Categoria: Comunicazione & Marketing


  • Il piano del Governo è stato lanciato: 6 miliardi di euro per l’implementazione della rete a banda ultralarga su tutto il territorio nazionale.
    L’obiettivo è chiaro: arrivare al 2020 con il 100% della popolazione italiana coperta con una rete da almeno 30 Mega ed il 50% con una connessione da 100 mega.
    Le modalità di attuazione sono ancora incerte. Il Governo, però, nella persona del sottosegretario allo Sviluppo Economico, Antonello Giacomelli, ha lanciato l’allarme, invocando una collaborazione tra pubblico e privato, perchè lo Stato “da solo non ce la fa!”

    Una dichiarazione tutto sommato nella norma. Gli investimenti della mano pubblica saranno corposi e beneficeranno anche dei fondi europei. Ma non basteranno.
    Ci vuole un intervento anche dei privati, per questo negli ultimi giorni si è fatta avanti l’ipotesi della creazione di una società che veda coinvolti diversi operatori telefonici, tra i quali ovviamente Telecom, Wind e Vodafone.
    Un’operazione che potrebbe creare non pochi problemi di convivenza e che, non a caso, ha trovato l’immediata smentita da parte di Telecom, per bocca del suo amministratore delegato, Marco Patuano: “Andiamo avanti da soli. Non c’è nessuna ipotesi di lavorare su percorsi societari diversi dai nostri investimenti”.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaInvestimenti che Telecom ha già programmato per il futuro, ma che incontrano alcune perplessità da parte del Governo e dell’Agcom. L’azienda di telecomunicazione ha appena lanciato un piano da 3 miliardi di euro per il nostro paese, privilegiando, però, la tecnologia Fttc, che prevede la fibra ottica  solo fino all’armadio stradale e poi il  doppio filo di rame fino all’abitazione.
    Secondo l’Agcom una simile tecnologia è funzionante solo c’è un solo operatore collegato, ponendo così alcune questioni sul piano della concorrenza e del libero mercato.
    L’Fttc porterà comunque la connessione a 50 Mega in tutte le città coinvolte. Solamente dal 2017, invece, Telecom investirà sulla fibra ottica fino a casa (Ftth), con uno stanziamento di 500 milioni di euro in tre anni.
    Gli obiettivi dell’Agenda digitale europea sono ancora lontani, soprattutto per l’Italia, ultima tra i paesi europei in materia di banda larga. Per questo motivo è quantomai necessario trovare un accordo tra pubblico e privati, che preveda il definitivo superamento delle tecnologie in rame e l’implementazione degli strumenti a fibra ottica.



  • Ci sono le persone romantiche e quelle moderne. O almeno così dicono, come se non fosse possibile conciliare le due cose.
    Essere amanti delle nuove tecnologie non significa necessariamente disprezzare la tradizione. Del resto è solo grazie agli insegnamenti tecnici e teorici passati che è possibile concepire il concetto di progresso e sperimentare qualcosa di nuovo.

    ctuÈ possibile applicare questo concetto alla battaglia tutta moderna tra i vecchi libri su supporto cartaceo ed i nuovi e-book. Le tecnologie moderne hanno letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, cambiando le nostre abitudini e consentendoci di svolgere determinate funzioni impensabili fino a qualche anno.
    Eppure ci sono alcuni digital devices che faticano ad imporsi sul mercato mondiale e a sostituire strumenti tradizionali.
    Il riferimento è proprio ai libri digitali, i quali pagano dazio nel confronto con i libri cartacei.
    L’odore della carta ed il romantico rumore della pagina sfogliata mantengono intatti il loro fascino. Il costo minore degli e-book ed il loro carattere multi task non è sufficiente per entrare nel cuore dei lettori.
    Lo ha ribadito un recente sondaggio del Washington Post, secondo il quale solo il 9% degli studenti universitari americani legge un libro sotto formato digitale. E non stiamo parlando di gente “old school” ma di persone che sono nate e cresciute nell’era digitale.
    I giovani ritengono che leggere un libro cartaceo aiuti a studiare con più attenzione, consentendo inoltre di sottolineare i passaggi chiave e di prendere appunti all’interno della stessa pagina. Una concezione dello studio, questa sì “old school” e destinata a non tramontare mai.

    Ma veniamo alla notizia del giorno. Questa volta il duro colpo agli ebook viene addirittura dalla Corte di Giustizia europea.
    Una sentenza dell’organo giurisdizionale continentale boccia l’Iva agevolata sugli e-book presente in Lussemburgo ed in Francia. Una pronuncia destinata ad avere degli effetti anche in Italia, visto che proprio di recente è stata approvata una legge che pone l’Iva sui libri digitali al 4%.
    In Francia, per fare un esempio, la suddetta tassa è al 5,5%. Capiamo benissimo, dunque, come anche il nostro paese sarà costretto a modificare la propria normativa.
    La motivazione della sentenza sta tutta nella definizione stessa di e-book. La Corte di Giustizia si esprime, infatti, in questi termini: “Le norme europee vietano la possibilità di applicare un’Iva ridotta a qualunque servizio fornito per via elettronica”.
    Gli e-book vengono, dunque, concepiti come un servizio e non come un semplice bene, sul quale sarebbe stato possibile apporre una tassazione diversa.
    In generale l’Unione Europea prevede delle tariffe agevolate per i libri solamente se il supporto fisico è parte integrante del libro stesso, come avviene per il cartaceo. Non è il caso degli e-book, in quanto il computer o il tablet non sono forniti insieme al libro digitale, dunque non sono considerati parte integrante di essi.
    Si tratta, comunque, di una sentenza di un certo rilievo perché impedisce agli Stati di defiscalizzare l’utilizzo dei libri digitali. Solo grazie ai prezzi ridotti questi ultimi riescono ad ottenere un vantaggio competitivo rispetto al cartaceo, vantaggio che potrebbero rischiare anche di perdere.



  • Addio al roaming? Sì, ma non prima del 2018.
    È questa la contestata decisione presa dalla Commissione europea. Contestata in primis dal Parlamento Ue.
    Nel mese di Aprile 2014 l’assemblea parlamentare aveva disposto l’eliminazione dei costi di traffico telefonico da pagare quando ci si trova in un paese diverso dal proprio.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaSembra una contraddizione in termini il fatto che nell’epoca delle moneta unica e dell’abolizione delle barriere doganali, i cittadini dell’Eurozona debbano sopportare costi maggiorati nell’invio di un sms per il semplice fatto di trovarsi in Francia o in Germania.
    Eppure è così e la spiegazione va ricercata nell’immenso potere delle compagnie telefoniche.
    Paesi come la Francia e l’Olanda si sono opposti fermamente all’eliminazione immediata del roaming, rinviando la decisione al 2018 e rendendola vincolata ad uno studio specifico sugli impatti di una simile decisione sulle compagnie telefoniche.
    Qualora l’addio al roaming dovesse comportare danni notevoli all’attività economica delle suddette compagnie, ci potrebbe essere lo stop improvviso del processo di riforma.

    Francia e Olanda hanno messo davanti, dunque, gli interessi oligopolistici delle proprie imprese, fornendo un ulteriore colpo al processo di integrazione politica ed economica.
    Eppure proprio questo era uno dei punti cardine del piano di liberalizzazione del nuovo presidente della Commissione Juncker. In questi anni i costi del roaming sono stati ridotti in maniera notevole (-80%), ma non può bastare.
    I cittadini dovranno accontentarsi di un misero pacchetto in vigore dal primo luglio 2016: 5 minuti, 5 megabyte e 5 sms senza costi aggiuntivi per sette giorni l’anno.
    Superato questo limite, si tornerà ai costi aggiuntivi standard: 5 centesimi al minuto per le chiamate e per ogni megabyte e 2 centesimi per gli sms. Il principio “mercato unico, tariffa unica” è, dunque, ancora lontano dall’essere attuato.
    La sensazione è che la debolezza del processo di integrazione europea, manifestatasi in questi mesi, possa avere delle ripercussioni in sede decisionale. Crescono, infatti, i veti incrociati e aumentano gli stati mal disposti a cedere quote di sovranità in nome del progetto europeo.
    È una problema, quest’ultimo, di natura politica e va affrontata con discreta urgenza.



  • Il Social Media Marketing non è solo un’esigenza del momento, ma un vero e proprio imperativo categorico.
    Ci scuserà Kant per avere preso in prestito e forse banalizzato il suo concetto di alta statura morale, ma rende bene l’idea della solennità con la quale un’impresa deve approcciarsi al mondo social.
    Molte aziende lo hanno capito, alcune (poche per la verità) sono tendenzialmente restie ad investire sui social network.
    Cosa c’entrerà mai Facebook o Twitter con la promozione dei nostri prodotti? Diranno i più scettici.
    La nostra risposta potrebbe, anzi andrà oltre la mera elencazione di dati sulla correlazione tra una buona operazione di marketing su Facebook e la crescita in termini di vendite.
    Andremo oltre perché è il mondo del marketing stesso a farlo, ritenendo i social media tradizionali (Facebook e Twitter) in parte superati e sta esplorando nuove frontiere (ogni riferimento a Whats app e ad altre piattaforme di messaggistica istantanea è puramente voluto).

    socialProviamo, però, a soffermarci un momento su quello che è ancora oggi il social network più utilizzato dagli italiani. Il riferimento, ovviamente, è a Facebook.
    Socialbakers.com , come sempre imprescindibile per queste tematiche, ci fornisce i dati relativi al mese di gennaio sulle top aziende e sui migliori media sulla piattaforma Facebook.
    Sono molteplici le variabili che ci consentono di verificare la presenza più o meno efficace di un brand sui social media. In questa sede ci limiteremo a riportare alcuni numeri che ci danno semplicemente una misura quantitativa della questione.

    Innanzitutto diamo uno sguardo al numero di Mi Piace delle pagine Facebook delle migliori aziende italiane. Al primo posto c’è Nutella della Ferrero, non a caso una delle imprese nostrane di maggior successo nel globo.
    Su un totale di oltre 30 milioni di Mi Piace, 4.620.154 ovvero il 15.1 % provengono dall’Italia, a dimostrazione del fatto che il brand Nutella è davvero un leader nel settore e non solo nel nostro paese.
    Se ci spostiamo poco più indietro troviamo tre colossi mondiali come Amazon, Samsung e Coca Cola. Parliamo di tre brand diversi per attività e prodotti sul mercato. Coca Cola è un marchio storico che, nonostante il passere del tempo, mantiene sempre un fascino inalterato, soprattutto sui più giovani.
    Amazon e Samsung, invece, si inseriscono a pieno nella modernità, operando nel campo dell’e-commerce e delle tecnologie digitali. La loro ascesa è sotto gli occhi di tutti e la classifica dei Mi Piace è solo un piccolo indicatore delle rilevanza di queste due aziende nello scenario italiano e mondiale.
    Passando ai media, il leader in termini di likes è FanPage.it con 3 356 402 di mi piace italiani, equivalenti al 90.5 % del totale. FanPage sfrutta il carattere partecipativo ed indipendente del proprio canale, diffondendo notizie originali provenienti da tutto il mondo, in grado di scatenare la curiosità degli utenti.
    Seguono a ruota la Republica, Real Time, Radio Italia ed Mtv Italia.

    Ci sono poi altri indicatori più dettagliati per analizzare l’attività social dei vari brand. Uno di questi è il cosiddetto Post Rate Engagement. Quest’ultimo misura la percentuale di persone raggiunte da un post, ovvero il numero di like, condivisioni, commenti e click di un post su Facebook.
    Sicuramente gli stimoli in tal senso sono in crescita sui social network: il numero di post sponsorizzati aumentano vertiginosamente, quindi è difficile che essi possano raggiungere i tassi di interazione di qualche anno fa.
    Ad ogni modo nel mese di gennaio il primo posto è stato ottenuto da Noverca (7,4% di Engagement Rate), davanti a Vitasnella Bakery (6,29%) e Felix – Gatti da una zampa avanti (6,08%).

    C’è, infine, un ultimo indicatore fondamentale in materia di social media marketing. Quando si opera all’interno di un tool, la cui interattività è il principio essenziale, bisogna per l’appunto interagire!
    Ecco perché la classifica dei Socially Devoted Brands on Facebook è forse lo strumento migliore per un’analisi sulla presenza delle aziende sui social network.
    Tale graduatoria misura, tra le altre cose, il tempo medio di risposta da parte dell’impresa alle domande degli utenti, nonchè la frequenza di tali risposte. Se risponderai a più del 65% delle questioni poste potrai essere considerato un Socially Devoted Brand.
    L’utente, infatti, vuole interagire con l’azienda di riferimento e porre domande relative ai prodotti e ad eventuali offerte che vengono proposte. Ci sono, però, anche problemi tecnici che necessitano di soluzioni.
    È il caso, ad esempio, delle compagnie telefoniche chiamate a rispondere a numerose questioni di questo genere poste dai clienti. Non è un caso che in quattro dei primi cinque posti di questa graduatoria ci siano, appunto, delle compagnie telefoniche con Wind prima, seguita da Fastweb, poi Poste Italiane, Vodafone it e Tim.
    Addirittura il tempo medio di risposta ad una domanda da parte di Wind è di soli 8 minuti, mentre Fastweb e Tim presentano il 99% di response rate, dando una risposta, dunque, a quasi tutte le questioni poste.
    I dati appena riportati sono solo un atomo di un mondo in continua evoluzione e che diventerà sempre di più una parte integrante del tessuto economico mondiale.

     



  • Un rapporto conflittuale quello tra l’Italia e la banda larga. Tutte le classifiche mondiali relegano il nostro paese nelle retrovie in tema di connettività veloce.
    Sono ancora troppe, infatti, le zone senza copertura internet o con una connessione palesemente deficitaria.
    Si tratta di realtà letteralmente abbandonate a sé stesse in un mondo dove il digitale è lo strumento principale per qualsiasi tipo di attività.
    Il Sud è senza ombra di dubbio il territorio maggiormente penalizzato, ma anche al Nord ci sono zone montane che faticano a raggiungere gli standard europei in materia di banda larga.
    L’Europa per l’appunto. L’Agenda Digitale Europea ha posto degli obiettivi chiari: entro il 2020 tutta la popolazione continentale deve possedere una connessione di almeno 30 mega e la metà deve potere viaggiare a 100 mega.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaL’Italia è lontanissima da questi livelli. In questi ultimi giorni, però, sembra che qualcosa si stia muovendo, sia sul fronte pubblico che su quello privato.
    Lo Stato pare intenzionato a stanziare dei fondi per le aree marginali, prevedendo anche agevolazioni fiscali per i privati.
    Ma forse la notizia più importante viene da Telecom. L’azienda ha deciso di investire oltre un miliardo di euro per dotare 723 scuole italiane di una connessione a banda ultra larga.
    Come ha sottolineato Marco Patuano, amministratore delegato di Telecom in un’intervista a Il Messaggero, il principale gruppo Ict del nostro paese ha vinto i bandi per l’implementazione della banda larga in Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia e Calabria.
    L’intervento riguarda, quindi, tutte le regioni del Sud: è stato calcolato che entro il 2016 una quota superiore al 60% della popolazione meridionale potrà usufruire di una connessione tra i 30 ed i 100 mega.
    Numeri importanti che riguarderanno cittadini comuni, ma anche imprese, pubbliche amministrazioni e soprattutto scuole.
    Si tratta di un investimento molto importante per un settore scolastico che ha assolutamente bisogno di adattarsi agli standard europei in materia di digitale.
    L’innovazione tecnologica deve partire, infatti, dalle scuole primarie e secondarie, perché è proprio lì che l’Italia paga un margine troppo ampio rispetto ai pari grado continentali.



  • Il Social Media Marketing è una realtà emergente su scala mondiale e nazionale.
    Un piano di promozione che si rispetti deve passare necessariamente dall’utilizzo delle piattaforme Facebook, Twitter o YouTube.
    Ma c’è di più. Molte aziende decidono di effettuare delle campagne creative anche attraverso le applicazioni di messaggistica istantanea o comunque tramite i social che abbiano nella chat la propria funzione primaria.
    Whatsapp, Skype e Facebook Messenger sono diventati dei veicoli fondamentali per la promozione dei prodotti, creando un rapporto più diretto ed interattivo con gli utenti.

    downloadC’è innanzitutto un guadagno in termini economici. I costi, infatti, sono nettamente inferiori rispetto alla pubblicità su Facebook o su Twitter.
    Piattaforme come Whatsapp sono pressochè gratuite, il che consente di effettuare un tipo di marketing efficace anche ad aziende dal budget limitato.
    Ovviamente è necessario avere una propria pagina Facebook o Twitter che possa rimandare alle iniziative svolte all’interno delle applicazioni di messaggistica.
    I classici social network fanno così da tramite per una campagna di pubblicizzazione più pervasiva su un’altra piattaforma.

    Le iniziative pubblicitarie su Whatsapp possono risultare persino più incisive perchè permettono un dialogo più diretto con l’utente , sul modello one-to-one. Il cliente si sente maggiormente coinvolto ed più facile prevedere un suo processo di fidelizzazione.
    Si possono creare giochi a premio, coinvolgere più utenti contemporaneamente, veicolare video ed immagini.
    Si tratta di iniziative già sperimentate con successo da molte aziende internazionali e destinate a crescere col passare del tempo.

    In generale, i social media sono diventati uno strumento imprescindibile per il mondo del marketing, in quanto enormi contenitori di dati sulle preferenze dei consumatori. Gli Stati Uniti sono tra i principali promotori dell’utilizzo dei cosiddetti “big data” per iniziative di carattere commerciale, ma anche politico-elettorale.
    Questa via verrà intrapresa con maggiore frequenza anche dalle aziende europee ed italiane.
    E chissà che il modello di conversazione privata di Whatsapp non possa essere davvero la nuova frontiera della promozione dei prodotti. Il tutto a patto di non invadere eccessivamente la privacy  degli utenti e di rivolgersi a professionisti del settore dei social media.

     

     

     



  • Il modello d’impresa americano, che ha permesso agli Stati Uniti di uscire dalla crisi ed intraprendere la strada della crescita, è fondato sulle piccole e medie imprese innovative.
    Certamente l’aiuto dello Stato e della Federal Reserve è stato importante, ma l’aver puntato sull’iniziativa privata e sui progetti ad alta tecnologia è stata una scelta tanto azzeccata quanto al passo con i tempi.
    Qual è, invece, la situazione europea? Gli stati appartenenti all’Eurozona presentano modelli di sviluppo diversi tra di loro. Se da una parte l’Europa del Nord viaggia al passo col tempo e con la tecnologia, non si può dire la stessa cosa per i paesi mediterranei, tra cui certamente va ricompresa l’Italia.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaEppure l’Unione Europea fornisce una serie di opportunità giuridiche e di finanziarie che potrebbero favorire lo sviluppo di start up innovative, con la conseguente implementazione di applicazioni, prodotti e servizi che potrebbero rendere più facile la vita dei cittadini.
    Il Sole 24 Ore fa il punto della situazione ed identifica problematiche ed opportunità del tessuto economico europeo in materia di start up d’impresa.
    La domanda di lavoro nel settore digitale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione TIC è in crescita del 3% ogni anno, mentre il numero di laureati in materie scientifico-informatiche è calato del 10% nel periodo di tempo compreso tra il 2006 ed il 2010. Secondo questi dati pare che nel 2020 i posti vacanti in questo settore possano diventare addirittura 900.000.

    Cresce, dunque, l’esigenza di innovazione, ma manca forse la voglia di mettersi in discussione e di presentare nuove idee. Difficile stabilirlo con certezza.
    Un aspetto, invece, è palesemente latente: non c’è un’adeguata pubblicità sulle opportunità che il settore offre in termini di finanziamenti europei.
    L’Italia, da questo punto di vista, è distante anni luce anche dalle altre realtà continentali. I costi ed i tempi burocratici per aprire una nuova impres sono ancora enormi.
    Un contesto normativo, fiscale ed amministrativo di questo tipo scoraggia gli investitori e mortifica le idee.
    Ci sono tuttavia una serie di iniziative documentate da Il Sole 24 Ore e consultabili anche sul sito dell’Agenda digitale europea 2020.

    L’Unione Europea innanzitutto fornisce assistenza ai piccoli imprenditori sui passi necessari per poter formare una start up.
    Ci sono una serie di step imprescindibili, che contemplano la presentazione di un progetto dettagliato e realmente innovativo che consenta alle imprese nascenti di poter accedere ai finanziamenti e alle garanzie delle istituzioni europee e delle banche.
    Tra i finanziamenti disponibili per le start up che si occupano di web e dell’implementazione di nuove applicazioni c’è, ad esempio, il fondo Fiware che mette a disposizione delle imprese migliori 80 milioni di euro.
    Ci sono poi settori ad alto rischio di fallimento, per cui sono pochi gli imprenditori che decidono di mettersi in gioco considerate le scarse possibilità di successo.
    Per questo tipo di attività l’Unione Europea ha messo a disposizione il piano Fet che contempla l’erogazione di 154 milioni di finanziamenti. Nel 2015 ci saranno due bandi per poter accedere a queste risorse, uno il 31 Marzo l’altro il 29 settembre.
    Per le piccole e medie imprese, infine, Horizon 2020 mette a disposizione 500 milioni con l’obiettivo di aiutare le piccole realtà a commercializzare i propri prodotti e a sviluppare le proprie idee.
    Ci sono anche il fondo Cosme ed Eurostar, ovvero dei piani di investimento di miliardi euro che coprono il periodo di tempo 2014-2020.
    L’intento dell’Agenda digitale europea 2020 è arrivare tra qualche anno ad avere un tessuto economico realmente competitivo con i colossi tecnologici asiatici ed americani.
    La sfida è complessa, ma le opportunità esistono e vanno conosciute.



  • Il ritardo accumulato dall’Italia in materia di banda larga grida vendetta.
    Il nostro paese è agli ultimi posti tra i paesi europei ed è lontano anni luce dagli obiettivi posti dall’Agenda Digitale Europea.
    Secondo il piano continentale entro il 2020 tutta la popolazione deve avere un collegamento Internet di 30 mega e metà di essa deve possedere una connessione di 100 mega.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaImpossibile per l’Italia pensare di poter arrivare a questo obiettivo in così poco tempo. Colpa delle istituzioni italiane, restie per anni ad investire in innovazione e tecnologia, e degli investitori privati, molto attenti ai costi dell’operazione banda larga più che agli eventuali profitti.
    Certamente esiste un problema infrastrutturale nel nostro paese. Per avere una copertura ampia della connessione veloce bisogna effettuare lavori molto costosi su tutto il territorio nazionale.
    I privati non sembrano intenzionati ad accollarsi i costi di questa operazione.
    Ecco perchè il Governo proporrà una manovra che vedrà l’esborso di una notevole quantità di soldi pubblici.

    Si parla di circa 8 miliardi così ripartiti: 2,4 miliardi di euro di fondi comunitari Fesr e Feasr, 4 miliardi di fondi coesione e sviluppo stanziati dal governo ed infine altre due miliardi messi a disposizione da soggetti privati.
    A questi finanziamenti vanno aggiunte le agevolazioni fiscali previste nel decreto Sblocca Italia, con un credito d’imposta fino al 50% e che interesseranno le aree marginali e quelle a fallimento totale di mercato.
    Come riportato dal Corriere Economia, il territorio italiano, infatti, verrà diviso in quattro cluster in base alle possibilità remunerative dell’implementazione della banda larga. Oltre alle due già citate, ci sono anche le 15 maggiori città italiane, dove il profitto per gli operatori dovrebbe essere assicurato, e più di 1000 comuni ad attrattività variabile.
    La maggior parte degli investimenti pubblici interesserà le aree più svantaggiate, specie quelle del Mezzogiorno, mentre i finanziamenti privati interesseranno le grandi città.
    La speranza è che queste risorse vengano spese in maniera efficiente, perchè l’Italia non può più permettersi passi falsi in materia di banda larga.
    Vedremo quale sarà nel dettaglio il piano nazionale che verrà presentato venerdì in Consiglio dei Ministri.



  • Non era facile uscire dalle prime 50 posizioni del Word Press Freedom Index, la classifica che certifica il livello di libertà di stampa presente nei singoli paesi.
    Ebbene sì, l’Italia c’è riuscita perdendo ben 24 posizioni ed attestandosi al 73° posto, dietro al Senegal e alla Moldavia.
    Lo studio realizzato da Reporters without borders prende in considerazioni sette variabili: livello di abusi, pluralismo, quadro giuridico, indipendenza dei media, trasparenza, autocensura ed infrastrutture.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaSecondo la graduatoria proposta, alla fine del 2014 ai primissimi posti si collocano i paesi scandinavi.
    L’Europa del Nord si conferma una macro-area all’avanguardia, non solo sul piano dell’innovazione tecnologica, ma anche su quello dei diritti. Ai primi cinque posti troviamo infatti la Finlandia, la Norvegia, la Danimarca, l’Olanda e la Svezia.
    Poco più indietro la Germania (12°), mentre Spagna, Gran Bretagna e Francia si collocano rispettivamente al 33°, 34° e 38° posto.

    E l’Italia? Il nostro paese viene retrocesso pesantemente. Passa dalla 49° posizione del 2013 al 73° attuale.
    Secondo Reporters without borders, i giornalisti italiani sarebbero stati vittima di innumerevoli attacchi mafiosi.
    Nei primi dieci mesi del 2014 ci sono stati ben 43 casi di aggressione fisica e 7 casi di attacchi incendiari a case e auto. Numeri preoccupanti, ai quali va aggiunta la crescita delle cause “ingiustificate” per diffamazione, la maggior parte delle quali portate avanti da politici.
    Si è passati dagli 84 procedimenti per diffamazione del 2013 ai 129 nei soli primi dieci mesi del 2014.
    Segno di una categoria, quella dei giornalisti, che fatica a mantenere la propria indipendenza di fronte all’influenza della classe politica.
    In generale, secondo questo reportage, la libertà di stampa segna il passo nella maggior parte dei paesi analizzati.
    L’influenza della politica e di gruppi terroristici di stampo islamico ha assestato dei colpi pesanti all’intera categoria giornalistica. L’attacco a Charlie Hebdo, in tutta la sua gravità, esemplifica alla perfezione il momento storico che sta vivendo lo stato di diritto e tutte le sue diramazioni.



  • C’è un mondo inesplorato che le aziende devono iniziare a scoprire: è quello del digitale.
    Una realtà concreta che offre tantissime opportunità alle imprese, non solo dal punto di vista dell’innovazione delle tecniche di produzione e dei beni offerti.
    I digital devices presentano soluzioni nuove ed efficienti anche dal punto di vista del marketing, della comunicazione e della commercializzazione dei prodotti.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaPer questo motivo è nata una nuova figura: il Chief digital officer (Cdo), un vero e proprio esperto di digitale operante nelle aziende.
    Il Corriere della Sera riporta un dato interessante ripreso dalla Gartner, una multinazionale statunitense al vertice della consulenza It: entro il 2015 il 25% delle imprese italiane avrà un Cdo.
    Ciò aiuta a comprendere l’importanza che assumerà col passare degli anni l’innovazione tecnologica e con essa le figure che utilizzano le tecniche più all’avanguardia.

    Uno degli strumenti più interessanti ed utili nel campo del marketing sono i cosiddetti “Big Data”. La rete offre milioni di dati disomogenei sulle preferenze dei consumatori, indicazioni che si possono desumere attraverso le conversazioni di What’sApp, i Mi Piace su Facebook, le menzioni su Twitter o i video caricati su Youtube.
    I social contengono una miriade di informazioni che possono essere utilizzate per fini di marketing.
    Ecco perché è necessario dotarsi di un Chief digital officer, ovvero una figura che sappia aggregare questi dati e fornire all’amministratore delegato elaborazioni utili per la commercializzazione dei prodotti.
    Il Cdo non si occupa solo di “Big Data”, progetta anche sistemi di e-commerce, strategie di marketing e di fidelizzazione del cliente, il tutto sfruttando le enormi potenzialità dei digital devices.
    Investire in innovazione, dunque, risulta quanto mai essenziale. I paesi più all’avanguardia nel campo tecnologico, partendo da quelli più noti come Cina, Giappone e Stati Uniti, finendo con i paesi scandinavi ed Israele, stanno raccogliendo i frutti di questa strategia, diventando dei veri e propri leader in svariati settori economici.



  • Un altro passo verso la semplificazione e la trasparenza. Questa volta è l’Inail a perseguire questa strada.
    La determina n.13/2015 del presidente dell’Istituto disciplina l’accesso libero agli atti, ai documenti e a tutte le informazioni riguardanti l’amministrazione.
    La misura agisce in continuità con il decreto legislativo 13/2013, in materia di trasparenza delle pubbliche amministrazioni. In particolare l’art. 5 del suddetto decreto istituisce il cosiddetto accesso civico, attraverso il quale cittadini, associazioni, fondazioni, comitati, società ed enti possono chiedere la pubblicazione degli atti dell’amministrazione.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaTutte le P.A. sono tenute a pubblicare sul proprio sito istituzionale le informazione inerenti alla propria attività, ai servizi offerti e al proprio personale. Qualora ciò non accadesse, i cittadini hanno il diritto di richiederne la pubblicazione.
    L’Inail, attraverso la determina n.13/2015, stabilisce tutto l’iter da seguire.
    L’accesso civico è totalmente gratuito. Può essere effettuato online senza specificare la motivazione, spetterà all’amministrazione valutarne i presupposti.
    La richiesta di pubblicazione deve essere firmata digitalmente, qualora non fosse possibile va allegata fotocopia del documento d’identità.
    Una volta effettuata l’istanza, il provvedimento deve essere concluso entro 30 giorni. Il responsabile della trasparenza dovrà valutarne la fondatezza e comunicare all’interessato l’eventuale esito negativo dell’istanza.
    Qualora le informazioni richieste siano già state pubblicate online, il responsabile del procedimento è tenuto a fornire al richiedente il relativo link.

    In ogni caso le richieste di accesso civico possono essere presentate attraverso le seguenti modalità e ai suddetti indirizzi di riferimento:
    • a mezzo posta = Responsabile Trasparenza Inail, via IV novembre, 144 – 00187, Roma;
    • a mezzo email = responsabiletrasparenza@inailt.it
    • a mezzo pec = responsabile.trasparenza@postacert.inail.it



  • Il Sole 24 Ore, attraverso Idc, presenta i dati sulle vendite dei device mobili in Italia.
    Una stima per certi aspetti sorprendenti. Secondo l’elaborazione di Idc, infatti, nel 2014 c’è stato un calo del 6% nell’acquisto di smartphone, tablet e cellulari tradizionali rispetto all’anno precedente.
    Il numero complessivo di vendite di device mobili ammonta a 25 milioni e mezzo.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaSe analizziamo i dati nel dettaglio, notiamo come il crollo sia dovuto principalmente alla diminuzione nell’acquisto di cellulari tradizionali (-30%). Stupisce, da un certo punto di vista, la contrazione avvenuta nel settore dei tablet (-4,7%). In crescita, invece, gli smartphone, la cui vendita è cresciuta del +6,5% per un totale di 16,5 milioni di pezzi venduti.

    I dati in questione confermano la tendenza manifestatasi negli ultimi anni. La crisi continua a colpire i consumatori: ne risentono di conseguenza anche gli acquisti i digital devices, ormai fondamentali per lo svolgimento di qualsiasi attività quotidiana.
    Lo dimostrano anche i risultati dettagliati sulla vendita degli smartphone. Il settore è ovviamente in crescita, ma tale aumento va circoscritto ai prodotti low cost.
    Secondo i dati di Idc, infatti, la crescita più elevata riguarda gli smartphone con un costo compreso tra gli 85 ed i 130 euro (+65%), mentre quelli sotto gli 85 euro presentano un aumento del 50%.
    Si tratta di rivelazioni emblematiche che raccontano il basso livello di fiducia dell’economia italiana.
    Solo attraverso la ripresa dei consumi sarà possibile far crescere gli investimenti e con essi far ripartire quel circolo virtuoso che comprende anche i livelli di produzione e di occupazione.