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  • Le aziende del falso non conoscono crisiAbbigliamento, alimentare, software, profumeria e cosmesi, pelletteria, ma anche giocattoli e addirittura medicinali, sono solo alcuni dei comparti che non conoscono crisi, fatturando anche in tempi di ristrettezze quasi sette miliardi di euro.

    Non si tratta dell’ultimo improvviso ed inatteso cambiamento di rotta di un’economia agonizzante, ma di un dato che riguarda un “mercato” particolare: quello del tarocco. Già, perché, a quanto pare, in Italia siamo ben disposti a tirare la cinghia su tutto, anche quando si tratta di mangiare, ma non siamo disponibili a trascurare la nostra immagine o a rinunciare a quella determinata firma, pur di apparire (altro che globalizzazione) o, più semplicemente, di risparmiare.

    Peccato che, come spesso accade in questa sorta di impulso all’apparenza e al risparmio a tutti i costi, non si rifletta abbastanza sulle inevitabili conseguenze di questo agire.

    Perché se da una parte fa tendenza avere quel determinato prodotto firmato, o anche quell’oggetto acquistato ad un costo più favorevole sebbene si tratti di falsi, sul giro di affari complessivamente sviluppato (dati della ricerca del ministero dello Sviluppo economico e del Censis) contribuiamo a sottrarre al Fisco la bellezza di 1,7miliardi di euro che non entrando nella casse legalmente, è praticamente impossibile ricevere scontrino da chi vende tarocchi, finisce per esser recuperato dallo stesso Fisco mettendo le mani in tasca, per altre vie, … indovinate in quelli di chi?

    Seconda conseguenza: la contraffazione, e la manodopera che la sostiene, brucia 110mila posti di lavoro (stessa fonte dei dati). Anche in questo caso, indovinate a chi vengono sottratti quei posti di lavoro?

    Indipendentemente dalla crisi in atto, il problema della contraffazione preesiste alla stessa e molto probabilmente tenderà a perpetrarsi nel tempo. È tuttavia tempo di prendere maggiore consapevolezza di quanto ciascuno, anche nel suo “piccolo”, può fare per porre rimedio ad un fenomeno che davvero non beneficia nessuno se non i “trafficanti di tarocchi”.

    Infine, informazione non trascurabile, fare memoria che sostenere il mercato del falso vuol dire, in termini concreti, compiere un atto illecito sebbene, illusi, convinti di fare un affare.



  • pensione e giovaniLa prima riforma del governo Monti è stata la riforma delle pensioni inserita nel decreto “Salva Italia” del dicembre scorso.

    Riferiscono le cronache che a margine dei lavori, Mario Monti abbia fatto fatica a convincere Sarkozy che la riforma fosse stata già approvata senza aver prodotto sommovimenti sociali.

    In effetti, le misure contenute nel decreto possono essere riassunte nella spinta a lavorare più a lungo, disincentivando il ricorso alla pensione di anzianità (anomalia tipicamente italiana), a fronte, però, di un assegno pensionistico più pesante.

    D’altra parte in Italia la spesa pensionistica incide per il 14 % del Pil (fonte: OCSE) e le aspettative di vita dopo i 65 anni per uomini e donne nel periodo 2045/2050 sarà rispettivamente di 20,5 anni per gli uomini e 25,1 anni per le donne (fonte: Nazioni Unite 2008). Ecco anche il motivo di equiparazione dell’età pensionabile sia per gli uomini che per le donne.

    Ma la domanda che ci dovremmo porre tutti è la seguente: a quanto ammonterà il mio assegno pensionistico? Non è una domanda banale e lo testimonia il fatto che sulla base di uno studio di Accenture (pubblicato in un articolo da Plus del Sole 24 ore il 6 ottobre 2012), l’84% degli intervistati in Italia sono preoccupati per il futuro e il 60% afferma di non aver mai ricevuto un preventivo su cosa fare per puntare ad una pensione dignitosa.

    Insomma, si ha sete di consulenza previdenziale, ma in pochi compiono delle azioni concrete e la prima azione da compiere, sarebbe quella di effettuare un check-up previdenziale per conoscere, con buona approssimazione, il proprio futuro assegno pensionistico.

    Ci si può rivolgere ad una banca, ad una compagnia d’assicurazione, ad un Patronato, ai siti internet; l’importante è muoversi. Il futuro, cioè la pensione e più vicina di quanto possa sembrare e bisogna provvedere per tempo alle scelte pensionistiche.

    Conosciuto il futuro assegno pensionistico, spetta poi ad ognuno la scelta su come, eventualmente, integrarlo: fondo pensione chiuso o aperto, Fip, Polizza Vita, Pac, Titoli di Stato, mattone. L’importante è essere consapevoli delle proprie scelte, e soprattutto non procrastinarle. Rinviare le scelte sulla propria pensione potrebbe costare molto caro e cioè dover poi risparmiare e versare somme più elevate in minor tempo.



  • Succhi di frutta - DDL saluteDai grandi proclami al nulla di fatto!

    Il Decreto Legge sulla Salute che prevedeva l’aumento della percentuale di succo naturale nelle bibite, innalzandolo dall’attuale 12% al 20%, riconoscendone la portata in termini di prevenzione sanitaria, nonché le importanti ricadute sul piano dell’economia agricola, nella stesura finale non contempla più la data dell’1 gennaio 2013 per l’entrata in vigore.

    “Una vera propria beffa per i cittadini ed il sistema delle imprese agricole ed agroalimentari e delle industrie di spremitura, che gravitano attorno alla filiera agrumicola” ha commentato il presidente di Coldiretti Calabria, Pietro Molinaro, che dell’iniziativa si era stato attento e arguto promotore, per il quale il governo, nonostante il parere favorevole della commissione sanità, è stato costretto a piegarsi alle lobby delle bibite e pur mantenendo in piedi la norma, di fatto, non indicando una data, sposta nel tempo l’entrata in vigore della stessa.

    Un dietrofront che va contro la stessa logica posta a sostegno del decreto: la salute dei cittadini, migliorando concretamente la qualità dell’alimentazione, consumando più frutta per ridurre malattie legate all’obesità, con azioni di prevenzione attente anche ad aspetti, non di secondo rilievo, come quella appunto dell’aumento di succo naturale nelle bibite.

    E con tutte le ricadute che la stessa mancata attuazione ha sul piano della filiera agrumicola dove, è noto, non sono pochi i casi di sfruttamento di manodopera: la rivolta di Rosarno, in Calabria, è ancora sotto gli occhi di tutti.

    Ma che fare: “il metodo seguito dal governo – dice ancora Molinaro – pensavamo appartenesse ormai al passato. Evidentemente tutti i cittadini devono ricredersi” e sollecita una levata di scudi in Parlamento “per cancellare questa pagina assurda ripristinando la data certa di entrata in vigore del provvedimento prevedendo l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del succo come disciplinato dalla Legge n. 4/2011”.



  • I ripartenti - Rapporto 2012 sulla povertà della Caritas“I ripartenti. Povertà croniche e inedite. Percorsi di risalita nella stagione della crisi” e il titolo che la Caritas ha dato al Rapporto sulla Povertà 2012, presentato l’altro ieri in occasione della Giornata internazionale di lotta alla povertà.

    Un rapporto, come la stessa Caritas ha sottolineato, che mette rilievo l’“evidente incapacità” dell’attuale sistema di welfare a farsi carico delle nuove forme di povertà e delle nuove forme di emergenza sociale derivanti dalla crisi economico-finanziaria che attanaglia l’Italia, oramai, da diversi anni.

    Una denuncia grave ma che ben mette in primo piano l’urgente bisogno di politiche più attente a vecchie e nuove povertà che la crisi ha accentuato e che tardano ad arrivare se non quando, addirittura, vengono ostacolate.

    Nel Rapporto, si rileva come negli ultimi tre anni c’è stata un’impennata degli italiani che si sono rivolti ai centri della Caritas e, in particolare, si tratta di casalinghe (+177,8%), anziani (+51,3%), pensionati (+65,6%) che bussano alle porte dell’organizzazione per la richiesta di sussidi economici anche in misura maggiore degli immigrati.

    Questi ultimi, in numero sempre crescente nel nostro Paese, con forte incidenza nel Centro e nel Nord Italia, più che aiuti economici, chiedono maggiori opportunità di lavoro (17% contro l’8,9% degli italiani) e, in particolar modo, orientamento (13,4% vs il 3,6%).

    Siamo in emergenza ed appare evidente il bisogno di maggiori azioni improntate a politiche di solidarietà e sussidiarietà che, ancor prima di azioni governative, sollecitano ogni italiano a fare la sua parte prestando attenzione alle persone che ci circondano: ai loro bisogni materiali, forse immutati dal tempo del “benessere”, ma anche psicologici per resistere alle sfide della società contemporanea che esclude chi non consuma.

    E mentre c’è chi bussa alla Caritas o ad altre organizzazioni per un tozzo di pane, ci permettiamo il lusso di buttare nella pattumiera, ogni anno, più di 10 milioni di tonnellate di cibo o facciamo la fila per l’ultimo IPhone (costo medio di partenza, 750 euro).

    Contraddizioni che dovrebbero scuotere le coscienze. A ciascuno la propria.

     



  • Il Ministro degli Interni SeverinoC’è voluta la “questione di fiducia” ma alla fine il governo ce l’ha fatta, almeno al Senato, per l’approvazione del maxiemendamento al ddl sulla corruzione: in forma ridotta rispetto al testo originale del ministro della Giustizia, Paola Severino, ma in ogni caso è passato.

    E grande sospiro di sollievo. Almeno per ora.

    E sì, perché nelle stranezze dei nostri politici, anche quando si tratta di mettersi d’accordo su ciò che costituisce “corruzione”, le parti fanno difficoltà ad incontrarsi, a dialogare, quando piuttosto appaiono fin troppo evidenti i contenuti della materia in questione.

    Era, e lo è tuttora, in attesa che venga approvata dalla Camera (dove del resto, sempre i nostri politici, annunciano grandi interventi) un provvedimento non più rinviabile, per essere il nostro Bel Paese ai vertici d’Europa per corruzione. Un dato di fatto che, e sono in tanti ad averlo detto a chiare lettere, si ripercuote con il blocco di miliardi e miliardi di investimenti, nazionali ed internazionali, pubblici e privati, che restano fermi per il solo timore di trovarsi a far fronte con fenomeni di corruzione. Un danno, diretto e indiretto, ad un’economia già di suo in crisi.

    È fin troppo evidente che ogni rinvio, causa di estenuanti dibattiti e tornaconti personali, comporterà un rinvio nell’applicazione della legge una volta approvata alla Camera e, sempre che, la stessa non debba fare “marcia indietro” al Senato.

    Non possiamo permettercelo. Né per la nostra economia, né per il bisogno assoluto che abbiamo di pulizia dai corrotti di ogni ordine e grado.



  • Auto: costi di manutenzione sempre più altiAncora un mese nero per il mercato dell’auto che a settembre in Europa chiude con un crollo dell’11% stabilizzandosi nei primi nove mesi del 2012 a -7,2%: poco meno di 10milioni di vetture in meno immatricolate, coinvolgendo tutte le maggiori case produttrici ivi compresa Volkswagen che, almeno fino ad oggi, aveva tenuto. Del gruppo tedesco il solo marchio Audi continua a difendersi.

    Nel vecchio continente le vendite vanno male in tutti i Paesi, Germania inclusa e al terzo mese consecutivo con il segno meno, con la sola eccezione della Gran Bretagna (+8,2%) e la Slovacchia (+46,6%): altri Stati, altre storie.

    Stessa sorte, relativamente alle quote di mercato, per i marchi europei più prestigiosi: detto di Volkswagen, Fiat chiude a -16,5%; Renault a -29%, Psa Peugeot-Citroen a -8,6%, General Motors a -16,2%, Ford a -15%. In controtendenza Bmw, la cui quota di mercato a settembre si attesta al 7,4%, e le coreane Kia e Hyundai.

    In Italia, ad incidere sulla crisi dell’auto, ci sono anche i maggiori costi per il mantenimento della stessa. È quanto conferma l’Associazione per una mobilità equa e responsabile (Amoer) per la quale, nel 2012 mantenere un veicolo di media cilindrata costa in media 588 euro in più rispetto all’anno precedente: 4.628 euro nei 12 mesi.

    A conti fatti, un +15% rispetto al 2011, imputabili, guarda un po’, ai maggiori costi dei carburanti (da soli incidono per circa 420 euro dei 588 indicati), delle assicurazioni (+7%), dei parcheggi e/o pedaggi (+17%) e della manutenzione (+5%).



  • Diminuzione del debito pubblicoI dati pubblicati nel supplemento al bollettino statistico della Banca d’Italia, dedicato alla finanza pubblica, parlano chiaro: nei primi otto mesi del 2012 le entrate tributarie sono in crescita del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi a quota 257,121 miliardi di euro.

    Un dato confortante al quale fa riscontro anche una diminuzione del debito pubblico che, sempre nello stesso mese di agosto, è sceso a quota 1.975,6 miliardi: poco più di un miliardo di euro rispetto al mese di luglio.

    È la stessa Bankitalia a spiegare le ragioni di tale diminuzione: la stessa è determinata dalla revisione dei dati precedentemente indicati tutti in rialzo. Ciò nonostante, nel mese di agosto la riduzione c’è stata, a vantaggio della finanza pubblica e, più o meno indirettamente, di tutti i cittadini che la “sopportano”.

    Su entrambi i fronti si tratta di un segnale di discontinuità rispetto al passato, indice di un lento e, ci si augura, progressivo cambiamento.



  • Aumenta il rapporto prezzo/quantitàIl carrello della spesa degli italiani è sempre più pesante. Peccato che ciò sia determinato non tanto dal peso dei prodotti acquistati con maggiore frequenza quanto, piuttosto, dal rincaro degli stessi.

    Lo constata, come ogni mese, l’Istat che rileva nel mese di settembre un aumento dell’indice complessivo dello 0,8% rispetto al mese di agosto con un tasso di crescita annuale che sale al 4,7% dal 4,2% del mese precedente.

    Prezzi al consumo sempre più alti e italiani sempre più poveri in considerazione della stabilità degli stipendi, praticamente fermi da anni, e dell’inflazione che si attesta al 3,6% , in misura superiore anche a quei rari casi in cui gli stipendi sono cresciuti.

    Sempre nel mese di settembre, non sappiamo decifrare se è una buona notizia, resta stabile rispetto ad agosto l’indice nazionale dei prezzi al consumo, il c.d. Nic,: +3,2% su base tendenziale.

    Manco a dirlo, i maggiori rincari sono attribuibili al settore energia: in un mese la benzina è aumentata del 3,9%, con un tasso di crescita tendenziale annuo che balza al 20,1% (ad agosto era del 15,1%), mentre il gasolio per i mezzi di trasporto è cresciuto, sempre rispetto al mese precedente, del 3,1%; il 21% annuale dal 17,5 di agosto. Stessa sorte per il gasolio da riscaldamento con un rimbalzo su base mensile del 2,5% (il 10,3% su base annua).

    Anche per mangiare la musica è la stessa. I vegetali freschi sono saliti del 7,1% (il 10,2% su base annua) e così la carne, pollame, suina, bovina, con incrementi in media dello 0,5% e per tanti altri prodotti del comparto alimentare con la sola eccezione della frutta fresca diminuita dello 0,6%.

    In controtendenza, ma per ragioni facilmente intuibili, i costi relativi ai trasporti aerei, marittimi e ferroviari e, questo sì un dato confortante, quello dei medicinali grazie alla minore incidenza di quelli di fascia A.

    Come andrà a finire non si sa. Resta il dato che la forbice continua ad allargarsi e che sempre più sono le famiglie con problemi economici, alle prese con un carrello che, giorno dopo giorno, diventa sempre più difficile da riempire.



  • In qualità di Promotore Finanziario, molti clienti mi chiedono se sottoscrivere la prossima emissione del Btp Italia prevista tra il 15 e il 18 ottobre prossimi.

    Le caratteristiche del titolo sono le seguenti: durata 4 anni, cedola semestrale legata all’inflazione (indice FOI), quotazione sul Mot (Mercato obbligazioni e titoli di Stato) della Borsa Italiana, bonus finale, se si mantiene il titolo in portafoglio fino alla scadenza pari al 4 per mille dell’ammontare acquistato.

    Presupponendo che l’eventuale sottoscrizione del titolo è legata sempre all’orizzonte temporale e al grado di rischio che si vuole sopportare, le altre valutazioni coinvolgono l’aspetto importante di voler dare fiducia o meno all’Italia, sottoscrivendo il titolo.

    Un aspetto da tenere in considerazione è che questo titolo è indicizzato all’inflazione e sicuramente questo aspetto è da tenere presente in una fase in cui l’inflazione italiana viaggia a valori superiori al 3%; ma il titolo offrirà un rendimento minimo prestabilito anche in caso di deflazione. Difendere il proprio risparmio in termini reali è un aspetto sicuramente non secondario. Tale valutazione, infatti, non viene sempre tenuta in considerazione, mirando al solo interesse in termini assoluti. Questo errore spesso porta a scegliere titoli o prodotti che non riescono a proteggere il proprio risparmio da un nemico quale l’inflazione.

    Nello scegliere questo titolo piuttosto che un altro, oltre alle considerazioni sopra esposte, un ruolo fondamentale lo gioca la comparazione: bisognerebbe, infatti, confrontare questo titolo in emissione con altri titoli, sempre Btp Inflation Linked, oppure Cct, con medesima scadenza già presenti sul mercato e vedere se offrono dei rendimenti superiori, oppure magari sono di ammontare superiore.

    Per ciò che riguarda il rendimento, però, abbiamo il problema di non conoscere anticipatamente l’interesse offerto dal titolo, anche se il tasso sarà sicuramente interessante, considerando anche il minimo garantito. La quantità emessa di un titolo, invece, è un fattore fondamentale per chi non volesse tenerlo fino alla scadenza, ma pensa fin dall’acquisto che potrebbe doverlo liquidare prima della scadenza. Un titolo con un buon controvalore di scambi significa anche che avrà poca differenza tra prezzo in acquisto e prezzo in vendita e quindi sarà un titolo più liquido o liquidabile più facilmente.

    In riferimento alla futura emissione del Btp Italia non posso conoscere anticipatamente l’ammontare che sarà emesso del titolo; posso solo dire che sarà emesso secondo domanda: è un titolo che non sarà emesso a seguito di un’asta come tutte le altre emissioni dello Stato, per cui chi ne farà richiesta riceverà l’ammontare del titolo che ha prenotato. Il direttore generale del debito pubblico italiano Cannata, incontrando la stampa ha detto di aspettarsi un’emissione inferiore rispetto alla prima che è stata di quasi 7,3 mld. L’ammontare della seconda emissione è stato pari, invece, a 1,74 mld.

    In ultima analisi è, comunque, un titolo inseribile in una diversificazione di portafoglio.



  • Calo della spesa - Agosto 2012I dati sono di Confcommercio. Tuttavia, e non per banalizzare, di questi tempi, dovendo analizzare i consumi degli italiani, un’associazione vale l’altra. La sostanza, purtroppo, non cambia: siamo in picchiata e ci resteremo, ancora per un bel po’.

    L’associazione dei commercianti comunica che nel mese di agosto i consumi sono diminuiti del 2,7% in quantità (-0,7% in valore) rispetto allo stesso mese del 2011 sebbene, lieve e “insignificante” variazione, siamo cresciuti dello 0,2% rispetto a luglio.

    Un “recupero” ininfluente rispetto al trend negativo in atto ormai da almeno due anni a questa parte. Le famiglie sono senza denaro, almeno la maggioranza, e fanno sempre più fatica a mantenere tenori di vita “conquistati” a fatica nel corso del tempo. Ciò, tuttavia, non senza contraddizioni poiché sono davanti agli occhi di tutti le fila di tante persone, giovani in particolare, quelli più colpiti dalla crisi, per l’acquisto dell’ultimo IPhone 5 (valore minimo d’acquisto 749 euro).

    Ritornando ai dati, fatta la sola eccezione (guarda un po’) per i consumi di beni e servizi per le comunicazioni (+3,1%), nel mese di agosto c’è stato, l’ulteriore, tracollo del comparto mobilità, auto in testa, con un -12,4% tendenziale. Idem per il settore abbigliamento e calzature (-4,3%), alberghi, pasti e consumazioni fuori casa (-2,4% eppure eravamo in piena stagione estiva), per beni e servizi ricreativi (-3,4%), bevande, tabacchi e, dato preoccupante, per alimentari (-3,9%) chiaro segnale della crisi che attanaglia molte famiglie.

    Complessivamente, l’indicatore di Confcommercio, segnala una riduzione dei consumi di servizi in misura dell’1,4% e del 3,3% per quelli dei beni.

    Insomma, non c’è da stare allegri e sperando in una politica più attenta alle politiche occupazionali, dirette o indirette, non è difficile ipotizzare trend negativi anche per il passato mese di settembre, per quello di ottobre appena iniziato, e per gli altri a venire.

    Fino a quando?



  • Aumenti delle bollette nel 2012È passato quasi nell’indifferenza, salvo poi a farci i “conti” quando arriveranno le prossime fatture, l’ennesimo rincaro delle bollette energetiche. Luce e gas, dal primo ottobre, hanno subito un novo aumento, rispettivamente dell’1,4% e dell’1%: il quarto dall’inizio del 2012, che in soldoni si traduce per le famiglie in una spesa media annua pari a 524 euro per l’elettricità e di 1.277 euro per il gas.

    Interventi, a detta dell’Autorità per l’Energia, resisi necessari in funzione degli inattesi rialzi delle quotazioni petrolifere salite, in meno di tre mesi, di oltre il 20%. Ed è una “fortuna” che, proprio in funzione del nuovo metodo di aggiornamento della “quota energia” (QE), approvato dalla stessa Autorità nello scorso mese di giugno, che l’incidenza del gas non sia salita dell’1,7% comportando maggiori spese per i cittadini e le imprese utenti.

    Minore l’incidenza per le famiglie e le aziende serviti in tutela, passati cioè al mercato libero dell’energia.

    Da quest’ultimo dato, e dall’accelerazione arrivata dall’Antitrust al governo sulle politiche di liberalizzazione, scaturisce la più “semplice” delle riflessioni.

    Dato che la concorrenza aiuta la crescita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali, l’esempio più evidente l’abbiamo constatato tutti nel comparto della telefonia, perché attendere ancora nella direzione di tanti altri possibili comparti dove si rendono necessari interventi a favore di liberalizzazioni o di semplificazione dei servizi?

    La stessa Autorità della Concorrenza e del Mercato spinge in tale direzione, sollecitando il governo a compiere ulteriori passi, predisponendo anticipatamente la legge annuale per la concorrenza. Ci sono spazi d’intervento in settori cruciali per le tasche di cittadini e imprese: trasporti, energia, servizi postali, assicurazioni, autostrade, banche, telecomunicazioni, servizi pubblici locali e professionali, e altro ancora.

    Comparti tutti che, in un mercato libero, favorirebbero nuova imprenditorialità, maggiore offerta di servizi, concorrenza, minori costi per i consumatori finali.

    Iniziative che potrebbero risultare “scomode” per quei settori dove ancora è presente lo “zampino” dello Stato ma che, con coraggio, e senza ulteriori rinvii, occorre mettere in atto contribuendo così, almeno per questa parte, a ridurre i costi di tante persone e aziende, ivi compresa la spesa pubblica.



  • Rapporto Svimez 2012Dopo i dati negativi, manco a dirlo, di Istat, Confcommercio, Coldiretti, Cia, ed altri ancora, arriva anche il Rapporto Svimez (l’associazione per lo Sviluppo industriale nel Mezzogiorno) a disegnare n quadro del Sud del Paese davvero disastroso.

    Dire “all’anno zero” non è un’esagerazione, poiché non c’è un solo dato a supporto di una seppur lontana ipotesi di ripresa: è un Mezzogiorno in emergenza su ogni fronte, “a rischio desertificazione industriale e segregazione occupazionale, dove i consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro”.

    Un quadro drammatico che fotografa una realtà preoccupante sotto ogni suo aspetto, le cui “vittime” si contano copiose soprattutto sul dato del lavoro e, in particolare a quello femminile, per il quale lo stesso Rapporto si esprime parlando di “vera e propria segregazione occupazionale delle donne, che nel Mezzogiorno scontano una precarietà lavorativa maggiore sia nel confronto con i maschi del Sud sia con le donne del resto del Paese” (27,3% rispetto al 29,9% del Centro-Nord).

    Un dato allarmante, sempre riguardante le donne, è che il 67,6% di questa lavora part-time perché non trova un lavoro a tempo pieno e che l’inattività delle stesse riguarda due donne del Sud su tre.

    Il Rapporto Svimez punta quindi l’attenzione anche sul fenomeno migratorio che in dieci anni, 2000-2010, conta più di 1milione e 350mila persone che, valigia in mano, hanno preso la direzione del Centro-Nord del Paese destinazione Roma, Milano, Bologna, Parma, Modena, Reggio Emilia, Bergamo, abbandonando città come Napoli (-115mila), Palermo (-20mila), Bari (-16mila) e Catania (-11mila), solo per citare quelle che maggiormente si sono spopolate.

    In crisi anche l’industria del Sud che, in soli quattro anni, dal 2007 al 2011, ha perso 147mila unità (-15,5%) pari al triplo del resto d’Italia (-5,5%), in fuga verso lidi più sicuri.

    Commentando il Pil procapite meridionale, Svimez sottolinea che “continuando così ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Nord dal Sud” e che solo un nuovo modello “capace di integrare sviluppo, qualità ambientale, riqualificazione urbana e valorizzazione del patrimonio culturale” consentirebbe un cambio di passo.

    Una “ricetta” che, ci pare, ha il sapore più di proclama se la stessa, sempre a nostro avviso, non passa prima attraverso una nuova coscienza civile di ogni cittadino del Mezzogiorno e di una classe politica capace di dare buon esempio, favorendo processi culturali seri e impegnandosi realmente con politiche di sviluppo di tante aree depresse.

    Possibilmente fuori da logiche di parte.