Categoria: News


  • Povera l'italia poveri gli italianiSe l’Italia si sta impoverendo, gli effetti della crisi sono sotto gli occhi di tutti, figuriamoci gli italiani. La forbice tra ricchi e poveri, lo abbiamo ribadito più volte, si è allargata non lasciando dormire sonni tranquilli nemmeno più a quella fascia media che, pur non potendo permettersi lussi e stravizi, riusciva a “riposare” vivendo delle sufficienti risorse disponibili.

    La sentenza dell’Istat di poche settimane addietro è stata impietosa e, del resto, c’era da aspettarselo. L’11,1% della famiglie italiane sono in rosso, 8 milioni 173 mila di italiani, che salgono al 18,7% se si considerano anche quel 7,6% di persone che, un tempo tranquille (la fascia media), oggi sono prossime alla povertà.

    Un dato allarmante considerando che la povertà che da tempo caratterizza diverse fasce del nostro Paese, si sta sostanzialmente trasferendo sulle famiglie con un solo figlio (definite indigenti) o nelle quali sono presenti uno o più anziani. Il 28,5% dei nuclei famigliari con più di cinque componenti è relativamente povero. Dato che al Sud raggiunge il 45,2%: Sicilia e Calabria le regioni più povere, al 27,3 e 26,2%. Trentino, Lombardia, Valle D’Aosta e Veneto le meno povere.

    Una fotografia impietosa che annovera le famiglie di operai, come quelle di disoccupati o con profili professionali e/o titoli di studio bassi, tra quella maggiormente a rischio o già “relativamente” povere, con dati tutti in crescendo. Una soglia di povertà definita da una spesa mensile inferiore o pari a 1.011 euro.

    Più che lamentarsi attribuendo colpe e responsabilità all’attuale governo, non sono da meno tutti i precedenti, è giunto il momento di mettere mano ad iniziative utili a contrastare il fenomeno. Fondi di sussidiarietà e solidarietà accanto a politiche occupazionali serie: soprattutto a favore delle nuove generazioni. Siamo in piena emergenza, nel Sud dell’Italia in particolare, ed alle parole occorre far procedere fatti. I più concreti e immediati possibili.

    Occorrono poi scelte virtuose da parti di tutti. Soprattutto per ciò che concerne stili di vita improntati ai consumi esasperati ed agli inevitabili, consequenziali, sprechi. È un problema di coscienza prima ancora che di politiche di governo.



  • Spese auto in aumento negli ultimi venti anniQuanto consuma quest’auto”? “Dipende signora… dal peso del piede destro sull’acceleratore”.

    Ricordo molto bene questa comunicazione avvenuta tra una giovane acquirente e il titolare di una concessionaria d’auto non più di una decina d’anni addietro. Come ricordo il gesto del concessionario a rappresentare lo schiacciamento dell’acceleratore e, con il dito indice, l’astina del livello di carburante in movimento verso sinistra.

    A quel tempo, lontani dalla crisi e con i costi della benzina già gonfi di accise ma ancora tollerabili, la domanda era una sorta di rito: un fraseggio tendente a fare rapidamente due conti sulle spese d’esercizio per la nuova vettura.

    In dieci anni lo scenario è notevolmente mutato. Quella stessa signora, anche se ancora in possesso di quella stessa auto, per mantenerla, spende oggi – rispetto a dieci anni fa – una cifra più che raddoppiata! Colpa dei carburanti soprattutto (+44%) ma anche, e non trascurabili, per le maggiori spese di assicurazioni (17%), manutenzione ordinaria (+18%), tasse automobilistiche (poco meno del 6%) e il restante 15% per pneumatici, lubrificanti, pedaggi, parcheggi.

    I calcoli sono stati fatti a cura del Conto Nazionale delle Infrastrutture e dei Trasporti (2010-2011), recentemente resi noti, che ha messo in evidenza l’escalation delle spese sostenute in Italia dai possessori delle quattro ruote.

    E ce n’eravamo accorti. Basta il riferimento alla crescita vertiginosa dei costi del carburante avvenuti negli ultimi mesi e, in poche settimane, in questa stessa ultima estate. Una volta la differenza la marcava la scelta della benzina o del gasolio: oggi entrambe le forme di alimentazione, non solo hanno prezzi praticamente equivalenti, quanto entrambi hanno raggiunto costi alla portata di pochi automobilisti pur sapendo che all’auto non rinuncia proprio nessuno. A costo di dover tagliare qualche altra spesa.

    Ai carburanti fanno eco le spese per la manutenzione e riparazione ordinaria, aumentate del 128% ca.), e – manco a dirlo – delle assicurazioni (Rc auto) cresciute del 202,5%. E, anche se il dato ufficiale sarà disponibile solo tra qualche mese, il 2012 batterà certamente il record stabilito nel 2008 quando, per mantenere un’auto, i costi sfondarono il tetto dei 104 miliardi di euro (ed allora la benzina costava 1,5 euro al litro).

    Che sia il caso, almeno per il costo carburanti, il ritorno ad un unico prezzo valido per ogni parte d’Italia? La palla passa al Governo. Il federalismo, in questo caso, può attendere.

    Ps: la signora in questione era, ed è, mia moglie. L’auto l’ha cambiata ma, per quanto “risparmiosa”, le spese in famiglia sono comunque aumentate!

     

     

     



  • Spreco di cibo in ItaliaLo abbiamo scritto anche in altre occasioni: la crisi in atto sta costringendo molte famiglie a rivedere i propri stili di vita. Il divario tra ricchezza e povertà è notevolmente aumentato e quella che ieri era considerata la fascia media, né troppo ricca né troppo povera, è in sostanza scomparsa finendo per aumentare le fila di coloro che, per usare una frase fatta, “non arrivano alla terza settimana del mese”.

    Eppure in Italia, a causa degli sprechi dal campo alla tavola, ogni anno viene sprecato cibo per oltre 10 milioni di tonnellate equivalenti a 37miliardi di euro che garantirebbero l’alimentazione a 44 milioni di persone: un numero superiore di cinque volte agli 8,3 milioni di concittadini che vivono in povertà, sulla base del Rapporto della Caritas Italiana su povertà ed esclusione sociale.

    Spreco che nel mondo raggiunge numeri impressionanti, 1,3 miliardi di tonnellate, soprattutto nei paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, in particolare per ciò che concerne alimenti come ortofrutta, radici e tuberi commestibili.

    Un dato quest’ultimo che non “allevia” quello nazionale e che anzi, nel nostro “Bel Paese”, deve indurci ad una seria riflessione sui nostri stili di vita prettamente improntati al consumo e non solo di beni alimentari. Consumi che si rivelano non necessari, talvolta oltre la portata delle tasche, e che spesso finiscono nella pattumiera.

    Prima della crisi e dei suoi effetti costrittivi, occorre prendere consapevolezza che di questo passo non si va lontano. Non si tratta solo di una questione etica nei confronti di persone svantaggiate, tuttavia non da sottovalutare poiché rilevante, quanto di assumere atteggiamenti più responsabili, improntati alla sobrietà, all’essenzialità, ad un benessere ricercato in stili di vita non dipendenti dai consumi.

    Ai nuovi poveri, di beni da mangiare, si può e si deve rispondere (è il significato della parola responsabile) attraverso una razionalizzazione della filiera alimentare e una più attenta gestione e distribuzione della produzione agricola e alimentare ma anche, e forse soprattutto, acquistando il necessario e avendo cura che nulla finisca, tra gli “avanzi”, nella spazzatura.

    E, a crisi terminata, ritrovarci soddisfatti per un nuovo stile di vita, acquisito e consapevolmente maturato, certamente più virtuoso.



  • Dopo settimane di stress sui mercati finanziari europei, con lo Spread Btp/Bund che aveva sfondato la soglia dei 550 punti e le borse in caduta libera, giovedì scorso è arrivata un’affermazione forte, dalla voce più autorevole in campo. Mario Draghi, presidente della BCE, comunica testualmente: La Bce farà tutto il possibile per salvare l’Euro e, credetemi, basterà!”.

    A questo annuncio i mercati finanziari rispondono invertendo l’andamento negativo, con forti rialzi sulle Borse e Spread in crollo di 70 punti. Ma, appena il giorno dopo, i falchi integralisti dell’ortodossia monetaria della Bundesbank attaccano tale posizione ed è proprio il governatore della Buba, Jens Weidmann che comunica: “Continuiamo ad essere contrari all’acquisto di titoli di stato  da parte della Banca Centrale Europea”. Sembra il colpo di grazia alle affermazioni del Governatore Draghi, ed i mercati rispondono con dei cali significativi delle borse ed una nuova impennata dello spread.

    A questo punto la cancelliera tedesca Merkel ed il presidente francese Hollande, evidentemente si rendono conto della pericolosità della posizione assunta dalla Buba ed affermano in un comunicato congiunto che “Germania e Francia  faranno di tutto per salvare l’Euro”, utilizzando volutamente le stesse parole usate da Draghi. Un ulteriore rafforzamento a tale affermazione viene dal ministro delle Finanze tedesco Scheauble: “Bene l’impegno di Draghi a preservare l’Euro. Rispettiamo l’indipendenza della banca centrale”. E in queste ultime parole si legge tra le righe che l’indipendenza della BCE non può essere condizionata da nessuno, neanche dalla potente Bundesbank!

    Ora la BCE e Mario Draghi hanno tutti i più grandi governi europei dalla loro parte. Anche contro la posizione dei falchi della Buba.

    E allora sui mercati di nuovo via alle polveri! Le Borse chiudono in rialzo di oltre due punti e lo spread cala vistosamente a 450 punti.

    Perché è tanto importante l’affermazione di Mario Draghi?

    L’importanza di tale affermazione deriva dal fatto che finora i politici europei, e la Merkel in particolare, non hanno mostrato la fermezza necessaria a portare avanti le decisioni prese a Bruxelles a fine giugno. L’ESM (fondo salva stati) è dotato di mezzi ritenuti insufficienti allo scopo ed il suo funzionamento è molto macchinoso. Si è andati avanti con annunci di azioni strategiche ma poi non si è passati concretamente all’azione. I tempi dei mercati sono ben più stringenti di quelli dei politici!

    In tale situazione, l’unico attore che può fronteggiare la speculazione è la Banca Centrale Europea. Essa può disporre di mezzi finanziari illimitati nell’acquistare quei titoli sovrani che vengono pesantemente venduti dagli speculatori. Come affermano i giornalisti “usa il Bazooka. Infatti, quando scende in campo una Banca centrale, gli speculatori non hanno la certezza della vittoria, anzi vedono quasi certa la loro sconfitta. Nessuno si metterebbe mai contro una banca Centrale. Ecco allora che gli stessi soggetti che prima speculavano al ribasso invertono le loro posizioni, cercando di lucrare sul rialzo, acquistando gli stessi titoli che prima vendevano ed alimentandone essi stessi il recupero. Basta solo l’annuncio della Banca Centrale di voler compiere una certa azione per far cambiare rotta al mercato!

    Ora che i governi dei due più grandi paesi dell’Unione Europea si sono schierati apertamente dalla parte di Mario Draghi, le parole di quest’ultimo suonano più autorevoli ed esso è fortemente legittimato ad andare avanti, pur tenendo conto dei limiti di mandato della BCE.

    Considerando che c’è una buona parte degli elettori tedeschi che condivide ed incoraggia le posizioni oltranziste della Buba nell’isolazionismo tedesco, la cancelliera Merkel, in vacanza sulle montagne del Trentino, ha dimostrato, almeno ora, un maggior senso della realtà e di possedere una certa lungimiranza politica ed economica. Evidentemente, alla fine, anch’essa si è convinta che la Germania da sola in Europa, per quanto forte, non avrebbe un futuro roseo.

    Anche l’intellettuale europeista della CDU (il partito della Merkel), Karl Lamers, in una intervista fa notare: “il dogmatismo della Bundesbank è pericoloso per la Germania e per l’Europa; tradiremmo la promessa fatta nel 1945 alle potenze occidentali, di una Germania aperta al mondo, pacifica e collaborativa, in cambio della rinuncia dei vincitori a non chiederci i risarcimenti per danni di guerra”.

    Stiamo entrando nel mese di agosto, preferito dagli speculatori, che approfittano della sottigliezza dei mercati, e possono mettere in atto i loro piani con capitali relativamente piccoli.

    E allora, ben conscia di tutto ciò, la BCE si è attrezzata per la “guerra d’agosto”!



  • Titoli di statoI timori legati alla crisi della zona euro ed in particolare le indiscrezioni su un possibile imminente default della Grecia fanno sentire i loro effetti nelle Borse. Nella seduta di lunedì, si sono verificati cali molto forti, in particolare dei titoli bancari. Gli Spread divaricano e le banche, con in pancia forti quantitativi di titoli di stato, che si deprezzano, vedono assottigliarsi il loro patrimonio.

    Ecco allora che le Banche italiane e spagnole sono sotto attacco speculativo. Perciò la Consob e sua omologa spagnola, la Comision nacional do mercato de valore, scendono in campo contro la speculazione imponendo – con un intervento coordinato – lo stop alle vendite allo scoperto su banche e assicurazioni, i titoli più colpiti dalle vendite.

    Intanto sono iniziati i negoziati del FMI con Atene per il riordino dei conti pubblici greci.
    Le vendite allo scoperto (o ‘short selling‘) sono operazioni ‘ribassiste’, che sfruttano la possibilità prevista dai mercati finanziari, di poter vendere un titolo pur non avendolo materialmente in mano (vendita allo scoperto). Di solito sono legate all’attesa o alla speculazione di un prezzo in calo e per questo possono rappresentare un ‘pericolo’, se effettuate da grandi investitori come gli hedge fund, perché amplificano l’ondata ribassista sui mercati.
    Le gravi tensioni sui mercati finanziari possono mettere a repentaglio la stabilità del sistema finanziario e la tutela dei risparmiatori” osserva la Consob nel suo provvedimento e non è più sufficiente vietare le vendite allo scoperto ‘nude’, cioè quelle non assistite dalla disponibilità dei titoli al momento dell’ordine. Per ora il provvedimento è solo temporaneo: 3 mesi in Spagna e una settimana in Italia. A giudizio della Consob le due situazioni sono profondamente diverse e dunque al momento non era necessario un provvedimento della stessa durata.

    Basterà tale provvedimento a far da argine contro la speculazione?

    È molto difficile. Infatti, con i mercati interconnessi, le vendite vengono effettuate da altre piazze (Francoforte, Parigi ecc.), vanificandone l’effetto.

     



  • Di questi tempi le cattive notizie per gli italiani non finiscono mai.

    Fisco e tasseCi informa la Confcommercio che il prelievo fiscale per gli italiani che pagano le tasse è arrivato a sfiorare il 55%. A questa stima si perviene considerando il PIL al netto dell’economia sommersa, che non produce alcun gettito fiscale. Un vero record. Per avere qualche termine di paragone si pensi che lo stesso dato per un contribuente francese o svedese è pari al 48%, per un inglese supera di poco il 41%, mentre per un cittadino Usa è solo il 28%, che significa la metà di quanto paghiamo noi.

    Si tratta di un peso fiscale che grava sulle spalle solo dei contribuenti onesti, che sono così costretti a pagare anche per gli altri.

    L’economia sommersa ammonta a oltre 150 miliardi, che corrisponde a circa il 18% del Pil. È una vera montagna, che falsa la concorrenza e distorce la democrazia economica.

    Quel che è più grave è che ad una tassazione tanto elevata non corrisponde una adeguata qualità dei servizi che lo Stato eroga ai cittadini. Non si può certo affermare che la qualità dei trasporti o delle università italiane sia paragonabile a quella dei paesi su menzionati. Come ormai molti dicono, con efficace sintesi, abbiamo TASSE SVEDESI E SERVIZI I TALIANI!

    Per pagare le tasse gli italiani devono lavorare fino al 19 luglio. Praticamente i primi 7 mesi dell’anno lavorativo servono per le tasse. Un’enormità, che fa del nostro Paese un caso unico e preoccupante nel panorama dei Paesi avanzati.

    Il governo tecnico deve trovare la forza per porre rimedio e riequilibrare il carico fiscale tra tutti i cittadini. Fino ad ora ha prelevato ingenti somme dai contribuenti che già pagavano le tasse, ma non ha inciso con decisione sul taglio alle spese inutili ed alle inefficienze. Ancor meno il Governo ha inciso sulle rendite parassitarie di parlamentari e burocrati statali superpagati.

    L’80% dei provvedimenti sono stati tasse e non tagli di spesa. Per ridimensionare il debito pubblico questo secondo aspetto costituisce un passaggio cruciale per liberare risorse da dedicare allo sviluppo.

    Non sarà impresa facile, essendo il Governo sempre ostaggio del Parlamento, che, vista la legge elettorale, è costituito per lo più non da eletti, ma di nominati i quali non facilmente rinunceranno a rendite e potere.

    In bocca al lupo, governo Monti, e avanti tutta con le riforme che servono al Paese.



  • Mentre i partiti cercano di anticiparne la partenza (?)

    Il governo dei tecniciLa citazione è di quelle che lasciano il segno e che, grazie alla moderna tecnologia, è facile rintracciarne le fonti e l’epoca. E come ogni citazione, se opportunamente espressa al momento giusto, comunica un pensiero e un’azione conseguente.

    Così il presidente del Consiglio in carica, non ci ha pensato due volte e, per rispondere a una domanda del canale televisivo “Russia 24”, l’ha tirata fuori al fine di chiarire cosa deve prevalere tra politica e economia.

    Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”. È in questa famosa frase del Primo Ministro del dopoguerra Alcide De Gasperi che, a mio avviso, è racchiuso tutto il pensiero, e le conseguenti azioni, di Mario Monti. Guardare oltre gli steccati della politica e puntare decisamente a ri-costruire un Paese capace di offrire rinnovata speranza alle prossime generazioni.

    Che piaccia o meno, non senza contraddizioni, il “Governo dei Tecnici” da lui presieduto sta mettendo mano a più situazioni di crisi accumulate in anni e anni di ritardi, sprechi, malaffare. Una riorganizzazione dello Stato a livello centrale e periferico che possa far approdare a un cambiamento, spesso annunciato e mai realizzato (solo in piccole parti), e che coinvolga tutti i settori della vita pubblica: dalla sanità alla scuola, dalla giustizia all’economia, dal pubblico impiego al fisco.

    E mentre c’è chi pensa alle prossime generazioni, “sostenuto” politicamente dai partiti più rappresentativi della popolazione nazionale, e per il bene di quelle stesse generazioni ha assunto un impegno fino all’aprile del 2013, proprio gli stessi partiti dibattono sulla data delle prossime elezioni con la seria intenzione di tornare sulle poltrone del Parlamento, investiti da rinnovata “volontà popolare”, già dal prossimo autunno.

    Bravi loro. L’onere e l’onore di scelte dolorose non se le sono prese. Le hanno lasciate ai tecnici. Sono pronti però, in nome della continuità delle stesse, a risalire prima del tempo ai posti di comando. C’è un po’ di manfrina sulla condivisa (?) necessità di una nuova riforma elettorale (guarda caso se la dovrà spicciare ancora Monti) ma gli intenti, come da dichiarazioni dai diversi schieramenti della “maggioranza”, sono fin troppo chiari: allo stato delle cose, perché non anticipare i saluti al Governo Monti già dal prossimo mese di ottobre.

    E tanti saluti a quanto lo stesso Monti, dopo aver citato De Gasperi, ha affermato a conclusione del suo pensiero: “la politica e l’economia devono procedere insieme”, sottolineando come tuttavia non si possa guardare a nessuna delle due con l’ottica di un “breve termine” che è una “sindrome non positiva”.

    Loro, i nostri politicanti di mestiere, vogliono la ribalta. Sempre!



  • L’altro ieri lo spread tra il Btp italiano ed il corrispondente Bund Tedesco ha superato di nuovo i 500 punti: un livello da allarme rosso per il Tesoro.

    Significa che lo stato italiano paga a chi acquista i suoi titoli decennali un tasso del 6,21%, mentre lo stato tedesco paga solo l’1,21%. Depurando tale tasso di interesse dall’inflazione europea si perviene ad un valore negativo: ciò significa che dopo 10 anni l’investitore si vedrà restituito un capitale svalutato.

    crisi finanza bund euroE’ UN VERO PARADOSSO, in quanto contrasta con il più elementare dei principi economici: se mi privo dei miei soldi e li presto a qualcuno, lo faccio perché alla scadenza avrò un capitale più alto. Invece in questo caso l’investitore italiano e non solo, pur cosciente di tale rischio, investe con pertinacia in titoli tedeschi. E’ una situazione che sembra veramente assurda.

    Ma se la maggior parte degli investitori internazionali puntano su Berlino, nonostante la certezza di rendimenti negativi, QUAL E’ LA MOTIVAZIONE?  Ed ancora, e’ una situazione sostenibile nel medio e lungo termine?

    La motivazione vera è che l’IPOTESI OPERATIVA che da mesi prevale tra i money managers di mezzo mondo è che gli spread continueranno a divergere oltre quota 500. Se questo scenario si verificherà realmente e si protrarrà nel tempo, l’Italia o si metterà al passo con la Germania, procedendo con ulteriori riforme, tutte lacrime e sangue, cosa che viene vista come molto improbabile, OPPURE DOVRA’ TORNARE ALLA LIRA!

    Ecco allora rivelato l’arcano. Chi investe in titoli tedeschi dà per scontato che entro 12/24 mesi gli stati fortemente indebitati, come l’Italia e la Spagna, dovranno uscire dall’Euro e tornare alla valuta nazionale. Se questo dovesse verificarsi, comporterebbe una FORTE SVALUTAZIONE DEGLI ASSETS dei paesi fuori dall’Euro, mentre i titoli tedeschi e di altri paesi del nord Europa, come Olanda e Finlandia e Austria si rivaluterebbero automaticamente per effetto del cambio.

    Una disintegrazione dell’Euro sarebbe UNO SHOCK ENORME PER L’ITALIA,  per la Spagna ed altri Paesi deboli mediterranei.

    Diversi economisti affermano che l’uscita dall’Euro comporterebbe per l’Italia una svalutazione della nostra moneta stimata in una forbice tra il 30% ed il 50%. Seguirebbe una fortissima impennata dell’inflazione, che falcidierebbe il potere d’acquisto di noi italiani. In altre parole, ci troveremmo bruciato il 50% della nostra ricchezza!

    Ma nemmeno i tedeschi ne uscirebbero indenni. Un tale mario Draghi finanza economia bund euroscenario, specie nel breve termine, provocherebbe gravi problemi anche alla corazzata tedesca. Essendo infatti i Paesi mediterranei tra i principali acquirenti dei prodotti tedeschi, essi verrebbero meno come mercati di sbocco e perciò ANCHE LA GERMANIA conoscerebbe un periodo di crisi. Tale crisi si ripercuoterebbe immediatamente su tutta l’Europa ed a seguire sugli Stati Uniti: sarebbe crisi economica in tutto il mondo.

    In conclusione, LA DISSOLUZIONE DELL’EURO SAREBBE NEGATIVA PER TUTTI.

    E’ per questo che le autorità monetarie, con in testa la BCE di Mario Draghi, e quelle politiche, con la preparazione e la credibilità internazionale di Mario Monti, stanno cercando di  evitare il collasso! Ben si comprendono allora le parole pronunciate da Mario Draghi per ribadire che L’EURO E’ UNA SCELTA IRREVERSIBILE! Ma questo non dovrebbe essere un fatto assodato? Non è già scritto nei trattati?

    Ebbene, se il capo della Banca Centrale Europea si sente in dovere di precisarlo, SIGNIFICA CHE L’EURO E’ DAVVERO IN PERICOLO!



  • Bandiera dell'Unione EuropeaL’atro ieri lo spread tra il Btp italiano ed il corrispondente Bund Tedesco ha superato di nuovo i 500 punti: un livello da allarme rosso per il Tesoro.

    Significa che lo stato italiano paga a chi acquista i suoi titoli decennali un tasso del 6,21%, mentre lo stato tedesco paga solo l’1,21%. Depurando tale tasso di interesse dall’inflazione europea si perviene ad un valore negativo: ciò significa che dopo 10 anni l’investitore si vedrà restituito un capitale svalutato.

    E’ UN VERO PARADOSSO, in quanto contrasta con il più elementare dei principi economici: se mi privo dei miei soldi e li presto a qualcuno, lo faccio perché alla scadenza avrò un capitale più alto. Invece in questo caso l’investitore italiano e non solo, pur cosciente di tale rischio, investe con pertinacia in titoli tedeschi. E’ una situazione che sembra veramente assurda.

    Ma se la maggior parte degli investitori internazionali puntano su Berlino, nonostante la certezza di rendimenti negativi, QUAL E’ LA MOTIVAZIONE?  Ed ancora, e’ una situazione sostenibile nel medio e lungo termine?

    La motivazione vera è che l’IPOTESI OPERATIVA che da mesi prevale tra i money managers di mezzo mondo è che gli spread continueranno a divergere oltre quota 500. Se questo scenario si verificherà realmente e si protrarrà nel tempo, l’Italia o si metterà al passo con la Germania, procedendo con ulteriori riforme, tutte lacrime e sangue, cosa che viene vista come molto improbabile, OPPURE DOVRA’ TORNARE ALLA LIRA!

    Ecco allora rivelato l’arcano. Chi investe in titoli tedeschi dà per scontato che entro 12/24 mesi gli stati fortemente indebitati, come l’Italia e la Spagna, dovranno uscire dall’Euro e tornare alla valuta nazionale. Se questo dovesse verificarsi, comporterebbe una FORTE SVALUTAZIONE DEGLI ASSETS dei paesi fuori dall’Euro, mentre i titoli tedeschi e di altri paesi del nord Europa, come Olanda e Finlandia e Austria si rivaluterebbero automaticamente per effetto del cambio.

    Una disintegrazione dell’Euro sarebbe UNO SHOCK ENORME PER L’ITALIA,  per la Spagna ed altri Paesi deboli mediterranei.

    Diversi economisti affermano che l’uscita dall’Euro comporterebbe per l’Italia una svalutazione della nostra moneta stimata in una forbice tra il 30% ed il 50%. Seguirebbe una fortissima impennata dell’inflazione, che falcidierebbe il potere d’acquisto di noi italiani. In altre parole, ci troveremmo bruciato il 50% della nostra ricchezza!

    Ma nemmeno i tedeschi ne uscirebbero indenni. Un tale scenario, specie nel breve termine, provocherebbe gravi problemi anche alla corazzata tedesca. Essendo infatti i Paesi mediterranei tra i principali acquirenti dei prodotti tedeschi, essi verrebbero meno come mercati di sbocco e perciò ANCHE LA GERMANIA conoscerebbe un periodo di crisi. Tale crisi si ripercuoterebbe immediatamente su tutta l’Europa ed a seguire sugli Stati Uniti: sarebbe crisi economica in tutto il mondo.

    In conclusione, LA DISSOLUZIONE DELL’EURO SAREBBE NEGATIVA PER TUTTI.

    E’ per questo che le autorità monetarie, con in testa la BCE di Mario Draghi, e quelle politiche, con la preparazione e la credibilità internazionale di Mario Monti, stanno cercando di  evitare il collasso! Ben si comprendono allora le parole pronunciate da Mario Draghi per ribadire che L’EURO E’ UNA SCELTA IRREVERSIBILE! Ma questo non dovrebbe essere un fatto assodato? Non è già scritto nei trattati?

    Ebbene, se il capo della Banca Centrale Europea si sente in dovere di precisarlo, SIGNIFICA CHE L’EURO E’ DAVVERO IN PERICOLO!



  • “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”

    Festività ItalianePur di risparmiare se ne inventano di tutte. Questa davvero sta facendo clamore.

    La proposta del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo è di quelle che facilmente suscita polemiche. E così è stato. L’idea di abolire, accorpandole, le sia pur numerose festività nazionali, sta suscitando commenti di ogni genere, tutti, prevalentemente, in senso contrario.

    L’idea è quella di slittare alla prima domenica utile le feste del 25 aprile, del primo maggio, del 2 giugno e di abolire quelle patronali, certamente le più numerose. I vantaggi? Un punto in meno per il Prodotto Interno Lordo: “è una delle chiavi per risolvere la crisi”, ha affermato il sottosegretario.

    Ma non ci sta nessuno. È una proposta che sia laici che cristiani rifiutano categoricamente: per le possibili ricadute sul turismo dei giorni festivi che, in particolare, per il legame che unisce la popolazione italiana a quel giorno di festa. Un legame fatto di rievocazione storica (abbiamo appena compiuto 151 anni di unità nazionale e 64 di Costituzione) o di religiosità popolare: nessuno dei due trascurabile.

    Anche noi non ci stiamo. Ci pare davvero poca cosa. Il punto di Pil risparmiato può benissimo essere recuperato attraverso maggiori investimenti e non sacrificando, ancora una volta, l’Italia che lavora. Altro che crescita: solo maggiore frustrazione. Come se non bastasse quella già in atto per le vicende a noi tutte note.

    Mi permetto allora chiudere con un po’ di amara ironia facendo memoria dell’antico detto “scherza coi fanti, ma lascia stare i santi” invitando il sottosegretario Polillo , a non parlare con leggerezza e in modo irriverente di Dio, dei santi e di quelle feste celebrative la storia d’Italia. Per quanto ne sappia pare che Sant’Ambrogio, San Gennaro, San Francesco, Sant’Antonio, San Pietro e San Paolo, e così via tutti i santi, si dice siano “tignosi”: si infastidiscano facilmente se provocati. Meglio lasciarli stare. Al peggio non c’è limite!

     

     



  • Dopo lo sport arrivano le “puntate” all’inglese

    Scommesse in ItaliaUna premessa.

    Il titolo è sarcastico. Nessuno si illuda. Siamo nella crisi e ci resteremo. Almeno per un bel po’. Lo stesso però, come ogni sarcasmo, vuole essere una provocazione. Amara, come in questo caso, ma con l’intenzione di provocare più di una riflessione.

    L’antefatto.

    Solo pochi giorni addietro il Codacons ha denunciato l’aggravarsi della dipendenza dal gioco  d’azzardo nel nostro Paese nel quale si stimano circa 30milioni di persone che ogni anno “puntano” sui giochi pubblici: la maggior parte di loro nella speranza di cambiare le sorti al proprio destino. Per due milioni di cittadini, questa speranza, si è tramutata in vera e propria dipendenza: c’è gente che si indebita pur di “giocare”. Nel 2011, per il solo gioco pubblico (è difficile stimare quello gestito dalla malavita ma si può immaginare anch’esso con cifre ragguardevoli, anche superiori a quelle lecite) la spesa degli italiani è stata di 76,6miliardi di euro: + 24% rispetto all’anno precedente. I giochi digitali sono aumentati del 170%.

    Lo stesso Codacon si è fatto promotore, presso il Ministero dell’economia per far fronte al gioco (d’azzardo) che è divenuto una nuova vera e propria piaga sociale. Dal Ministero, nessun segnale. Tutto sommato lo Stato ci guadagna. D’altra parte, però, si impegna a combattere l’azzardo e i suoi effetti, paga i costi sociali delle dipendenze, invita a guardare al futuro con rinnovata speranza.

    Il fatto nuovo.

    Da oggi, nel nostro Bel Paese, si può giocare anche su “eventi” non propriamente sportivi. Arrivano le scommesse all’inglese che ci consentono di “puntare” sul prossimo vincitore di Sanremo, o se accanto alla farfallina Belen nasconde qualche altro tatuaggio, sulla prossima fidanzata di Balottelli, e così via. Attenzione perché ci sono dei limiti. Non sarà possibile scommettere sulle elezioni politiche, e su tutto ciò che ha a che fare con il sesso, la razza, la religione, e quant’altro invada la privacy di eventuali personaggi pubblici cui si fa riferimento. Peccato! Sull’uscita dell’Italia dalla crisi, sì.

    La fine.

    (…)

     

     



  • Il Capo del Governo è persona schietta, capace di dire pane al pane e vino al vino. Non usa mezzi termini e, talvolta, va anche alla ricerca di espressioni “forti” per ribadire, con puntualità, le proprie idee e la propria visione dello (S)tato delle cose.

    monti guerra spending review manovra tasseCosì anche ieri, in occasione dell’assemblea dell’Abi (l’associazione delle Banche Italiane), salendo sul palco al Palazzo dei Congressi dell’Eur, dopo che il Governatore di Bankitalia Visco ha ricordato ai presenti la verità di un Paese ancora in recessione, Mario Monti, volutamente, si è lasciato andare ad un’espressione “forte” e risoluto: “il percorso di guerra intrapreso dall’Italia, anche se pacifico, non è finito”.

    Un messaggio chiaro che, sebbene addolcito dalla frase susseguente, “ma si può ragionevolmente sperare, non so in quale mese del 2013, che i cittadini e chi sarà al governo possano vedere gli effetti dei nostri provvedimenti su crescita e occupazione”, esprime fino in fondo profonda fiducia nella propria azione governativa e un monito all’intero Paese per una presa di coscienza collettiva sui sacrifici oggi occorrenti in funzione di quel traguardo. E su ciò non risparmia, questa volta senza giri di parole, indicazioni precise a tutte le parti sociali.

    E di essere in guerra ce ne siamo accorti un po’ tutti. Ciascuno nella propria trincea, imparando a fare i conti con un contesto sociale ed economico in profondo cambiamento che, inevitabilmente, si rifletterà in un cambiamento personale: in stili di vita, consumi, relazioni.

    Sono gli effetti della spending review emanata appena monti parla pubblico manovra economiaquattro giorni fa e della quale stiamo afferrando, non senza sussulti e agitazioni, i concetti e presto anche gli effetti.

    Tuttavia, a guardar bene, c’è una parte della popolazione, piccola se si vuole ma rilevante per l’alone pubblico che la riguarda, la cui trincea è rimasta vuota, come se a loro questa guerra non riguardasse o, forse, della quale rimanerne spettatori per poi, aprile 2013, salire sul gradino più alto per auto assegnarsi meriti (tranne pochi, sono tutti nella maggioranza che hanno voluto la guerra) e assumersi l’onore di portarla a termine ponendosi (democraticamente) a capo delle truppe.

    Lo abbiamo già scritto il giorno dopo l’annuncio del pacchetto relativo alla spending review, la casta è rimasta fuori dalla battaglia. Per loro la guerra non è mai iniziata o, non senza ipocrisia, ne parlano ma con ipotesi così lontane, con scadenze tali (2016) che quando tutti noi con le ossa rotte esulteremo per la fine dei tanti sacrifici vissuti loro, lindi e pinti, si accorderanno qualche taglio di spesa mensile, qualche benefit in meno e, probabilmente, anche una pensione (non di guerra) più onesta.