In questi giorni sta facendo discutere la direttiva europea 2013/0402 sul segreto aziendale. La normativa vieta nello specifico l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione di informazioni commerciali riservate, comminando sanzioni, che arrivano anche fino alla reclusione, per chi viola il segreto aziendale.
Una legge di questo tipo è un evidente freno all’attività di quei giornalisti d’inchiesta che, grazie alle loro fonti, sono riusciti a far emergere alcuni scandali legati al mondo dell’impresa: Luxleaks, Montesanto ed il crack Cirio sono solo alcuni esempi.
L’opinione pubblica e gli stessi giornalisti vengono privati del loro diritto di informazione: la presenza, infatti, di sanzioni commisurate al danno economico
arrecato all’azienda (si parla di milioni di euro) impedisce a qualsiasi giornalista o whistleblower di rivelare informazioni di questo tipo.
Senza contare che l’impresa potrebbe decidere in maniera del tutto arbitraria quale siano i contenuti commerciali riservati: parliamo dei dati di marketing, delle strategie aziendali e dei metodi di produzioni, ovvero una serie sconfinata di informazioni che rappresentano senza dubbio un valore da difendere per qualsiasi impresa.
La legge, però, lascia troppi vuoti ed impedisce de facto ai giornalisti di esercitare il loro potere d’inchiesta.
Per questo motivo è già partita la mobilitazione popolare contro la direttiva europea. La giornalista Elise Lucet ha lanciato una petizione che si è subito diffusa anche in Italia, Germania e Gran Bretagna.
In poco tempo sono state già raccolte più di 460mila firme, quindi l’obiettivo delle 500.000 sottoscrizioni è ormai molto vicino. Il segreto aziendale è certamente un aspetto che va tutelato: ci sono in ballo, infatti, diversi milioni di euro ed in un mercato estremamente concorrenziale, dove i dettagli fanno la differenza, divulgare informazioni riservate potrebbe essere letale per il futuro di un’azienda.
Viviamo, però, anche in un’epoca in cui la tutela del consumatore deve essere, ed in parte già è, tutelato. Portare avanti, dunque, una normativa così vaga, che uccide il diritto d’informazione, causa delle perplessità legittime e deve portare le istituzioni europee a pensare a delle soluzioni alternative.
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