Categoria: Comunicazione & Marketing


  • Un webinar sullo storytelling digitale. È questa l’idea di We4Italy che realizzerà il 16 dicembre, dalle ore 13:00 alle 14:00, un incontro aperto alle domande degli utenti sullo storytelling digitale.
    Sono invitati a partecipare tutte le startup, le pmi, i professionisti e le imprese che vogliono innovare ed implementare strategie di digital marketing.

    L’iniziativa è totalmente gratuita e durerà circa un’ora: ci sarà prima un’introduzione, seguita da 40 minuti dedicati alla presentazione del tema e 10 minuti storytelling digitalededicati a rispondere alle domande che i partecipanti potranno effettuare attraverso la chat durante lo streaming.
    Il webinar sarà tenuto da Francesca Sanzo, che svolge da anni formazione e digital coaching, aiutando le imprese a raccontare la propria esperienza imprenditoriale sul web.
    Lo storytelling digitale è uno strumento sempre più diffuso per attrarre nuovi clienti e mostrare in maniera aperta e con contenuti narrativi i prodotti ed i servizi della tua azienda, oltre al tuo modo di intendere l’attività d’impresa. Non a caso il tema è stato scelto dagli utenti di We4Italy riconoscendo la sua rilevanza in un mercato sempre più digital oriented.
    Sapersi raccontare e farlo attraverso i nuovi strumenti digitali diventa fondamentale per rimanere competitivi e tentare anche la sfida internazionale.
    Il webinar si concentrerà soprattutto sui seguenti temi:

    • strategia per il tuo storytelling: obiettivi, persone, luoghi;
    • un buon post per un blog;
    • Facebook, Twitter e Linkedin: luoghi differenti dove declinare il tuo storytelling.


  • È in corso di svolgimento a Milano, presso il MiCo – Milano Congressi – Ala Sud, lo IAB Forum 2015, il più grande evento italiano sull’Internet advertising.
    L’iniziativa raccoglie i migliori attori nel campo della comunicazione digitale, offrendo alle aziende partecipanti spazi espositivi e la possibilità di effettuare workshop su specifiche tematiche, quali il Mobile Marketing o i Big Data.

    La grande partecipazione che riscuote ogni anno l’evento è esemplificativa del livello di interesse e di rilevanza assunta dall’Internet advertising all’interno del contesto economico.
    iab forum 2015I numeri forniti, ieri, nel corso dello speech di apertura da Carlo Noseda e Michele Marzan, rispettivamente Presidente e Vice Presidente di IAB Italia, spiegano al meglio lo stato di salute del mercato di riferimento.
    I dati si riferiscono agli studi dell’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano e IAB Italia e parlano di un contesto, quello della comunicazione digitale, in crescita per il settimo anno consecutivo.
    Rispetto al 2014 il mercato dell’Internet Advertising è cresciuto del 10%, con una variazione positiva in termini assoluti di 202 milioni. Nel 2015 è arrivato a quota 2,15 miliardi di euro e vale il 30% del totale investimenti pubblicitari sui media (pari a 7,2 miliardi di € includendo tv, stampa, radio e Internet).
    Come è prevedibile immaginare, è soprattutto il Mobile a presentare la crescita maggiore con un incremento annuo del 6,5%.
    In un giorno medio la total digital audience raggiunge 21,6 milioni di italiani, mentre attraverso mobile la reach è di 17,5 milioni di utenti.
    Le imprese, dunque, e gli stessi consumatori hanno compreso l’importanza dell’advertising online che sta velocemente superando, in termini di investimenti, i canali di pubblicità tradizionali.

    Marta Valsecchi, Direttore dell’Osservatorio Internet Media del Politecnico di Milano e partner di IAB Italia, spiega al meglio le recenti tendenze del settore: “A trainare il mercato sono soprattutto i social network, che registrano un incremento del 63% rispetto al 2014 e sono responsabili di oltre metà della crescita complessiva. Al secondo posto come driver di crescita si confermano i Video (+19 % sull’anno passato) che crescono sia su Mobile sia su PC, mentre al terzo posto si piazza la Search che continua a crescere (+5% nel 2015). Guardando alla prospettiva dei device, il Pc è sostanzialmente stabile (+1%) mentre gli investimenti pubblicitari su Smartphone crescono di ben il 54%, passando da 293 milioni a 452 milioni di euro, ovvero oltre un quinto del totale dell’Internet Advertising. Ed è solo l’inizio: le potenzialità di crescita del Mobile sono ancora molto elevate. Infine il Programmatic Advertising, ossia l’acquisto di spazi tramite piattaforme automatizzate, cresce del 113% arrivando a quota 234 milioni di euro (19% del display advertising)”.
    Nel pomeriggio odierno si concluderà lo IAB Forum 2015. La rinnovata attenzione nei confronti di questo evento, con la partecipazione di vip, imprenditori e manager di livello nazionale ed internazionale, è senza dubbio un ottimo segnale per il mondo della comunicazione e per quello della comunicazione digitale in particolare.
    Troppo spesso nel nostro paese si sottovaluta l’importanza delle strategie comunicative, anche e soprattutto a livello aziendale, ignorando le potenzialità dei nuovi digital devices ed il loro ruolo all’interno della crescita del sistema impresa Italia.


  • granarolo

    La seconda edizione dello studio Comprend-Lundquist ha analizzato i siti web delle aziende italiane in base al grado di trasparenza dei propri dati e ricavando così delle informazioni utili sull’importanza strategica assegnata alla comunicazione nelle singole realtà aziendali.
    Tra le imprese non quotate in borsa, sul podio troviamo anche Granarolo, classificatosi al secondo posto con 40,7 punti.

    Il gruppo cooperativo è anche la migliore nuova entrata della classifica, dimostrando, dunque, di comprendere i mutamenti del mercato e di conseguenza di capire la rilevanza della comunicazione per attrarre investitori e consumatori.
    granaroloAl primo posto troviamo Sace con 41,4 punti, mentre al terzo posto c’è Poste italiane (le rilevazioni sono state effettuate prima della sua entrata ufficiale in borsa).
    Proprio Poste risulta essere l’azienda con i miglioramenti più evidenti; probabilmente l’imminente quotazione ha inciso sull’implementazione dei servizi online, vista la rilevanza che l’aspetto comunicativo assume una volta entrati nel mercato azionario.
    Male, invece, tutte le imprese del Made in Italy agroalimentare e soprattutto quelle della moda, che risultano essere i settori peggiori tra quelli esaminati.
    In generale solo due aziende (Sace e Granarolo) hanno ottenuto un punteggio superiore alla metà del massimo raggiungibile (80 punti). Secondo Comprend-Lundquist quaranta punti è la quota che definisce il livello minimo di soddisfazione degli shakeholders.
    Il mercato dimostra come per attirare nuovi investitori, soprattutto quelli provenienti dall’estero, sia necessario implementare le proprie strategie di comunicazione, prestando grande attenzione alle informazioni presenti sul proprio sito web e al grado di interazione con l’esterno.
    Sono poche le aziende che hanno compreso il rapporto stretto tra comunicazione e marketing: non è un caso che 35% di quelle analizzate abbia fatto registrare un punteggio inferiore al 30% del massimo ottenibile.
    Ed è ancora più grave che le debolezze strutturali maggiori siano state riscontrate in aziende dell’agroalimentare e della moda, ovvero settori che sono espressione del Made in Italy in tutto il mondo.
    La comunicazione in questi comparti dovrebbe essere il pilastro della strategia aziendale: è su questo aspetto che deve crescere la cultura aziendale del nostro Paese per essere realmente competitivi al cospetto di chi investe in innovazione e comunicazione.



  • È realmente finita l’era del marketing incentrato sulle super offerte e sul basso costo?
    Secondo una ricerca Nielsen, sembra che le strategie incentrate sui prezzi stracciati non attraggano più i consumatori, i quali sono disposti a spendere anche più del dovuto per acquistare prodotti e marchi dei quali si fidano.

    Parliamo di brand che hanno dimostrato di guardare al rispetto dell’ambiente, alla salute dei consumatori e caratterizzati dall’alta responsabilità sociale.
    contributi agricolturaSecondo lo studio Nielsen, la presenza di coupon con prezzi convenienti non è neppure ai primi cinque posti tra i fattori che spingono un consumatore ad acquistare o meno un determinato prodotto.
    La ricerca è stata effettuata su un campione di 30.000 persone in 60 diversi Paesi. Il 72% degli intervistati dichiara di essere disposto a pagare di più per un brand di cui si fida, del quale conosce la storia, i metodi di produzione, i materiali utilizzati e l’impegno sociale.

    In un contesto di questo tipo la customer experience è essenziale. Per aumentare vendite e fatturato, l’azienda non può più prescindere dalla qualità e dalla sostenibilità.
    Il consumatore si informa sempre più sulle caratteristiche del prodotto e, se non è soddisfatto, dà avvio ad un passaparola potenzialmente devastante per l’azienda “recensita negativamente”.
    Questo meccanismo si ripercuote inevitabilmente sulle strategie di marketing, che devono passare, quindi, dall’esperienza di ogni singolo acquirente.
    Secondo Nielsen, i consumatori apprezzano anche i prodotti conosciuti per i benefici che apportano alla salute e quelli lavorati con materiali organici e rispettosi dell’ambiente.
    Qualità, sostenibilità e responsabilità, dunque, prima di ogni altra cosa: il mondo del marketing deve seguire nuovi imperativi categorici.



  • Anche il fondo d’investimento United Ventures decide di puntare forte su Meritocracy e lo fa con uno stanziamento di 500mila euro.
    Queste risorse verranno destinate ad un miglioramento della tecnologia, ad una espansione dell’attività all’estero, soprattutto in Gran Bretagna, e ad una maggiore presenza sul mercato italiano.

    Meritocracy è una piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro, nata nel 2013 sotto l’impulso di meritocracyRiccardo Galli e Alberto Manassero.
    Il portale sfrutta una tecnologia avanzata che facilita il processo di recruiting delle aziende, consentendo loro di trovare in maniera veloce i profili migliori ed adatti alle proprie esigenze. Il sistema valuta esperienze, conoscenze, attitudini, interessi dei candidati ed in questo automatizza il processo di selezione.
    Si tratta di una tecnologia estremamente efficiente: basti pensare che è in grado di ridurre del 70% il tempo dedicato allo screening delle candidature, con un netto abbattimento anche dei costi.
    Non è un caso che moltissime grandi aziende abbiano deciso di investire in questa piattaforma: Samsung, Tesla, Tetrapak sono solo alcuni nomi.
    L’investimento importante di United Ventures porterà il sito ad avere una vocazione maggiormente internazionale, oltre ovviamente a sviluppare la tecnologia utilizzata.
    Ma Meritocracy non agisce solo nell’interesse dell’azienda, facilita anche il compito dei candidati attraverso un’abile azione di employer branding.
    Ogni impresa può caricare sulla piattaforma dei video e delle immagini che meglio descrivono la cultura aziendale ed il tipo di attività svolta. Il candidato può visionare il materiale multimediale prima di svolgere il colloquio e rendersi conto se il contesto lavorativo è adatto o meno alle proprie caratteristiche e/o aspettative.
    L’employer branding consente all’azienda di mostrare le proprie qualità principali e di attrarre inevitabilmente i profili migliori.



  • La comunicazione è un aspetto essenziale per ogni realtà aziendale. Troppo spesso, però, le Pmi italiane trascurano le strategie comunicative, rinunciando di fatto ad attrarre nuovi consumatori e ad accedere a nuovi mercati.
    Il contest Parola d’impresa, organizzato da Piccola Industria Confindustria e UPA – Utenti Pubblicità Associati, offre alle piccole e medie imprese italiane la possibilità di vincere un premio complessivo di 500.000 euro da investire in una campagna pubblicitaria su Il Sole 24 Ore, su carta stampata o via web.

    L’intento dell’iniziativa è far comprendere alle Pmi italiane quanto sia importante investire nella comunicazione d’impresa, soprattutto alla luce delle opportunità fornite dai new media.
    parola d'impresaI social network, in particolare, sono uno strumento relativamente a basso costo che possono creare un rapporto diretto tra azienda e consumatori, consentendo anche alle piccole realtà aziendali di creare una struttura business to costumer.
    Il contest Parola d’Impresa premia le tre migliori campagne pubblicitarie nella categoria “carta stampata” e “new media”. Saranno sei, quindi, in tutto le aziende vincitrici che si divideranno il montepremi complessivo di 500.000 euro da investire in una campagna da pubblicare su Il Sole 24 Ore.
    Possono partecipare all’iniziativa le piccole e medie imprese iscritte a Confindustria e che occupano meno di 250 persone.
    Sono ammessi in particolare piani pubblicitari che riguardano le seguenti categorie:

    • Bevande e prodotti alimentari
    • Prodotti per la persona
    • Prodotti per la casa
    • Prodotti e servizi per l’ufficio ed il lavoro
    • Mezzi e servizi di trasporto
    • Corporate image e story-telling
    • Business to business
    • Miscellanea

    Le campagne saranno analizzate da una giuria tecnica che le valuterà in base alla capacità di analisi e definizione di obiettivi; coerenza della strategia rispetto agli obiettivi; creatività della campagna pubblicitaria.
    La premiazione avverrà il 20 ottobre nella splendida cornice dell’Auditorium di Palazzo Italia presso Milano Expo 2015.
    “Parola d’Impresa” rappresenta un’importante opportunità per misurare la propria creatività, confrontarsi con altre realtà e toccare con mano la rilevanza e l’efficacia della comunicazione all’interno di un mercato sempre più digitalizzato.
    Per ulteriori informazioni sull’iniziativa e sulle modalità di partecipazione potete consultare il regolamento.

     



  • In questi giorni sta facendo discutere la direttiva europea 2013/0402 sul segreto aziendale. La normativa vieta nello specifico l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione di informazioni commerciali riservate, comminando sanzioni, che arrivano anche fino alla reclusione, per chi viola il segreto aziendale.

    Una legge di questo tipo è un evidente freno all’attività di quei giornalisti d’inchiesta che, grazie alle loro fonti, sono riusciti a far emergere alcuni scandali legati al mondo dell’impresa: Luxleaks, Montesanto ed il crack Cirio sono solo alcuni esempi.
    L’opinione pubblica e gli stessi giornalisti vengono privati del loro diritto di informazione: la presenza, infatti, di sanzioni commisurate al danno economico direttiva segreto aziendalearrecato all’azienda (si parla di milioni di euro) impedisce a qualsiasi giornalista o whistleblower di rivelare informazioni di questo tipo.
    Senza contare che l’impresa potrebbe decidere in maniera del tutto arbitraria quale siano i contenuti commerciali riservati: parliamo dei dati di marketing, delle strategie aziendali e dei metodi di produzioni, ovvero una serie sconfinata di informazioni che rappresentano senza dubbio un valore da difendere per qualsiasi impresa.
    La legge, però, lascia troppi vuoti ed impedisce de facto ai giornalisti di esercitare il loro potere d’inchiesta.
    Per questo motivo è già partita la mobilitazione popolare contro la direttiva europea. La giornalista Elise Lucet ha lanciato una petizione che si è subito diffusa anche in Italia, Germania e Gran Bretagna.
    In poco tempo sono state già raccolte più di 460mila firme, quindi l’obiettivo delle 500.000 sottoscrizioni è ormai molto vicino. Il segreto aziendale è certamente un aspetto che va tutelato: ci sono in ballo, infatti, diversi milioni di euro ed in un mercato estremamente concorrenziale, dove i dettagli fanno la differenza, divulgare informazioni riservate potrebbe essere letale per il futuro di un’azienda.
    Viviamo, però, anche in un’epoca in cui la tutela del consumatore deve essere, ed in parte già è, tutelato. Portare avanti, dunque, una normativa così vaga, che uccide il diritto d’informazione, causa delle perplessità legittime e deve portare le istituzioni europee a pensare a delle soluzioni alternative.

    https://www.youtube.com/watch?v=KLRav6FdsLM



  • Il presente ed il futuro dell’economia mondiale passa dall’analisi dei dati ed in questo senso la statistica, in quanto disciplina ed in quanto corso di laurea, rappresenta la perfetta risposta alle esigenze della società del Terzo Millennio.

    C’è un dato, probabilmente, più esemplificativo di tutti gli altri: il 90% dei laureati in statistica trova lavoro a cinque anni dalla laurea, percependo uno stipendio medio di 1.487 euro. Una vera e propria manna dal cielo per un giovane, solitamente rassegnato a combattere con un mercato del lavoro saturo di laureati ed incapace di assorbire l’enorme offerta di lavoro.
    statisticaLa laurea in statistica risulta essere il quarto gruppo disciplinare più redditizio per gli studenti, tant’è che vero che negli Stati Uniti gli statistici possiedono un reddito medio di quasi 80mila dollari l’anno e risultano essere la quarta professione più ricca.
    La forza della statistica sta probabilmente nella sua trasversalità. Il cosiddetto data science può essere applicato, infatti, a qualsiasi ambito lavorativo: dal marketing al social, passando per lo sport, la politica ed il web.
    Un’azienda che intende effettuare un business plan efficace, infatti, ha bisogno di un’attenta analisi di mercato ed in generale qualsiasi tipo di strategia passa da un’accurata elaborazione e trasformazione dei dati.
    Ecco perché la figura professionale più “sexy” del Terzo Millennio, come riportato dall’economista Hal Ronald Varian, è quella del data scientist. È un profilo centrale all’interno di un’azienda perché ha il compito di trasformare un’enorme mole di dati in informazioni utili per i manager, i quali saranno chiamati a prendere decisioni importanti avvalendosi delle suddette analisi.
    L’utilizzo dei big data non si ferma, però, al marketing ma è sempre più frequente anche nelle campagne elettorali, specie negli Stati Uniti. L’oggetto in questo caso non è più il consumatore, ma l’elettore, con tutti i suoi orientamenti politici e le sue abitudini che permettono di comprendere come può essere intercettato e e convinto a votare un determinato candidato.
    In sostanza chi possiede delle ottime competenze nel campo della statistica non dovrebbe avere difficoltà a trovare un posto di lavoro.



  • Come elaborare una strategia aziendale vincente? Per rispondere ad una domanda di questo tipo potremmo proporvi decine di contributi e soffermarci su un paio di casi aziendali “vincenti” che hanno fatto la storia dell’economia digitale e non.

    In questa sede ci limiteremo a fornirvi alcuni consigli pratici, prendendo spunto da un post molto interessante scritto da Freek Vermeulen su Hbr.
    Essere leader di un’azienda, nel 2015, comporta una serie di adempimenti impossibili da immaginare anche solo dieci anni fa. La digitalizzazione ha rivoluzionato il modo di assolvere determinati compiti, da una parte semplificando alcune funzioni, dall’altra, però, moltiplicando le opportunità di interazione con l’esterno.
    Spesso si è costretti a “giocare” su più tavoli senza avere la lucidità necessaria per prendere decisioni positive per il futuro dell’azienda.
    In questi casi, come riporta lo stesso Vermeulen, è indispensabile valutare ogni singola opportunità all’interno di un contenitore più ampio.
    strategia aziendaleUn piano aziendale efficace, infatti, deve essere coerente in tutte le sue componenti. Un’attività o un settore di un’impresa, per quanto possa essere importante esaminato singolarmente, deve essere complementare a tutte le altre opportunità di business.
    Per questo motivo, prima di prendere decisioni rilevanti, è bene fermarsi un attimo e riflettere sulla visione complessiva, chiedendoci come possano interagire le singole componenti e se la somma sia migliore del singolo numero.

    Un altro pericolo per chi lavora nella stessa azienda da anni è lasciarsi trasportare dal coinvolgimento emotivo e perdere un po’ di razionalità. È un errore che hanno commesso anche i più grandi imprenditori.
    In alcuni casi l’istinto ed il perseguimento di alcune convinzioni personali può risultare vincente, ma è bene comunque effettuare un processo di estraniazione.
    I pensieri e le convinzioni maturate durante il periodo vissuto all’interno dell’impresa possono essere negate e stravolte da una realtà economica e sociale estremamente mutevole.
    In questi casi la scelta migliore è provare a pensare come farebbe un”outsider” ovvero una persona al di fuori dell’azienda oppure un soggetto che è appena entrato nelle dinamiche aziendali. Un procedimento mentale di questo tipo ti permetterà di valutare il mutato contesto economico in maniera più oggettiva.



  • Il turismo è uno dei pochi settori che non sente il peso della crisi o quantomeno è meno permeabile di altri alla contrazione dei consumi.
    Lo dimostrano i dati recenti, riportati da Il Sole 24 Ore, che lo danno in crescita in media del 3,4% negli ultimi 4 anni, al cospetto di un’economia mondiale che è cresciuta, invece, solamente del 2,3%.
    Un ritmo davvero notevole, dunque, per un settore che rappresenta un decimo del Pil mondiale e che può costituire una vera e propria ancora di salvezza per determinati paesi, soprattutto quelli dell’Europa mediterranea.
    Ci sono degli Stati, ovviamente, che riescono a sfruttare al massimo le opportunità offerte dal proprio patrimonio culturale e paesaggistico, altri, invece, che offrono dei servizi non all’altezza.

    FormazioneIl World Economic Forum ha stilato la classifica dei paesi che offrono i migliori servizi legati al turismo. Il “Travel and Tourism Competitiveness Index” prende in considerazione 141 paesi e li analizza in base a diversi indicatori che certificano la loro competitività turistica.
    Al primo posto troviamo la Spagna. Il lavoro effettuato dagli amministratori spagnoli negli ultimi anni è stato egregio.
    Il paese iberico si posiziona al primo posto in quanto a risorse culturali offerte, ma ottiene degli ottimi score anche per quanto riguarda le infrastrutture e l’abilità nell’adattarsi ai nuovi strumenti digitali (quarto posto per entrambi gli indicatori).
    La Spagna è riuscita a sopravanzare la Svizzera che due anni fa svettava in prima posizione. Sugli altri due gradini del podio troviamo la Francia e la Germania, poco più indietro Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera.

    E l’Italia? Il nostro paese si classifica all’ottavo posto. Si tratta di una posizione non del tutto lusinghiera, considerate le straordinarie opportunità artistiche e naturali offerte dal Bel Paese.
    La notizia positiva, però, è l’aver recuperato ben 18 posizioni dopo il poco onorevole 26° posto fatto registrare due anni fa.
    L’Italia ottiene un buono score in merito al numero di siti culturali patrimonio mondiale (1°posto), alle risorse naturali e culturali (quinto posto) e alle infrastrutture (13°). Paga, però, letteralmente a carissimo prezzo l’elevato costo della vita.
    Secondo il World Economic Forum, infatti, in Italia sono poco competitivi i prezzi (133°) e c’è un contesto poco favorevole alle imprese e al lavoro. Gli incentivi fiscali per le assunzioni o per gli investimenti hanno una ricaduta eccessiva sulla tassazione (penultimo posto per questo speciale indicatore) e il sistema burocratico e giudiziario risulta essere estremamente lento e poco efficiente.
    Sono tutti aspetti che conosciamo alla perfezione, ma non per questo in questi anni sono state effettuate delle politiche pubbliche che intervenissero in maniera efficace per migliorare questi servizi.
    Al contrario, come riporta l’analisi del World Economic Forum, l’Italia è solo al 65° posto per priorità data al turismo.
    Un risultato che rende alla perfezione l’idea di quanto superficialità ci sia stata nell’affrontare un tema così rilevante, sia dal punto di vista culturale che più strettamente economico.



  • Il dodicesimo rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione dal titolo “L’economia della disintermediazione digitale” ci mostra un quadro completo sullo stato dell’e-commerce in Italia.
    L’acquisto di prodotti online è una pratica sempre più diffusa su scala mondiale. Superata la diffidenza iniziale, sia le imprese che i consumatori hanno compreso i vantaggi di tale attività.
    Per le aziende incentivare le vendite online significa espandere il proprio mercato e trovare una platea di acquirenti potenzialmente illimitata; i benefici sono evidenti anche per i consumatori, sia in termini di costi dei prodotti ridotti che di comodità nell’acquisto.

    Il rapporto Censis ci fornisce alcuni dati interessanti sul tema.
    Secondo questa indagine, il 43,5% degli utenti italiani, corrispondenti a circa 15 milioni di persone, compie degli acquisti online.
    Insomma quasi un italiano su due, tra quelli che frequentano il Web, decide di utilizzare strumenti e beni forniti dal commercio digitale.
    Gli acquirenti italiani ritengono che siano due i vantaggi principali di fare shopping in rete: economicità e comodità. Il 37,1%, infatti, sostiene che acquistare un prodotto online comporti un risparmio notevole rispetto ai negozi tradizionali.
    Il 32,8% ritiene, inoltre, che sia più comodo. Basta un semplice click da casa e seguire delle procedure abbastanza semplificate per comprare un bene che arriverà direttamente al tuo domicilio.
    Niente più file nei negozi durante il periodo dei saldi: una vera e propria manna dal cielo per chi odia fare shopping.
    Internet offre una vasta gamma di scelta e si possono trovare tante informazioni sulla qualità dei prodotti, aspetto da non sottovalutare, soprattutto quando si procede all’acquisto di beni molto costosi.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaPermane comunque una parte di popolazione italiana diffidente sul mondo dell’e-commerce. Secondo il rapporto Censis-Ucsi, infatti, il 28,7% degli italiani pensa che dietro l’acquisto di un prodotto online possa nascondersi una truffa; una percentuale che aumenta tra gli over 65 anni (34,6%) e tra i meno istruiti (32,6%).
    In generale molti cittadini italiani si mostrano preoccupati in merito alla sicurezza dei metodi di pagamento digitali e al recapito dei beni a domicilio.
    Solo il 10,3% degli italiani si fida al cento per cento dei pagamenti in rete, mentre il 21,8% teme che il prodotto acquistato possa arrivare a casa propria in ritardo oppure danneggiato.
    L’e-commerce rimane ad ogni modo una realtà in crescita su scala mondiale ed in quanto tale non può essere ignorata, soprattutto dalle imprese. L’Italia da questo punto di vista ha ancora enormi margini di crescita, se pensiamo che la classifica Desi (Digital Economy and Society Index) relega il nostro paese all’ultimo posto per quanto riguarda la quota di Pmi che utilizzano l’e-commerce.
    Il processo di innovazione passa in maniera imprescindibile dall’economia digitale: è bene che consumatori ed imprese prendano coscienza di tutto ciò.


  • latte granarolo

    L’anno appena conclusosi verrà ricordato in maniera molto positiva da Granarolo.
    Il Cda ha da poco approvato il bilancio del 2014 che ha fatto registrare un risultato da record: per la prima volta, infatti, il fatturato dell’azienda ha superato il miliardo di euro (1,037 miliardi di euro), con una crescita del 4,8% rispetto al 2013.
    L’Ebitda, invece, è di 60 milioni di euro, in aumento addirittura del 19,2% rispetto all’anno precedente.
    Presentano dei valori positivi anche il risultato netto e la posizione finanziaria netta.
    Il primo si attesta sui 9 milioni e risulta sostanzialmente stabile; il secondo, invece, fa registrare 122 milioni di euro, con una variazione positiva di 5 milioni nel confronto con il 2013.

    latte_fresco_I risultati raggiunti da Granarolo sono notevoli in senso assoluto, ma diventano ancora più rilevanti se parametrizzati al grave periodo di recessione che sta vivendo l’Italia.
    La scarsità della domanda interna ha portato ad una netta diminuzione degli ordinativi e della produzione industriale, con conseguente riduzione degli investimenti da parte della maggior parte delle aziende nostrane.
    La strategia di Granarolo è stata, però, lungimirante: sfruttare la debolezza dell’Euro per allargare i propri orizzonti di mercato al di fuori dell’area Ue.
    La scelta di puntare, ad esempio, sul settore dei formaggi e sulla loro richiesta nei mercati esteri ha portato la quota di export a crescere dal 4 al 16% in due anni e secondo le previsioni a breve potrebbe superare addirittura il 30%.

    Il caso di Granarolo è il perfetto esempio di come si possano raggiungere determinati obiettivi attraverso un’accurata programmazione aziendale che tenga conto del mutato scenario macroeconomico.
    A tal proposito il presidente del Consiglio d’amministrazione, Gianpiero Calzolari, annuncia un maggiore impegno dell’impresa in mercati molto prolifici per il made in Italy: “ Il 2015 sarà ancora un anno di crescita con un duplice obiettivo . Da un lato, prevediamo di consolidare il mercato europeo con ulteriori accordi e partnership, dall’altro guardiamo con attenzione ai mercati extra UE, in particolare quelli asiatici e statunitensi dove possiamo valorizzare la filiera italiana e le eccellenze del made in Italy”.
    Da questo punto di vista, sottolinea Calzolari, Export sarà un ponte importante per rilanciare i prodotti italiani e valorizzare la qualità che le nostre aziende sanno esprimere.