L’Italia è uno dei paesi europei con il più alto numero di Neet, ovvero di giovani che non studiano e non lavoro. La crisi ha ridotto del 30% la quota di occupati under 30, così come è diminuito del 19% il numero di giovani titolari di imprese.
Nonostante la situazione sicuramente non incoraggiante, esistono anche dei ragazzi che hanno studiato, portando a termine il loro percorso di studi con una laurea magistrale, e che hanno avviato un’attività imprenditoriale. Confcooperative li ha definiti “i giovani che ce le fanno” e proprio su questo tema ha presentato oggi, a Roma, un focus condotto da Censis.
Secondo questo rapporto, in Italia, i giovani con una età compresa tra 15 e 29 anni che lavorano sono 2.630.000 e valgono 46,5 miliardi di euro (corrispondenti al 2,8% del Pil). Ci sono poi tanti ragazzi che decidono di aprire un’impresa: vengono chiamati Eet (Employed-Educated and Trained) e in Italia sono 175.000, di cui il 24,7% presente nel Nord-Ovest, il 15,7% nel Nord-Est, il 18,5% nelle regioni centrali ed il 41,1% nel Mezzogiorno.
Ci sono alcuni settori particolarmente dinamici che hanno visto negli ultimi anni il proliferare di imprese a conduzione prevalente maschile. I giovani attivi nel campo delle attività di supporto per le funzioni d’ufficio e i servizi alle imprese sono aumentati del 113,3%; stessa dinamica per le aziende giovanili nei servizi d’informazione e altri servizi informatici (+53,4%), nei servizi per edifici e paesaggio (51,5%) e nei servizi di ristorazione (25,3%).
L’indagine di Censis mette in evidenza un altro aspetto interessante. I ragazzi che hanno un titolo di studio accademico riescono nella maggior parte dei casi a trovare lavoro. “Nel 2015, a quattro anni dalla laurea, il 72,8% dei laureati di I livello – riporta il Focus di Censis per Confcooperative – ha dichiarato di lavorare, contro il 19,7% che è in cerca di lavoro. I laureati magistrali hanno una migliore condizione lavorativa, dal momento che ha dichiarato di lavorare l’83,1% del totale. La quota di chi è in cerca di lavoro è pari al 13,1%. La quota di dirigenti, imprenditori e professionisti raggiunge il 59,2% per i laureati di II livello”.
L’Italia, dunque, dovrà fronteggiare la crisi occupazionale dei giovani puntando sulla formazione delle nuove generazioni e cercando di rendere loro agevole l’avvio di un’attività d’impresa.
Tra i “giovani che ce la fanno” ci sono anche tanti cooperatori. Proprio a questi ultimi si rivolge Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, nel commentare i principali risultati della ricerca: “L’analisi ci dice che ci sono dei germogli di ripresa segnali di vivacità da incoraggiare e perseguire. È tempo di insistere e di guardare al futuro. È lo sguardo dei cooperatori che è rivolto al futuro, pensano a costruire un’impresa oggi per tramandarla domani alle future generazioni di soci. Molti cooperatori di oggi non erano neanche nati quando la loro cooperativa era già impegnata nell’agroalimentare, nel credito, nel sociale, nei servizi, nel consumo, nell’abitazione, nella pesca”.


catena distributiva al mondo, grazie ai suoi 5mila punti vendita e ad un fatturato da 500 miliardi di dollari.
avevano tenuto a galla l’economia italiana. Ci sono, però, due settori che resistono meglio degli altri alla recessione: sono la cooperazione sociale e l’agroalimentare. Le coop sociali sono in grado di interpretare al meglio i rinnovati bisogni della popolazione e di applicare un modello di welfare innovativo ed alternativo a quello pubblico.
Come sappiamo, le difficoltà maggiori delle donne nel mercato del lavoro italiano attengono all’accesso ai ruoli apicali. Nelle cooperative, però, c’è una presenza più forte delle donne nelle posizioni di vertice dell’azienda: il 26% della governance del mondo cooperativo è rappresentato da donne contro il 16% delle altre forme d’impresa. Nelle coop sociali questa percentuale sale al 40%
La Biennale dell’Economia cooperativa, come ha dichiarato il
dimettersi nel 1992, quando il marito Giorgio è stato eletto presidente della Camera dei Deputati. Nonostante, però, la vicinanza con la Lega delle cooperative, Napolitano non ha risparmiato parole dure nei confronti della centrale di rappresentanza in merito allo scandalo Mafia Capitale. “Si è reagito con molto e forse inspiegabile ritardo – ha dichiarato il presidente emerito della Repubblica – visto il clamore, soprattutto di alcuni gravi casi di devianza dall’autentica cooperazione: casi sconfinati nell’affarismo, nella corruzione come quello emerso nelle indagini sulla vicenda romana almeno fino a ieri, denominata Mafia Capitale“.


Durante la crisi, specie in una regione come la Calabria, le cooperative hanno dimostrato di essere un ottimo antidoto contro la recessione e la disoccupazione.
Le cooperative che gestiscono decine di centri di accoglienza sparsi su tutto il territorio italiano hanno seri problemi di liquidità. Si parla di circa 1 miliardo di euro di arretrati solamente per l’anno 2016 che le strutture dovrebbero destinare al pagamento degli stipendi degli addetti e degli educatori che lavorano nei centri di accoglienza, oltre ovviamente al cosiddetto pocket money di 2,50 euro al giorno per i migranti e all’affitto delle strutture di accoglienza.
importante per creare nuovi modelli di business. Oggi un buon imprenditore non può limitarsi a far registrare degli utili, ma deve portare avanti un’idea di azienda sostenibile e che abbia delle ricadute sul territorio. Non è un caso che le imprese sociali siano sempre più in auge e siano pronte a diventare strumenti di creazione di reddito tanto quanto le forme d’impresa tradizionali.
In assoluto, però, la regina dei workers buyout è l’Emilia Romagna che ha visto nascere 16 coop negli ultimi 5 anni sotto l’impulso dei lavoratori che hanno investito i propri risparmi ed il proprio trattamento di fine rapporto per salvare la propria azienda.
del percorso formativo è proprio diffondere tra i cooperatori la cultura dell’innovazione e attivare all’interno delle cooperative alcune modalità innovative di erogare servizi.