Categoria: Opinioni


  • In questi giorni è tornata in auge la questione meridionale. E questa è già una notizia.

    Ernesto Galli della Loggia, in un articolo comparso lo scorso 21 dicembre sul Corriere della Sera, si esprimeva in questi termini: “Mi chiedo se al nostro presidente del Consiglio è mai capitato di trascorrere più di una notte in qualche città dell’Italia meridionale, se conosce appena un poco quella parte del Paese, se ha mai visto il raccolta firme false cooperativeterrificante panorama di Catanzaro o il centro antico di Palermo, se ha mai dato un’occhiata all’ininterrotta conurbazione napoletana che si stende da Pozzuoli a Castellammare. O magari per avere un esempio, ha provato a farsi fare una tac in un ospedale calabrese. L’addio al Mezzogiorno, prima che culturale è stato ideologico e politico”.
    Un articolo che ha portato alle risposte più o meno diverse nei contenuti di Stefania Covello, deputata del Pd sull’Unità, e di Eugenio Scalfari, storico giornalista del Gruppo l’Espresso su Repubblica.

    All’articolo di Covello dal titolo “Il governo e il Sud che c’è” ha risposto Scalfari con un pezzo dal titolo “Il Mezzogiorno è povero ma c’è. Il governo invece non c’è“.
    Non mi addentrerò a commentare il contenuto dei tre articoli in questione, i quali tra l’altro hanno più aspetti in comune di quanto si possa pensare.
    Uno di questi è lo spirito quasi compassionevole che accompagna i protagonisti, che siano giornalisti, politici o tecnici, ogni volta che viene affrontata una discussione sull’arretratezza del Mezzogiorno e che vengono programmate (poche volte a dire il vero) politiche di sviluppo.

    Se c’è una cosa di cui non ha bisogno il Sud è certamente di una discussione sterile sulle scelte del Governo. Un dibattito di questo tipo si ferma all’aspetto politico della questione senza entrare nel merito.
    Uno degli elementi principali, invece, dell’arretratezza del Mezzogiorno è proprio il convincimento tra i suoi abitanti (il più delle volte basato su una realtà concreta) che lo Stato sia lontano e che non abbia alcun interesse nell’investire e nell’aiutare il Sud.
    Spinti dall’impossibilità di cambiare le cose, perché le istituzioni sono e rimarranno lontane e la mafia (ahimè) è e rimarrà vicina, le migliori intelligenze decidono di emigrare da altre parti d’Italia oppure all’estero, convinte che lì qualche speranza di successo possano averla.

    Ecco allora, se c’è qualcosa di cui ha bisogno il Sud, non sono gli aiuti di Stato, ma la creazione di un reale contesto di mercato, dove la rendita e l’assistenzialismo vengano combattute in maniera aspra in luogo di una competizione sana.  L’epoca dei finanziamenti a pioggia non ha fatto altro che cambiare i meccanismi di rendita, rivoluzionandoli nella forma ma non nei contenuti.
    Il vecchio latifondista è diventato il politico, l’imprenditore o l’uomo del Terzo Settore di turno, che grazie ad una rete di scambi di voti e di favori riesce ad ottenere un finanziamento pubblico, senza mai innovare o più semplicemente senza mai operare per il proprio territorio.
    Il Mezzogiorno non ha bisogno, dunque, di finanziamenti a fondo perduto, ma di regole chiare e di amministratori locali illuminati, capaci di uscire dalla logiche clientelari e di entrare in circuiti innovativi.
    Il primo passo deve essere necessariamente questo per sradicare il pessimismo cronico che affligge chi è nato al Sud e dal Sud ha deciso di scappare.



  • Quanto vale in termini di Pil la parità di genere? Una ricerca condotta dalla multinazionale McKinsey ha provato a rispondere a questa domanda giungendo a risultati importanti.
    Secondo questa indagine, infatti, l’eliminazione delle diseguaglianze tra uomo e donna porterebbe ad aumento del Pil mondiale nei prossimi dieci anni, stimabile attorno al +26%. Il Prodotto Interno Lordo si attesterebbe addirittura sui 28 miliardi di dollari.

    L’analisi effettuata da McKinsey ha preso come campione 95 paesi, nei quali è presente il 93% della popolazione femminile mondiale e che produce il 97% parità di genere mckinseydella ricchezza globale. Sono 15 indicatori gli indicatori utilizzati, 5 determinano l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e 10 l’uguaglianza nella società: vengono analizzati, tra gli altri, il livello di partecipazione politica, l’accesso delle donne alle posizioni di leadership, il lavoro non retribuito, la protezione sociale e l’inclusione digitale.
    Tutti indicatori fondamentali per stabilire il grado di inclusione delle donne nella vita economica e sociale di un paese.
    Secondo le rilevazioni di McKinsey, solamente il 37% della ricchezza mondiale viene prodotto dalle donne, con dei picchi negativi in India (18% della ricchezza prodotta deribìva dal genere femminile) e dei risultati migliori in Europa, Nord America e Asia centrale (40%).
    Il paese migliore, dal punto di vista della parità di genere, è la Spagna con una crescita dell’occupazione femminile, tra il 2003 ed il 2013, dell’1,5% ogni anno. Se l’Europa seguisse lo stesso ruolino di marcia del paese iberico, avrebbe una crescita del Pil del 9% di qui ai prossimi dieci anni.
    Il miglioramento della parità di genere passa, in primo luogo, da un cambiamento culturale sul ruolo delle donne all’interno della società.
    L’aspetto maggiormente problematico è rappresentato dalla scarsa presenza del genere femminile nei ruoli apicali, che siano i vertici delle istituzioni, delle pubbliche amministrazioni o delle grandi imprese. Da questa svolta culturale, dunque, dipende l’annullamento delle differenze di genere ed il miglioramento dell’economia globale.



  • Vi siete mai chiesti quale sia il paese più felice, al di là del Pil, del reddito pro capite e di tutti gli altri indicatori di tipo economico?
    Il Global Emotion Report di Gallup analizza le esperienze vissute dagli abitanti delle singole nazioni, ponendo loro domande sugli stato d’animo.

    DipendentiNe viene fuori una classifica che identifica i paesi che rendono più felici i propri cittadini, permettendo loro di vivere con il giusto sorriso e di essere rilassati e soddisfati, indipendentemente dal lavoro.
    L’indice preso in considerazione è il “Positive Experience Index”, che rappresenta qualcosa di diverso da i soliti indici di stampo quantitativo ai quale siamo abituati a rivolgerci.
    I ricercatori della Gallup, infatti, hanno provato a misurare il livello di felicità di un Paese ponendo domande del tipo “Hai sorriso molto?” oppure “Ti sei rilassato?”. Quesiti semplici dalla risposta tutt’altro che ovvia.
    In base ai risultati di questa ricerca è emerso che il continente più felice è l’America Latina. La top ten, infatti, è interamente occupata paesi latino-americani.
    Il risultato è certamente influenzato dal tipo di cultura presente in queste nazioni, dove persistono comportamenti molto vivaci e visioni generalmente ottimiste, un approccio alla vita che consente alle persone di accontentarsi delle poche risorse disposizione e di vivere la quotidianità con uno spirito positivo.
    Al primo posto troviamo il Paraguay, che in una scala da 1 a 100, ha ottenuto 89 punti. Al secondo posto con 84 punti ci sono Ecuador, Colombia ed il Guatemela.
    Il primo, in particolare, viene ritenuto la meta perfetta per i pensionati, soprattutto americani, vista la tranquillità ed il basso costo della vita.



  • È possibile vedere gli italiani fiduciosi per la realizzazione di un evento mondiale in casa nostra? La risposta è sì e l’evento in questione è Expo 2015.

    Il risultato risulta essere piuttosto sorprendente per una serie di motivi. In primis perché nei mesi precedenti la maggior parte dei cittadini italiani si era dimostrata piuttosto diffidente nei confronti della riuscita dell’evento. Vuoi per gli scandali emersi, vuoi per l’attitudine pessimista tipicamente italiana, le opinioni nei confronti di Expo non erano delle più positive.
    In generale c’è sempre il timore che un evento di caratura internazionale, organizzato in Italia, sia destinato a fallire. C’è la paura della gestione dell’ordine pubblico, dell’organizzazione dell’iniziativa in sé e di cosa accadrà dopo che il suddetto evento finirà.

    expoQuesta volta la situazione sembra essere parzialmente diversa. In base ad un sondaggio di Ipsos, infatti, il 71% degli intervistati esprime sentimenti positivi nei confronti di Expo; di questi il 31% pensa sia già un successo ed è il restante 40% ritiene che lo sarà a breve.
    Ipsos suddivide le opinioni espresse in base agli orientamenti politici. Da questa analisi emerge che i cittadini più fiduciosi sono gli elettori dei partiti di centro, con una propensione positiva più rimarcata tra i simpatizzanti di Forza Italia, seguiti da quelli del Partito Democratico.
    Il 29% dei grillini, invece, esprime pareri negativi nei confronti dell’esposizione universale, ma in ogni caso la maggior parte degli elettori del Movimento 5 Stelle risulta essere fiduciosa sulla riuscita dell’evento.

    L’idea che emerge più di tutte le altre è che l’Expo servirà per il rilancio economico del Paese, opinione espressa dal 57% degli intervistati e molto ricorrente tra i sostenitori di Forza Italia e Partito Democratico; c’è anche la convinzione che l’esposizione universale servirà per dare all’Italia l’immagine di un paese che ce la fa nonostante le numerose difficoltà (53% degli intervistati).
    Ma a cosa è addebitabile tale cambiamento repentino nelle opinioni su Expo? Molto probabilmente hanno inciso le prime visite ai padiglioni, che hanno inciso evidentemente sui sentimenti e gli orientamenti di chi è riuscito a recarsi a Milano. Questa percezione è confermata da un ulteriore dato, secondo il quale circa un terzo degli intervistati ha cambiato opinione su Expo, contribuendo così a far crescere l’immagine positiva dell’esposizione universale.



  • 90% di corruzione percepita nelle istituzioni. Numeri da capogiro che collocano l’Italia al primo posto tra i paesi membri dell’Ocse. E in questo caso non c’è nulla di cui vantarsi.
    Il rapporto dell’organizzazione internazionale fotografa alla perfezione il livello di fiducia che nutrono i cittadini verso il mondo della politica e più in generale verso le istituzioni.
    I numerosi casi di corruzione che da anni colpiscono la sfera politica, economica ed amministrativa del nostro paese hanno contribuito a diffondere l’immagine dell’amministratore corrotto, portatore dell’interesse personale ed indifferente di fronte alle esigenze collettive.

    lagiustiziaèamministratanelnomedelpopolo1Il rapporto Curbing corruption riprende uno studio Gallup che colloca l’Italia al primo posto per corruzione percepita, davanti anche a Portogallo e Grecia. Il livello più basso viene fatto registrare dalla Svezia con addirittura il 15% di corruzione percepita.
    L’Ocse effettua una riflessione molto interessante sugli effetti dei fenomeni corruttivi sulla società coinvolta. Le conseguenze sono devastanti non solo dal punto di vista economico, considerati gli ovvi danni che la corruzione arreca alle casse dello Stato; gli effetti sono potenzialmente distruttivi anche per la legittimità delle istituzioni democratiche.
    È questo l’aspetto più pericoloso, troppo spesso sottovalutato da chi commenta questi episodi. La percezione diffusa che le istituzioni rappresentative siano corrotte ed incapaci di portare avanti le istanze dei cittadini le rende di fatto illegittime. Di qui nasce l’astensione al voto sempre più diffusa e la nascita di forze partitiche di stampo populista che combattono l’attuale elités politica.
    La democrazia non può sopravvivere a lungo con una scarsa legittimazione tra i cittadini, perché è proprio da essi che prende vita e si alimenta anno dopo anno.

    L’Ocse mette insieme i dati sulla corruzione percepita e quelli sulla fiducia nel governo, ritenendo siano strettamente collegati tra di loro. Secondo le elaborazioni dell’organizzazione parigina, in Italia la fiducia verso l’esecutivo è circa del 30%, una cifra superiore a quelle di Grecia, Portogallo, Spagna e Slovenia.
    Il paese con il più alto tasso di fiducia verso il proprio governo è la Svizzera con una percentuale vicina all’80% ed una corruzione percepita al 25%. In Germania abbiamo una fiducia verso il governo superiore al 60%, ma una corruzione percepita comunque elevata, visto che si avvicina al 40%.
    In generale la media tra i paesi Ocse è maggiore al 40% per quanto riguarda la fiducia verso gli esecutivi ed inferiore al 60% per la corruzione percepita all’interno delle istituzioni.



  • Dalla scorsa estate è iniziato un duro attacco all’Italia, ma anche all’Unione Europea e all’Euro. In molti avevamo pensato che con l’avvento del Prof. Sen. Mario Monti, molti dei nostri problemi si sarebbero risolti, ma così invece non è stato, un po’ per le resistenze, fortissime, che il governo ha incontrato sulla sua strada e un po’ perché i nostri problemi sono frutto di decenni di malgoverno e soprattutto del tirare a campare di noi italiani.

    spread monti Italia crisi agostoPer anni non si sono prese, oppure non si sono volute prendere, decisioni, pensando alla prossima campagna elettorale e non alle future generazioni (pensiero di De Gasperi ripreso di recente da Monti).

    Oggi tutti i nodi sono venuti al pettine con l’Italia che ha un debito pubblico mostruoso (poco sotto i 2 miliardi di Euro), e con i paesi più deboli dell’Europa, Spagna in testa che stanno soffrendo enormemente questa situazione.

    Insomma, i mercati non ci danno tregua vogliono la nostra capitolazione, dell’Italia, dell’Euro, ma anche dell’Europa, perché sono in molti che non vogliono l’unione politica dell’Europa e non vogliono soprattutto che la vecchia Europa sia forte.

    Tutta questa situazione lascia presagire un agosto di fuoco, di passione per le borse e per i titoli di stato italiani.

    Draghi ha cercato di intervenire in difesa della salvaguardia e stabilità dell’Euro, come nello statuto della Bce, ma evidentemente con i tedeschi è ai ferri corti, oppure vuole essere il più diplomatico possibile e le conseguenze sono che i mercati sono stati delusi dalle sue parole che anche se ferme e decise “l’Euro resta – la BCE è pronta ad intervenire – i Governi europei devono essere pronti a richiedere “l’intervento” dei fondi Efsf e Esm (scudo anti-spread) se fosse necessario, Italia compresa”, sono per i mercati insufficienti; probabilmente volevano conoscere le misure che Draghi intendere prendere, anche di politica monetaria.

    Ma come stanno sostanzialmente le cose e che futuro prossimo ci attende?

    Ormai il gioco è chiaro a tutti: da una parte la Germania, che cerca di tirare la corda il più possibile, ma che alla fine dovrà cedere (in quanto rischia la perdita più elevata) e che cerca con ogni mezzo di ostacolare e ritardare le decisioni più importanti con l’intento di mettere maggiore pressione possibile sui Paesi periferici. Non da ultimo che le decisioni dell’Eurogruppo devono essere convalidate dalla Corte Costituzionale tedesca, la quale ha deciso ai primi di luglio di rimandare l’approvazione dello scudo salva-spread a metà settembre.

    Dall’altra, i poveri Paesi periferici che attendono impotenti in balia dei mercati e degli spread che rendono inefficace ogni manovra.

    Ma alla Germania manca un tassello: non ha il controllo della Bce. E’ Draghi che deve imporre la tutela e salvaguardia dell’Euro, unico modo per uscire lentamente da questa crisi, con le azioni promesse di politica monetarie, da lui definite “non standard”.

    Non ci sono altre strade: il disfacimento dell’area Euro avrebbe costi troppo alti per tutti.

    Attendiamo fiduciosi che questo agosto passi presto e che sia meno “caldo” possibile.

     

    Beniamino Caira