Categoria: Agroalimentare


  • Il packaging è un aspetto essenziale nella percezione dei consumatori per quanto riguarda i prodotti ortofrutticoli.
    A rivelarlo è un’indagine della società di marketing tedesca Eye-Square. Secondo questo studio i consumatori sono maggiormente attratti dalle confezioni in cartone ondulato con la presenza di stampe personalizzate piuttosto che dai tradizionali packaging in plastica.

    Una confezione di questo tipo migliora la percezione stessa del prodotto, ritenuto più salutare e quindi più appetibile. Il 90% degli intervistati, ad esempio, sa che frutta embargo russiail cartone ondulato è riciclabile e quindi valuta il prodotto nel suo insieme come sostenibile e rispettoso dell’ambiente.
    Il 65% dichiara, infatti, che la frutta all’interno del cartone appare più fresca, mentre il 77% dice che i colori vivaci della confezione rendono il prodotto più naturale.
    Il test è stato effettuato dotando i consumatori di occhiali speciali in grado di individuare la dilatazione delle pupille e di conseguenza di studiare il livello di attenzione che viene riservato ad una confezione anziché ad un’altra.
    La ricerca di Eye-Square mostra come le confezioni in cartone ondulato siano state osservate dieci volte più a lungo di quelle di plastica.
    Un dato che ha degli effetti positivi anche sulle vendite: gli imballaggi in cartone, infatti, hanno portato ad aumento degli acquisti del 14%. Dietro al packaging c’è un’idea generale di prodotto fresco e sostenibile che è particolarmente apprezzata dal consumatore.
    Investire, dunque, in materiali riciclabili e personalizzati inizia a portare i suoi “frutti”.


  • latte granarolo

    Oggi è il terzo giorno della “guerra del latte”, la protesta portata avanti da Coldiretti contro il controllo dei prezzi nel settore lattiero caseario.
    Sabato migliaia di produttori hanno bloccato lo stabilimento della multinazionale del latte francese Lactalis, Ospedaletto Lodigiano (Lodi), l’azienda che ha rilevato, tra gli altri, i marchi italiani Galbani, Invernizzi, Parmalat e Locatelli.
    Da quando nel 2011 Lactalis ha comprato Parmalat, sottolinea Coldiretti, più di 4000 stalle (il 10% del totale) hanno chiuso i battenti.

    Una situazione estremamente negativa dettata dall’imposizione di prezzi scarsamente remunerativi: i costi di produzione delle stalle italiane sono superiori a quelli dei concorrenti europei e di paesi latte_fresco_come la Nuova Zelanda, così come è superiore anche la qualità.
    La vendita di latte e derivati a prezzi equivalenti a quelli della concorrenza significa depauperare la tradizione italiana di latte di alta qualità.
    La fine dell’era delle quote latte ha aggravato ulteriormente la crisi del settore lattiero caseario.
    Di qui la scelta di adottare una forma di protesta estrema, con il blocco dello stabilimento di Ospedaletto Lodigiano.

    Sotto accusa sono anche le innumerevoli importazioni di latte straniero nel nostro paese, spacciato per Made in Italy. Le norme sull’etichettatura hanno facilitato questa operazione: oggi circa il 50% del latte presente sui nostri scaffali proviene dall’estero.
    In queste ore anche il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina ha voluto esprimere il proprio sostegno verso i produttori recandosi sul luogo della protesta.
    Il lattiero caseario ha un valore di 5 miliardi di euro per la parte agricola e di quasi 15 miliardi di euro per quella industriale: rappresenta, dunque, una parte essenziale del Made in Italy ed in quanto tale va tutelato con misure di sostegno.
    “Bisogna pagare il giusto prezzo agli allevatori – scrive Martina sul proprio sito ufficiale – L’industria in particolare, insieme alla grande distribuzione organizzata, deve dare un segnale e assumersi una quota di responsabilità che guardi alla tenuta dell’intero sistema agroalimentare italiano e della sua eccellenza. Servono azioni concrete a partire da un’inversione di tendenza della caduta del prezzo di acquisto alla stalla e a un accordo su un metodo di indicizzazione che tenga conto delle peculiarità del nostro modello. Non c’è più tempo. Per questo martedì incontrerò ancora i rappresentanti di Assolatte, mi aspetto un punto di novità utile. Per tutti. Lo dobbiamo innanzitutto ai tanti allevatori che oggi, soffrendo, stanno tenendo in piedi un comparto simbolo come quello del latte italiano”.



  • Il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, nel corso di un videoforum su Repubblica.it ha parlato delle possibili ripercussioni dell’allarme Oms per il settore zootecnico.
    Una comunicazione che ha mandato nel panico migliaia di produttori, considerato anche il calo dei consumi registrato nella settimana dell’iscrizione delle carni lavorate nell’elenco delle sostanze cancerogene.

    Secondo il ministro Martina, però, la questione può tramutarsi in un’opportunità per l’agroalimentare italiano. Le informazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità non fanno altro, infatti, che confermare i valori e la centralità della dieta mediterranea.
    martina false cooperativeL’Oms non invita i consumatori a non mangiare carni rosse e prodotti derivati, ma semplicemente consiglia loro un’alimentazione più equilibrata.
    Carni ed insaccati vanno consumati una-due volte a settimana e devono essere accompagnati da frutta, verdure, formaggi e pesce, prodotti che rendono la nostra alimentazione corretta ed equilibrata dal punto di vista delle sostanze nutritive.
    «La vicenda dell’Oms – dice Martina – rivela tutta la forza della dieta mediterranea. Più volte abbiamo detto che la nostra leva formidabile è un investimento consapevole nella piramide alimentare e nell’equilibrio che la dieta mediterranea ci offre. Dobbiamo uscire da questo passaggio delicato con una capacità di comprendere ancora di più e ancora meglio tutta l’importanza di educare alla corretta dieta a partire proprio dalle caratteristiche che ha la dieta italiana e dalle caratteristiche che hanno le produzioni italiane, anche quelle zootecniche».
    La qualità delle carni lavorate italiane e la peculiarità della dieta mediterranea possono rappresentare, dunque, un importante valore aggiunto per l’agroalimentare italiano, evitando così di cadere nel panico e nella negatività del momento.



  • Il 17 ed il 18 novembre, presso lo Sheraton Parco dei medici a Roma, si svolgerà la IV Assemblea dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari.
    Il titolo dell’iniziativa sarà “#agroalimentarecolsegnopiu-con noi #italiariparte”: l’obiettivo dell’incontro è trarre un bilancio di Expo e discutere delle tematiche di stretta attualità per il settore agroalimentare.
    Una su tutte la Legge di Stabilità 2016, che dopo tanti anni torna ad investire sull’agricoltura con provvedimenti come l’abolizione dell’Imu sui terreni agricoli e dell’Irap agricola.

    vino cooperativePer questo motivo tra gli ospiti della seconda giornata di lavori ci saranno anche il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali Maurizio Martina ed il vice ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda.
    I due saranno tra i protagonisti di una tavola rotonda aperta al pubblico che si svolgerà il 18 novembre alle ore 10:00. Tra i temi oggetto di discussione ci saranno la Legge di Stabilità e la politica agricola del futuro, l’agroalimentare dopo l’expo, la crescita dell’export, la sostenibilita’ e il consumo consapevole.
    Il primo giorno, invece, sarà dedicato all’assemblea generale e a quella dei singoli settori, dove verrà fatto un bilancio dell’attività delle cooperative agroalimentari e si valuteranno le prospettive future dell’intero settore agroalimentare, con particolare attenzione alle strategie di aggregazione e di internazionalizzazione, ritenute necessarie alla luce di un mercato sempre più globalizzato e di una crisi dei consumi sempre più pressante.

     

     



  • L’Italia è diventato recentemente il primo produttore mondiale di vino davanti a Francia e Spagna, con 48,8 milioni d’ettolitri di vino prodotto.
    Un primato, però, che non basta per eccellere in contesti in cui la domanda di vino sta crescendo in maniera esponenziale.
    Il riferimento è soprattutto alla Cina dove secondo i dati di China Custum, elaborati da Ismea e Uiv, nei primi nove mesi dell’anno c’è stato un aumento delle importazioni di vino del 48%.

    Il principale fornitore non è l’Italia, ma la Francia, il cui vino ha storicamente un enorme appeal sui consumatori cinesi.
    italia primo produttore vinoE l’Italia? Il nostro paese, nonostante possa vantare una tradizione centenaria nella produzione di vino, si trova solo al quinto posto con una quota di mercato del 2,5% in volume e del 5% del giro d’affari conclusivo.
    Paesi come il Cile, la Nuova Zelanda e l’Australia hanno aggredito il mercato cinese togliendo all’Italia molte quote di mercato.
    Nei primi nove mesi del 2015 il valore delle importazioni di vino dall’Italia ha visto un incremento del 20%; si tratta comunque di dati limitati, se paragonati alle progressioni di Francia (+57%) e Spagna (+37%).
    Le rilevazioni mostrano, dunque, come il mercato del vino in Cina sia in costante crescita e come possa essere un punto di approdo estremamente invitante per le nostre aziende.
    Le strategie di internazionalizzazione, specie quelle delle piccole e medie imprese italiane, sono ancora piuttosto deboli: manca la forza finanziaria per provare l’accesso al mercato asiatico, oltre all’indispensabile conoscenza del contesto giuridico, economico e culturale.
    Questi dati, però, devono stimolare i tanti consorzi e cooperative vitivinicole che rappresentano ben il 58% della produzione italiana.
    Attraverso una corretta campagna di comunicazione e la promozione di politiche di aggregazione e collaborazione, anche le nostre cooperative possono essere competitive in Cina, esportando il più delle volte un prodotto di qualità superiore rispetto ai competitors. 



  • Il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, è intervenuto ai microfoni di Radio 24 parlando dei temi legati ad Expo e al futuro dell’area adibita all’esposizione universale.
    In tanti si stanno chiedendo che ne sarà di Expo di qui agli anni a venire, temendo che l’enorme patrimonio strutturale, umano e culturale fornito dalla manifestazione possa svanire nel nulla.

    L’idea che sta diventando sempre più concreta è quella di fare dell’area di Expo un polo tecnologico pubblico-privato, dove università, centri di ricerca, imprese martinaprivate ed investitori possano svolgere attività di ricerca ed innovazione.
    Il Governo ha intenzione di entrare a far parte della società Arexpo, investendo una cifra minima di 30-40 milioni. Come riferito da Martina, l’esecutivo sta studiando in questi giorni le modalità di investimento e la quota di capitale da rilevare.
    L’intento è creare una collaborazione fra soggetti pubblici e privati per far diventare la zona di Expo 2015 un punto di riferimento dell’innovazione italiana: «L’Università Statale di Milano – ha dichiarato Martina – si è candidata a trasferire una parte importante dei propri laboratori di ricerca e per costruire una cittadella della conoscenza e della ricerca pubblico-privata».
    La proposta della Statale di Milano è stata sposata dal Governo che sta spingendo in questa direzione. «L’idea – prosegue il Ministro delle Politiche Agricole – è più quella di un campus pubblico-privato dove soggetti pubblici ed imprese private decidono di scommettere attorno ad alcuni temi cruciali che verranno focalizzati e di portare lì investimenti, ricerca, innovazione e tecnologia, cioè fare lì l’incubatore pubblico-privato di attività che stanno su questo versante».
    Per quanto riguarda i temi che verranno portati avanti, probabilmente si continuerà sulla strada tracciata da Expo: diritto al cibo, sostenibilità ambientale, innovazione sociale saranno alcuni degli ambiti oggetto di ricerca, che vedranno il mondo della cooperazione e del Terzo Settore in primissima linea.



  • Sono costati 12 miliardi in 15 anni gli allarmi alimentari nel nostro Paese.
    La stima è stata effettuata da Coldiretti che ha analizzato i dati sui consumi dal 2000 ad oggi, cercando di individuare l’entità dei danni economici provocati dagli allarmi alimentari al Made in Italy agroalimentare.

    Il primo scandalo è scoppiato nel 2001 con l’emergenza mucca pazza che ha preoccupato i consumatori, provocando una perdita al settore zootecnico di 2 miliardi di euro. È stato il turno, poi, del virus aviaria, poi è arrivata la carne alla diossina, le cosiddette mozzarelle blu e la salumi cancerogenicontaminazione dei mangimi fino a giungere ai giorni nostri con l’allarme lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle carni lavorate.
    Coldiretti parla di un danno economico enorme per la filiera alimentare italiana, generato il più delle volte da un’informazione approssimativa ed in alcuni casi persino errata.
    L’allarmismo ingiustificato ha causato perdite importanti ad un sistema agroalimentare, quello italiano, che presta grande attenzione alle tecniche produttive, ai contenuti di grassi nei prodotti ed in generale incentra la propria produzione sull’elevata qualità.
    Per fortuna, secondo Coldiretti, solo l’11% dei consumatori dichiara di aver modificato la propria “lista della spesa” a causa dell’allarme dell’Oms.

    Evidentemente in questo caso, la presenza della Rete ed il lavoro svolto dagli organismi intermedi ha edotto al meglio i consumatori circa rischi che derivano dall’utilizzo della carne.
    In Italia il fatturato delle carne suine vale 20 miliardi con 105 mila persone occupate. Si tratta, dunque, di un comparto chiave del Made in Italy che può vantare oltre 40 prodotti a denominazione d’origine: “Le carni Made in Italy sono più sane, perché magre, non trattate con ormoni e ottenute nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione Doc” rileva Coldiretti.
    Alle tecniche produttive più sane si aggiunge anche una quantità di consumo che nel nostro paese che è inferiore del 60% rispetto a quella statunitense.
    Qualità superiore e quantità di consumo inferiore riducono, quindi, in maniera importante i rischi di tumore. La previsione dell’obbligo di dichiarare la provenienza degli insaccati sulle etichette rappresenterebbe certamente un ulteriore passo in avanti per tutelare le nostre produzioni e tranquillizzare i consumatori.


  • agrinsieme

    Agrinsieme, il coordinamento tra Cia, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative agroalimentari, ha commentato la recente approvazione da parte del Parlamento europeo della proposta della Commissione di innalzare i limiti nazionali di emissione di agenti inquinanti.
    Il settore agricolo, specifica Agrinsieme, pur non rientrando tra le principali fonti di inquinamento, ha ridotto negli ultimi quindici anni le emissioni di composti azotati in atmosfera di oltre il 15%.

    La nuova normativa sugli agenti inquinanti rischia, però, di penalizzare le aziende agricole europee. “Agrinsieme, pur ritenendo che tutti i settori coinvolti agrinsiemedebbano fare la loro parte nella riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera – commenta il coordinamento tra Cia, Confagricoltura, Copagri e Aci agroalimentare – non può non rilevare che il testo appena approvato dal Parlamento europeo contiene delle criticità, in particolare l’aver inserito nella normativa le emissioni di metano, già considerate nella normativa sui gas climalteranti, creando quindi un doppione legislativo, e inoltre l’aver stimato la riduzione delle emissioni di ammoniaca utilizzando modelli poco realistici e con una distribuzione degli obiettivi discutibile tra i vari Paesi”.
    Secondo Agrinsieme una simile normativa potrebbe ridurre la produzione dei paesi membri dell’Ue, aumentando inevitabilmente le importazioni da paesi terzi, dove non sono presenti simili limiti nel settore dell’allevamento.
    Il tema dell’ambiente ed in particolare quello delle emissioni di sostanze inquinanti nel settore agricolo è molto vicino alla sensibilità del mondo della cooperazione, che ha sempre portato avanti iniziative di sostenibilità ambientale incentivando, ad esempio, la produzione di biogas e biomasse. La decisione del Parlamento europeo si aggiunge ad una serie di provvedimenti comunitari che minano la qualità e la produttività del settore agricolo e dunque anche quella di chi, come il mondo della cooperazione agricola, ha fatto del basso impatto ambientale una propria battaglia, nonché un valore ineludibile.


  • mercuri fedagri

    Il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, Giorgio Mercuri, ha commentato l’allarme lanciato dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), che ha inserito gli insaccati e le carni lavorate nell’elenco delle 115 sostanze cancerogene.
    Mercuri ha invitato gli organi d’informazione ed i consumatori a guardare i dati con senso critico senza generare inutili allarmismi.

    «Le polemiche sul consumo di carne» ha dichiarato il vertice dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari «rischiano di danneggiare la filiera zootecnica mercuri fedagriitaliana, che rappresenta una voce importante dell’economia nazionale e del Made in Italy, fiore all’occhiello per qualità ed elevati standard di produzione».
    Già da tempo l’Alleanza richiede la piena attuazione del Sistema di Qualità Nazionale (SQN), uno strumento che diventa allo stato attuale ancora più importante per incentivare le produzioni di qualità e convincere i consumatori circa il carattere salutare delle carni italiane.
    Come ha sottolineato l’Oms un’alimentazione composta da elevate quantità di carne aumenta i rischi di tumore, ma informare i consumatori sulle diversità dei processi di lavorazione da paese a paese è un’operazione altrettanto necessaria.
    Tutto passa, allora, da una giusta comunicazione per evitare che il crollo dei consumi possa assumere dimensioni enormi: «Diventa strategico – aggiunge Mercuri – il ruolo di una corretta educazione alimentare, basata sull’informazione e che eviti estremismi di ogni tipo».
    Il rifiuto totale della carne ammonisce Mercuri può portare all’impoverimento della stessa dieta mediterranea, che fa del bilanciamento delle sostanze nutrienti una delle sue caratteristiche essenziali.



  • L’Italia continua ad essere il paese della pasta. La conferma viene direttamente dai dati delle vendite nel primo semestre 2015.
    Secondo Coldiretti, infatti, nei primi sei mesi dell’anno in corso c’è stato il record di vendite all’estero con aumento del 6% rispetto allo stesso periodo nel 2014.
    Se il trend rimarrà il medesimo per tutto il 2015, il fatturato fatto registrare dalle esportazioni di pasta raggiungerà la cifra record di 2,4 miliardi di euro.

    Il mercato è in forte espansione, non solo nei paesi dell’Unione Europea, dove c’è un aumento del 6%, ma anche e soprattutto Oltreoceano. Negli Stati Uniti le vendite di pasta sono cresciute del +19% ed in Cina la crescita è addirittura del +35%.
    Il nostro paese copre, infatti, gran parte del mercato con 3,4 milioni di tonnellate di prodotto che la rendono il leader a livello mondiale.
    Non siamo solo, però, il più grande produttore, ma, com’è noto, è anche il più grande consumatore di pasta. Con un consumo annuo di 26 kg di pasta, l’Italia si trova davanti a Venezuela (13 kg l’anno) e Tunisia (12 kg). Per rendere l’idea, il nostro paese consuma una quantità di pasta tre volte superiore a quella degli Stati Uniti e sedici volte superiore a quella del Giappone.
    L’allarme lanciato dall’Oms sulle carni rosse e la spinta promozionale di Expo possono essere un’occasione da sfruttare per i produttori di pasta per rilanciare la dieta mediterranea e aumentare ancora la quota di esportazioni in tutto il mondo.



  • L’Oms ha lanciato nei giorni scorsi un allarme che rischia di rivoluzionare le abitudini alimentari degli italiani: wurstel, insaccati e qualsiasi tipo di carne lavorata sono cancerogene.
    Anche le carni rosse non lavorate hanno un’alta probabilità di provocare tumori, se mangiate in grosse quantità.
    Una notizia di questo tipo può provocare danni enormi all’interno settore, addirittura maggiori di quelli causati dall’epidemia della mucca pazza e dal virus aviaria.

    I dati forniti da Assomacellai parlano chiaro: nel giorno successivo all’annuncio dell’Oms, i consumi sono crollati addirittura del 20%. I consumatori hanno riempito i propri carrelli della spesa di carni bianche e pesce, che vanno così a sostituire i prodotti classificati come potenzialmente “cancerogeni”.
    carne rossaRimane comunque un certo scetticismo riguardo all’affidabilità di una simile rilevazione in un periodo di tempo così limitato. Solo tra qualche mese potremo avere dei dati certi riguardo all’impatto dell’allarme lanciato dall’Oms sui consumi degli italiani.
    In generale, c’è una preoccupazione diffusa tra le associazioni di categoria, le quali temono che una notizia di questo tipo possa avere delle conseguenze permanenti sulle abitudini alimentari dei consumatori.
    Virus come la mucca pazza e l’aviaria hanno avuto un impatto temporale circoscritto e limitato al periodo di contaminazione; finito quello, il livello di consumi si è normalizzato.
    La dichiarazione di un’organizzazione mondiale come l’Oms, invece, è ben più preoccupante per chi opera nel settore. Gli organismi di rappresentanza italiani, in questi giorni, stanno evidenziando le diversità nei processi di lavorazione delle carni italiane rispetto a quelle estere.
    La carne italiana è conosciuta in tutto il mondo per la sua qualità, ma questo probabilmente non basterà a frenare il crollo dei consumi.
    L’effetto più probabile è quello di una riduzione del consumo di carne settimanale. Del resto il rapporto Oms invita proprio a questo, ovvero ad una dieta più equilibrata, con un utilizzo delle carni rosse massimo una-due volte settimana.
    Sarebbe inutile alimentare qualsiasi tipo di allarmismo.



  • La società contemporanea ha trasformato gli stili di vita ed i consumi della popolazione mondiale e con essi anche le esigenze dei turisti.
    Non esiste più il turismo strettamente culturale: chi si reca all’estero vuole vivere un’esperienza a 360 gradi, entrare realmente a contatto con le abitudini, le tradizioni ed il sentire della gente del posto.
    Il turismo diventa così un’esperienza esistenziale che ti permette di trasformarti per qualche giorno in un abitante del luogo.

    L’Italia è ancora legata ad una concezione tradizionale del viaggio all’estero, forte di un patrimonio culturale artistico che attrae cittadini da tutto il mondo. Ma il fascino del Colosseo e del David non può più bastare.
    turismo italiaIl turista vuole conoscere a fondo anche il nostro agroalimentare; del resto l’Italia è la patria della dieta mediterranea, della pasta, della pizza e del buon vino, un mondo che anche il visitatore vuole conoscere.
    Ecco allora che il nostro Paese può rappresentare un’esperienza turistica unica. Secondo un’indagine svolta da Gfk per conto della Fondazione Italia Patria della Bellezza, l’85% dei turisti stranieri si dichiara soddisfatto del proprio viaggio in Italia.
    Una percentuale ben più alta rispetto ai livelli di soddisfazione di paesi come la Spagna (43%), la Francia (40%) e la Grecia (38%).
    Insomma l’Italia mantiene quel fascino che ha sempre avuto e lo deve anche e soprattutto ai prodotti dell’agroalimentare.
    L’indice di gradimento aumenta, infatti, in quelle regioni che sanno offrire un tour diverso da quelli classici, facendo conoscere l’autenticità dell’essere italiani, che va dal loro modo di vivere al cibo e alle tradizioni locali.
    Due piccole regioni come Calabria e Basilicata, ad esempio, mostrano il livello di soddisfazione più elevato (68%).

    Un’esperienza turistica di questo tipo si trasforma in un vantaggio enorme in termini di appeal del Made in Italy e di aumento del numero di esportazioni.
    Su un campione di 100 visitatori dichiaratisi molto soddisfati, infatti, 89 dichiarano di essere disposti in futuro a comprare un prodotto italiano, con un predilezione per i prodotti alimentari (64%), seguiti dal vino (60%), dall’abbigliamento (40%) e dagli accessori (37%).
    Il turismo diventa così uno strumento di veicolazione del Made in Italy. Su queste pagine abbiamo più volte ribadito l’esigenza di implementare tour turistici incentrati sull’agroalimentare.
    Internazionalizzazione e valorizzazione del Made in Italy significano anche questo. E se i risultati sono quelli riportati dall’indagine di Gfk, ci rendiamo conto di quanto possa essere enorme il potenziale italiano.