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  • Salone dell'auto di Parigi 2012Il Salone di Parigi, che aprirà i battenti al pubblico sabato 29 settembre, per la stampa internazionale l’appuntamento è già da oggi, si presenta in un anno in cui il mercato dell’auto, in Europa in particolare, registra dati preoccupanti con vendite scese al 6,6% nei primi otto mesi e con proiezioni che sfiorano il 9% a fine 2012.

    Non c’è casa costruttrice, fatta forse eccezione per la sola Volkswagen, che possa vantare un segno “più”, sia pure in un segmento piuttosto che in un altro. Come accade per la Fiat, il dato è fin troppo noto viste le recenti polemiche, tutto è riposto nel mercato d’oltre Europa dove le cose, per fortuna, vanno meglio anche se non proprio per tutti.

    È in questo quadro, non proprio edificante, che si inaugura il Salone di Parigi con un chiaro obiettivo: presentare tante novità al fine di combattere la crisi del settore. Quantomeno, ci prova.

    Gli elementi ci sono tutti: nuove vetture compatte, attrezzate con motori ecologici a basso impatto ambientale, senza rinunciare a tecnologia e comfort e, soprattutto, a prezzi decisamente resi più accessibili. Almeno con riferimento alla tasca “media” europea, quella che in buona sostanza si è rivelata l’anello debole del mercato.

    Non mancano tuttavia il lusso e le vetture dalle grandi dimensioni, Ferrari in testa tra cui l’ultima nata la F12berlinetta, destinate ai mercati emergenti, quelli del Bric per intenderci, Brasile, Russia, India, Cina, con quest’ultima in particolare, particolarmente attratta da Suv, sportive e ammiraglie generose sotto ogni aspetto.

    Tante novità da quasi tutte le case costruttrici. A partire da Fiat con la Panda nelle versioni Natural Power e Trekking, e l’esordio della nova 500L. Detto della Ferrari, il gruppo torinese espone anche la Maserati GranCabrio nella versione MC stradale.

    Dalla Francia, riflettori puntati sulla nuova Renault Clio, la versione cabriolet della Citroen DS3, il piccolo Suv 2008 di Peugeot, così come dalla Germania con l’attesissima settima generazione della Volkswagen Golf, la Ford EcoSport, la Concept Active Tourer di Bmw (la prima a trazione anteriore della casa bavarese), l’inedita – per dimensioni e caratteristiche – Opel Adam.

    D’oltre “oceani”, la Suzuki S-Cross, la Chevrolet Trax, la Toyota Aris.

    Tante prime mondiali, con la speranza, non proprio mascherata, di dare un duro colpo alla crisi e sollecitare un’inversione di tendenza nella curva discendente del mercato europeo.



  • Crollo immobliare e mutuiLa casa bene rifugio? È da tempo che non è più così.

    Le previsioni d’inizio anno, sulla scia dei dati dell’ultimo trimestre 2011, non lasciavano presagire nulla di nuovo cosicché nuove tasse (leggi Imu), retribuzioni pressoché statiche, erogazione del credito da parte delle banche sempre più misurato, hanno prodotto effetti quantomeno preoccupanti. E tutto ciò nonostante un calo dei prezzi del comparto.

    L’Istat ha fotografato il primo trimestre di questo 2012: le compravendite di unità immobiliari sono diminuite del 16,9% su base annua; quelle di immobili ad uso residenziale del 17,2%; quelle di immobili ad uso economico dell’11,8%. Vale a dire che gli acquisti di abitazioni vanno peggio rispetto ad uffici, negozi e capannoni commerciali/industriali.

    Ancora peggio per i mutui: con riferimento sempre allo stesso periodo, sono crollati del 49,6% rispetto al primo trimestre del 2011. Solo 92.415 nel totale quelli erogati, suddivisi tra quelli con costituzione di ipoteca immobiliare (64.116) con una flessione tendenziale del 39,2%, e quelli non garantito da ipoteca (28.299), diminuiti del 63,6%.

    Effetti della minore capacità di spesa degli italiani, dal Nord al Sud del Paese, dovuta alla crisi ed alla consequenziale minor fiducia accordata dagli istituti di credito, davvero poco disposte ad accettare domande di finanziamento.

    Un mercato pressoché fermo nonostante il valore degli immobili, lo accennavamo poc’anzi, continui a scendere: secondo Immobiliare.it del 2,7% rispetto allo stesso periodo del 2011, mentre è in aumento la richiesta di affitti con un +16%.

    Per il mattone le cose vanno sempre peggio e, a quanto pare, sulla scia del primo trimestre, le cose non sembrano siano andate meglio nei successivi tre mesi. I dati ufficiali non sono ancora disponibili ma, di questi tempi, visto l’andazzo, anche ad occhio, non è difficile cogliere l’assenza di segnali di ripresa.



  • Consumi mai così in bassoLo avevamo detto già scritto un paio di mesi fa (Consumi al dettaglio: tutti con il segno meno) e, non per esser profeti di sventura, fin troppo semplice visto l’andazzo, quello che pensavamo accadesse è accaduto.

    Sul fronte consumi, non che per altri settori dell’economia le cose vadano meglio, i dati sono sempre più negativi. Mai così bassi, rileva Confcommercio, dal 1946: praticamente dall’immediato dopoguerra quando, allora sì, alle prese con i postumi della grande guerra e la ricostruzione fisica del Paese, la fame serpeggiava da nord a sud.

    Una riduzione della spesa procapite da record, oltre il -3%, quello proiettato in questo 2012, che diventa del 6,5% rapportato tra il terzo trimestre del 2007 e quello di quest’anno. Un dato, il primo, che per Federconsumatori e Adusbef è possibile raggiunga il 5%. Per il Codacons i consumi per prodotti della tavola sono tornati indietro di 33 anni. Anche Coldiretti e Cia evidenziano la crisi dei consumi per i prodotti dell’agricoltura.

    Fatta eccezione per i settori della telefonia e dell’informatica e i soli discount (con qualche eccezione per i supermercati), che tengono i livelli di fatturato del 2011, per tutti gli altri comparti è crisi nera.

    Le ripercussioni sulle attività commerciali, i piccoli negozi al dettaglio specialmente, con chiusure che confermano lo stato di difficoltà per mobili e arredamento su tutti dell’1,3% con punte del 2% al Sud e nel Nord-Est.

    Più in generale, Molise (-1,9%), Friuli Venezia Giulia (-1,1%) e Liguria (-0,9%), sono le regioni che, nel complesso, registrano le maggiori “perdite” di esercizi, mentre si sviluppano al Centro e al Sud nuovi supermercati e ipermercati e centri commerciali nel Nord. Un dato quest’ultimo che sta radicalmente cambiando le abitudini dei consumatori producendo una forte contrazione delle piccole attività commerciali, quelle presenti nei centri storici ad esempio, che non resistono più, fuori anche da ogni logica di un buon servizio o di prodotti di nicchia, alle continue offerte provenienti dalla grande distribuzione. Un segnale ancora della crisi generalizzata delle famiglie italiane.

    Ai dati di Confcommercio, fanno eco quelli dell’Istat relativi all’allarme retribuzioni.

    Gli stessi si attestano ad una crescita annua attorno all’1,6%: insufficiente per far fronte all’inflazione (che cresce quasi del doppio) ed ai maggiori costi per servizi e utenze varie, senza dimenticare gli aumenti di carburanti e di più di un prodotto alimentare, nonostante le continue promozioni.

    Se a ciò aggiungiamo i contratti scaduti o quelli di prossima scadenza non si può che temere il  peggio che, si sa, non conosce limiti.



  • I costi della polica nelle regioni italianeIn tempi di spending review e di sacrifici richiesti ad ogni cittadino italiano per far fronte alla crisi in atto, l’indagine del Sole 24 Ore sulle spese dei Consigli regionali induce a più di una riflessione. In pieno polverone mediatico e politico consequenziale a quanto accaduto nel Lazio, ma sulla stessa scia in seno al Partito Democratico (caso Lusi), alla Lega, in Lombardia (con Pionati), vado a memoria, i dati presentati dal quotidiano economico fanno rabbrividire. Non che non ce ne fossimo accorti, “a naso”, ma averli davanti è tutt’altra faccenda.

    Il Lazio è la regione in testa alla classifica per gli stipendi erogati ai consiglieri regionali con una spesa complessiva di 24milioni 150mila euro, sebbene sia la Valle d’Aosta quella in cui gli stessi emolumenti incidono di più con 4.176 euro per ogni 100 abitanti. Una regione “piccola” come la Calabria si colloca al 12° posto con una cifra complessiva di poco superiore ai 7milioni di euro.

    Per ciò che concerne i finanziamenti ai gruppi consiliari, l’analisi del Sole 24 Ore sul rendiconto del 2011, pone in testa (in termini assoluti) la Sicilia con 13milioni 712mila euro, seguita dalla Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Liguria, Valle d’Aosta, Trentino, Molise.

    Altra voce, i vitalizi, altra classifica, con in testa il Molise anche se in termini assoluti di spesa il primato va ancora alla Sicilia (21.060.240) seguita da Sardegna e Lazio.

    Per quanto riguarda, infine, le spese per il personale a guidare la classifica è la Valle d’Aosta ma in termini assoluti di nuovo Sicilia (44.218.000), Campania e Veneto.

    Un fiume di denaro pubblico che fa rabbrividire chi quotidianamente è costretto a fare i conti i soldi che non bastano nemmeno per la spesa necessaria alla sopravvivenza.

    Denaro pubblico, questo la ricerca non lo evidenzia, ancora maggiore per commissioni fisse o speciali ravvisabili in seno ad ogni Consiglio regionale.

    Il caso del Lazio ha il “merito” di aver riportato all’attenzione di tutti gli sprechi della politica: di spese non sempre necessarie se non del tutto illegali, molto spesso del tutto personali. Per non parlare poi di auto, viaggi, riunioni straordinarie e quant’altro.

    Lo scrivemmo a suo tempo, la casta è salva (Spending review: tagli su tutto o quasi. La casta è salva!) ma non per facile populismo, ma come presa d’atto che un governo “tecnico” ha evidenti limiti d’azione sui gruppi politici di ogni colore e direzione che pure, a parole, sono tutti ben disposti a ridurre il numero dei parlamentari o gli stipendi, i vitalizi e quant’altro: sia pure, sempre, a “partire dalla prossima legislatura”.

    Ora tutti parlano di organi di controllo interni ed esterni quando, molto più semplicemente, una maggiore trasparenza consentirebbe azioni più efficaci e, visto l’andazzo, un deterrente a chi approfitta di tanto denaro a disposizione.



  • Incontro fiat governoEra l’“avvenimento” più atteso del weekend dopo una settimana di comunicati (il primo quello di Fiat che annunciava l’ipotesi del blocco degli investimenti del progetto Fabbrica Italia), di sussulti e contestazioni (quelle dei sindacati con in testa la Fiom), di richiesta di chiarimenti (da parte di esponenti del governo), di inutili polemiche e accuse all’amministratore delegato Sergio Marchionne (Diego della Valle e Romiti, su tutti), e così è stato.

    Sabato, a Palazzo Chigi, erano gli uni di fronte agli altri: i vertici Fiat da una parte, John Elkann e Sergio Marchionne, il Presidente del Consiglio Mario Monti, i Ministri Corrado Passera, Elsa Fornero, Fabrizio Barca e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, dall’altra. Tutti attorno allo stesso tavolo. Tutti in giacca e cravatta, vista la “solennità” dell’incontro, con la dovuta eccezione del ministro Fornero e l’abituale maglione dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne.

    Tanto rumore per nulla. Lo stesso Marchionne, tirato per la “giacca” a più riprese in questi giorni, lo aveva annunciato: <per dirci cosa>, considerata la realtà del mercato dell’auto in questo momento (sebbene duri da almeno due anni) e l’impossibilità di alcun intervento da parte del governo sui piani aziendali del gruppo torinese.

    Tanto rumore per nulla, poiché affermare che la Fiat si impegna sull’Italia “investendo al momento idoneo, per approfittare pienamente della ripresa del mercato europeo” è riaffermare il comunicato di otto giorni addietro e ribadire quanto più di elementare vige nelle politiche di investimento di qualsiasi azienda e non solo di Fiat: nel momento in cui il mercato lo consente, torneremo a investire.

    Facendo un parallelo più vicino alla nostra esperienza, si potrebbe spiegare tutta la vicenda in questo modo: una famiglia dice di non poter più sostenere spese straordinarie poiché le stesse si tradurrebbero in costi senza trarne alcun beneficio; il governo interviene, preoccupato, perché in questo modo il ciclo virtuoso dei consumi si interrompe mettendo a rischio altre famiglie. Decide così di convocarci; nell’incontro, di “comune accordo”, conveniamo che appena cessata la crisi dovremo tornare a spendere e investire. Ma va?

    L’esempio è elementare ma, mi auguro, spieghi bene tutto l’accaduto.

    “Scontato” anche il comunicato congiunto emesso a fine vertice: “il Governo e Fiat hanno stabilito di impegnarsi per assicurare nelle prossime settimane un lavoro congiunto utile a determinare requisiti e condizioni per il rafforzamento della capacità competitiva dell’azienda. In pratica: lo Stato interviene, in forma straordinaria, in deroga, finanziando nuova cassa integrazione.

    Cinque ore per non dire nulla di più di quanto era prevedibile.

    Peccato che ciò per la famiglia di cui sopra non sia possibile attuarsi: tutt’altro, pare proprio che queste ultime sopportino il peso maggiore della crisi non potendo godere di alcun intervento, né ordinario e tantomeno straordinario, da parte del governo. E la preoccupazione che, a crisi finita, non disponga più delle risorse per tornare a spendere (sono servite per far fronte alla crisi stessa).



  • Per pagare c’è sempre tempo. Insolvenza in crescitaUn tempo si diceva “pagamento a babbo morto”: come dire, non augurandosi mai la scomparsa della cara figura paterna, “il più lontano possibile”.

    La crisi sta mettendo in ginocchio i consumi e, per quel più conta, la capacità di far fronte ai debiti contratti. Aggiungiamoci poi le difficoltà legate all’accesso al credito e i consequenziali problemi di liquidità e il quadro è completo per spiegare l’aumento delle insolvenze aziendali in questo 2012 rispetto ai dati rilevati nello scorso anno.

    La ricerca è di Euler Hermes, società del Gruppo Allianz, leader mondiale nell’assicurazione del credito, che ha evidenziato in Italia un +12% delle insolvenze mettendo a rischio, in termini reali, 13.500 imprese a serio rischio crac. Non è solo il nostro Paese in questo stato di cose ma, certamente, non è l’essere in “buona compagnia”, che allevia i dolori.

    Il dato si avvale anche dell’analisi sui ritardati pagamenti, quelli cioè che a scadenza non sono ancora avvenuti ma che potrebbero non avvenire trasformandosi in insolvenze: nei primi otto mesi dell’anno è aumento del 30% sul 2011, sebbene l’importo medio sia diminuito del 2%.

    Va un po’ meglio, a dati quasi invertiti, per l’export dove in otto mesi dove le inadempienze sono salite del 7% ma è salito anche l’importo medio (+5%).

    La formula del pagamento a 60 giorni che un tempo contraddistingueva gli accordi commerciali è praticamente saltata: in Italia, più che in ogni altra parte d’Europa, la media dei tempi di pagamento è salita in misura tale da sfiorare i 120 giorni, il che ha come effetti a cascata tutta una serie di ripercussioni facilmente intuibili. Non solo, ma c’è il serio rischio di trovarci impreparati all’ingresso della direttiva dell’Unione Europea che prevede nel marzo del 2013 tempi di pagamento non superiori a 60 giorni.

    Solo la ripresa dei mercati, il rilancio dei consumi, le politiche occupazionali, potranno favorire un’inversione di tendenza. Iniziative tutte non più affrontabili, lo dimostrano gli eventi economico-politico-finanziari di questi giorni, da un singolo Stato ma unitariamente. Per ciò che ci riguarda, dall’Europa intera.

    Nell’attesa, potrebbe bastare anche l’impegno individuale di ciascuno ad accollarsi spese solo se realmente sostenibili: l’effetto domino di un mancato pagamento, prima o poi, si ritorcerebbe contro.



  • Marchionne e Fabbrica ItaliaPer quattro giorni è stata la persona più invocata da tutti: Ministri, parlamentari, sindaci, sindacati e sindacalisti, operai, esponenti del mondo degli industriali. Il comunicato di Fiat che annunziava il cambio di direzione rispetto ai finanziamenti previsti, 20 miliardi di euro, per il progetto “Fabbrica Italia”, lanciato nell’aprile del 2010, ha messo in allarme tutti.

    Tutti hanno atteso il suo ritorno dagli States sollecitandogli incontri, vertenze, convocazioni, al fine di ottenere chiarimenti sulla scelta annunciata. Ma con un pregiudizio di fondo: non ponendo attenzione ai contenuti del comunicato di Fiat e, soprattutto, interpretando lo stesso in termini di chiusura di stabilimenti (due su quattro), licenziamenti, esuberi.

    Un retro-pensiero che ha prodotto polemiche e accuse fino a questa mattina quando, attraverso un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, Sergio Marchionne, ha risposto a tono a quanti, soprattutto, lo hanno accusato di truffa nei confronti degli Italiani e dei suoi operai in particolare.

    Due considerazioni.

    La prima. “Le parole sono fonte di malintesi”, scriveva Saint-Exupery: nessuno si è preso la briga di attendere il ritorno di Marchionne per chiedere lumi sui contenti del comunicato di Fiat prestandosi ad interpretazioni, ed esprimendo valutazioni sulla persona, andate ben oltre i contenuti dello stesso comunicato. Per la cronaca, in sintesi, Marchionne ha ribadito lo stato di crisi del mercato e dell’impossibilità di procedere nel progetto di Fabbrica Italia, ma di non aver mai parlato di voler lasciare l’Italia, o di esuberi, richiamando la strategia che vuole gli utili prodotti all’estero investiti nel nostro Paese ma auspicando maggiore collaborazione da parte di tutti: Fiom in testa, che ha aperto nei suoi confronti più di 60 cause. Si è detto disponibile ad incontrare il governo, “ma per dirci cosa”, ha sottolineato. Ha avuto risposte per Della Valle e l’ex a.d. di Fiat, Romiti.

    Seconda considerazione. La fedeltà dell’informazione. Nel nostro piccolo, ci siamo limitati ad esporre i contenuti del comunicato Fiat ed alle conseguenze prevedibili per l’effetto dei minori investimenti (Crisi dell’auto: svanisce il progetto Fabbrica Italia). Nessun attacco alla persona, nessuna interpretazione oltre quanto espresso nell’informativa della casa torinese. Non altrettanto è accaduto nell’informazione “istituzionale” che si è lasciata andare a commenti e giudizi oltre misura, lasciando spazio a nuove considerazioni e commenti ancora più enfatizzati. Tutti sproporzionati rispetto al testo di Fiat, fomentando polemiche e “aggressioni” verbali quantomeno discutibili.

    C’è da chiedersi, pur restando la gravità del problema, se questa è informazione.



  • Fabbrica Italia addio crisi autoSe non ci fosse l’Europa il mercato mondiale dell’auto non sarebbe in crisi. Tutt’altro: farebbe registrare un +6,7%, rispetto al 2011, solo nei primi sei mesi di questo 2012. È l’Europa la zavorra del mercato con dati fin troppo preoccupanti: solo in Italia -20%. Effetti della crisi e delle minori disponibilità degli italiani a spendere in automobili. Con quello che costa poi mantenerle (In vent’anni, forte accelerazione delle spese per l’auto).

    E così, anche Fiat ci ripensa. L’annuncio è dell’Amministratore Delegato, Sergio Marchionne, che dando fondamento a più di una preoccupazione espressa in tempi recenti, spegne le attese di quanti confidavano nel progetto “Fabbrica Italia”, lanciato nell’aprile del 2010 e che, in un primo momento, nutriva speranze sul futuro dell’azienda in Italia.

    Ben 20 miliardi di euro per gli stabilimenti collocati nel nostro territorio, destinati alla progettazione e lancio di nuove vetture più adeguate all’andamento dei mercati. Denaro che, rimanendo non investito, provocherebbe un effetto a catena con gravi ripercussioni per l’intero comparto: dalla componentistica a tutto l’indotto.

    “Le cose sono profondamente cambiate da quando nell’aprile 2010 venne annunciato il piano. E’ impossibile fare riferimento ad un progetto nato due anni e mezzo fa ed è necessario che il piano prodotti e i relativi investimenti siano oggetto di costante revisione per adeguarli all’andamento dei mercati” è quanto comunica Fiat. E immediate arrivano le reazioni da parte di sindacati, Fiom in testa, e partiti, il Pd in particolare: in tutti la preoccupazione per l’occupazione e per il rischio della scomparsa del sistema industriale auto dall’Italia. Inoltre, la sollecitazione di un intervento del governo, con che tipo di intervento è tutto da dimostrare poiché è da scartare qualsiasi ipotesi di intervento pubblico (contrariamente a quanto accaduto un po’ di anni addietro,sebbene in forma indiretta) a favore delle casse di un’azienda privata.

    Fiat, per sciogliere definitivamente ogni dubbio, resta in attesa dei risultati del terzo trimestre, ma con questi chiari di luna… addio a “Fabbrica Italia”.

    Intanto, Fiat – Chrysler negli States va alla grande.

    httpv://www.youtube.com/watch?v=dX8lPXfEpsc



  • L'Alta Corte tedesca si pronuncia sul fondo Salva-StatiDue giorni con il fiato sospeso nell’attesa che l’Alta Corte tedesca si pronunciasse sulla legittimità costituzionale dell’Esm, il meccanismo salva-stati, e il Fiscal PAct: le due azioni fortemente volute dal presidente della Banca Centrale Europea, l’italianissimo Mario Draghi, recentemente approvate dall’Istituto europeo.

    E l’atteso ok è arrivato, del resto era l’ipotesi più probabile considerata la piena autonomia della decisione assunta dal consiglio della Bce. Tuttavia, gli otto giudici di Karlsruhe hanno posto un freno alla partecipazione tedesca al salvataggio dei Paesi in difficoltà, con una partecipazione limitata fino a 190miliardi di euro, senza però vincolare ogni singolo utilizzo dell’Esm al varo del parlamento, come si temeva nei giorni scorsi. Una bocciatura avrebbe messo in seria crisi, facendolo saltare, lo scudo salva spread.

    La notizia è stata commentata favorevolmente dalla stessa Angela Merkel, dal nostro capo del governo Mario Monti, dal presidente della Commissione Europea riunita a Strasburgo, José Manuel Barroso, proprio nel momento in cui teneva n discorso sullo stato dell’Unione.

    Per tutti, Merkel compresa, la presa d’atto, e la consapevolezza, della necessità di una Comunità Europea più solida, fondata su un’unità politica oltre che economica.

    Le borse di tutta Europa non attendevano altro. Sia pure senza grandi sobbalzi, fatta eccezione per il listino di Atene, hanno chiuso tutte in terreno positivo. Lo spread tra i Btp decennale e il Bund si è attestato a poco più di 340 punti.

    A quanto pare, ora ci sono le premesse affinché ogni Stato possa attuare le proprie politiche di rilancio dell’economia senza dover temere differenziali di rendimento esosi, grazie agli interventi della Banca Centrale Europea. Per ciascuno l’obbligo di metter mano seriamente ad interventi di sviluppo, in particolare a favore dell’occupazione.

     



  • Mario DraghiLa Banca Centrale Europea potrà acquistare i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà (bond da uno a tre anni) senza porsi limiti economici.

    La notizia sta tutta qui. Nella ferma volontà del Presidente dell’“Eurotower” Mario Draghi, della «scelta irreversibile dell’Euro» e, in essa, di «mantenere la stabilità dei prezzi nel medio termine» per «difendere l’integrità della politica monetaria dell’eurozona». Volontà condivisa quasi unanimemente nel momento in cui il Consiglio Direttivo è stato chiamato a esprimersi: 22 voti a favore e 1 contrario; «c’è stata una voce di dissenso» intuitivamente riconducibile al Presidente della Bundesbank, Jens Weidman.

    Chiaramente non si tratta di una fiducia incondizionata a favore dei Paesi in difficoltà: gli stessi, per godere dell’acquisto di propri bond da parte della BCE, dovranno impegnarsi nell’attuazione di riforme serie e realizzare programmi concordati con lo stesso Istituto europeo. Pertanto, una fiducia condizionata così da tranquillizzare la stessa Merkel che, non senza riserve, in più di una circostanza, in questi ultimi giorni, aveva espresso dubbi sull’azione della banca centrale e l’iniziativa della stessa in interventi simili. Dubbi che lo stesso Draghi, con fermezza, ha confutato richiamando la piena autonomia della banca centrale e per esser la decisone presa, e portata in voto, contemplata nel suo statuto non violando così al mandato.

    Intelligentemente lo stesso Draghi nel commentare l’esito positivo dell’incontro direttivo, ha esteso l’invito al Fondo Monetario Internazionale a partecipare ai programmi di finanziamento, investendolo nel monitoraggio dei Paesi beneficiari dell’iniziativa della BCE. E la risposta della direttrice Christine Lagarde non si è fatta attendere dichiarando di accogliere favorevolmente l’annuncio dato e manifestando disponibilità e prontezza a collaborare.

    Inutile affermare il balzo in avanti segnato da tutti i listini internazionali (Milano ha chiuso sopra il 4%) e il crollo dello spread sotto la soglia dei 380 punti. L’annuncio di Draghi era il segnale che tutti attendevano.

    La palla passa ora agli Stati bisognosi di questi interventi, l’Italia è tra questi, e ai governi degli stessi. Ad iniziare dalle riforme sul mercato del lavoro, l’occupazione, le politiche a favore della piccola, media e grande industria.

    La crisi non è finita e la luce in fondo al tunnel si intravvede a malapena. Quasi contemporaneamente all’annuncio della BCE arriva la notizia che in Europa 116milioni di cittadini sono a rischio povertà.

     



  • Decreto SanitàAll’apparenza un decreto sanità come tanti, quello approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, ma che nella sostanza mira ad un obiettivo preciso più volte richiamato dal titolare della salute Renato Balduzzi: ottenere risparmi e maggiori servizi (sembra un ossimoro) agendo sugli stili di vita degli italiani. Ivi compresi quelli degli amministratori di aziende sanitarie e dei responsabili dei governi locali.

    Un decreto sofferto, forti sono state le pressioni dei politici regionali, sindacati e di “rappresentanti-ombra” di lobbie di vari settori, che ha subito diversi rimaneggiamenti (da 27 a 16 articoli) e subito alcune sconfitte. Lo spirito, tuttavia, rimane intatto, nella speranza che nei successivi passaggi parlamentari lo stesso rimanga salvaguardato se non, meglio, consolidato e rafforzato.

    Una scelta e una direzione che convince, abituati, come siamo, a chiedere sempre più servizi sanitari e disconoscendo ogni comportamento (diretto e indiretto) lesivo della nostra e altrui salute. Quando si dice, una cosa ben fatta: si imbocca una via e si scelgono, conseguenzialmente, tutte le azioni, anche quelle apparentemente distanti, capaci di perseguire quella via intrapresa. Merito di un ministro “tecnico” fuori dalle logiche dei partiti, interessato davvero al bene comune: ciò che ci si auspica per ogni capo dicastero a partire dal prossimo aprile.

    Il Decreto, accompagnato dallo slogan “7 giorni su 7, h24” per aver (finalmente) riordinato l’assistenza sanitaria territoriale, dicevamo, fa leva sugli stili di vita. Ecco allora i provvedimenti in tale direzione.

    Sicurezza alimentare e sanità veterinaria. Si introduce l’obbligo di avviso ai consumatori, con appositi cartelli affissi nei punti vendita, dei rischi connessi al consumo di latte crudo e pesce crudo e il divieto di somministrazione degli stessi nell’ambito della ristorazione collettiva, anche di quella scolastica. Sono previste misure sanzionatorie nei confronti delle Regioni in ritardo nei programmi di contrasto alle malattie infettive e diffusive del bestiame. Per le Regioni inadempienti è prevista la nomina di appositi commissari. È previsto che, fatta salva la verifica della compatibilità comunitaria della misura, sia aumentato il contenuto di succo naturale di frutta dal 12 al 20% nelle bevande analcoliche che utilizzano la denominazione della frutta medesima. Non è passata la tassa sulle bevande gassate.

    Ludopatie. Sono state introdotte disposizioni per: limitare la pubblicità dei giochi con vincite in denaro con particolare riguardo alla tutela dei minori, con l’obbligo di esplicitare le probabilità di vincita e il rischio di dipendenza dal gioco. Vietare l’accesso dei minori alle sale ovvero alle aree destinate al gioco. Effettuare controlli mirati per verificare il rispetto di norme a tutela dei minori. Si restringe l’area off limits (scuole, università, luoghi di culto, nosocomi) per sale scommesse e sale giochi che, rispetto alle prime bozze, da 500 metri passa a 200 metri.

    Certificati per l’attività sportiva amatoriale. Verranno predisposte linee guida per idonee certificazioni mediche e l’effettuazione di controlli sanitari sui praticanti e l’obbligo della presenza di defibrillatori automatici in tutte le società sportive, professionali e dilettantistiche.

    Limitazione vendita di prodotti del tabacco. Vietata la vendita di tabacco ai minori di 18 anni (il limite era a 16) con sanzioni per gli esercenti da 250 a 1000 euro, che passano da 500 a 2000 euro con la sospensione della licenza per tre mesi in caso di recidiva.

    Cibi per l’infanzia. Potranno essere prodotti solo in stabilimenti autorizzati dal ministero della Salute. Idem per integratori alimentari e cibi addizionati con vitamine e minerali.

    Il “resto”, comunque di fondamentale importanza nel riordino della sanità, riguarda le nomine dei primari, le aggregazioni fra professionisti, la responsabilità professionale, l’edilizia sanitaria.

    Un decreto ben fatto, augurandoci che nella fase parlamentare i nostri politici non si comportino a danno della collettività salvaguardando interessi personali e di parte.



  • Tariffe pubbliche non più sostenibili. Dieci anni di aumentiSe negli ultimi venti anni le spese sostenute dai possessori di auto sono più che raddoppiate (leggi In vent’anni, forte accelerazione delle spese per l’auto), le cose non sono certamente andate meglio per proprietari e affittuari di abitazioni: praticamente, per tutti gli italiani. E così, anche, per i destinatari-fruitori di altre utenze.

    A fronte di un incremento della vita pari al 24%, c’è stata un’impennata delle tariffe pubbliche decisamente superiore, con bollette che nel giro di dieci anni hanno seriamente intaccato i portafogli di tutti.

    Acqua (+69,8%), gas (+56,7%), raccolta rifiuti (+54,5%), energia elettrica (+38,2%), le voci che più di ogni altra hanno reso quasi impossibile la gestione del conto economico famigliare (i dati sono della Associazione Artigiani e Piccole Imprese “Cgia” di Mestre). A queste voci si aggiungono i rincari per biglietti ferroviari (+49,8%), autostrade (+47,5%) e servizi postali (+28,7%) e il quadro è ben delineato.

    Così, a fronte di un adeguamento dei salari impossibile a reggere il passo con gli aumenti avvenuti, il potere di acquisto degli italiani si è decisamente contratto. Per alcuni “solo” piccole rinunce, per tanti lo sconfinamento dalla fascia media di ricchezza a quella della “relativa povertà”.

    Un’impennata di prezzi senza precedenti riconducibile al crescente costo delle materie prime, gas e petrolio su tutte, all’incidenza delle tasse e dei cosiddetti oneri impropri che spingono le bollette a livelli improponibili e tali da cancellare gli effetti (minimi) derivanti dalle liberalizzazioni.

    Resta preoccupante il dato relativo agli aumenti dell’acqua: l’oro blu, come viene chiamato, ha sconfinato oltre ogni ragionevole previsione non giustificabile nemmeno in considerazione che in Italia, per le famiglie italiane, i costi di questo bene essenziale resta uno dei più bassi d’Europa.

    Unico dato in controtendenza, le bollette della telefonia, scese di un 7,7%, grazie alle politiche di liberalizzazione ed alla forte concorrenza tra i diversi gestori.

    Che ci sia bisogno di interventi anche sul fronte tariffe pubbliche è fin troppo evidente. Ci chiediamo se è il caso che lo Stato, là dove è possibile privatizzare (ma tra più concorrenti) non possa e non debba intervenire per calmierare costi in crescendo.