Categoria: Terzo Settore

  • servizio civile

    Il Consiglio dei Ministri ha approvato il primo decreto attuativo sulla riforma del Terzo Settore. Ad essere disciplinato è il nuovo servizio civile universale. 

    La dizione “universale” viene dalla volontà del Governo di consentire a tutti quelli che fanno richiesta di partecipare effettivamente a progetti di volontariato.
    L’esecutivo ha così deciso di concentrare sul servizio civile, esclusivamente per quest’anno, tutte le risorse stabilite dalla Legge di Stabilità per la riforma del Terzo settore.
    servizio civileLe finalità del servizio civile universale – precisa il decreto – sono perseguite mediante programmi di intervento nei settori dell’assistenza, della protezione civile, del patrimonio ambientale e della riqualificazione urbana, del patrimonio storico, artistico e culturale, dell’educazione e promozione culturale e dello sport, dell’agricoltura in zona di montagna e sociale, della biodiversità, della promozione della pace tra i popoli, della nonviolenza e della difesa non armata, della promozione e tutela dei diritti umani, della cooperazione allo sviluppo, della promozione della cultura italiana all’estero e del sostegno alle comunità di italiani all’estero.
    Sarà compito dello Stato attuare una programmazione triennale del servizio civile e verificare il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Le Regioni e le Province, invece, parteciperanno alla realizzazione dei progetti di volontariato nei loro ambiti di competenza.

    Una delle novità più importanti del nuovo servizio civile è l’ampliamento dei possibili partecipanti agli stranieri che risiedono in Italia da più di cinque anni. Ci sarà inoltre la possibilità di svolgere un periodo di tre mesi in uno degli stati membri dell’Unione europea, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di un servizio civile europeo.
    Il nuovo modello si ispira al concetto di flessibilità: si vuole cioè far conciliare il servizio civile con la vita ed il lavoro del volontario, modulando la durata e gli orari in base alle sue esigenze. Il periodo di svolgimento va dagli otto ai dodici mesi, mentre la retribuzione rimarrà di 433,80 euro.
    Per quanto riguarda, invece, gli enti di servizio civile, siano essi pubblici o privati, dovranno essere iscritti in un apposito albo e curare la realizzazione dei progetti approvati.


  • reti nazionali volontariato

    Dal 2011 al 2015, l’Italia è stato uno dei paesi europei con la crescita maggiore del numero di volontari. Lo dice un’indagine dell’Eurobarometro, riportata dal Parlamento europeo, secondo la quale sono circa 94 milioni i giovani coinvolti in un’attività di volontariato. 

    La riattivazione dei programma di servizio civile ha sicuramente contribuito a rivitalizzare un ambito, quello del volontariato, che rappresenta un polmone reti nazionali volontariatodell’economia civile italiana. Secondo l’Eurobarometro, il paese che ha visto un maggiore incremento del numero di volontari è Cipro (+8%), seguito per l’appunto dall’Italia (+7%) e dal Portogallo (+6%), mentre la variazione negativa più ampia riguarda la Bulgaria (-12%), poi la Romania (-8%) e la Slovenia (-7%).
    I settori più diffusi per le pratiche di volontariato sono quelli riguardanti la carità e gli aiuti umanitari (44%), istruzione e sport (40%) e cultura o arte (15%).
    L’indagine mostra anche i più grandi limiti ed ostacoli alla diffusione del volontariato su scala europea, identificati soprattutto nell’assenza di un quadro legislativo omogeneo nel Vecchio Continente che porta, non a caso, a circoscrivere le attività a livello nazionale. Solamente il 7%, infatti, delle iniziative di volontariato sono state svolte in un paese diverso da quello originario del volontario.
    Resta da capire cosa cambierà con l’istituzione del servizio civile universale (stanziati 110 milioni di euro per il 2017) che estende la platea dei beneficiari anche agli stranieri residenti in Italia da almeno cinque anni. Con la riforma del Terzo settore viene data anche la possibilità ai volontari di svolgere un periodo di almeno due mesi all’estero sul modello del programma Erasmus+. L’Italia, inoltre, da tempo spinge per l’istituzione di un servizio civile europeo su base volontaria, proponendo di offrire agevolazioni agli enti che decidono di assumere il giovane che ha svolto il periodo di servizio civile all’interno dell’organizzazione.


  • reti-dimpresa

    Le imprese sociali sono diventate una realtà di grande rilevanza nel sistema economico europeo. Vuoi per la crisi del modello capitalista o per l’aumento dei bisogni delle comunità, il non profit si candida a diventare un modello imprenditoriale di riferimento, soprattutto in determinati settori come quello del welfare del turismo sociale.

    La Commissione europea ha pubblicato una ricerca condotta da Emes network ed Eurisce sull’impresa sociale in Francia, Italia, Spagna, Belgio, Irlanda, Polonia e Slovacchia, che analizza il contesto legale nel quale opera il cosiddetto Terzo settore in questi stati, le ragioni della sua ascesa negli anni post-crisi ed i possibili fattori inibitori.
    reti-dimpresaÈ difficile quantificare il numero di imprese sociali in Europa, sia per problemi di rilevazione e di aggiornamento dei dati che per la continua evoluzione delle declinazioni giuridiche. La cooperazione sociale è solo uno dei tanti strumenti per avviare un’attività che persegue l’interesse generale: sono sempre di più gli ibridi organizzativi in grado di assicurare servizi e prodotti alla comunità e di essere al contempo competitivi sul mercato.
    In Italia, secondo i dati Istat relativi al 2011, sono più di 94mila le imprese sociali e danno lavoro a oltre 500mila persone. Numeri di assoluto rilievo che sono destinati a crescere. La diffusione del non profit è elevata anche in Francia, dove nel 2013 venivano registrare 82mila organizzazioni.
    L’indagine di Emes ed Eurisce divide il mondo dell’impresa sociale in due grandi gruppi in base alla sfera di competenza:

    • erogazione di servizi di interesse generale (salute, formazione, welfare, social housing);
    • integrazione lavorativa dei soggetti svantaggiati in ambiti come l’industria alimentare, l’agricoltura, il manifatturiero, le costruzioni.

    Più volte in questa sede abbiamo sottolineato la grande capacità di resilienza da parte delle cooperative ed in generale del non profit. I dati di Emes ed Eurisce confermano questo assunto e lo estendono a tutti i paesi analizzati. In Italia, nel periodo compreso tra il 2008 ed il 2014, mentre le imprese tradizionali hanno perso più di 500mila posti di lavoro, le coop sociali hanno portato il numero dei propri dipendenti da 340mila a 407mila, con una crescita del 20.1%.
    Stessa dinamica per Francia, Belgio e Polonia. In quest’ultimo caso, dal 2006 al 2014, il numero di lavoratori impiegati nel non profit è addirittura più che raddoppiato, passando da duemila addetti a 4.801.
    Quanto, invece, alla composizione della forza lavoro, le imprese sociali possiedono per loro natura una maggiore capacità inclusiva. E di fatti al loro interno c’è una forte presenza femminile. In Belgio, ad esempio, la percentuale di donne impiegate nel Terzo Settore è addirittura del 70%.
    In generale, sottolinea lo studio di Emes ed Eurisce, nonostante i salari siano in media più bassi del settore privato tradizionale e del pubblico, nelle imprese sociali è più alto il livello di soddisfazione dei lavoratori e ci sono minori diseguaglianze.
    In chiave comparata l’indagine rileva infine alcune tendenze comuni ai paesi analizzati, ovvero la crescita dei bisogni di interesse generale, l’aumento del numero di imprese sociali, l’adozione di nuove regole per disciplinare l’attività del non profit (vedi riforma del Terzo settore in Italia) e la crescente richiesta dei cittadini di prodotti e servizi che abbiano un forte valore etico ed un ridotto impatto ambientale.
    Tutti questi elementi porteranno inevitabilmente il non profit a diventare non più una realtà economica di secondo e terzo livello, ma un protagonista attivo del rinnovamento del sistema capitalista.


  • 5-per-mille

    Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 non sono sufficienti gli investimenti pubblici, ma è necessario un intervento capillare degli attori privati.

    Ancora oggi, però, rimane difficile convincere alcuni imprenditori che investire nella sostenibilità ambientale e in attività dalle forti ricadute sociali è un’operazione intelligente e produttiva. Il Rapporto GreenItaly ha mostrato, ad esempio, che le aziende italiane che hanno dirottato le loro risorse verso la green economy hanno avuto un migliore rendimento sia in termini di risultati economici che occupazionali.
    5-per-milleLa crisi ha messo in evidenza la necessità impellente di riformare il modello capitalista e la sua deriva speculativa, portando le aziende a percorrere una strada diversa, quella dell’impatto sociale e della sostenibilità economica.
    Il discorso vale per i big player mondiali dell’economia, ma anche per i paesi in via di sviluppo.

    Il Development Cooperation Report 2016realizzato dall’Ocse, dedica ampio spazio proprio a quest’ultima categoria di nazioni, da sempre oggetto di interesse della cooperazione internazionale. Per creare lavoro e produrre valore in questi stati, sottolinea l’Ocse, non bastano le risorse dei governi e quelli della cooperazione internazionale, sono necessari altresì anche dei forti investimenti privati. Un assunto confermato da un dato di fatto: allo stato attuale il  90% dei posti di lavoro in queste realtà viene dal settore privato.
    Il passo successivo è rendere convenienti gli investimenti in questi paesi, facendo della sostenibilità un modello di business.
    L’Ocse ha messo a punto cinque strategie per trasformare il privato in uno degli attori principali per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030:

    1. aumentare i foreign direct investments nei paesi più poveri, ovvero far crescere gli investimenti delle società estere per creare nuovi posti di lavoro ed implementare nuove tecnologie;
    2. incentivare gli investimenti esteri attraverso agevolazioni, sussidi e meccanismi per abbassare i rischi;
    3. misurare l’impatto dell’intervento pubblico a sostegno degli investimenti privati;
    4. favorire gli investimenti ad impatto sociale, in quanto interventi strategici in grado di diminuire le diseguaglianze e di garantire al contempo efficienza ed innovazione tecnologica.
    5. ricercare la trasparenza e la responsabilità degli attori privati, che dovranno essere sottoposti ai principi di “responsible business conduct”  così come accade per gli enti del non profit.

     


  • migranti-cooperative

    Il Ministero dell’Istruzione ha reso noti i dati sull’alternanza scuola-lavoro in seguito all’approvazione del decreto “Buona Scuola”. 

    Il provvedimento rende obbligatori, a partire dal terzo anno di scuola, 200 ore di tirocinio per gli studenti dei licei e 400 ore per gli studenti degli istituti tecnici o migranti-cooperativeprofessionali. Nel 2015 sono stati più di 650mila i ragazzi che hanno effettuato degli stage, in aumento del 139% rispetto al 2014.
    L’obiettivo del Governo è arrivare nei prossimi due anni a quota 1,5 milioni, facendo sì che tutti i giovani che frequentano gli ultimi tre anni di scuola effettuino un’esperienza lavorativa.
    Avvicinare le giovani generazioni al mercato del lavoro è fondamentale per diminuire il distacco, al momento abissale, tra scuola, università e lavoro.

    Per quanto riguarda le imprese, sono state quasi 150mila le organizzazioni coinvolte, con una variazione positiva del 41% nel confronto con l’anno precedente.
    La maggior parte degli studenti ha svolto il proprio tirocinio all’interno di aziende for profit (36,1%). C’è poi una percentuale (12,4%) che ha lavorato nelle strutture interne alla scuola come le biblioteche scolastiche, mentre l’8,5% ha effettuato lo stage nelle pubbliche amministrazioni.
    E il non profit? Solo il 7,6% ha svolto il proprio percorso di alternanza scuola-lavoro in un ente non profit. Si tratta di un numero esiguo che certamente non contribuisce a migliorare il livello di conoscenza dei valori e delle potenzialità economiche del Terzo settore.
    Il tema dello studio del modello cooperativo negli istituti scolastici e nei corsi di studio universitari dovrà essere una delle battaglie della costituente Alleanza delle Cooperative. Per rinnovare la gestione manageriale delle imprese sociali ed i quadri dirigenziali delle organizzazioni di rappresentanza, bisognerà partire inevitabilmente dalle giovani generazioni e sfruttare la loro visione positiva del sociale.
    Oggi i modelli collaborativi e sostenibili sono attraenti agli occhi dei giovani. Far conoscere loro le coop e le imprese sociali in generale, come strumenti in grado di interpretare al meglio il loro desiderio di socialità, è un compito doveroso e una sfida che il mondo della cooperazione dovrà impegnarsi a vincere.



  • Un’opportunità di arricchimento unica aperta a tutti grazie allo streaming Web, ecco come seguire le Giornate di Bertinoro, ormai un momento cardine della crescita in Italia del Terzo Settore.


  • sprar-migranti

    Lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è stato fin qui il sistema di accoglienza dei migranti migliore tra quelli sperimentati nel nostro Paese.

    Lo spiega bene l’Espresso, in un articolo pubblicato qualche giorno fa, mostrando le principali differenze tra un metodo basato sul principio dell’inclusione (lo Sprar) ed altri improntati sulla logica dell’emergenza (Cara e altre strutture temporanee). Lo Sprar è innanzitutto uno strumento di collaborazione tra enti locali e società civile: sono i Comuni e gli enti non profit, infatti, a portare avanti i progetti (di durata triennale) per l’integrazione nella comunità locale dei migranti, che hanno ottenuto la protezione internazionale, ed i minori non accompagnati.
    Grazie allo Sprar, centinaia di cittadini stranieri sono riusciti ad inserirsi al meglio nelle realtà locali, apprendendo la lingua italiana ed iniziando dei proficui rapporti di lavoro.

    Il Governo ha così deciso, attraverso il decreto del 10 agosto 2016, di rafforzare un sistema di accoglienza che si è dimostrato vincente. Anci-Cittalia hanno pubblicato un video esplicativo con le principali novità del provvedimento ed un vadevecum per gli Enti Locali.
    sprar-migrantiL’intento del decreto è stabilizzare i servizi offerti dallo Sprar, semplificare le procedure di prosecuzione dei progetti in atto e favorire l’accesso di nuovi enti. Per raggiungere questi obiettivi si opterà per un sistema di accesso permanente: i Comuni che vorranno presentare un progetto di accoglienza non saranno più legati ai vincoli dettati dalla periodicità dei bandi; l’unico limite sarà, al contrario, quello dell’assenza di fondi.
    Gli enti già titolari di un progetto Sprar potranno così presentare la domanda di prosecuzione entro sei mesi dalla scadenza della progettualità; gli enti locali, invece, che vorranno presentare nuovi progetti lo potranno fare in qualsiasi momento dell’anno.

    Vengono fissate due scadenze annuali: una il 31 marzo e l’altra il 30 settembre. Solo per il 2016 la scadenza è stata prorogata al 30 ottobre.
    Il Ministero potrà finanziare fino al 95% del costo del progetto.
    Il sistema delle “liste sempre aperte” porterà senza dubbio all’ampliamento del numero di Comuni facenti parte del sistema Sprar, favorendo una migliore distribuzione dei migranti su tutto il territorio italiano. È da valutare, inoltre, in maniera positiva la possibilità di rinnovare gli accordi e far proseguire quei progetti che si sono rivelati positivi per i migranti e le comunità locali.
    Rimane, però, il problema dei fondi: senza nuovi finanziamenti c’è il rischio che anche un sistema efficiente come lo Sprar possa bloccarsi. Da questo punto di vista i prossimi incontri tra il Governo e l’Anci saranno certamente dirimenti.


  • reddito-famiglie

    Coinvolgere più attori nei processi di produzione di valore e di erogazione dei servizi non è solo una buona prassi, ma è anche un modo per fare crescere la propria azienda. 

    Lo dimostra il rapporto Coesione è competizione. Nuove geografie della produzione del valore in Italia” realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, del quale vi abbiamo parlato nei mesi scorsi. Oggi Il Sole 24 Ore approfondisce alcuni risultati della ricerca, ribadendo un concetto per noi imprescindibile: la coesione genera lavoro e competitività.
    Il rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere ha chiamato imprese coesive quelle realtà imprenditoriali che puntano sulle relazioni, coinvolgendo i reddito-famigliecittadini, i consumatori, le istituzioni e le comunità locali. La capacità relazionale di un’azienda è direttamente proporzionale al suo rendimento sul mercato.
    Secondo questa indagine, infatti, il 47% delle imprese “coesive” ha fatto registrare nel 2015 un aumento del fatturato contro il 38% delle imprese “non coesive”; un andamento confermato anche dai dati sugli occupati e sugli ordinativi esteri.
    Il 10% delle imprese coesive ha infatti aumentato il numero delle assunzioni contro il 6% delle non coesive e addirittura il 50% delle aziende con un’elevata capacità relazionale ha incrementato gli ordinativi all’estero contro il 39% delle altre realtà imprenditori.

    Si tratta di numeri inequivocabili: nelle aree geografiche dove è forte il senso di comunità ed è elevato il livello di inclusione sociale, anche l’economia ne beneficia.
    Quali sono allora le regioni più coesive? Per stabilire il grado di coesione economica e sociale di un territorio, il rapporto prende in considerazione tre indicatori: l’attenzione al lavoro e alla legalità, l’impegno del non profit e la relazionalità d’impresa. In testa a questa speciale graduatoria c’è il Trentino Alto Adige che fa registrare uno score particolarmente elevato per quanto riguarda l’impegno del non profit, essendo, tra le altre cose, una regione ad alta densità cooperativa.
    Seguono Lombardia, Veneto, Toscana e Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, ovvero realtà che credono nel valore dell’aggregazione e della cooperazione.
    Diventa, dunque, doveroso rispondere alle richieste di inclusione da parte dei cittadini e dei consumatori: le istituzioni e le imprese saranno chiamate in futuro a proporre modelli di sviluppo sempre più collaborativi e fondati sul capitale umano.


  • GDB2016

    Il 14-15 ottobre, a Bertinoro, si svolgerà la sedicesima edizione de Le Giornate di Bertinoro per l’economia civile, l’evento organizzato da Aiccon (Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit).

    Le Giornate di Bertinoro sono ormai un appuntamento imprescindibile per il mondo del Terzo Settore. Consentono, infatti, prima di tutto di fare rete e di creare una comunità composta da imprenditori sociali, economisti, giornalisti, esponenti del mondo delle istituzioni e cittadini che credono nel valore e nella forza del sociale.
    GDB2016I recenti cambiamenti economici impongono delle riflessioni di natura sistemica sulle modalità di produzione del valore e sulla gestione del potere. Si stanno affermando, infatti, modelli economici che prestano attenzione alle ricadute sociale dell’azione imprenditoriale e alla condivisione delle risorse. La diffusione della sharing economy e l’interesse per le tematiche dello sviluppo sostenibile, sia all’interno delle istituzioni che nelle imprese, confermano la necessità di riflettere sui cambiamenti in atto.
    Da 16 anni a questa parte le Giornate di Bertinoro offrono l’opportunità di confrontarsi con gli esponenti più autorevoli del mondo del Terzo Settore, dando ampio spazio anche ai cooperatori.

    Anche quest’anno la cooperazione sarà tra i protagonisti della due giorni con la presenza, ad esempio, di Rosario Altieri, presidente di Agci, e Mauro Lusetti, presidente di Legacoop. Interverranno anche Vincenzo Linarello, presidente del gruppo cooperativo Goel e Stefano Granata, presidente del Gruppo Cooperativo CGM-Confcooperative.
    Il tema di questa edizione sarà “Da spazi a luoghi. Proposte per una nuova ecologia dello sviluppo“. La società contemporanea ha bisogno di nuovi luoghi collaborativi, ovvero di un ecosistema dove le decisioni sulla riallocazione delle risorse non vengono prese solo dalle istituzioni ma dall’intera società civile.
    Le Giornate di Bertinoro intendono promuovere la cultura della collaborazione, favorendo la creazione di progetti che abbiano una governance non più verticale ma orizzontale.
    Di questo si parlerà nella sessione d’apertura (ore 9:30) dal titolo “Da Spazi a Luoghi. Nuove governance dello spazio pubblico”.  Ecco di seguito i nomi dei relatori e gli argomenti che affronteranno:

    Stefano Zamagni, Università di Bologna
    “I Luoghi dell’Economia Civile per lo sviluppo sostenibile”

    Enrico Giovannini, Università di Roma Tor Vergata e Portavoce ASviS
    “Le sfide dell’Italia per lo sviluppo sostenibile”

    Aldo Bonomi, Direttore Aaster
    “Da Spazi a Luoghi. Le nuove geografie dello sviluppo locale”

    Matteo Ricci, Vice-Presidente ANCI e Sindaco di Pesaro
    “Le città come Luoghi di sviluppo inclusivo”.

    Nel pomeriggio verrà trattato nello specifico il tema del welfare, un argomento ormai all’ordine del giorno vista la crisi dei tradizionali metodi di erogazione dei servizi di natura statale ed il rinnovato protagonismo del Terzo Settore in questo ambito.
    Interverranno:

    Ketty Vaccaro, Responsabile Area Welfare e Salute, Fondazione Censis
    Ivana Pais, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
    Emmanuele Massagli, Presidente ADAPT
    Stefano Granata, Presidente Gruppo Cooperativo CGM – Confcooperative.

    A chiudere la prima giornata ci sarà il racconto dei luoghi del cooperare, ovvero esperienze concrete di inclusione sociale. Verranno raccontate le storie del Festival Wikimania, del gruppo cooperativo Goel e della Casa del volontariato di Gela.
    Il 15 ottobre l’evento si concluderà con un panel sulla riforma del Terzo Settore.
    Ci saranno le seguenti relazioni:

    Leonardo Becchetti, Università di Roma Tor Vergata
    “Le città del Ben-Vivere. Dieci proposte per lo sviluppo locale”

    Luigi Bobba, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
    “Il contributo della riforma del Terzo settore all’innovazione sociale”

    Alessandro Rosina, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano
    “Il valore aggiunto delle nuove generazioni nella demografia dello sviluppo”

    Mauro Lusetti, Presidente Legacoop
    “Il ruolo peculiare della cooperazione per l’equità e la crescita”

    Marco Frey, Presidente Comitato Scientifico Fondazione Symbola e Presidente Cittadinanzattiva
    “Il ruolo delle imprese coesive nell’ecologia dello sviluppo”

    Conclusioni:
    Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.

    Cooperative Italia è tra i media partner de Le Giornate di Bertinoro. Vi racconteremo passo dopo passo l’evento attraverso i nostri social e attraverso delle interviste ai protagonisti, cercando di contribuire in maniera attiva ad una nuova proposta di economia collaborativa.
    Per tutte le altre informazioni sui relatori e sulle modalità di partecipazione potete consultare il sito de Le Giornate di Bertinoro.


  • swg-cooperative

    Viene presentato oggi a Roma il progetto di Social Value Italia, l’associazione fondata nel 2015 che intende promuovere la cultura della valutazione dell’impatto sociale. 

    Ancora oggi in Italia si tende a sottovalutare le ricadute sociali dell’attività compiuta dalla pubblica amministrazione, da un’impresa o da un ente del Terzo swg-cooperativeSettore. In realtà ogni azione genera delle conseguenze e contribuisce a creare dei cambiamenti profondi sul territorio.
    Per questo motivo è fondamentale misurare l’impatto sociale, un aspetto che l’Alleanza delle Cooperative ritiene fondamentale, ad esempio, nella valutazione dei progetti presentati nelle gare ad evidenza pubblica.
    L’associazione Social Value Italia agirà in questa direzione, provando a creare un sistema in cui tutti gli operatori, pubblici e privati, profit e non profit, perseguono la creazione di valore sociale di pari passo a quello economico. Per raggiungere questo obiettivo agirà su diversi livelli.

    Si proverà innanzitutto ad aumentare la conoscenza del tema tra i diversi attori attraverso una serie di incontri e seminari; in secondo luogo si cercherà di mettere in contatto i soci dell’associazione con le organizzazioni che si occupano di valutazione dell’impatto sociale e soprattutto verranno avviate pratiche di innovazione orientate al raggiungimento di risultati sociali misurabili nelle politiche degli attori privati e pubblici.
    Federico Mento, segretario generale di Social Value Italia, ha parlato al portale Vita.it sottolineando quanto sia importante misurare l’impatto sociale, rendendo le imprese e le PA responsabili di fronte agli investitori e ai cittadini: “Oggi le modalità con cui si costruisce e crea valore economico e sociale  sono elementi sempre più strategici. Per il mondo del non profit la cultura dell’accountability, il cercare cioè di rendere conto ai committenti (spesso la pubblica amministrazione), ai beneficiari e ai donatori in merito al proprio agire è al centro dell’attenzione, ma non basta“.
    Social Value Italia è associata a Social Value International, il più grande network di organizzazioni che misurano l’impatto sociale.
    Sotto trovate il video di saluto di Jeremy Nicholls, amministratore delegato di Social Value International, in occasione della presentazione del progetto italiano.


  • sprar

    Lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) mette a disposizione 21.613 posti per i richiedenti asilo e conta di arrivare nei prossimi mesi a quota 25mila dopo la pubblicazione dell’ultimo bando. 

    Il principio guida dello Sprar è totalmente diverso dai CAS (Centri di Accoglienza Straordinari) e CARA, dove pure nel 2015 sono state accolte 82mila persone. I migranti non ricevono solo vitto e alloggio; vengono portate avanti anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e sprarorientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico.
    Lo Sprar è costituito da una rete di enti locali, ciascuno dei quali può presentare la propria adesione volontaria al sistema attraverso progetti biennali che spesso coinvolgono enti del Terzo Settore. La logica non è quella dell’emergenza, ma dell’integrazione sociale grazie a percorsi formativi per l’apprendimento della lingua e a pratiche di inserimento lavorativo dei migranti.
    Si tratta di una piccola nicchia rispetto a quella dei grandi centri, sia in termini di numero di rifugiati accolti che di finanziamenti ricevuti. I recenti scandali giudiziari hanno dimostrato come le esperienze dei CARA e dei CAS possano rivelarsi fallimentari a causa dell’azione di imprenditori, amministratori e politici che sfruttano l’emergenza migratoria per trasformarla in un vero e proprio business.

    L’intento dell’Anci, al contrario, è di rendere lo Sprar più forte, in quanto modello di accoglienza multi-livello basato sulla qualità dei progetti. “Il futuro dell’accoglienza in Italia è lo Sprar – dichiara Mario Morcone, capo dipartimento Libertà civili e immigrazione – stiamo cercando di spingere i comuni a partecipare facendo capire loro che questo è il sistema migliore per il territorio. La linea che terremo è che se si partecipa a questo tipo di accoglienza si è esentati dalla creazione sul territorio di centri di accoglienza temporanei. Non perché il Cas  (centro accoglienza straordinaria, ndr) sia una punizione ma perché bisogna rispettare un criterio di equilibrio nei territori“.
    Secondo il rapporto annuale Atlante Sprar, sono 376 i comuni titolari di progetti e 800 quelli coinvolti. Il prossimo 28 luglio la Conferenza Stato-Regioni dovrebbe modificare le modalità di partecipazione allo Sprar. Non ci saranno più bandi biennali, ma ciascun Comune potrà presentare un progetto di accoglienza ed una volta valutato positivamente, il suo accreditamento sarà permanente.
    L’idea, inoltre, è di creare un sistema a due livelli con “una prima accoglienza in centri più grandi – aggiunge Morcone – e un secondo livello nello Sprar“.


  • imprese-femminili

    Nell’ambito della decima edizione dell’Osservatorio sull’impresa sociale, l’associazione Isnet ha presentato i dati sul mondo del non profit, un ambito destinato di qui ai prossimi anni a subire numerosi cambiamenti per effetto della riforma del Terzo Settore. 

    Uno dei maggiori mutamenti dovrebbe riguardare proprio la categoria delle imprese sociali. Il nuovo quadro legislativo consente forme di remunerazione del imprese-femminilicapitale, incentivando di fatto la costituzione di modelli d’impresa ibridi tra il profit ed il non profit.
    Secondo i calcoli dell’associazione Isnet il numero di imprese sociali dovrebbe passare dalle attuali 1.053, che rispettano i parametri posti dal decreto legislativo n.155 del 2006, fino a quota 15.100.
    Andranno considerate nella categoria “impresa sociale”, infatti, anche le cooperative sociali ed i loro consorzi, le società benefit e le b-corp. Ci sarà, dunque, una maggiore contaminazione tra il mondo del profit e quello del non profit con l’obiettivo di rendere l’ecosistema dell’impresa sociale più attrattivo agli occhi degli investitori. In quest’ottica nasce anche la Fondazione Italia Sociale che dovrà investire in progetti innovativi dal forte impatto sociale.

    Non tutti gli operatori, però, attivi nel campo del non profit sono contenti di questa svolta legislativa. L’indagine di Isnet li divide in “riformisti” e “tradizionalisti“.
    I primi, corrispondenti al 28,4% dei soggetti intervistati, sono favorevoli all’ingresso di nuovi attori, per gli effetti di contaminazione positiva, l’acquisizione di know how e la maggiore dinamicità organizzativa che ne può conseguire. Sono di più i tradizionalisti (35,8%), ovvero quelli che temono l’innescarsi di meccanismi competitivi con imprese che assumono la veste sociale prevalentemente per motivi opportunistici, tradendo così i valori distintivi del mondo non profit.
    In generale – come riportato dal rapporto dell’associazione Isnet – le imprese sociali sono in costante crescita. Hanno svolto attività per 20,6 miliardi di euro e impiegato 735 mila addetti. Il 37,2% delle cooperative sociali, inoltre, dichiara di aver incrementato il proprio volume di attività facendo così registrare un +3,6% rispetto al 2015. Sul fronte dell’impatto sociale, solamente in termini di inclusione lavorativa, il sistema occupa 67.100 soggetti svantaggiati.