Categoria: Politica


  • Il candidato del Partito Democratico per la Presidenza della Repubblica è Sergio Mattarella.
    Lo ha annunciato in questi minuti il presidente del Consiglio Matteo Renzi nel corso dell’Assemblea dei Grandi elettori Pd. Una candidatura approvata all’unanimità, che verrà votata a partire dalla quarta votazione, in programma sabato mattina.
    Nelle prime tre votazioni il Partito Democratico voterà scheda bianca, prima di convergere su Mattarella al quarto scrutinio, quando basterà la maggioranza assoluta per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

    mattarellaLe voci sul nome di Mattarella sono diventate sempre più insistenti già dalla serata di ieri. Il nome dell’ex ministro del governo Andreotti ha trovato pareri favorevoli in quasi tutto il partito democratico. Anche Sel ha promosso la sua candidatura, ritenendolo un nome al di fuori del famigerato Patto del Nazareno.
    Forza Italia e Silvio Berlusconi avrebbero deciso, infatti, di non votare Mattarella. Una scelta legata al metodo di selezione proposto da Renzi e alla figura stessa dell’ex Dc, valutata non idonea a svolgere il ruolo di garante della Costituzione.
    Il Movimento 5 Stelle sceglie il proprio candidato online attraverso le cosiddette “Quirinarie”. Il vincitore delle consultazioni in rete è Imposimato, davanti a Prodi e Di Matteo.

    Pare comunque controversa la scelta del Partito Democratico di votare scheda bianca alle prime tre votazioni, nonostante Mattarella sia un’idea largamente condivisa da tutte le correnti interne.
    Sorprende, inoltre, la volontà di Matteo Renzi di presentare un’unica candidatura per tutta la durata delle votazioni e di portarla avanti fino alla fine. Vedremo se ci saranno cambiamenti dell’ultimo momento.

    Sergio Mattarella rimane comunque una figura dall’alto profilo istituzionale e costituzionale. Siciliano di Palermo, svolge la funzione di giudice costituzionale dal 2011.
    Esponente storico della corrente di “sinistra” della Democrazia Cristiana è stato vice-presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro della Difesa, Ministro della Pubblica Istruzione e Ministro dei Rapporti con il Parlamento.
    Il suo nome, però, è associato prima di tutto alla legge elettorale vigente dal 1993 al 2005, denominata dal politologo Giovanni Sartori come “Mattarellum”, per via del ruolo di relatore della suddetta legge svolto dallo stesso Mattarella.
    Le votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica inizieranno oggi nel primo pomeriggio e salvo clamorosi colpi di scena si protrarranno fino a sabato mattina.



  • La crisi economica negli Stati Uniti d’America è giunta al termine. Lo dimostrano i dati sul tasso di disoccupazione, sui consumi, sui livelli di produzione e sul costo delle materie prime.
    Il dollaro, inoltre, non è mai stato così forte nel rapporto con l’Euro. L’economia statunitense, dunque, è ripartita.

    obamaLo dichiara senza mezzi termini anche Barack Obama. Il tempo delle lacrime e del sangue è finito, adesso bisogna intervenire per combattere povertà e disuguaglianza.
    Questo è il messaggio di Obama nel suo penultimo discorso sullo Stato dell’Unione.
    Non è un caso che all’interno di esso trovi poco spazio la politica estera, nonostante la lotta al terrorismo di stampo islamico sia arrivata ad un punto cruciale e le questioni aperte con Cuba e Russia non lascino dormire sogni tranquilli al presidente americano.
    La scelta, però, è chiara: bisogna dare un segnale forte alla società americana, soprattutto al ceto medio che rappresenta il cuore pulsante dell’economia a stelle e strisce.
    Molto valutano quest’azione come un escamotage di carattere politico e giunto alla fine di un doppio mandato per certi aspetti deludente sulle questioni di natura fiscale e sociale.
    Obama decide di giocarsi il jolly e lo fa colpendo i più ricchi ed i grossi istituti finanziari. Lo fa in un momento di paralisi istituzionale, con un Congresso controllato dai Repubblicani ed una campagne elettorale imminente.

    Aiuti alla famiglie, estensione dell’istruzione universitaria gratuita ai “community college” e altri interventi di natura sociale volti ad aiutare famiglie e ceto medio. Il tutto a discapito delle rendite finanziarie.
    Una mossa al limite tra il populismo ed il riformismo sociale, ma quanto mai necessaria alla luce dell’impoverimento della classe media e del divario sempre più cospicuo tra i più ricchi ed il resto della popolazione mondiale.


  • europa bce

    Giorni frenetici sull’asse Italia-Bruxelles. Il nostro paese aspetta le decisioni ufficiali della Bce in merito alle misure di politica monetaria da adottare.
    Vedremo se effettivamente Mario Draghi opterà per l’acquisto dei titoli di stato dei paesi membri.
    Il cosiddetto Quantitative easing sembra ormai una certezza. Saranno da verificare più che altro le modalità con le quali verrà effettuato e in che misura l’Italia potrà beneficiarne.

    eurogruppoNel frattempo si fa sempre più fitto il dialogo tra Roma e Bruxelles in materia di flessibilità e di interpretazione del Patto di Stabilità e Crescita. Sul tema è intervenuto nella giornata odierna Pierre Moscovici, commissione Ue agli Affari economici, frenando in parte gli entusiasmi italiani.
    L’Italia, secondo Moscovici, dovrà comunque ridurre il disavanzo nel rapporto deficit/Pil, anche se in misura minore. Si passerà, infatti, dallo 0,5% iniziale allo 0,25% attuale.
    C’è comunque fiducia verso la volontà riformatrice del governo Renzi. L’Italia beneficerà delle tre clausole dettate dalla Commissione, che le consentiranno deviazioni temporanee dagli obiettivi di natura contabile: investimenti, riforme e situazione economica.

    In un periodo “low-low” come questo, ovvero di recessione ed inflazione, l’Unione Europea permetterà momentanei scostamenti dalle politiche di austerity. Il tutto, però, deve essere subordinato ad un programma di riforme strutturali che porti il paese alla crescita nel medio-lungo periodo.
    Saranno molto importanti in tal senso le comunicazioni che il Governo italiano invierà alla Commissione questa settimana. L’esecutivo fornirà indicazioni sul ciclo economico italiano e spiegherà il piano attuativo delle riforme. Nelle prossime settimane la Commissione sarà a Roma per analizzare da vicino la situazione italiana, prima di esprimere un parere definitivo a Marzo, quando si stabilirà se l’Italia dovrà mettere in atto ulteriori misure per riequilibrare il proprio bilancio.



  • Nasce un nuovo ente: entro il 31 dicembre 2015 l’Indice Nazionale delle Anagrafi (INA) e l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero lasceranno il posto all’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR).
    Ci sarà, dunque, un unico database in sostituzione degli archivi comunali, che conterrà tutte le informazioni anagrafiche sui cittadini italiani.
    Ma le novità non si fermano all’aspetto tecnico. L’istituto nasce nel senso della maggiore sicurezza nel trattamento dei dati personali, della semplificazione dell’attività amministrativa e della digitalizzazione.
    Non a caso il progetto nasce nel 2012 all’interno del decreto legge n. 179, denominato di “Crescita 2.0” e facente parte della cosiddetta “Agenda digitale italiana”.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaLe competenze dei sindaci in materia di stato civile rimarranno inalterate; contestualmente l’ANPR dovrà rendere effettiva la disponibilità dei dati ai singoli Comuni.
    Ci saranno, invece, delle modifiche e delle implementazioni in materia di sicurezza e trattamento dei dati personali. Il diritto alla privacy è uno dei principi cardine dei cosiddetti “diritti digitali”. Per diventare un paese all’avanguardia in tema di innovazione, l’Italia ha bisogno di una legislazione diversa sul trattamento dei dati.
    L’Anagrafe nazionale sarà sottoposta per questo motivo ad un audit di sicurezza annuale, i cui risultati verranno inseriti nella relazione annuale del Garante per la protezione dei dati personali.

    La seconda linea guida del provvedimento riguarda la semplificazione. Tutte le amministrazioni pubbliche avranno a disposizione delle convenzioni in base alle quali potranno accedere ai dati anagrafici posseduti dall’ANPR.
    In questo modo si incentiva la collaborazione tra enti diversi e si favorisce prima di tutto il cittadino.
    Quest’ultimo, infatti, non sarà più chiamato a duplicare una certificazione anagrafica qualora essa sia già in possesso della P.A. Spetterà, al contrario, all’ente di riferimento richiedere all’anagrafe il dato in questione.

    Sicurezza, semplificazione e digitalizzazione. L’innovazione tecnologia riguarda, sia in senso stretto la banca dati anagrafica, che le modalità di comunicazione delle suddette informazioni.
    L’innovazione più importante riguarda il cosiddetto “domicilio digitale del cittadino”.
    Tutti i cittadini potranno fornire all’anagrafe il proprio indirizzo di posta certificata, il quale diventerà il mezzo esclusivo di comunicazione con l’amministrazione. Attraverso di esso, l’Anagrafe nazionale potrà inviare tutte le dichiarazioni e le attestazioni inerenti lo stato civile ed anagrafico del cittadino; quest’ultimo potrà rendere noto all’amministrazione tutte le eventuali modiche della propria situazione anagrafica senza di fatto uscire di casa.
    Una volta comunicati questi dati all’ANPR, ne saranno a conoscenza di tutte le amministrazioni, secondo quanto riportato dagli articoli sull’interoperabilità dell’anagrafe con le altre banche dati.

     

     



  • Giorgio Napolitano non è più il Presidente della Repubblica Italiana. La notizia era nell’aria ormai da mesi, oggi abbiamo l’ufficialità. Napolitano si è dimesso in mattinata, aprendo di fatto la procedura per la nomina del nuovo Presidente.
    La carica ad interim verrà ricoperta dal vertice del Senato, Pietro Grasso. Il dibattito politico sul successo di Napolitano è, però, già iniziato. Saranno da valutare anche i tempi per l’elezione ed i possibili accordi tra le parti in questione.

    Ma andiamo con ordine e cominciamo ad analizzare le varie sfumature della questione. In base alle dichiarazioni del premier Matteo Renzi, il nuovo Presidente dovrebbe essere nominato entro la fine del mese di Gennaio.
    Tempi ristretti, dunque. Ma non potrebbe essere altrimenti, considerato l’ampio preavviso con il quale Napolitano ha annunciato la fine anticipata del proprio mandato.
    C’è stato modo e spazio per le discussioni di carattere politico, soprattutto tra il partito di maggioranza, il Pd, e la minoranza guidata da Silvio Berlusconi.
    L’intento sembra quello di arrivare ad un nome condiviso, una figura politica che non sia troppo polarizzante. Ma quali sono i nomi papabili?

    Tante le ipotesi circolate in questi giorni. Cominciamo con quelli da scartare. Innanzitutto Mario Draghi, presidente della Bce, recentemente fattosi da parte. Draghi preferirebbe, infatti, continuare il suo incarico in sede europea.
    Viene meno anche la candidatura di Emma Bonino. L’esponente del partito radicale ha annunciato di avere un tumore ai polmoni e non potrà correre alla carica presidenziale.
    Da escludere anche Massimo D’Alema, figura non gradita al premier Matteo Renzi.

    Tra gli esponenti forti del partito democratico vanno annoverati una lista di candidati: l’ex democratico Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, il sindaco di Torino Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Dario Franceschini e per ultimo un nome emerso nella giornata odierna: Walter Veltroni.
    L’ex sindaco di Roma rappresenterebbe quella figura moderata, fortemente sponsorizzata sia dal Partito Democratico da Forza Italia. Berlusconi vorrebbe evitare un uomo politico a lui avverso, come potrebbero essere Romano Prodi o un ex giudice come Piero Grasso.
    L’ex cavaliere vorrebbe portare avanti il Patto del Nazareno, rimanendo così una parte attiva nel gioco politico.

    Attorno al nome di Romano Prodi, invece, potrebbe formarsi una maggioranza di colore diverso, composta dal Pd e dal Movimento 5 Stelle. Possibile che questa ipotesi venga presa in considerazione solamente in ultima istanza, ovvero in caso di mancato accordo tra Renzi e Berlusconi su un nome condiviso.



  • Francesi di origine algerina, figli delle banlieues parigine. Potrebbe essere questo un primo identikit di Chérif e Said Kouachi, gli attentatori della strage di Charlie Hebdo.
    I due fratelli, 32 e 34 anni, sono l’emblema di quella Francia periferica ed inascoltata, che riemerge alle cronache solo in casi come questi, quando il degrado sociale si sposa con la violenza barbara.

    je suis charlieIl percorso tragico dei fratelli Kouachi parte da Gennevilliers, banlieue della periferia parigina. Un luogo così vicino eppure così distante dalla gloriosa capitale francese. Chérif e Said crescono in una casa famiglia, orfani di entrambi i genitori.
    Sappiamo poco della vita di Said, il maggiore dei due. I contorni dell’esistenza di Chérif sono, invece, più chiari.
    La sua storia potrebbe essere quella di tanti francesi di fede musulmana, residenti nelle periferie del paese.
    Amante del rap e delle belle donne, musulmano “occasionale”. Così si autodefiniva prima dell’incontro con Farid Benyettou, imam della moschea Adda’Wa di rue de Tanger.
    Sarà questa frequentazione a cambiare la vita di Kouachi e a segnare la storia di altre dodici persone. Benyettou è un predicatore molto conosciuto, manipola i fedeli e li convince della bontà della jihad. Riesce ad arruolare un numero cospicuo di persone per andare a combattere la guerra santa in Iraq.

    Tra questi c’era anche Chérif, ma il più giovane dei due fratelli Kouachi non partirà mai, perchè arrestato dalle autorità francesi. Tre anni di carcere, ridotti a 18 mesi con la condizionale.
    Un periodo non lunghissimo, ma ugualmente importante per la sua completa conversione al fondamentalismo islamico. In carcere conosce, infatti, Djamel Beghal, condannato a dieci anni per aver progettato un attentato, poi sventato, all’ambasciata americana a Parigi.
    Indottrinamento ed addestramento militare: sono queste le due parole chiave della vita di Kouachi in carcere. Chi lo conosce parla di lui come totalmente cambiato dopo la sua esperienza carceraria. Le autorità non escludono un possibile arruolamento di Chérif in Siria o in Yemen, una sorta di preparazione militare e psicologica a quanto poi sarebbe avvenuto il 7 gennaio scorso.
    Alcuni parlano di “cellula familiare”, allontanando dunque i Kouachi da qualsiasi tipo di legame con Al Qaida e altre organizzazioni terroristiche. Ma il gruppo di Beghal ha importanti legami anche con Salim Benghalem e Boubaker Al Hakim, due esponenti di primo piano del terrorismo di stampo islamico in Siria e Tunisia.
    Uno scenario, dunque, ancora lontano dall’essere chiaramente definito.



  • Dalla Bastille Saint-Antoine al numero 10 di rue Nicolas-Appert. La Francia si guarda allo specchio e ritrova sè stessa. Un paese ricco di valori e di lacerazioni, espressione delle libertà e delle sue contraddizioni.
    Una Francia vittima e sposa della sua identità nazionale.
    Dal quel 14 luglio del 1789 a questo tragico 7 gennaio 2015, i francesi hanno scoperto il valore dei diritti e oggi, nel giorno del dolore, innalzano la bandiera della libertà.
    Il laicismo, in quanto tale, non è un dogma. È un credo razionale, rappresenta la forma moderna della religione illuminista. Charlie Hebdo era questo e tanto altro. E lo sarà ancora, nonostante gli attacchi al cuore, al cervello alla creatività di una realtà editoriale controversa, ma libera.

    le parisienSono le 11:30 del 7 gennaio 2014, quando due terroristi armati di kalashnikov fanno irruzione all’interno della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.
    Inizialmente sbagliano numero civico, poi riescono ad arrivare al secondo piano del numero 10 di rue Nicolas Appert.
    In quel momento si sta svolgendo la riunione di redazione. Sono presenti le principali firme dal settimanale: dal direttore Stéphane Charbonnier detto Charb, allo storico vignettista Wolinski, Tignous, Cabu.
    I terroristi li invitano singolarmente a dire il proprio nome e poi li freddano al grido di “Allah Akbar!” “Allah è il più grande”.

    Il profeta di Allah, Maometto, è l’oggetto principale delle vignette satiriche di Charlie Hebdo: lui, come altre figure di carattere religioso, di un giornale che fa del laicismo il proprio vessillo.
    La rappresentazione irriverente del profeta è considerata un’operazione blasfema per la religione islamica. Vi è il divieto assoluto di raffiguare Allah e Maometto.
    Una tradizione musulmana tramandata di generazione in generazione ed assunta a motivo di odio, da chi di odio si nutre quotidianamente.
    Gli attentatori si professano di Al Qaeda, quell’organizzazione terrorista che nulla ha a che vedere col messaggio di pace dell’Islam e che rischia di gettare il mondo in una guerra civile, politica e religiosa perenne.

    Sono dodici le vittime, tra giornalisti, inservienti e poliziotti. Una strage che ha pochi eguali nella storia dell’Europa e della Francia. Molti l’hanno definito l’11 settembre europeo, le definizioni, però, come le parole, lasciano il tempo che trovano. I giornalisti di Charlie Hebdo conoscevano i rischi del proprio operato. Già nel 2011, una bomba molotov aveva distrutto la precedente sede. Le minacce terroristiche continuavano a rimanere latenti.
    Certo, mai si sarebbero aspettati un attacco di una simile portata. Due uomini addestrati al male e alla morte, soldati di una guerra inesistente e persa in partenza.

    La libertà di stampa ed il laicismo sono stati feriti gravemente, ma rimarranno in piedi. Charlie Hebdo è una delle espressioni più estreme e discutibili di questi due valori. Ma proprio la sua carica provocatoria connota la stampa della sua dimensione essenziale: la libertà.
    Dalla Bastille Saint-Antoine al numero 10 di rue Nicolas Appert, il suo cammino di verità proseguirà spedito.


  • europa bce

    Da qui ai prossimi mesi si rincorreranno le voci su una possibile uscita della Grecia dall’Euro. La questione non riguarda tanto il paese ellenico, ma la tenuta dell’intero assetto comunitario.
    Le ipotesi avanzate sono molteplici: alcune credibili, altre verosimili, la maggior parte frutto di calcoli politici. Del resto si tratta del gioco delle parti, quanto mai fondamentale all’interno del complesso scacchiere internazionale.

    eurogruppoDue giorni fa il giornale tedesco Der Spiegel ha diffuso una notizia sorprendente: secondo quanto appreso da fonti governative, la Germania non riterrebbe pericolosa un’eventuale fuoriuscita della Grecia dall’Euro zona.
    Il “rischio contagio” sarebbe ormai sventato. Paesi come il Portogallo, l’Irlanda o la stessa Italia hanno migliorato i propri conti ed i rispettivi governi intendono proseguire sul cammino della moneta unica.
    Syriza faccia pure, insomma. Gli strumenti di salvaguardia del mercato comune monetario sono stati implementati, dunque l’Euro è più solido che mai. L’eventuale vittoria del partito di sinistra radicale non spaventa il paese leader dell’Unione Europea.

    Venti quattro ore dopo sono arrivate le smentite da parte dell’esecutivo tedesco. Ma più che una smentita sul merito, è sembrato un semplice invito alla Grecia a rispettare il piano di rientro e a pagare i debiti con l’Ue.
    Dove sta la verità e dove il calcolo politico? Ventiquattro ore per una smentita ufficiale appare un tempo biblico, soprattutto nell’era moderna della comunicazione.
    Probabile che Berlino abbia voluto verificare gli effetti della notizia, perchè un fondo di verità c’è. La situazione economica europea è profondamente cambiata rispetto al 2012, il che colloca Bruxelles in una posizione di forza rispetto alla Grecia. Il colpo di un eventuale exit del paese ellenico sarebbe sicuramente duro da digerire, ma non metterebbe ko l’Euro.
    Lo sanno i vertici europei e lo sa pure Tsipras, il quale, infatti, sembra voglia rimanere all’interno dell’Euro zona, limitandosi a rinegoziare i patti con l’Ue.
    La Germania si sta preparando al’appuntamento con Syriza e lo fa prendendo le redini del gioco. Nessuna imposizione, nessun passo indietro: Angela Merkel questa volta gioca l’arte sottile della diplomazia.
    La partita a scacchi è appena iniziata. Di Euro, debito pubblico ed integrazione europea se ne parlerà solo dopo le elezioni.
    Per adesso vige solo il calcolo politico, come è giusto che sia.

     



  • Un’elezione che potrebbe cambiare il presente ed il futuro dell’Unione Europea. Il 25 gennaio la Grecia sarà chiamata a scegliere i propri rappresentanti. Sarà una consultazione con delle valenze fondamentali, non solo per il paese ellenico, ma per tutta l’Eurozona.
    Il partito vincitore, infatti, detterà le condizioni per il futuro della Grecia all’interno dell’Unione Europea, decidendo se rimanere o meno nell’Euro.

    tsiprasLa campagna elettorale è già iniziata e come prevedibile si sta giocando sui temi dell’integrazione europea. Con ogni probabilità sarà una sfida a due tra la forza conservatrice Demokratia, guidata dall’attuale Primo Ministro Antonis Samaras, ed il partito di estrema sinistra Syriza con a capo Alexis Tsipras.
    Proprio dalla formazione politica di Tsipras arrivano le prime dichiarazioni di sfida nei confronti dell’Unione Europea. Yiannis Milios, deputato di Syryza, si è espresso in questi termini: “Nea Demokratia e Pasok hanno deciso di pagare. Noi diciamo che potremmo non pagare”.

    Il riferimento ai debiti contratti dalla Grecia con la Bce ed il Fondo monetario internazionale. Un piano di recupero che ha costretto i greci ad annosi sacrifici, il tutto per evitare il collasso del paese e della stessa Eurozona.
    Adesso la situazione è parzialmente cambiata. Lo stato ellenico è tutto fuorchè uscito dalla spirale negativa. Sono cambiati, però, gli equilibri all’interno di Bruxelles. Molti vertici della troika fanno sapere di non essere più disposti a salvare la Grecia, sfidando in maniera aperta il leader di Syriza.
    Una vittoria del partito di Tsipras aprirebbe scenari inediti per l’Unione Europea. Il nuovo governo di sinistra, infatti, potrebbe decidere di uscire dall’Euro. Sarebbe il primo paese a prendere una decisione di questo tipo da quando è entrata in vigore la moneta unica.

    Difficile prevedere con certezza le conseguenze. Molti economisti sostengono che una simile decisione porterebbe al default totale la Grecia. Qualora, invece, il paese dovesse trarre giovamento dall’uscita dall’Euro zona, si potrebbe creare uno sfizioso precedente.
    Sono tanti, difatti, i paesi dubbiosi sulla loro permanenza all’interno dell’Euro. Un esempio virtuoso potrebbe essere una miccia pericolosissima per tutta l’Unione Europea.
    Bruxelles, dunque, segue con attenzione ad apprensione le vicende grece, aspettando di conoscere il futuro della moneta unica.



  • Se n’è parlato molto e probabilmente si continuerà a  farlo nei prossimi mesi. La modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che verrà introdotta col Jobs Act, rischia di portare con sè importanti risvolti giudiziari. In questi ultimi giorni è emersa, infatti, la possibilità che la riforma del lavoro possa essere considerata incostituzionale.
    costituzione-italiana1Il motivo? La disparità di trattamento sui licenziamenti disciplinari tra dipendenti pubblici e privati. Senza una normativa specifica (al momento inesistente) è impossibile che la parziale abolizione dell’articolo 18 possa interessare anche chi lavora nella pubblica amministrazione. Nonostante, difatti, nel 2001 il rapporto di lavoro pubblico sia stato sostanzialmente privatizzato, persistono tuttora delle particolari tutele che lo differenziano da quello privato.

    Non è da escludere, dunque, che molti lavoratori possano decidere di fare ricorso alla Corte Costituzionale per il mancato rispetto del principio di uguaglianza. Ci sono, ad esempio, molti enti di natura pubblica che sono di fatto controllati da soggetti privati. La normativa da applicare in questo caso è il vecchio articolo 18 e non quello recentemente riformato.

    In generale si pone una questione di parità di trattamento tra pubblico e privato, che è ormai da troppo tempo all’ordine del giorno. Ovviamente, una tematica così importante come il licenziamento accentua la questione e pone domande di natura costituzionale. Sul punto è intervenuto Matteo Renzi, aprendo alla possibilità di estendere la normativa sui licenziamenti collettivi anche ai pubblici dipendenti.
    In questo modo sarebbe possibile licenziare quei lavoratori che rendono inefficiente la macchina amministrativa.
    Il tutto, però, è rimandato a febbraio, quando arriverà in Parlamento la riforma del Ministro Madia sulla Pubblica Amministrazione. Solo in quella sede verranno valutati pro e contro di un’eventuale estensione della disciplina giuridica del nuovo art. 18 ai dipendenti pubblici.
    Certamente si tratterebbe di un cambiamento epocale che avvicinerebbe in maniera inesorabile il lavoro pubblico a quello privato.



  • Tra le misure della nuova Legge di Stabilità, vanno annoverate anche quelle riguardanti la pubblica amministrazione. Il settore pubblico sembra essere quello più trascurato dal Governo Renzi. Ogni esecutivo si pone come obiettivo una riforma globale dell’apparato burocratico, salvo poi, a conti fatti. agire in maniera parziale e spesso addirittura peggiorativa.
    Manca ancora un intervento sistemico da parte dell’attuale governo. Il ministro Madia ha lanciato delle linee guide, senza però presentare ancora un piano concreto.

    madiaUna delle notizie più rilevanti sul pubblico impiego riguarda il mancato rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti. Questi ultimi si trovano in una situazione di palese svantaggio rispetto agli altri lavoratori. L’inflazione cresce, infatti, ma i stipendi non vengono adeguati ai nuovi prezzi. Ne risente ovviamente il potere d’acquisto che decresce gradualmente col passare degli anni.
    Il blocco dell’adeguamento delle retribuzioni va avanti ormai dal 2010 e rischia di far montare la protesta dei pubblici dipendenti. Su questo fronte ci si aspettava di più da parte del Governo Renzi, ma è probabile che nei prossimi mesi ci saranno delle risposte in tal senso.

    Arriva comunque una buona notizia per chi aspira ad entrare nel settore della pubblica amministrazione, in particolare in quello dell’istruzione. Dopo anni di buio, infatti, nei primi mesi del 2015 verranno indetti dei concorsi pubblici per l’assunzione e l’inserimento di oltre 40mila insegnanti.
    Sono moltissimi i laureati che aspettano un’opportunità di questo tipo. La scuola ha bisogno di un chiaro rinnovamento, sia a livello di personale che di metodi didattici.
    La decisione di riattivare le procedure concorsuali è da valutare come un segnale positivo, specie per quei giovani che vogliono confrontarsi finalmente con il mondo del lavoro.
    Bisogna inserire questa misura all’interno del progetto più ampio “LaBuonaScuola“. Con tale iniziativa il Governo intende riformare l’intero sistema scolastico, ascoltando le proposte di chi la scuola la vive quotidianamente.
    Evidentemente una pubblica amministrazione rinnovata e propositiva è possibile. Starà all’esecutivo nei prossimi mesi renderla tale.



  • Le rilevazioni dell’Istituto Demos sul grado di fiducia degli italiani verso le istituzioni rappresentano un ottimo barometro per analizzare lo stato di salute della nostra democrazia.
    Il quadro che emerge è sempre più preoccupante. Dal 2010 ad oggi, i cittadini italiani mostrano un livello di fiducia decrescente verso qualsiasi tipo di istituzione politica.
    Non solo, dunque, i partiti, ma anche realtà istituzionali come il Presidente della Repubblica e la Magistratura, spesso considerati come poteri equilibrati ed imparziali.
    I dati recenti mostrano un’inversione di tendenza notevole. Un esempio emblematico è fornito dal grado di fiducia verso il Presidente della Repubblica: mentre nel 2010 il 71% degli intervistati mostrava fiducia verso la figura di Giorgio Napolitano, adesso questa cifra si è ridotta ad un misero 44%, con una decrescita del 27%. Numeri impressionanti che raccontano la sofferenza con la quale gli italiani hanno vissuto la rielezione di Napolitano e la discussione odierna su un suo prossimo successore.
    Non convince a pieno anche l’operato del Capo dello Stato, accusato da più parti di aver sponsorizzato gli ultimi tre Presidenti del Consiglio, venendo meno così al suo ruolo di arbitro e garante della Costituzione.

    ermellini3Sorprendono anche i dati sulla magistratura. Solo il 33% degli italiani dichiara di avere molta o moltissima fiducia verso i magistrati. Un vero e proprio crollo di consensi, se pensiamo che solo nel 2010 il 50% dei cittadini del nostro paese esprimeva sentimenti di fiducia verso l’operato della magistratura.
    Evidentemente gli italiani non hanno gradito l’eccessiva “politicizzazione” del potere giudiziario, che ha portato spesso alcune toghe a ricoprire incarichi istituzionali a livello locale e nazionale.

    Fanno riflettere, inoltre, le rilevazioni sulla valutazione del regime democratico nel suo complesso. Probabilmente è quest’ultimo il dato più preoccupante. Solo il 66% pensa che la democrazia sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo. Una percentuale che presa singolarmente non esprime a pieno il sentore anti-democratico esistente.
    Una valutazione comparata ci permette, al contrario, di avere l’esatta percezione della situazione. Dal 2004 in poi, infatti, è lentamente diminuito il numero di persone che ritiene la democrazia la migliore forma di governo possibile. Siamo passati dal 74% del 2004 al 66%.
    Sono numeri inequivocabili che si aggiungono al minimo storico di fiducia raccolto dalle istituzioni politiche e di governo (21%) e alla percentuale di cittadini che pensa che la democrazia possa funzionare senza partiti politici (50%).
    La democrazia italiana possiede, dunque, un vero e proprio deficit di legittimità. Gli atteggiamenti anti-politici ed anti-democratici dei cittadini nostrani non vanno sottovalutati. Ci vuole una rivoluzione politica e culturale per riacquistare la fiducia verso le istituzioni e cancellare qualsiasi tipo di sentimento eversivo.