Categoria: Agroalimentare


  • Gianpiero Calzolari, coordinatore del settore lattiero caseario dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, nonchè presidente di Granarolo Italia, ha parlato del futuro del comparto in occasione della IV Assemblea Nazionale dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari.
    Le frizioni di questi giorni tra industriali e produttori agricoli ha reso ancora più grave la crisi di un settore che deve fare i conti con la scarsa remuneratività dei prezzi e con la presenza massiccia di latte di provenienza estera sui nostri scaffali.

    La cooperazione rappresenta una parte essenziale del comparto con 27.550 allevamenti (pari al 68% del totale in Italia) e circa 700 imprese cooperative che raccolgono il 70% della materia prima nazionale (quasi 7 milioni di tonnellate di latte).
    latte italiaLe coop contribuiscono al sistema lattiero-caseario nazionale con un valore economico di circa 7 miliardi di euro (export all’11%), che corrisponde al 45% del fatturato complessivo della filiera.
    Per questo motivo l’Alleanza delle Cooperative ha lanciato una proposta per la creazione di un Organismo interprofessionale del latte, con a capo dirigenti cooperativi.
    Secondo Calzolari la costituzione dell’Oi è un provvedimento fondamentale per ristrutturare un mercato, quello italiano, che si presenta saturo e con scarse prospettive in termini di consumi.
    Non basta, però, guardare al contesto nazionale, ci sono alcuni mercati emergenti che rappresentano già adesso opportunità commerciali enormi per le aziende agricole italiane: “L’export crescerà nel prossimo medio e lungo periodo – dichiara Calzolari – grazie alla domanda europea ma soprattutto a quella dei Paesi emergenti, come Cina, Corea del Sud, Indonesia, Nord Africa e Sud America, particolarmente attratta dai nostri formaggi Dop. Per questo la cooperazione si concentrerà anche sulle relazioni con questa domanda dinamica del nostro lattiero-caseario, a fronte di un mercato interno saturo, dove è urgente l’adozione di provvedimenti. Come la costituzione di un’organizzazione interprofessionale tra produzione e distribuzione che dovrà necessariamente passare dalla cooperazione, cui viene conferito circa il 70% del latte prodotto nel nostro Paese”
    Un altro progetto in cantiere riguarda l’istituzione di un marchio 100% italiano con il latte prodotto dai soggetti aderente all’OI, che permetterebbe così ai consumatori di conoscere il prodotto made in Italy: “Sarà importante trovare – conclude Calzolari – delle forme di riconoscibilità del prodotto italiano e uscire dalle logiche del sottocosto, che non incentiva i consumi ma mette in seria difficoltà le imprese produttrici e di trasformazione”.


  • latte granarolo

    L’Alleanza delle Cooperative agroalimentari lancia una proposta ambiziosa per regolare in futuro i conflitti tra l’industria ed organizzazioni agricole del latte.
    L’idea del mondo della cooperazione è quella di istituire un organismo interprofessionale (Oi) del settore lattiero caseario che riunisce tutte le componenti della filiera.
    Sarebbe la stessa Alleanza delle Cooperative a guidare il nuovo organismo, possedendone tutti i requisiti.

    Secondo quanto stabilito dal decreto legge 51/2015 per istituire un organismo interprofessionale è necessario avere il 25% di rappresentatività del settore, latte_fresco_criterio che la cooperazione soddisfa pienamente potendo contare sul 58% della produzione e sul 70% della trasformazione.
    L’Alleanza delle Cooperative sta ultimando il progetto che presto finirà sul tavolo del Ministero delle Politiche Agricole, Ambientale e Forestali.
    In un momento storico di grande conflittualità tra mondo agricolo ed industriale, è quanto mai necessario un ente che faccia da tramite tra queste due realtà cercando di conciliare le due posizioni.
    L’associazione di rappresentanza delle coop agricole sembra incarnare tutte le caratteristiche per svolgere questo ruolo. Come dichiarato dal presidente dell’Alleanza Giorgio Mercuri ad Italia Oggi, non è ancora chiaro se questo organismo dovrà essere formato dagli organismi di rappresentanza o da quelli economici.
    In entrambi i casi la cooperazione è pronta a prendere le redini dell’Oi.

    Sarebbero molteplici e rilevanti le funzioni in capo al nuovo organismo. Innanzitutto c’è quella di stabilire il prezzo del latte, una questione che ha portato in questi giorni ad una durissima battaglia tra produttori ed industriali, culminata con il blocco dello stabilimento di Lactalis.
    L’organismo interprofessionale avrebbe il compito di porre anche le regole di produzione, cercare nuovi approdi per il latte italiano oltre a promuoverlo all’interno del mercato nostrano.
    Ma l’aspetto più importante, per il quale l’Alleanza delle Cooperative si sta battendo da mesi, è l’istituzione del marchio 100% italiano.
    Il fenomeno dell’importazione del latte è in continua ascesa, come testimoniato dagli ultimi dati diffusi da Coldiretti, che parlano di una percentuale di latte proveniente dall’estero vicina al 50%.
    L’idea è quella di costituire un marchio 100% italiano gestito dall’Oi, con un latte prodotto e commercializzato solamente dalle organizzazioni appartenenti all’organizzazione interprofessionale.



  • Italia, Francia e Spagna sono avvisate. I tre maggiori produttori di vino al mondo devono guardarsi dalla concorrenza sempre più agguerrita dai paesi oltre oceano: Cile, Nuova Zelanda, Argentina e Sudafrica stanno emergendo come dei mercati di riferimento nel settore vitivinicolo con una crescita delle esportazioni davvero sostenuta.

    A riportarlo è Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma sul mercato del vino che analizza le dinamiche del settore svolgendo un compito di grande rilievo per le aziende vitivinicole italiane.
    vino cileStando ai dati riportati dall’osservatorio sul vino, nei primi otto mesi del 2015 i paesi dell’emisfero Sud hanno avuto un incremento dell’export più sostenuto rispetto a Italia e Francia.
    La quantità di vino esportato dalla Nuova Zelanda è cresciuta del 13%, quella del Cile dell’8%, dell’Argentina del 4% e dell’Australia del 2%.
    Italia e Francia, invece, hanno fatto registrare rispettivamente una variazione negativa del 3% e del 2%.
    Alcuni individuano le ragioni di questo exploit nella svalutazione delle monete dei paesi emergenti, al cospetto di un euro che ha rafforzato la propria posizione nei confronti del dollaro.
    In realtà, le spiegazioni vanno ricercate innanzitutto nel costo del prodotto che risulta essere inferiore rispetto al vino di qualità italiano o francese, ma anche nella stipulazione di una serie di accordi commerciali con paesi come la Cina, che hanno reso più vantaggioso per gli importatori comprare il vino cileno o neozelandese rispetto a quello italiano.
    Il mercato cinese rappresenta un’opportunità commerciale enorme per il nostro paese; mentre la Francia ha una posizione quasi dominante in questo contesto, le aziende vitivinicole italiane hanno difficoltà ad accedere a questo mercato, lasciando spazio così ai paesi dell’emisfero Sud.
    Le imprese agricole italiane devono fronteggiare delle imposte elevatissime (14% per i vini imbottigliati e 20% per quelli sfusi) per poter entrare in Cina, quando ci sono realtà come il Cile e l’Australia che attraverso accordi commerciali con le istituzioni e gli importatori hanno abbattuto le barriere doganali e si apprestano ad invadere questo mercato.
    Le istituzioni italiane dovranno, allora, compiere un passo importante per evitare che il più grande produttore mondiale di vino possa gradualmente cedere il passo a realtà emergenti (Cile e Nuova Zelanda) e ad altre consolidate (Francia e Spagna).



  • La notizia dell’apertura di un’inchiesta da parte della procura di Torino contro sette note case produttrici di olio, colpevoli, secondo il Pm Guariniello, di aver venduto olio vergine spacciandolo per extravergine, ha fatto scattare l’allarme nell’intero comparto.
    Dopo un’ultima annata disastrosa a causa del virus Xyella, il settore olivicolo necessita di un cambio di marcia che possa riportare l’Italia ai vertici europei in termini di vendite e di immagine.

    Per questo motivo il mondo del commercio, dell’industria e dei produttori ha stretto un accordo di filiera per rafforzare i controlli anti-frode e rafforzare la qualità.
    olioSi tratta di un momento di grande rilevanza simbolica, perché, come dimostrato dalla crisi del latte, è estremamente difficile mettere insieme le istanze di queste tre parti.
    L’accordo ha una durata triennale ed è stato sottoscritto da Aipo, Cno, Unasco, Unaprol, Unapol, Assitoll, Federolio e Assofrantoi. Tra i contenuti dell’accordo c’è la realizzazione di controlli più stringenti per far emergere la qualità del prodotto.
    Le modalità verranno poi stabilite da una commissione di tecnici che valuterà il tipo di controllo più efficace.
    Tra le ipotesi c’è anche quella di inserire i cosiddetti “blind test”, ovvero dei controlli alla cieca sui campioni di olio extra vergine d’oliva.
    I produttori si sono impegnati al mantenimento di determinate qualità organolettiche in base agli standard stabiliti dai laboratori certificati ed hanno ottenuto un prezzo di vendita di 40 centesimi in più al chilo rispetto ai prezzi di mercato per le partite di olio qualitativamente superiori.
    L’intento, dunque, è riportare la qualità al centro della produzione, pagandola meglio. In questo modo il consumatore, qualora dovesse trovare negli scaffali olio a prezzi stracciati (difficile reperirlo ad un prezzo inferiore a 7 euro al litro), capirebbe benissimo di trovarsi di fronte ad una truffa alimentare o ad un prodotto proveniente dall’estero.



  • Il fenomeno del mancato utilizzo dei fondi europei non tocca minimamente il comparto del vino.
    Come riportato, infatti, dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, il settore vitivinicolo ha speso 336 mln di fondi Ue per aumentare la qualità delle produzioni e l’internazionalizzazione delle aziende del vino.
    Questa cifra rappresenta il 99,9% delle risorse messe a disposizione da Bruxelles.

    Sono stati due, in particolare, gli ambiti di intervento: la ristrutturazione dei vigneti e la promozione del vino italiano nei mercati esteri.
    italia primo produttore vinoPer quanto riguardo il primo aspetto, moltissime aziende si sono dotate di innovazioni tecnologiche in grado di migliorare la qualità delle produzioni con un investimento complessivo di 256 milioni.
    Le aree interessate dall’intervento sono state soprattutto quelle del Nord Est, ma anche alcuni vigneti emergenti come Pignoletto in Emilia Romagna, Pecorino in Abruzzo, Vermentino in Toscana ed in Sardegna, Negramaro e Nero di Troia in Puglia, hanno ricevuto finanziamenti europei.
    Ma l’aspetto più importante, probabilmente, che renderà il settore maggiormente competitivo riguarda gli investimenti in internazionalizzazione.
    Come abbiamo più volte riportato, l’Italia è diventata nel 2015 il maggior produttore di vino al mondo; un traguardo importante che unito alla rinomata qualità dei nostri vini può far crescere la quantità di vendite all’estero.
    Ci sono dei margini di sviluppo importanti sia oltreoceano (soprattutto in Cina e negli Stati) che in Europa. Non è un caso che nei primi otto mesi del 2015, come riporta Ismea, ci sia stato un aumento delle esportazioni del 6%.
    Per diventare, però, ancora più competitivi è necessario promuovere il nostro vino all’estero e veicolare processi aggregativi tra le piccole aziende, anche cooperative, in modo da consentire loro di tentare la sfida estera.
    In questo 2015 sono stati investiti 80 milioni in pratiche di promozione ed internazionalizzazione ed il Governo, come ha ribadito in questi giorni il ministro Martina, ha intenzione di fornire alle aziende vitivinicole strumenti e risorse adeguate per far crescere la quantità di export di un settore che rappresenta un modello di riferimento per tutto l’agroalimentare italiano.



  • È stata approvata ieri alla Camera la legge sulla tutela e la valorizzazione delle biodiversità.
    Il provvedimento prevede una serie di misure per proteggere gli agricoltori che realizzano e diffondono questo tipo di colture.

    Tra gli strumenti inseriti nella legge c’è anche l’istituzione di un Fondo sulla biodiversità, con 500mila euro l’anno che verranno destinati agli operatori agricoli che attivano azioni di sostegno verso le risorse genetiche ed animali a rischio estinzione o erosione genetica.
    Tra gli altri strumenti della normativa c’è anche la creazione di un portale nazionale che mette insieme una serie di banche dati sulla biodiversità e l’istituzione di contributi agricolturaun’anagrafe nazionale con l’elenco di tutte le risorse animali, vegetali o microbiche a rischio di estinzione.
    Viene effettuata, dunque, un’operazione di riordino delle informazioni sulle biodiversità cercando proteggere agricoltori ed allevatori che portano avanti questo tipo di colture.
    In questo contesto si inserisce anche la previsione di una Rete nazionale per la valorizzazione di queste risorse che sarà composta dalle istituzioni centrali e locali, dagli agricoltori e dagli allevatori impegnati in questo tipo di attività.
    Questi ultimi due attori potranno vendere liberamente le specialità prodotte, sia all’interno della rete che all’esterno, e saranno tutelati dal Fondo sulla biodiversità nel caso in cui le risorse a rischio estinzione vengano contaminate da organismi geneticamente modificati.



  • La “guerra del latte” si sposta dallo stabilimento di Lactalis all’Antitrust, dove in questi giorni, dopo la protesta portata avanti dagli allevatori nella sede di Roma, sono arrivate le carte della vicenda.
    Sotto accusa ci sarebbero i contratti di vendita non rispettati e rescissi unilateralmente dalla multinazionale del latte.

    L’Antitrust ha fatto sapere che esaminerà il dossier entro i primi dicembre e dunque, tra qualche giorno, potremo avere un punto di svolta della crisi, sopratutto se verranno comminate delle sanzioni nei confronti delle industrie di trasformazione, come già avvenuto in Francia e Spagna.
    I numeri del settore lattiero caseario raccontano, però, meglio di tutti lo stato di crisi del settore; cifre che hanno portato i produttori sull’orlo della disperazione e li hanno latte italiaattuare una forma di protesta estrema come il blocco del centro produttivo di Lactalis.
    In questo momento il latte lombardo, per rimanere all’interno della regione dove è iniziata la protesta, viene pagato alla stalla al prezzo di 34 centesimi al litro a fronte di un costo di produzione di 40 centesimi.
    Capiamo benissimo come una simile disparità di prezzi non possa essere sostenibile e non è un caso che gli allevatori abbiano rifiutato la proposta di Lactalis di alzare solamente di un centesimo il prezzo di acquisto.
    Ma a pagare questa situazione è anche il consumatore che acquista il latte fresco al dettaglio a 1,50 euro di media al litro. In Germania ed in Francia, per fare un esempio, un litro di latte costa in media 0,95 e 1,15 euro ed i costi di acquisto alla stalla non sono poi così inferiori rispetto a quelli italiani (0,29 per la Germania e 0,31 in Francia).
    C’è, dunque, un problema vero che interessa produttori e consumatori. La scelta di Coldiretti di spostare la protesta nei maggiori centri commerciali e supermercati d’Italia nasce proprio con l’intento di far conoscere ai consumatori la situazione del lattiero caserario italiano ed i motivi delle rimostranze.
    Un altro fattore che ha scatenato l’ira dei produttori è la presenza massiccia nel nostro mercato di latte e derivati provenienti dall’estero: si parla di 85 milioni di quintali su 200 complessivi, corrispondenti al 40% del latte presente sui nostri scaffali.
    La scarsa remuneratività dei prezzi e l’invasione dei prodotti esteri ha portato il settore verso una crisi epocale. Nella giornata odierna un Consiglio straordinario dei Ministri agricoli Ue proverà a fare il punto della situazione, fungendo da mediatore tra le industrie e gli allevatori.



  • Il fenomeno della contraffazione dei prodotti agroalimentari è sempre più diffuso. La notizia dell’inchiesta che coinvolge sette note case produttrici olivicole italiane è un brutto colpo per l’agroalimentare italiano, oggetto negli ultimi anni di numerosi episodi di frode in commercio.
    Dal 2007 in poi, ovvero nel periodo di crisi, le contraffazioni alimentari, sottolinea Coldiretti, sono aumentate addirittura del 248%.

    Si tratta di numeri importanti che raccontano alla perfezione l’entità del fenomeno ed i danni che ha causato all’agroalimentare italiano.
    contraffazione parmigianoSono tanti i settori interessati: dal lattiero caseario al vitivinicolo, passando per quello olivicolo e finendo con quello ittico.
    Negli ultimi diciotto mesi il Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, con la collaborazione dei carabinieri, la Guardia costiera ed il Corpo forestale, ha effettuato più di 200.000 controlli, sequestrando prodotti per un valore di 100 milioni di euro.
    La maggior parte dei beni contraffatti sono specialità del Made in Italy: sono 266 i prodotti certificati che portano un fatturato 13 miliardi, di cui il 35% viene realizzato attraverso le esportazioni.
    Il fenomeno delle contraffazioni e dell’Italian Souding (vendita di prodotti che ricordano marchi italiani senza essere realmente lavorati nel nostro Paese) arrecano un danno enorme al valore dell’export agroalimentare, impedendo all’Italia di raggiungere i livelli di paesi come Germania e Francia.
    La lotta contro le frodi alimentari dovrà essere, dunque, una priorità delle nostre istituzioni per evitare di rendere vano l’operato di tante piccole e medie imprese, anche cooperative, che stanno cercando di intraprendere la strada dell’internazionalizzazione



  • Continua in maniera serrata la “guerra del latte”, la protesta messa in atto dai produttori lattiero-caseari contro il controllo dei prezzi da parte delle industrie di trasformazione.
    Le rimostranze sono iniziate sabato, con il blocco del centro produttivo di Lactalis (a Ospedaletto Lodigiano), la multinazionale francese che controlla, tra gli altri, marchi come Invernizzi, Galbani e Parmalat e che negli ultimi mesi ha imposto, insieme ad altri operatori del settore industriale, un taglio dei compensi alla stalla di oltre il 20%.

    I produttori, quindi, sotto l’egida di Coldiretti, hanno deciso di far sentire la loro voce e di presidiare lo stabilimento di Ospedaletto Lodigiano. Una protesta IMG-20151111-WA0003che si è spostata, nella giornata di ieri, di fronte ai centri commerciali e ai supermercati di tutta Italia per far conoscere ai consumatori la situazione del settore lattiero caseario italiano e le peculiarità del latte e dei formaggi nostrani.
    I nostri scaffali, infatti, sono letteralmente invasi dal latte a lunga conservazione proveniente dall’est Europa e da mozzarelle prodotte con latte e cagliate di derivazione estera.
    Le industrie di trasformazione scelgono, quindi, la materia prima a basso prezzo proveniente da altri paesi, salvo poi vendere i propri prodotti ad un prezzo maggiorato del 30% rispetto ad esempio alla Germania e del 20% rispetto alla Francia.
    Non c’è da stupirsi, allora, se nel 2015 oltre mille stalle hanno chiuso i battenti e se negli ultimi quattro anni oltre 4000 aziende di conferimento del latte hanno dovuto cessare la propria attività.
    Il latte italiano richiede costi di produzione superiori rispetto ai competitors europei: imporre un prezzo di 33 centesimi al litro, quando i costi di produzione vanno dai 40 fino ai 60 centesimi nelle aree montane, significa depauperare un comparto che è uno dei punti di forza del Made in Italy agroalimentare.

    La protesta degli agricoltori ha portato alla decisione estrema da parte di Lactalis di interrompere la raccolta del latte, attività che verrà ripresa solamente oggi.
    IMG-20151111-WA0002Fondamentale, in tal senso, è stato l’operato svolto dal ministro Martina, che ha incontrato in questi giorni i rappresentanti di Assolatte e della Gdo, mentre per domani è previsto un tavolo di concertazione tra produttori ed industrie per cercare di trovare un punto di incontro e risolvere una crisi che rischia di diventare devastante per l’intero comparto.
    Per questo motivo è stata disposta la sospensione del blocco dello stabilimento produttivo di Lactalis fino alle 11:00 di domani, quando si svolgerà l’incontro tra le parti.
    Mentre Coldiretti e le altre associazioni di categoria vorrebbero un prezzo comune a tutte le stalle, Assolatte spinge per lasciare la massima libertà al mercato in modo da mantenere una posizione di forza.

    In queste ore è arrivato anche il commento dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, per bocca del proprio presidente Giorgio Mercuri. Il vertice della centrale di rappresentanza delle coop agricole ha voluto ribadire la centralità e la virtuosità del modello cooperativo, che consente ai soci produttori di rifuggire dai ricatti delle multinazionali: «Queste decisioni assunte da alcune multinazionali, che stanno mettendo in ginocchio gli allevatori – ha dichiarato Mercuri – fanno comprendere ancora una volta l’importanza della filiera cooperativa: i soci di cooperative mettendosi insieme hanno un luogo sicuro dove conferire il prodotto al fine di valorizzarlo nel mercato, soprattutto in settori il cui prodotto agricolo è caratterizzato da una alta deperibilità».
    Un punto di vista condiviso dal presidente di Confcooperative Calabria Camillo Nola: «In Calabria la pressione sui prezzi alla stalla è meno accentuata, grazie soprattutto all’azione della cooperazione, che riesce ad operare da vero e proprio ammortizzatore sociale verso i conferitori di latte nella nostra terra. Non solo per quanto riguarda la garanzia di un prezzo superiore all’attuale mercato, ma anche per la stabilità e l’etica nei rapporti e nei comportamenti.
    Oggi, non è tollerabile creare una nuova forma di precariato. Ne abbiamo già troppe.
    I rapporti con gli allevatori, con chi fa il buon latte italiano – aggiunge Nola – devono essere stabili e democratici, lasciare il latte nelle stalle è incomprensibile. Come cooperatori chiediamo a tutti i cittadini calabresi ed italiani, di acquistare in maniera più attenta, leggendo le etichette con attenzione e con la consapevolezza che quei centesimi in più sul prezzo del latte o di un formaggio italiano, restano spesso nel proprio territorio. Abbiamo la fortuna di avere dell’ottimo latte in Calabria, che fa bene alla salute sia di chi lo consuma, che all’economia regionale e questo al momento dell’acquisto non possiamo dimenticarlo, altrimenti facciamo il gioco di un mercato che, se basato solo sul prezzo, mette a rischio l’intera zootecnia da latte italiana, e con esso tipicità, funzione sociale, ricchezza economica».

    Il Governo in questi mesi ha provato a sostenere il settore attraverso misure come la previsione di contratti scritti che disciplinano il prezzo di vendita del prodotto conferito, l’istituzione delle Op, la costituzione del Fondo Latte, uno strumento nato per ristrutturare il debito dei produttori, e l’aumento al 10% dell’aliquota di compensazione Iva.
    Sarà necessario, però, adesso trovare un accordo con le industrie di distribuzione e provare a frenare la deriva di un mercato sempre più orientato verso la competitività al ribasso dei prezzi.



  • Sette note aziende olivicole italiane, tra i quali spiccano marchi come Carapelli, Bertolli e Sasso, sono indagate dalla procura di Torino con l’accusa di frode in commercio.
    Secondo il procuratore Raffaele Guariniello l’olio extra-vergine d’oliva venduto dalle sette case produttrici apparteneva in realtà alla categoria dell’olio vergine, ovvero un prodotto dalla qualità e dal costo inferiore.

    La vicenda nasce dalla denuncia di una rivista specializzata, che ha di fatto dato il via all’inizio delle indagini della procura.
    olioI carabinieri del Nas hanno prelevato alcuni campioni d’olio dai supermercati di Torino facendoli analizzare dai laboratori dell’agenzia delle dogane e ben 9 su 20 non hanno superato l’esame organolettico.
    Sono sette i rappresentanti legali accusati di frode in commercio. Nello specifico le aziende interessate dall’inchiesta sono: Carapelli, Santa Sabina, Bertolli gentile, Coricelli, Sasso, Primadonna (confezionato per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin).
    Il Pm Guariniello ha subito informato il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, sui risultati del test. Le indagini andranno avanti cercando di capire l’entità della possibile truffa e la reale provenienza delle olive.



  • Il settore del latte sta attraversando una fase storica molto delicata. La fine dell’era delle quote latte e la chiusura di alcuni mercati come quello russo, ha causato gravi scompensi ad un intero comparto portando numerose aziende italiane a chiudere i battenti.
    Uno studio effettuato dal Centro ricerche produzione animali di Reggio Emilia mostra come una parte importante della crisi del settore sia legata ai costi di produzione elevati sostenuti dagli allevatori.

    Rispetto ai competitors europei i produttori italiani dispongono di aziende con un numero di ettari limitati rispetto ai capi posseduti, oltre a dover importare la maggior parte della soia e del mais e a dover fare i conti con le imposizioni del fisco italiano.
    latteIl costo medio di produzione del latte italiano è di 38 centesimi ed arriva anche a 60 centesimi nelle zone montane. Si tratta di cifre comparativamente più alte rispetto a quelle delle aziende europee del settore.
    Dati, però, che devono essere rapportati anche ai prezzi pagati dalle industrie di trasformazione agli allevatori.
    Il prodotto italiano, oltre ad essere quello con i costi di produzione più alti e con la qualità maggiore, è anche quello che viene pagato meglio. In media, infatti, un litro di latte alla stalla viene pagato 34 centesimi al litro.
    Quello francese, per fare un esempio, viene pagato a 33 centesimi al litro, mentre ci sono prodotti come quello lettone e lituano il cui prezzo è rispettivamente di 20,74 centesimi e di 17,38 centesimi.
    Le industrie di trasformazione, evidentemente, preferiscono comprare da paesi con un costo della materia prima inferiore e con standard di qualità nella media. Il settore lattiero caseario italiano, costituito da qualità eccelsa e costi elevati, ha perso così con il passare degli anni molto appeal.
    Proprio sul tema della remuneratività dei prezzi è in corso una protesta dei produttori italiani, che chiedono un minore controllo dei prezzi da parte di multinazionali come Lactalis, azienda francese che detiene marchi come Parmalat, Invernizzi e Galbani.
    Quella che è stata soprannominata “la guerra del latte” è destinata a durare a lungo e rischia di rappresentare uno spartiacque importante nella storia recente del lattiero caseario italiano.



  • Il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, ha firmato il decreto che disciplina l’istituzione del Fondo Latte, uno strumento di liquidità a favore dei produttori lattiero-caseari.
    Questo provvedimento arriva in un momento molto delicato per l’intero comparto, a seguito della fine dell’era delle quote latte e della diffusione anche in Italia di formaggi ottenuti con latte in polvere e di latte proveniente dall’estero.

    Il Fondo Latte prevede lo stanziamento di 55 milioni di euro che serviranno soprattutto a ristrutture i debiti e a sostenere gli investimenti degli agricoltori.
    Sono oltre 4.000, infatti, le stalle che negli ultimi 4 anni hanno dovuto cessare la propria attività a causa di costi di produzione non adeguatamente retribuiti da un mercato fortemente orientato verso la competitività al ribasso dei prezzi.
    latte italia«C’è bisogno di dare un segnale sul versante del prezzo del latte – ha dichiarato Martina – c’è bisogno di riorganizzare la filiera, c’è bisogno che anche le grandi Dop riflettano su come si posiziona in termini nuovi una produzione di grande eccellenza come la nostra».
    Proprio in queste ore è in atto una protesta dei produttori di latte presso lo stabilimento produttivo di Lactalis, la multinazionale francese che controlla marchi come Parmalat, Galbani ed Invernizzi ed impone prezzi comparativamente più bassi rispetto a quelli delle aziende agricole nostrane.
    Gli agricoltori chiedono maggiore rispetto per il prodotto italiano ed una remunerazione che tenga conto dei costi produttivi sostenuti dalle imprese italiane.
    Domani la protesta si sposterà nei supermercati di tutta Italia per far conoscere ai consumatori come viene realmente prodotto un formaggio Made in Italy e sensibilizzarli sulle istanze ed i problemi dell’intero settore.