Categoria: News

  • aleppo

    Ad Aleppo è calato il gelo. L’inverno non fa sconti, la guerra ha spazzato via ogni soffio di umanità. Il tutto tra l’indifferenza o quasi della comunità internazionale. 

    Forse ci siamo assuefatti al dolore, il trauma culturale è diventato esperienza quotidiana e le notizie provenienti dalla Siria generano solo umana compassione.
    Aleppo è al momento una città fantasma, sventrata dai bombardamenti, contesa dalle fazioni belligeranti, umiliata da chi ha deciso di sospendere la legalità ed i diritti umani. Stupisce che l’Onu non abbia deciso di intervenire in maniera risoluta.
    Migliaia di bambini sono rimasti intrappolati per giorni tra gli edifici crollati e quelli in bilico, senza cibo e acqua, né un posto dove dormire. I cittadini siriani sono state vittime delle esecuzioni sommarie delle truppe di Assad, una vendetta indiscriminata contro il suo stesso popolo.

    E oggi c’è un altro grave problema da affrontare, quello degli sfollati. In queste ore Save the aleppoChildren ha lanciato un appello accorato nei confronti delle Nazioni Unite. Nelle aree rurali di Aleppo ed Idlib ci sono oltre 26mila sfollati, persone che per giorni hanno dovuto bruciare mobili ed altri oggetti per scaldarsi.
    Lo testimoniano le loro mani, annerite dal carbone. Gli operatori umanitari raccontano scene incredibili: bambini che, appena scesi dal pullman che li porta da Aleppo est alla parte nord-occidentale della Siria, si fiondano sui pasti caldi e la frutta messa a disposizione dai volontari e nella confusione generale non trovano più i loro genitori. Sono decine i bambini che hanno perso i contatti con i propri cari pochi minuti dopo il loro arrivo in una zona “sicura”.

    La situazione è resa ancora più difficile dalla tempesta di neve che si è abbattuta sulla Siria, puntale ed infernale nel momento più nero. Gli operatori lavorano in situazioni di estremo disagio, con poche risorse a fronte di un’emergenza di enorme portata. Molti raccontano di non aver mai visto persone così alienate, affamate e traumatizzate.
    Per giorni hanno dovuto dormire sotto le macerie e sotto il pericolo incombente di una bomba che ponesse fine ad un’esistenza precaria.
    Save the Children chiede così “agli osservatori internazionali dell’Onu di entrare ad Aleppo est entro le prossime 24 ore e di monitorare l’evacuazione dei civili ancora intrappolati, assicurando che i più vulnerabili e più difficili da raggiungere – tra cui malati, anziani e bambini – siano in grado di abbandonare l’area in maniera dignitosa“.
    Sono ancora oltre 750.000, secondo Save the Children, le persone sotto assedio che vivono in condizioni estreme. Un allarme umanitario che non può passare inosservato e nascosto sotto il mantello dell’assuefazione.


  • latte-yogurt

    Ristorante Solidale è il primo progetto di food delivery solidale in Italia. Nasce a Milano grazie all’iniziativa di Just Eat, celebre azienda specializzata nei servizi di ordinazione di cibo a domicilio, e con la collaborazione della Caritas Ambrosiana e di PonyZero, società di servizi attiva nel campo della logistica dell’ultimo miglio e nella distribuzione urbana ecologica. 

    Il progetto, operativo da gennaio, si pone come obiettivo la lotta allo spreco alimentare e la diffusione della cultura del consumo responsabile. Alcuni ristoranti milanesi potranno così ri-utilizzare gli sprechi cucinando per i più bisognosi.
    latte-yogurtLo faranno attraverso la mediazione di Just Eat che metterà in contatto i ristoratori con la Caritas Ambrosiana.
    Verrà fissato un calendario con le cene da preparare: ciascun pasto sarà cucinato attraverso le eccedenze non utilizzate e i prodotti freschi non scaduti; PonyZero insieme a Just Eat provvederà poi al ritiro e alla consegna del cibo presso i luoghi indicati dalla Caritas.
    Sono già dodici i ristoranti milanesi che hanno aderito: il giapponese Kombu; i tre negozi di C’era una volta una Piada; Lapa Milano; Ristorante brasiliano Tram; Laboratorio del tramezzino Veneziano; i due ristoranti Il bue e la Patata e i quattro store della catena Panini Crocetta.

    A partire da gennaio il Ristorante Solidale sarà dunque operativo provando ad integrare la solidarietà con l’innovazione, la lotta agli sprechi con il risparmio economico.
    La nuova legge contro lo spreco alimentare, infatti, disciplina una serie di vantaggi fiscali per quei ristoratori e quelle catene di distribuzione che decidono di riutilizzare le eccedenze. Nel provvedimento è previsto, ad esempio, uno sconto sulla TARI (tassa sui rifiuti) in base alla quantità di cibo donato.
    Tra le altre novità della legge c’è anche la possibilità di donare alimenti fino ad un valore massimo di 15.000 euro senza dover compilare la dichiarazione preventiva cinque giorni prima della donazione.
    Anche l’Italia si muove, dunque, in maniera seria contro lo spreco alimentare e non potrebbe essere altrimenti dal momento che è stato calcolato che nel nostro paese si gettano via 300 milioni di tonnellate di cibo ancora commestibile, per un valore di 13 miliardi di euro.
    Nei prossimi mesi ci sarà la possibilità di ampliare la platea dei soggetti coinvolti nel Ristorante Solidale, non solo a Milano ma anche in altre città italiane.


  • professioni agricoltura

    Il Ministero delle Politiche Agricole, in accordo con il Ministero dello Sviluppo economico, ha inviato a Bruxelles lo schema di decreto sull’origine obbligatoria in etichetta per tutti i prodotti della filiera grano pasta in Italia. 

    Il nostro Paese sta portando avanti in sede europea diverse battaglie in materia di tracciabilità. Dopo il latte l’Italia sperimenterà l’etichetta obbligatoria anche per la pasta. Nelle confezioni di pasta secca il consumatore potrà trovare il nome del Paese o dell’area geografica di provenienza del grano ed il nome del luogo in cui è stato macinato.
    professioni agricolturaSe le fasi sopra citate vengono svolte in paesi differenti verranno adottate le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE. Se invece il grano viene coltivato per il 50% in un solo paese come la Spagna, sull’etichetta troverete la dizione “Spagna e altri Paesi Ue e/o Non Ue”.
    La scelta di sperimentare l’etichetta obbligatoria deriva innanzitutto dalla volontà di difendere i produttori italiani e la qualità della filiera grano pasta nostrana; c’è però anche l’intento di assecondare il volere dei consumatori.
    Secondo una consultazione pubblica online effettuata dal Ministero delle Politiche agricole, infatti, l’85% degli italiani chiede trasparenza nell’indicazione d’origine di grano e pasta.

    Il problema dell’invasione di prodotti stranieri di bassa qualità sta attraversando quasi tutti i comparti dell’agroalimentare ed è diventato di assoluta rilevanza nell’opinione pubblica italiana. Il consumatore presta sempre più attenzione alla qualità, alla sostenibilità e alla provenienza e si dichiara disposto a pagare di più per un prodotto buono, sicuro ed italiano.
    “La filiera della pasta è uno dei maggiori protagonisti del Made in Italy – ha dichiarato il Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda –  perché testimonia la capacità dei nostri pastai di miscelare grani di origine diversa, così da raggiungere gli alti livelli qualità che caratterizzano la pasta italiana. Il provvedimento, che risponde ad una crescente esigenza di trasparenza e informazione verso il consumatore, consentirà di fare maggiore chiarezza sull’origine del grano e delle semole che caratterizzano la qualità della pasta Made in Italy nell’ottica di rafforzare la filiera produttiva e competere con la concorrenza straniera”.
    Il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, ha sottolineato invece la volontà del governo di chiedere a Bruxelles misure sempre più specifiche e avanzate in materia di tracciabilità, non solo per la filiera del grano pasto ma per tutti i settori di eccellenza dell’agroalimentare italiano.


  • poverta-caritas

    Qual è la percezione del livello di disuguaglianza sociale esistente in Italia? Secondo un’indagine realizzata da Demopolis per Oxfam su un campione di 3.000 intervistati, i cittadini italiani credono che le diseguaglianze siano fortissime e soprattutto che siano aumentate negli ultimi cinque anni (61% degli intervistati).

    Negli ultimi giorni vi abbiamo parlato di diversi studi sulla povertà nel nostro Paese, tutti concordi nell’affermare che il numero di indigenti è in costante aumento e abbraccia classi sociali ed anagrafiche differenti, interessando da vicino anche i giovani. Si tratta dunque di un grave problema sociale che dovrà nei poverta-caritasprossimi mesi diventare una priorità del Governo.
    Demopolis ha chiesto anche agli intervistati di individuare gli ambiti in cui si manifestano maggiormente le diseguaglianze e soprattutto quali sono, a loro avviso, le cause.
    Secondo il 76% dei cittadini italiani le disparità economiche e sociali sono espresse soprattutto dai livelli di reddito e quindi anche dalle differenti retribuzioni. La concentrazione delle risorse nelle mani di pochi individui si manifesta però anche nel patrimonio (63%) e nelle opportunità di accesso al mondo del lavoro (60%). Pure la sanità e l’istruzione vengono percepiti come un fattore di  diseguaglianza, a maggior ragione in cui periodo storico in cui lo Stato non riesce a garantire i servizi essenziali, specie nelle aree periferiche e rurali.

    È interessante, inoltre, osservare quali sono, secondo gli intervistati, le cause della persistente e crescente disparità economica e sociale presente in Italia. Secondo il 65% degli interpellati il principale fattore di diseguaglianza è rappresentato dall’evasione e dall’elusione fiscale; seguono a ruota le relazioni politiche e/o clientelari (64%) e le politiche in ambito economico e fiscale.
    I cittadini credono che un intervento per ridurre le diseguaglianze sia prioritario ed urgente (80% degli intervistati) e che soprattutto debba essere riformato l’intero impianto fiscale, ritenuto dall’82% come non equo.
    La lotta contro l’evasione, una maggiore redistribuzione delle risorse ed un sistema fiscale meno oppressivo devono essere, dunque, secondo i cittadini, le priorità del Governo per avere una società più giusta.


  • natale-confcooperative

    Cosa mangeranno gli italiani al cenone di Natale? Se vi aspettate qualche novità come l’introduzione di cibi etnici, rimandate l’appuntamento all’anno prossimo, perché nel 2016 le tavole nostrane rispolvereranno la tradizione. 

    Ad accertarlo è uno studio di Confcooperative. Secondo l’indagine dell’organizzazione di rappresentanza delle cooperative quest’anno gli italiani spenderanno 4,6 miliardi per i cenoni di Natale (2,5 miliardi) e Capodanno (2,1 miliardi). La spesa media delle famiglie sarà invece di 106 euro, con aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente.
    La maggior parte degli italiani, come accennato in precedenza, continua a seguire la tradizione, sia nella scelta del cibo che in relazione ai luoghi dove trascorrere il Natale.

    Per quanto riguarda il cibo più scelto per il cenone di Natale, a primeggiare sono le vongole. Ben otto italiani su dieci, infatti, sceglieranno le vongole come natale-confcooperativeelemento principale dei piatti della Vigilia. La spesa complessiva per vongole e frutti di mare sarà di 90 milioni di euro.
    L’Italia del resto, come afferma il presidente di Federcoopesca, con 60 mila tonnellate è il primo produttore europeo di vongole veraci; un mercato che vede le cooperative in prima fila grazie alle tante coop di pescatori che si aggregano per razionalizzare l’offerta e avere una posizione contrattuale più forte di fronte alla grande distribuzione.
    Sempre secondo Confcooperative la spesa di pesce per i secondi piatti ammonterà a 450 milioni di euro; quella per carne, salumi e uova è di 520 milioni di euro.
    Ovviamente non mancheranno vini, spumanti e prosecchi che porteranno gli italiani a spendere circa 430 milioni di euro.
    Verranno scelte soprattutto le bottiglie italiane: Confcooperative prevede infatti che vengano stappate oltre 60 milioni di bottiglie di prosecco e spumante Made in Italy, in aumento del 6% rispetto all’anno scorso. Per quanto riguarda i dolci, invece, tra panettone, pandoro ed altre specialità dolciarie regionali la spesa sarà di 420 milioni di euro.


  • giovani-imprese

    Sono 4,6 milioni gli italiani che vivono in stato di indigenza assoluta, corrispondenti all’8% della popolazione. 

    Secondo i dati di Openpolis, negli ultimi dieci anni il numero di poveri è più che raddoppiato: nel 2005 gli indigenti erano 2 milioni, ma la crisi non ha fatto altro che acuire il disagio e le richieste di protezione sociale. L’Italia è stata infatti il quarto paese europeo in cui è cresciuto più di tutti il rischio di povertà tra i lavoratori.
    A questo punto viene spontaneo chiedersi chi siano i nuovi poveri, a quale classe sociale e a quale fascia di età appartengano.

    Innanzitutto, prima di scoprire quali categorie si sono impoverite maggiormente, è bene chiarire cosa si intende per persone che vivono in stato di indigenza assoluta.
    giovani-impreseSecondo l’Istat per poveri vanno intese quelle persone che non sono in grado di affrontare con continuità spese essenziali come quelle per il cibo, le cure mediche, vestiti, la casa e quanto altro. Esiste anche la cosiddetta povertà relativa, identificata dall’Istat attraverso una spesa media per consumi pro capite: se stai sotto quella soglia, versi in una condizione di povertà relativa.

    Ma andiamo oltre e cerchiamo di capire chi sono i nuovi poveri. Se ci concentriamo sulle classe sociali, Openpolis ci mostra che la professione che si è impoverita maggiormente è quella operaia, dove il tasso di povertà assoluta è passato dal 3,9% del 2005 all’11,7% del 2015. Una sorte simile ha colpito quelle famiglie dove il capo famiglia è un lavoratore autonomo che hanno visto un raddoppio del rischio di povertà.
    Bisogna sottolineare, inoltre, che avere un’occupazione non aumenta di molto le possibile di possedere una forma di stabilità economica. Sono sempre di più infatti le persone che lavorano solo poche ore a settimana e svolgono occupazioni part-time usufruendo dei voucher (25mila persone nel 2005 e 1,4 milioni nel 2015).

    Ma il dato più allarmante riguarda i giovani. Come sottolineato dal cinquantesimo rapporto Censis per la prima volta i giovani sono più poveri dei propri nonni. Anche la ricerca Openpolis conferma questa tendenza.
    Rispetto al 2011, infatti, il tasso di povertà tra gli anziani è diminuito dello 0,4%, mentre è triplicato tra i giovani di età compresa tra i 18 ed i 34 anni.
    Non è un caso che l’Italia sia per il paese europeo con il più alto numero di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) nella fascia di età 18-24 anni. Ci sono dunque sempre più ragazzi in condizioni di difficoltà e sempre più famiglie composte da giovani che si trovano in stato di indigenza assoluta (8% del totale).

    Non va meglio alle donne e ai bambini. La percentuale di donne in stato di povertà, infatti, è passata dal 3,5% del 2005 al 7% del 2015 per via soprattutto delle difficoltà a conciliare lavoro e vita privata e dell’aumento delle differenze salariali tra uomo e donna (l’Italia è uno dei cinque paesi europei dove durante la crisi si è acuita la differenza salariale di genere).
    L’Italia è anche il secondo paese europeo nel quale è aumentata di più la povertà infantile: nel 2015 – racconta Openpolis – l’11,4% dei bambini con meno di 6 anni vive in una situazione di grave privazione materiale.


  • qualità della vita 2016

    Aosta e Vibo Valentia sono due province agli antipodi. Lo sono innanzitutto per la collocazione geografica: una al confine con la Francia e la Svizzera ed abbracciata dalle Alpi, l’altra immersa nel profondo Sud, con i suoi sprechi, le sue contraddizioni ed il suo fascino mediterraneo quasi primordiale. 

    Ma la distanza tra le due realtà non è tracciata tanto dai chilometri o dalle diversità paesaggistiche, quanto dalla qualità della vita. Come ogni anno Il Sole 24 Ore ha stilato la classifica sulla qualità della vita nelle province italiane. L’indagine non prende in considerazione la soddisfazione e la felicità dei cittadini, ma si qualità della vita 2016limita a valutare le opportunità offerte ai propri abitanti.
    Ciascuno di noi, per sviluppare la propria personalità e mettere a frutto i propri talenti, ha bisogno di un contesto cittadino adeguato, di territori che offrano stimoli culturali, che sappiano garantire sicurezza e servizi essenziali, oltre ovviamente ad assicurare opportunità di lavoro e di reddito.
    La classifica de Il Sole 24 Ore analizza 42 indicatori (l’anno scorso erano 36) suddivisi in sei categorie:

    • Reddito, risparmi, consumi
    • Affari, lavoro, innovazione
    • Ambiente, servizi, welfare
    • Demografia, famiglia, integrazione
    • Giustizia, sicurezza, reati
    • Cultura, tempo libero, partecipazione

    La classifica finale non è altro che la somma dei punteggi ottenuti dalle singole province nei diversi indicatori. Può accadere che un territorio abbia un rendimento scadente per quanto riguarda il Pil pro capite o il tasso di disoccupazione, ma che presenti canoni di locazione bassi ed un numero limitato di scippi e borseggi. E questo è il caso delle province del Mezzogiorno, specie della Calabria, dove però livelli di reddito bassissimi, la scarsa natalità delle imprese e tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa riducono le opportunità di ascesa sociale dei cittadini.

    Quest’anno all’ultimo posto della graduatoria de Il Sole 24 Ore si colloca proprio Vibo Valentia. La provincia calabrese toglie questo poco ambito primato ad una corregionale, ovvero Reggio Calabria.
    Vibo perde innanzitutto la sfida occupazionale, specie tra i più giovani, dove il tasso di disoccupazione supera addirittura il 60%. Giovani che non trovano lavoro e sono costretti dunque a lasciare la propria terra per emigrare in altre zone d’Italia o all’estero. Non è un caso che Vibo presenti il più alto tasso di migrazione dei propri abitanti. Non va meglio la pagella ambientale e quella culturale, che raccontano una provincia povera di opportunità ricreative e colma di abusi edilizi, abitazioni non finite ed industrie abbandonate.

    Al primo posto, invece, per la terza volta da quando venti sette anni fa è nata questa indagine, troviamo Aosta. Il primato valdostano è l’ennesima conferma dell’elevata qualità della vita delle piccole e media realtà cittadine italiane, soprattutto quelle situazione in aree montane. Gli indicatori economici parlano tutti a favore della provincia al confine con la Francia. Aosta, tra le altre cose, dimostra di essere sempre più innovativa grazie alla nascita di startup dall’elevato contenuto tecnologico.
    Voti alti anche sulla demografia, il patrimonio immobiliare e l’ordine pubblico. Tra le metropoli spicca il secondo posto di Milano, patria delle startup ed in generale vero e proprio motore dell’economia italiana.
    Terzo posto per Trento, davanti a Belluno e Sondrio. Roma invece si colloca al 13° posto, mentre Napoli sprofonda in quartultima posizione, davanti solo a Caserta e per l’appunto a Reggio Calabria e Vibo Valentia.



  • Le notizie del giorno di CoopTG: 

    • Economia – Approvata la Legge di Stabilità in serata le dimissioni ufficiali del premier Renzi.
    • breaking news coopitalia-04Cooperative – Connessioni: il meeting nazionale di Coopstartup. Giovani e vecchi cooperatori a confronto e connettere le esperienze.
    • Cooperative – Coop: un supermercato interattivo. Schermi digitali e cassa automatica nel nuovo punto vendita a Milano.
    • Fare impresa – Esteso l’equity crowdfunding a tutte le PMI passato l’emendamento della finanziaria che incentiva la raccolta online.
    Gli appuntamenti:
    • Martedì 13 dicembre, a Milano, ci sarà la presentazione del nuovo Quaderno della Fondazione Giacomo Brodolini dal titolo “I luoghi dell’innovazione aperta. Modelli di sviluppo territoriale ed inclusione sociale”.


  • Le notizie del giorno di CoopTG: 

     Gli appuntamenti:
    • Lunedì 12 dicembre, alle ore 15, presso il Centro italiano di Documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale di Bologna, si svolgerà l’evento dal titolo “Vitamica C. Cooperazione, condivisione e cultura d’impresa” organizzato dall’Alleanza delle Cooperative Emilia Romagna.


  • Le notizie del giorno di CoopTG: 

     Gli appuntamenti:
    • Domani alle ore 10 a Roma verrà presentato il Rapporto 2016 dell’Osservatorio della cooperazione agricola italiana. L’iniziativa è organizzata dall’Alleanza delle cooperative italiane.

  • reti-dimpresa

    Il 50° Rapporto Censis racconta un’Italia lacerata, divisa in due tra giovani sempre più poveri e sempre più digitali e gli over 50 più ricchi rispetto a qualche anno fa e più propensi a risparmiare piuttosto che ad investire. 

    Sono diversi gli aspetti interessanti della ricerca sulla situazione sociale dell’Italia nel 2016. Quello che ha colpito le cronache dei principali organi di informazione riguarda proprio la situazione dei giovani. I dati diffusi nei giorni scorsi dall’Istat sulla disoccupazione giovanile, arrivata nel mese di ottobre ai minimi dal 2012, possono trarre in inganno sulle effettive difficoltà dei millennials.
    Secondo il Censis “rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%”. Ma l’elemento più preoccupante riguarda il confronto con gli anni precedenti. Il Censis prende come anno di riferimento il 1991 per reti-dimpresaevidenziare come nello stesso periodo di tempo la ricchezza dei millennials si è ridotta del 4,3% mentre per gli anziani è aumentata dell’84,7%.

    Accade dunque che i giovani siano più poveri dei nonni: sembra una situazione paradossale, ma è la conseguenza di un’occupazione a bassa produttività e a basso reddito.
    Le diseguaglianze non sono solo inter-generazionali ma riguardano anche le classi sociali. Il rapporto Censis conferma infatti l’allargamento della forbice tra i ceti sociali più agiati e quelli più poveri. Si riduce, ad esempio, il peso economico delle figure intermedie esecutive, come il ceto impiegatizio (-5,1%), e la componente operaia, degli artigiani e degli agricoltori (-14,2%).

    Ne viene fuori, dunque, un quadro abbastanza preoccupante, aggravato dalla scarsa fiducia nei confronti di alcuni storici riferimenti ideologici e nello specifico verso i soggetti intermedi tradizionali. Impressiona, ad esempio, la fiducia pressoché inesistente che ripongono i cittadini verso le banche (1,5%), i partiti politici (1,6%) ed i sindacati (6,6%).
    Non va molto meglio il mondo delle cooperative, dal momento che solo l’8,9% dei soggetti intervistati dichiara di avere fiducia verso le coop. Una percentuale che sale di qualche punto tra i più giovani, ma che rimane comunque su livelli estremamente bassi e che racconta perfettamente il sentiment dell’opinione pubblica soprattutto dopo lo scandalo Mafia Capitale.

    Ma ci sono dei dati che possono lasciare qualche speranza, specie per il mondo dell’impresa sociale? Riteniamo di sì. Uno di questi riguarda la propensione al dono da parte degli italiani. Negli ultimi anni, raccolta il Censis, sono aumentate in maniera esponenziale le risorse raccolte dalle associazioni e gli enti non profit.
    Tra il 2007 e il 2015 Save the Children Italia, ad esempio, è passata da 15,2 a 80,4 milioni di euro (+428,9%), con il numero di sottoscrittori aumentato da 137.328 a 408.500 (+197,5%), Emergency da 23,3 a 51,9 milioni (+123,3%), Medici senza frontiere da 35,9 a 52,3 milioni (+45,9%).
    Il dono, dunque, sta diventando un metodo di redistribuzione delle risorse che può aiutare l’economia ad avere una valenza sempre più sociale.

    Le notizie positive vengono anche dal Made in Italy, ovvero quel tipo di industria che il Censis definisce come “il bello ed il ben fatto” e che riguarda sia le produzioni fortemente brandizzate, come la moda e l’agroalimentare, che le piccole produzioni universalmente riconosciute come di alta qualità.
    Nel 2015 il saldo commerciale del Made in Italy ha raggiunto quota 98,6 miliardi di euro, mentre l’export dell’industria alimentare ha fatto registrare variazioni percentuali più che doppie rispetto all’export complessivo: +83,9% in termini nominali nell’ultimo decennio rispetto al +37,5%.
    Secondo il Censis, infine, le imprese agiscono sempre di più seguendo le logiche di filiera e dando maggiore importanza al territorio. Dinamiche, queste ultime, che aprono la strada al mondo cooperativo e a quelle forme di impresa che lavorano per raggiungere il profitto sociale.

     


  • renzi-def

    Non ci sarà alcuna riforma costituzionale. Il referendum ha fornito il suo verdetto: netta vittoria del No con il 59% dei voti. Con la sconfitta del Sì si conclude una lunga campagna referendaria e con essa finisce anche l’esperienza di governo del premier Matteo Renzi, dimessosi nella notte pochi minuti dopo le prime proiezioni. 

    Un governo, quello dell’ex sindaco di Firenze, fin dall’inizio estremamente polarizzante e culminato con una discussione sulla riforma costituzionale che ha visto toni da stadio e contenuti mediocri da entrambe le parti, uno spettacolo poco edificante per la legge fondamentale dello Stato e per la politica tutta.
    Il referendum si porta con sé l’elevata mobilitazione degli elettori, con un’affluenza alle urne del 68%. Numeri da elezioni politiche per una consultazione dai forti contorni e significati politici. L’esito di un referendum così polarizzante non poteva che portare ad un rafforzamento del vincitore e soprattutto alla decomposizione dello sconfitto.
    Le dimissioni di Renzi sono sembrate dunque un passo inevitabile che apre diversi scenari, sia nel breve che soprattutto nel medio periodo. Nei prossimi giorni ci renzi-defsarà da approvare la Legge di Stabilità, ferma al Senato con l’esecutivo che aveva promesso alcune modifiche rilevanti, una su tutte quella sulla diminuzione del numero di slot machine.

    Oggi stesso il premier dimissionario rimetterà il suo incarico nelle mani del Presidente della Repubblica che sarà chiamato a verificare se esista una maggioranza parlamentare disponibile a sostenere un nuovo governo.
    Al momento il Partito Democratico possiede la maggioranza dei parlamentari alla Camera, mentre al Senato può contare sull’apporto di Area Popolare. Mattarella potrebbe decidere dunque di affidare l’incarico alla stessa maggioranza che ha sostenuto il governo Renzi, scegliendo il presidente del Consiglio tra uno dei ministri dell’attuale esecutivo.
    In tal caso il favorito per ottenere la carica di premier sembra essere l’attuale Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Più defilati il Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, e il ministro della Cultura Dario Franceschini.

    L’altra ipotesi in ballo è quella “istituzionale”, con l’attuale presidente del Senato, Piero Grasso, a capo del Governo. L’obiettivo di un ipotetico esecutivo Grasso sarebbe quello di approvare una nuova legge elettorale: ricordiamo che al momento il Porcellum è valido solo per la Camera, mentre al Senato si voterebbe con il cosiddetto Consultellum, ovvero un sistema proporzionale puro nato dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza che le liste bloccate del Porcellum.
    Difficile stabilire se le forze parlamentari riusciranno a modificare la legge elettorale. Al momento, infatti, due dei principali attori politici del fronte del No, ovvero il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno chiaramente detto di volere subito delle nuove elezioni.
    Questa sembra la terza ipotesi più plausibile, con le nuove consultazioni che potrebbero svolgersi già in primavera.

    Una sconfitta, quella del fronte del sì, che riguarda anche buona parte del mondo delle cooperative e del non profit che avevano espresso parere favorevole al processo di riforma costituzionale. L’esperienza del Governo Renzi ha portato diverse novità per l’ecosistema dell’impresa sociale, in primis sicuramente la riforma del Terzo Settore, un provvedimento che ha rotto la tradizionale dicotomia tra profit e non profit, abbracciando modelli imprenditoriali misti. C’è da capire in merito che ne sarà dell’approvazione dei decreti attuativi (l’incarico è stato affidato al sottosegretario Bobba), fondamentali per valutare il possibile impatto della riforma.
    Uno dei maggiori risultati dell’esecutivo dimissionario è poi la Legge sul Dopo di Noi, che assicura ai disabili l’autodeterminazione del proprio futuro dopo la morte dei genitori.
    Per quanto riguarda, invece, l’agroalimentare e le tante cooperative attive nel settore agricolo, una delle leggi più rilevanti è la norma di contrasto al caporalato che intende, nelle intenzioni del Governo, prevenire il fenomeno attraverso il rafforzamento delle sanzioni e l’introduzione del principio della co-responsabilità tra l’intermediario (caporale) e l’imprenditore agricolo che utilizza la manodopera fornita dal caporale.