazione, non vuole essere una presa in giro né, tantomeno, prendersi gioco di chi, lottando, fa di tutto per conservare un’occupazione per quanto stressante e logorante possa essere) la riflessione di oggi si sposta sul tema della felicità. Quella derivante dal lavoro svolto: qualsiasi lavoro, con qualsiasi mansione. Tutti, indistintamente, possono essere causa di felicità.

    Non è una battuta di spirito. Vivere la quotidianità del proprio lavoro come costrizione, si lavora per vivere o si vive per lavorare (?), è davvero poco appagante e non gratifica nemmeno il (possibile) maggior compenso economico. Sostanzialmente si è insoddisfatti e, per quel che più conta, non ci si diverte con le inevitabili conseguenze sul piano dell’autostima, delle motivazioni, della produttività. E, se non si è a capo dell’organizzazione, c’è anche il rischio di perdere il posto di lavoro!

    Per dare allora un senso alla nostra, quotidiana, attività lavorativa, poiché un’azione svolta senza un senso non ha ragione di essere, eccoti cinque aree di indagine per una buona gestione della vita lavorativa che, il riferimento è allo psicologo Abraham Maslow (sua la scala dei bisogni), possa anche renderci migliori come persone.

     

    Innanzitutto l’ambiente lavorativo, quello che chiamiamo clima aziendale: qual è la qualità delle relazioni vissute al suo interno? Tra colleghi c’è cooperazione o competizione? L’una non esclude l’altra, tuttavia c’è da chiedersi qual è l’atteggiamento prevalente, iniziando dal tuo. Chiediti cosa puoi e riesci a fare per migliorare le relazioni e agisci.

     

    Seconda area: cosa cerchi dal tuo lavoro? Riesci ad esprimere sempre i tuoi bisogni o li soffochi per paure, pregiudizi, condizionamenti? Negarli vuol dire non dare valore ai tuoi obiettivi: niente di più frustrante. Si tratta di importeli, esprimerli e, anche in questo caso, agire quotidianamente nel raggiungimento degli stessi. Uno per volta.

     

    Fai sempre le stesse cose? Non senti (il verbo “sentire” fa riferimento alle tue emozioni) valorizzate le tue competenze? Riesci a valorizzare il vissuto di ogni giorno e a trarne nuovi significati? Sviluppare nuove competenze, raggiungere risultati (magari gli stessi) con modalità operative diverse accresce la creatività ed è fonte di immensa soddisfazione. In quali aree intendi migliorarti? Facendo cosa? In quanto tempo? Costruisci una Rosa delle competenze o un Bilancio delle Competenze (se hai la prospettiva di cambiare lavoro).

     

    Quarta area: sono chiare le tue aspettative? Sono soddisfatte o tendi a reprimerle? Il tempo e i “sacrifici” spesi in azienda sono ricompensati, e non intendo solo in termini di remunerazione economica. Sono condivise con i tuoi superiori o con i tuoi collaboratori? Chiediti, autovalutandoti, se puoi fare di più e in quali campi o con quale tempo, o se il tuo potenziale è tutto espresso. Ancora una volta, agisci. Magari alla luce di un Piano d’Azione Individuale.

     

    Infine, valuta se vivi per lavorare. Se il lavoro è per te l’unico serio impegno che occupa gran parte del tuo tempo e, quindi, della tua vita. E i tuoi affetti? I tuoi hobbies? Se li sottrai al tuo tempo, e magari sei insoddisfatto della vita condotta sul luogo di lavoro, perdi più di un’opportunità per ricaricarti. Chi sono i “ladri” del tuo tempo? Qual è il piano della tua giornata? Se si rendesse necessario esplicarlo ancora una volta, l’invito è agire in modo da modificare ciò che non va. Il troppo storpia!

     

    Un ultimo consiglio. Per ogni area, o tutte nel loro insieme, se non riesci da solo chiedi aiuto. Il carico di lavoro, questa volta quello che fa riferimento alla tua persona, sarà più leggero.