Autore: Comunicoop.it


  • A_PA7482La Scuola Open Source è un progetto che sta tanto facendo parlare di sé, per il dirompente valore innovativo sia a livello sociale e culturale che tecnologico racchiuso all’interno della sua essenza. Per conoscere meglio questo progetto, che ha già avuto tanti riconoscimenti e ha suscitato interesse in tanti attori della vita economica del Paese, abbiamo intervistato Alessandro Tartaglia, designer barese, che fa parte del gruppo che ha ideato #SOS e che sta portando questa idea a diventare un luogo a disposizione della comunità.

    Tutti abbiamo idea di una scuola classica, qual è e come nasce l’idea alla base di questa scuola? E qual è il concetto di Open Source che avete implementato?

    È difficile dire come nasca un’idea: ci nutriamo continuamente di stimoli e idee, poi li ricombiniamo sviluppandone altre, frutto della contaminazione tra quello che abbiamo già assimilato e quello che i continui stimoli esterni ci suscitano.

    In questo specifico caso credo che gli “ingredienti” alla base di SOS siano i seguenti:

    • la scuola Bauhaus (che, avendo un bg da designer, abbiamo studiato e ristudiato)
    • la storia di Maria Montessori
    • la visione di Adriano Olivetti
    • l’esperimento della Comunità di Roycroft

    Ma anche “qualcosa di più personale”:

    • l’esperienza fatta da me a Urbino all’ISIA nei 2 anni della specialistica
    • l’esperienza diretta di insegnamento fatta per 3 anni al Politecnico di Bari e quella fatta andando in giro per l’Italia in varie università e scuole per parlare di progetto.

    Ed elementi frutto dell’interazione con gli altri:

    • le persone che abbiamo incontrato lungo il cammino
    • due “prototipi”: “x – una variabile in cerca d’identità” e “xylab”, entrambi realizzati grazie alla policy regionale “Laboratori dal Basso” promossa dall’Agenzia Regionale Tecnologia e Innovazione e da Bollenti Spiriti.
    • l’esperienza in ambito informatico legata al mondo dell’hacking e della condivisione della conoscenza finalizzata al bene comune (open source)
    • l’esperienza in ambito making

    Tutte queste cose, assieme al confronto continuo con un gruppo di lavoro che ogni giorno continua a crescere, sono il substrato.

    Credo che ci sia una forte visione politica del mondo e della società.

    Proprio ieri leggevo l’intervista a Paul Mason di Channel 4 (emittente britannica) su Linkiesta a proposito dei “Panama Papers”. Credo che lui abbia descritto la situazione molto bene.

    L’innovazione è sempre sociale altrimenti è speculazione sull’ignoranza degli altri.

    La conoscenza è magica, se la condividi aumenta.

    L’educazione costruisce il futuro, per questo se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo iniziare da qui.

    Non più evangelizzatori di visioni, ma abilitatori di ecosistemi. Questa è la grande opportunità.

    Condivisione di conoscenza e professionalità. È questo il futuro per far crescere l’Italia?

    A_PA6920Mettiamo subito in chiaro una cosa, SOS non vuole dare risposte a nessuno. Non crediamo in quel tipo di soluzioni: delegare la risoluzione di un problema significa non affrontarlo.

    Piuttosto direi che SOS nasce per fare delle domande, anche scomode. A tutti.

    Una di queste domande è sicuramente “Può la condivisione della conoscenza (e quindi della professionalità) migliorare il paese dove viviamo?”

    In tal senso abbiamo molti esempi che ci spingono in questa direzione, in svariati ambiti, dal sistema operativo Linux, alla storia de “la cura opensource” di Iaconesi, ai FabLab, alla sharing economy.

    Viviamo una fase mai vista prima dall’umanità, “perché la nuova economia fondata sulla conoscenza riduce la necessità del lavoro e la scarsità dei beni. E se un bene non è più scarso, i prezzi scendono fino a che il bene non è più commercializzabile. È la prima volta che accade nella Storia. È una bella cosa per l’umanità, ma una pessima notizia per il capitalismo”. (Sto citando l’intervista che vi ho segnalato poco più su).

     

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    In anteprima Alessandro ci mostra dove avrà sede la Scuola Open Source.

    La Scuola Open Source ricorda le botteghe artigiane per filosofia, ma ha al suo interno una grande carica innovativa, come possiamo sintetizzarla in tre o quattro concetti fondamentali?

    L’innovazione è sempre sociale altrimenti è speculazione sull’ignoranza degli altri.

    La conoscenza è magica, se la condividi aumenta.

    L’educazione costruisce il futuro, per questo se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo iniziare da qui.

    Non più evangelizzatori di visioni, ma abilitatori di ecosistemi. Questa è la grande opportunità.

    Se poi volete approfondire, abbiamo scritto di recente una sintesi del progetto per la rivista della Facoltà di Design dell’Università di San Marino, qui trovate l’articolo.

     

    Dietro un progetto così grande ed ambizioso c’è una bella squadra. Quali sono stati i valori che vi hanno fatto unire e quali sono gli aspetti quotidiani che vi fanno pensare di andare nella giusta direzione?

    A tal proposito ho un breve testo che vi invito a leggere per comprendere tutti questi aspetti.

     

    Tra cinque anni cosa sarà #SOS?

    IMG_5179Credo che l’approccio predittivo sia intrinsecamente sbagliato. Questo non significa non avere obiettivi, anzi, tutt’altro: noi vogliamo cambiare il mondo.

    Il senso è che SOS non è il fine, ma il mezzo, per provare a fare la nostra parte in questo tempo così appassionante. E come lo è per noi, speriamo che lo sarà per moltissimi altri.

    In ogni caso per rispondere alla domanda immaginiamo una comunità coesa ed in continua evoluzione; immaginiamo di collaborare con le istituzioni per poter dare una mano concreta allo sviluppo del nostro territorio e con i privati per arrivare a creare una salda rete tra piccole e medio imprese, anima del nostro territorio.

     

    E se dovesse scegliere il primo obiettivo da raggiungere con la scuola quale sarebbe?

    Possiamo dirla con le parole di Kevin Lynch, che fu professore di urbanistica al MIT di Boston, in “L’immagine della città” (1972): “non vi è alcun risultato finale, solo una successione continua di fasi”.

    Per questo più che di obiettivi forse ha senso parlare di “tappe”, come se il nostro fosse un viaggio.

    La nostra prima “tappa” sarà XYZ, il laboratorio in cui la stessa SOS verrà co-progettata, secondo una logica cooperativa e open source, da docenti, staff e partecipanti.

    Quello che vogliamo fare, inizialmente, è dimostrare che il metodo da noi messo a punto, in cui crediamo e sul quale abbiamo speso tante energie, funziona e bene, e che, quindi, su questo metodo, è possibile costruire, innestare e sperimentare ulteriormente.

     

    Bandi vinti e tanti riconoscimenti per l’idea, ma c’è un interesse concreto e collaborativo anche da parte del mondo delle imprese e da parte della società civile?

    Al momento, considerando che siamo neo-costituiti, che non abbiamo ancora “le chiavi di casa” e che i bandi vinti ancora non si sono trasformati in fondi reali, direi che l’interesse che ci stanno tributando aziende, PA e cittadini è sorprendente, come si evince da questo video, realizzato durante il tour fatto a novembre 2015, durante il bando CheFare.


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    • Domani a Milano incontro dal tema: “Jobless Society Forum: futuro del lavoro e rivoluzione tecnologica”.

  • blockchain-grisorio

    Di Blockchain e Bitcoin ormai si parla tanto, sia in ambito Fintech che sociale, poiché la flessibilità di questa tecnologia e della filosofia alla base del processo offre numerose possibilità di applicazione per innovare in diversi settori. Così, per capire meglio di cosa si tratta e quali sono le opportunità e i rischi derivanti da tale tecnologia, abbiamo chiesto al presidente di Bitcoin Foundation Puglia, l’avvocato Giuseppe Grisorio, di spiegarci in maniera semplice e diretta cos’è la Blockchain technology e come questa potrà far evolvere il settore finanziario, quello sociale e della raccolta fondi.

    Innanzitutto, cos’è la blockchain e perché oggi se ne parla così tanto?
    Nel sistema di scambi convenzionale che oggi adoperiamo siamo necessariamente costretti a riporre fiducia in un ente centrale, che funziona da intermediario e che possa garantire, dietro pagamento di un prezzo, la genuinità della transazione. Basti pensare al ruolo svolto dalla Zecca dello Stato e dalle Banche  centrali rispetto alla produzione, immissione e certificazione della moneta.

    Una banca infatti, funzionando da intermediario, tiene traccia nel proprio registro degli spostamenti di capitale nei vari conti correnti e li aggiorna di conseguenza. Ma questo sistema, oltre ad avere un alto prezzo economico e sociale, non è esente da errori, omissioni, manomissioni o truffe.

    Nel sistema di pagamento del bitcoin la valuta viene trasferita direttamente da un utente ad un altro, senza passare da un intermediario, anche perché il btc è blockchain-grisoriola prima espressione di moneta senza Stato. Ma dato che in rete abbiamo a che fare con anonimi, come possiamo essere sicuri che non stiano provando a truffarci?

    Ecco che si comprende il valore della blockchain. In un sistema decentralizzato la soluzione consiste nella condivisione delle transazioni, che sono rese pubbliche, vale a dire con la presenza di un unico registro storico ed informatico condiviso tra gli utenti. Il tutto è coperto e garantito da precise regole matematiche, che rendono impossibile modificare arbitrariamente un singolo valore senza invalidare l’intero storico delle transazioni. Le stesse infatti sono ordinati cronologicamente ogni 10 minuti circa e inserite in un blocco , che ne rappresenta la marcatura temporale e quindi le colloca in un preciso momento storico, detto timestamp.

    Il timestamp è chiamato anche blocco e la catena dei timestamp successivi prende il nome di blockchain.

    Oggi se ne parla così tanto perché dopo un momento di scetticismo iniziale si è compresa l’enorme potenzialità di questo protocollo informatico e gli innumerevoli e innovativi sviluppi, ponendo le premesse per un potenziamento del cd. IOF (internet of things).

    Qual è l’aspetto innovativo di questa tecnologia?
    L’aspetto innovativo è dato dalla decentralizzazione nella tenuta di registri contabili, che quindi seguono una logica peer-to-peer ed informatica. Lo sforzo per la corretta tenuta del registro bitcoin, ad esempio, richiede un enorme calcolo computazionale per risolvere i problemi e le funzioni matematiche che ne garantiscono la genuinità e lo proteggono ma manomissioni, falsificazioni e attacchi a doppia spesa, pertanto i vari nodi che formano questa rete devono concordare circa l’ordine delle transazioni, sviluppando un vero e proprio consensus.

    Ma la blockchain non serve solo per trasferire i bitcoin. E’ infatti possibile garantire la transazione di scambi economici, di merci, serve a tutelare la proprietà intellettuale di un contenuto online, può porsi qualche strumento per tutelare il rispetto dei contratti tra aziende, le fatture, le opere d’arte, il tracking dei diamanti e anche l’elezione dei rappresentanti politici.

    Potenzialmente ogni settore dove ci sia un terzo giudice/notaio che garantisce una transazione, o una proprietà, può essere trascritto sulla blockchain senza possibilità di errore o manipolazione, fornendo una marcatura temporale garantita da precisa regole matematiche.

    La possibilità di decentralizzare la fiducia consente di costruire governance al di sopra e oltre le piattaforme monopolistiche già costruite. In questa maniera invece di confidare in un ente centralizzato c’è la possibilità di pensare a modi di costruire governance in maniera distribuita.

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    Com’è regolata la blockchain e dove bisogna ancora migliorare nella sua regolamentazione?
    La blockchain non è regolata nel senso giuridico/normativo del termine, in quanto il lavoro è fatto volontariamente da soggetti sparsi per il globo(cd. miners) che partecipano alla gara computazionale sperando di risolvere un blocco della blockchain e quindi incamerare la relativa ricompensa(allo stato attuale 25 btc, circa 9000€!). Le regole che segue, conosciute da chiunque voglia partecipare, sono quelle del protocollo informatico su cui si basa, e che possono essere modificate solo con il consensus del 50%+1 della potenza di calcolo globale.

    Dalla sua nascita assieme a Bitcoin ad oggi, in che fase di sviluppo tecnologico ci troviamo?
    Avanzata ma ancora non completa. Profonde sperimentazioni sono state fatte per leggere meglio all’interno dei singoli blocchi, per poter inserire informazioni aggiuntive ad una transazione senza invalidarla, quasi a voler “firmare” un messaggio. La stessa logica alla base della blockchain permette utilizzi in vari settori della vita sociale, pubblica ed istituzionale di una comunità. L’ecosistema bitcoin è davvero vario e comprende diversi tipi di attori. Inoltre il protocollo btc, che è completamente open-source, permette agli sviluppatori di proporre modifiche al sistema e le stesse vengono implementate se raggiungono il necessario consensus.

    La blockchain può generare un grande cambiamento nei mercati finanziari, ma quali ricadute reali può avere in un Paese come l’Italia?
    Enormi. Un sistema decentralizzato ed informatico come quello appena descritto, applicato al mondo dello scambio di valuta, permetterebbe una tracciabilità assoluta e quindi una completa eliminazione dell’evasione fiscale, che sappiamo tutti quanto danno arreca al nostro paese, così come un controllo da parte dell’opinione pubblica su come e dove vengono spese le nostre tasse.

    Inoltre si potrebbe pensare di trascrivere in questa maniera i vari passaggi di proprietà di un immobile, sostituendo in questo modo tanto il notaio quanto i registri immobiliari e le varie conservatorie che sottraggono risorse all’apparato amministrativo dello Stato(questo però a patto di modifiche legislative).

    Lo stesso criterio si potrebbe applicare ai sistemi elettorali: un domani piuttosto che andare al voto con una tessera elettorale potrebbe esserci fornita semplicemente una chiave crittografica, ed il nostro voto verrebbe registrato in maniera anonima sulla blockchain per confluire infine nel risultato finale. Un risparmio enorme di denaro, tempo e risorse!

    Lei è tra gli entusiasti o tra gli scettici? Qual è l’approccio corretto con cui guardare a questa  tecnologia?
    Personalmente sono uno scettico entusiata! Mi spiego: le premesse e le garanzie offerte dalla tecnologia descritta sono degne di nota e studio, a patto che le condizioni di onestà dei nodi restino le stesse e non ci sia qualche tentativo lobbistico di modificare lo stato dell’arte. Pur estremamente complicato da un punto di vista informatico, non è però impossibile. Resta l’utilità teorica di un attacco del genere: che interesse avrebbe un aggressore a distruggere la tecnologia blockchain?

    L’approccio corretto cui guardare questa tecnologia è quello consueto: scetticismo iniziale, studio intermedio, comprensione finale. Sono all’esito di questa procedura si potrà correttamente decidere se e quanto investire in btc e nella sottesa blockchain. Se però molti istituti finanziari, grandi banche e fondi di investimento, anche italiani, stanno investendo sempre più risorse nello studio e nello sviluppo evidentemente non sono il solo a vedere potenzialità e futuro per questo tipo di tecnologia.

     

    12342644_787952408016882_4750779134821116854_nGiuseppe Grisorio

    Avvocato, si occupa dello studio critico del bitcoin e delle criptovalute, della blockchain e degli smart contracts.

    Ha contribuito alla traduzione e pubblicazione di diverse guide e contenuti in lingua Italiana sull’ecosistema Bitcoin, così come ha fornito il suo apporto per la stesura e l’analisi di diverse tesi di laurea in materia.

    Ha organizzato convegni e incontri sul tema con il riconoscimento del locale Ordine Forense. Attualmente si occupa di sviluppare progetti formativi per professionisti del settore con l’Università degli Studi di bari.

    E’ membro della Bitcoin Foundation Italia nonché fondatore e presidente della Bitcoin Foundation Puglia.


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    • Domani alle 10.00 a Forlì “Dalla rendicontazione all’impatto. Il social impact report di For B.

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    •  Venerdì 29 aprile alle ore 10.30, presso le Manufatture Knos di Lecce si terrà l’incontro dal titolo: “Ripensare le economie locali: sperimantazioni sulle monete virtuali”.

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    • La nostra idea di Romagna, evento di LegaCoop Romagna


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    • Nuovo codice degli appalti: trasparenza, responsabilità e sviluppo. Potenza – 15 Aprile.
    • Il processo di riforma degli appalti pubblici. Sarzana (SP) – 15 Aprile.

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    • Osservatorio sulla Cooperazione in Emilia Romagna, giovedì 14 Aprile a Bologna


  • Chiamatela se volete moneta virtuale o secondaria, ma il Sardex è di fatto il primo circuito di credito commerciale in Italia, ed i risultati sono così positivi che la società alla base della moneta di scambio passa da “semplice” Srl a SpA con un capitale che schizza a 3 milioni di euro e che vede investire soggetti primo piano del panorama Fintech italiano.

    sardex-3La società sarda nata da un gruppo di giovani è ormai una realtà economica consolidata, che ha raggiunto i 100 milioni in operazioni/transazioni in 5 anni di attività un giro d’affari interessante, anche se non del tutto tramutabile in euro. Sardex ha conquistato Fondazione di Sardegna, Invitalia Venture, Innogest, Banca Sella Holding,  Nice Group S.p.A. e MelPart S.p.A. E sarà quest’ultima ad esprimere il nuovo presidente del Consiglio di Amministrazione, che non poteva che essere anch’egli sardo: Stefano Meloni che dovrà guidare questa transizione e portare Sardex verso nuove mete.

    Tutto questo però non modifica gli assetti societari, con la maggioranza del pacchetto azionario che resta in mano ai fondatori; un segnale da non sottovalutare, perché difficilmente gli investitori lasciano l’azienda in mano a chi ha avuto l’idea e ha portato avanti la fase di StartUp.

    Per il momento abbiamo dei punti fermi inattaccabili a sostenere la bontà del progetto: 3.500 imprese iscritte, nove regioni oltre alla Sardegna in cui sono partiti dei circuiti simili che hanno creato un vero e proprio network. E poi, cosa difficile da trovare in tante società oggi, un codice etico da sottoscrivere per entrare nel circuito, a dimostrazione della finalità sociale oltre che economica del progetto.



  • Si chiama Infarm la startup con base a Berlino, che ha nel nome già la sua idea d’impresa portarci là dove si coltivano i prodotti… O meglio, portare i prodotti e la loro coltivazione direttamente da noi, andando bel oltre il concetto di chilometro zero. Infatti, questa startup assieme alla catena di supermercati tedeschi Metro ha appena installato il primo orto nel supermercato.

    Grazie ad un sistema di luci e di coltivazione idroponica le piante e i frutti crescono direttamente all’interno di un piccolo orto verticale nel supermercato, così che si possa davvero passare dalla pianta al piatto senza nessun intermediario. Il sistema progettato da Infarm prende spunto dagli orti in città e porta l’agricoltura verso un nuovo livello, che potrà risultare inizialmente di nicchia, ma che potrebbe essere un nuovo sistema di promozione delle produzioni fresche.

    Vedremo quando e se in Italia verranno attuate soluzioni tecnologiche simili, soprattutto nelle grandi città, mentre nelle periferie dove l’orto è ancora davvero a due passi da casa, anche per supportare l’economia locale resterà in auge il rapporto con il contadino fidato che si affida ad agricoltura biodinamica e a madre natura.