Categoria: Agroalimentare

  • granarolo

    Il Gruppo Granarolo rafforza il proprio percorso di internazionalizzazione, approdando sul mercato neozelandese.
    Attraverso una nota ufficiale, infatti, l’azienda comunica di aver finalizzato un’operazione di acquisizione del 25% delle quote di European Foods, uno dei maggiori importatori di prodotti alimentari italiani in Nuova Zelanda.

    L’accordo prevede, inoltre, la possibilità di acquisire un ulteriore 26% del capitale della società entro 12-18 mesi.
    granaroloIl completamento di questa operazione porterebbe Granarolo a controllare il 51% di European Foods, diventando così una delle aziende esportatrici leader sul mercato neozelandese per quanto riguarda la vendita di prodotti lattiero caseari.
    La Nuova Zelanda ed in generale l’Oceania ed il Sud Est asiatico rappresentano uno sbocco importante per il latte ed i derivati italiani.
    Il mercato dei formaggi vale, infatti, 5 milioni di euro in Nuova Zelanda e 33 milioni di euro nel continente oceanico, con il parmigiano ed il grana padano che costituiscono il 50% del mercato.
    Il gruppo Granarolo vede nella Nuova Zelanda un’ottima opportunità commerciale per sopperire alla crisi della domanda interna. L’obiettivo dell’azienda, stabilito nel piano strategico 2012-2016, è raggiungere entro il 2016 il 40% del proprio fatturato sui mercati esteri, assumendo così una vocazione sempre più internazionale.
    «La Nuova Zelanda è un paese molto interessante, un mercato in solida crescita con consumatori che hanno elevata capacità di spesa e predilezione per i prodotti Made in Italy di qualità» – ha dichiarato Gianpiero Calzolari, Presidente di Granarolo – «l’operazione consentirà inoltre di poter ampliare il nostro raggio di azione anche all’Australia così come ai paesi del Sud est asiatico con i quali la Nuova Zelanda vanta accordi di libero scambio»



  • Meno burocrazia, taglio degli adempimenti amministrativi, esonero dal greening e dalla condizionalitá. Sono queste le misure salienti del provvedimento preso dal Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestabili, in collaborazione con l’Agea, e rivolto ai cosiddetti “piccoli agricoltori”.
    Si tratta di circa 550mila produttori agricoli, che nel 2015 riceveranno un aiuto di 1.250 euro per un totale di 290 milioni di euro.
    Chiunque parteciperà a questo regime di aiuti nel 2016 e non presenterà negli anni successivi alcuna novità aziendale, non dovrà ripresentare la domanda.

    caldo coltivazioni«Abbiamo fatto una scelta forte – ha commentato il Ministro Maurizio Martina – in coerenza con il nostro programma di semplificazioni “Agricoltura 2.0”, con la quale puntiamo ad un taglio netto delle 100 giornate che le imprese agricole spendono in burocrazia. Con questa operazione i piccoli agricoltori non dovranno perdere più tempo e risorse dietro a adempimenti amministrativi. Se non cambia nulla in azienda riceveranno gli aiuti fino al 2020 senza altre domande. Non ci fermiamo qui: abbiamo già chiesto al Commissario Ue Phil Hogan di rendere più semplici le regole della Pac in una revisione da fare in tempi brevi».

    Per quanto riguarda la procedura di adesione, gli agricoltori che hanno presentato la domanda unica entro il 15 giugno 2015 ed hanno diritto a ricevere gli aiuti, possono aderire al regime dei “piccoli agricoltori” presentando la domanda all’Organismo pagatore entro il 15 ottobre 2015.
    Per rimanere all’interno del regime, i produttori dovranno mantenere negli anni successivi il numero di ettari ammissibili dichiarati nella domanda unica 2015 e conservare lo status di agricoltore in attività.
    Saranno, inoltre, esentati dalle pratiche greening e dalle sanzioni di condizionalità; l’ammontare delle risorse sarà di 1.250 euro l’anno fino al 2020.



  • Una petizione per salvare la filiera del pomodoro. I giovani di VàZapp hanno lanciato una campagna per tutelare i produttori di pomodoro del Sud Italia, vittima del mancato rispetto dell’accordo con le industrie conserviere, le quali hanno deciso arbitrariamente di abbassare il prezzo del pomodoro pelato da 0,10 a 0,08 centesimi al chilo.
    Anche il Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, ha accolto la proposta di VàZapp recandosi in Puglia per sostenere la battaglia dei produttori pugliesi.

    «Il pomodoro rappresenta l’ingrediente base dell’alimentazione degli italiani – hanno dichiarato i ragazzi di VàZapp –Non è giusto che i consumatori debbano martina vazappsubire un prezzo così elevato, rispetto al valore reale del prodotto. Restituiamo dignità all’oro rosso del Mezzogiorno e a chi, con fatica, ogni giorno si impegna per produrlo».
    VàZapp è la prima hub rurale del nostro paese, un luogo di incontro e di confronto fra giovani ed imprese agricole che vogliono condividere un’idea innovativa nel campo dell’agroalimentare. Nasce con una forte collocazione territoriale, in un’area, quella della provincia di Foggia, con la più alta estensione di terreni coltivabili in Italia.
    Non a caso il 95% del pomodoro Sammarzano proviene proprio da questa provincia; il ribasso dei prezzi può portare al fallimento del 30% delle imprese del settore, con conseguenze rilevanti anche sui consumatori, costretti a pagare un prezzo maggiorato di 0,82 centesimi al chilo rispetto a quello pagato dai produttori.
    L’impegno del Ministro Martina, nel corso dell’incontro con i giovani pugliesi, è stato quello di modificare le regole di contrattazione degli accordi tra industrie di trasformazione e produttori, dando maggiore forza contrattuale a questi ultimi e facendo pagare un prezzo equo e remunerativo per un prodotto che rappresenta il cardine del Made in Italy agroalimentare.

     



  • La notizia era nell’aria, lo abbiamo riportato più volte nei giorni scorsi: l’Italia ha conquistato il primato di maggiore produttore di vino al mondo.
    L’ufficialità arriva dalla più grande rivale del nostro Paese in termini di produzione vitivinicola, ovvero la Francia.
    La classifica stilata dai francesi prende in considerazione le stime pubblicate dall’Unione Europea a fine settembre in base alle autodichiarazioni degli stati membri.

    Secondo tale graduatoria, l’Italia si trova al primo posto con 48,8 milioni d’ettolitri di vino prodotto, mentre completano il podio la Francia con 46,45 milioni e la Spagna con 36,6 milioni.
    Il sorpasso è dovuto principalmente a ragioni legate al meteo. Il clima secco ha, infatti, fatto diminuire dell’1% la produzione francese; al contrario l’Italia ha italia primo produttore vinosfruttato le condizioni atmosferiche favorevoli per migliorare la quantità di vino prodotto del +13%.
    Secondo le informazioni raccolte negli ultimi giorni, inoltre, il vino italiano dovrebbe essere anche di ottima qualità.
    Non più tardi di un mese fa le cantine Ferrari hanno ricevuto il premio internazionale “Sparkling Wine Producer of the Year”, l’ennesima conferma dell’elevata qualità del vino italiano ed un altro smacco importante per la Francia.
    Non bisogna dimenticare, però, che i francesi possiedono una straordinaria capacità di pubblicizzare le proprie produzioni vitivinicole, una peculiarità che ha consentito loro di vendere i propri vini in tutto il mondo, arrivando prima dell’Italia in mercati dal potenziale elevatissimo come la Cina.
    Il sorpasso effettuato in questo 2015 può essere, però, un ottimo punto di partenza per le nostre aziende vitivinicole per aumentare la quantità di esportazioni, sfruttando anche il canale pubblicitario offerto da Expo.
    Le cooperative rappresentano una quota importante della produzione di vino italiano, se pensiamo che tre coop sono in vetta alla classifica delle aziende vitivinicole con il maggior fatturato.
    La vendemmia del 2015 può, dunque, essere un importante punto di svolta per le coop del vino ed in generale per tutto l’agroalimentare italiano.

    AGGIORNAMENTO:

    Secondo i dati forniti dall’Alleanza delle Cooperative il 58% del vino italiano proviene dalle cantine delle cooperative. In totale sono 494 le coop vitivinicole, con 179.000 soci, 8.540 occupati, 4,2 miliardi di euro di fatturato e 1,8 miliardi di euro il valore del prodotto esportato.
    La cooperazione, dunque, si conferma come il principale volano del settore e come uno dei punti di riferimento mondiali in materia di produzione vitivinicola di qualità.



  • Vino e turismo sono entrambi figli della tradizione italiana. Associare la produzione e la vendita di vino ai servizi di ristorazione e di ricettività alberghiera, significa creare un business delle enormi potenzialità.
    Secondo le stime di Carlo Giovanni Pietrasanta, presidente del Movimento turismo del vino, il volume d’affari dell’enoturismo si aggira attorno ai 5 miliardi di euro.
    Sono ancora poche, però, le regioni che hanno colto l’opportunità offerte dai nostri territori, veri e propri gioielli di bellezza paesaggistica ed espressione del vino di alta qualità.

    I numeri dell’enoturismo sono in netta crescita, basti pensare che allo stato attuale sono 3,5 milioni le persone coinvolte in questo business.
    Il binomio agricoltura-turismo, però, non è al centro delle nostre politiche di sviluppo, quando ci sono aree come il Sud che trarrebbero enormi benefici da una scelta di questo tipo.
    vigneto cinaLa Sicilia, ad esempio, ha sperimentato forme di turismo legate alla produzione del vino con ottimi risultati. Stesso discorso per la Toscana.
    Il settore vitivinicolo rappresenta l’ambito migliore per promuovere il Made in Italy, sia dal punto di visto agroalimentare che turistico. Si tratta di un comparto in forte ascesa, tant’è che copre il 20% di tutto l’export agroalimentare italiano e ne costituisce la prima voce.
    Ci sono paesi come la Cina ed i paesi del sud-est asiatico che sono fortemente attratti dal turismo legato all’agroalimentare; quello tradizionale di tipo culturale, che ha sempre contraddistinto le nostre grandi città, ha perso invece tantissimo appeal.
    Le esigenze dei turisti sono mutate e con esse devono cambiare anche le strategie delle piccole e medie imprese italiane.
    Il mondo delle cooperative agroalimentari, fortemente legato al proprio territorio, ha la necessità di investire implementando forme di enoturismo ed agroturismo.
    Le coop possono far valere la propria conoscenza della comunità locale e la loro struttura societaria per costruire aziende multifunzionali e promotrici del Made in Italy.

     



  • L’agricoltura suscita sempre più interesse nelle giovani generazioni. In questa sede abbiamo riportato più volte come il mondo agricolo sia una fonte di lavoro per molti ragazzi under 35, alcuni provenienti dai corsi di laurea in agraria, altri semplicemente attratti dalla possibilità di applicare le nuove tecnologie all’interno dei campi.
    Un’analisi elaborata su Ipr Marketing dai giovani della Coldiretti mette in evidenza, per l’appunto, come i nuovi produttori agricoli siano sempre più giovani, innovatori ed in molti casi anche laureati.

    Basti pensare che sono ben 48mila i giovani under 35 titolari di un’impresa, un’attività quest’ultima apprezzata anche dai genitori: il 29%, infatti, consiglierebbe ai propri figli di fare l’agricoltore.
    06112014Il settore primario rappresenta una risorsa fondamentale per un Paese a forte tradizione e vocazione agricola. Attorno all’agricoltura, inoltre, gravitano anche altri ambiti, come quello turistico.
    Sfruttare, dunque, il binomio agricoltura-turismo può essere una scelta strategica vincente per l’Italia, a maggior ragione se le giovani generazioni dimostrano di voler spendere tempo e risorse nei campi.
    Sempre in base all’indagine dei giovani della Coldiretti, la metà dei nuovi agricoltori è laureata ed il 57% ha fatto innovazione; l’attività svolta nei campi contribuisce, inoltre, a migliorare il loro lo stato d’animo con il 74% che è orgoglioso del lavoro fatto ed il 78% che è più felice di prima.
    C’è, infine, un crescente interesse verso la cosiddetta agricoltura sociale, ovvero quell’insieme di attività agricole volte all’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati.
    Non è un caso che il legislatore, proprio in questi giorni, abbia deciso di disciplinare questo ambito, stabilendo i requisiti necessari per diventare un soggetto abilitato ed essere oggetto di finanziamenti ed aiuti da parte delle istituzioni locali e nazionali.



  • Passata la tempesta, il mercato dell’olio può tornare a respirare. Il 2014 è stato un anno estremamente negativo per le produzioni olivicole, con un calo addirittura del 60-65% rispetto alla media storica di produzione.
    Colpa delle perturbazioni che hanno colpito tutta l’Italia e dei virus Xylella fastidiosa e della mosca delle olive che hanno devastato le coltivazioni del Sud Italia.

    Il 2015, però, stando alle previsioni dell’Osservatorio Annuale Italia Oggi-Teatro Naturale, dovrebbe essere positivo o quantomeno nella media.
    Vengono stimate 330mila tonnellate di olio prodotto; saranno soprattutto le regioni del Sud a guidare il oliomercato italiano.
    La Puglia, in particolare, dopo un’annata terribile, con il virus Xilella che ha provocato danni agli agricoltori per svariati milioni di euro, vedrà la propria produzione attestarsi sulle 135 mila tonnellate.
    Non è tanto, però, la quantità a far sorridere i produttori pugliesi quanto la qualità dell’olio. La Xylella, infatti, sembra non aver intaccato le olive che avranno quest’anno un ottimo sapore.
    Un aspetto certamente positivo, ma che va a scontrarsi con i pregiudizi dei consumatori che temono di comprare un olio infettato o comunque di scarsa qualità.

    Per questo motivo gli agricoltori pugliesi stanno spingendo per avere una forte campagna pubblicitaria di promozione dell’olio pugliese, soprattutto da parte della Regione Puglia. Una richiesta, per ora, rimasta pressoché inascoltata.
    Tra le regioni d’Italia che avranno un raccolto positivo c’è anche la Calabria che vedrà la propria produzione attestarsi sulle 70.000 tonnellate ed una variazione positiva del 50% rispetto all’anno precedente.
    Non si può ancora parlare di un mercato stabilizzato dopo gli effetti devastanti dell’anno scorso (livelli produttivi ancora inferiori rispetto al 2013, prezzi più bassi e timori d’infezione delle piantagioni ancora esistenti), ma senza dubbio il 2015 potrà essere l’anno della ripartenza per l’intero settore olivicolo italiano.



  • Si svolgerà alla Fiera di Rimini dal 23 al 25 settembre la 32a edizione del Macfrut, l’esposizione internazionale del settore ortofrutticolo. Quest’anno per la prima volta la fiera sarà ospitata da Rimini che darà vita ad un’edizione record dell’evento.
    Sono previsti, infatti, oltre 1000 espositori provenienti da cinque continenti diversi ed una superficie che ospiterà sei padiglioni (4 post-raccolta e due pre-raccolta) e si estenderà per oltre 33.000 metri quadri (l’anno scorso erano 20.000).

    Sarà, dunque, una vera e propria festa dell’ortofrutta, caratterizzata quest’anno più che mai da una vocazione internazionale. Un espositore su cinque, infatti, viene dall’estero con paesi quali l’Iran, la Repubblica Dominicana, l’Ecuador o il Messico che saranno tra i protagonisti dell’evento e cercheranno nel nostro Paese idee e progetti per sperimentare tecnologie innovative all’interno dei propri sistemi produttivi.
    frutta embargo russiaIl Macfrut è, infatti, anche un’importante opportunità di business: vengono ospitati 350 buyers internazionali che possono così conoscere realtà italiane ed estere, dalla piccola azienda agricola produttrice di pesche alla grande impresa internazionale.
    Ci sono, dunque, tutti gli ingredienti per assistere ad un evento di portata mondiale. Per la tre giorni in terra romagnola sono previsti circa 35mila persone che accorreranno a Rimini per assaggiare le specialità più esotiche ed apprezzare la tradizione ortofrutticola italiana.
    L’ortofrutta rappresenta per l’agricoltura nostrana uno straordinario volano. Basti pensare che nonostante l’embargo russo ed iraniano, il settore ortofrutticolo rimane ancora la seconda voce dell’export agroalimentare italiano con un valore di 4,1 miliardi di euro.

    La trentaduesima edizione del Macfrut ospiterà in tutto 53 eventi tra convegni, workshop, meeting e convention ai quali parteciperanno aziende prestigiose come  la neozelandese Zespri, l’americana Sun World, Coop Italia, Jingold, Terremerse, Apofruit, Besana –Vitroplant.
    Due protagonisti dell’evento saranno anche l’innovazione e la cucina. All’interno dei due paglioni sulla pre-raccolta ci saranno esposizioni di tecnologie innovative per le aziende ortofrutticole, aspetto nel quale l’Italia è leader mondiale, con uno spazio particolare anche per le tecniche automatizzate di confezionamento ed imballaggio.
    Per quanto riguarda la cucina, infine, saranno ospiti anche gli chef del Gambero Rosso che effettueranno delle vere e proprie lezioni di cucina su come utilizzare al meglio ed in maniera creativa i prodotti ortofrutticoli. Il tutto sarà trasmesso in diretta su Gambero Channel sulla piattaforma Sky e su Gambero Rosso web.

     



  • Il vino è sempre più biologico. Secondo le elaborazioni di Ismea, le vendite di vino bio nella grande distribuzione organizzata sono aumentate del 91% nei primi sei mesi del 2015.
    Questi dati dimostrano come stia crescendo in maniera visibile la sensibilità dei consumatori e dei venditori stessi verso questo tipo di produzioni.

    Lo abbiamo detto: il 2015 può essere l’anno del vino italiano. Le stime della stessa Ismea vedono una produzione annuale di 47 milioni di ettolitri, il che farebbe cooperative vinodiventare il nostro paese il primo produttore mondiale di vino, al netto delle piccole difficoltà affrontate da Francia e Spagna.
    Ma evidentemente la stagione fortunata interessa a 360 gradi anche il versante biologico della produzione vitivinicola.
    Basti pensare che la percentuale di consumatori che dichiara di avere assaggiato almeno una volta l’anno un vino biologico è passata dal 2% del 2015 al 16,8% del 2015.
    Tale crescita è riscontrabile anche nel numero di ettari coltivati; secondo Silvio Zucconi, coordinatore di agricoltura ed industria alimentare di Nomisma, intervistato da Il Sole 24 Ore, la superficie italiana destinata al vino biologico è di 73mila ettari, in crescita del 7% rispetto al 2013 e addirittura del 114% in dieci anni.
    Numeri, dunque, davvero importanti che si accompagno ad una più generale crescita del biologico in tutti i settori dall’agroalimentare, se è vero che nel nostro Paese sono 55.433 gli operatori certificati che rendono l’Italia la prima nazione in Europa per addetti operanti nel settore biologico.



  • Il 2015 dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare si prospetta particolarmente positivo. A rivelarlo sono le previsioni di Ismea ed Unioncamere per la fine dell’anno.
    La crisi permane, specie in alcuni settori come il lattiero caseario dove la fine delle quote latte ha causato un netto ribasso dei prezzi e la difficoltà per i produttori nostrani a coprire i costi produzione.
    Ci sono, però, dei dati che parlano di una netta ripresa del settore primario, soprattutto rispetto ad un 2014 particolarmente negativo.

    Consumi, produzione, occupazione ed export, tutti questi indicatori fanno registrare un segno positivo nel confronto con l’anno precedente.
    Ma è soprattutto il livello delle esportazioni a trainare il settore. Secondo le previsioni di Ismea, alla fine del 2015 il valore dell’export dovrebbe raggiungere la agricoltura 2015cifra record di 37 miliardi di euro (era 34,5 miliardi nel 2014).
    Merito di un Made in Italy sempre più apprezzato soprattutto negli Stati Uniti, paese nel quale a partire dal 12 ottobre, giorno del Columbus Day, partirà una campagna contro il fenomeno dell’Italian Souding.
    Per far crescere ulteriormente l’appeal dei prodotti dell’agroalimentare italiano è necessario, infatti, intraprendere azioni forti di contrasto alla contraffazione dei marchi italiani. Nei mesi scorsi il Mipaaf ha stipulato due accordi con le piattaforme di vendite online Ebay e Alibaba per bloccare la commercializzazione di prodotti venduti come italiani, senza essere realmente prodotti nel nostro Paese.
    L’azione del Governo ha iniziato a dare i suoi frutti, con il livello delle esportazioni che è aumentato dell’8% nei primi sei mesi del 2015 ed è destinato ancora a crescere entro la fine dell’anno.

    L’export, però, è solo uno dei tanti indicatori positivi. Stupisce, ad esempio, il dato sull’occupazione del settore agricolo nel Mezzogiorno, dove secondo le stime di Ismea la variazione annua dovrebbe essere del +8,4%, mentre al Centro e al Nord dovrebbero esserci delle lievi contrazioni livelli occupazionali.
    Bene anche i dati sulla produzione: quella agricola dovrebbe far registrare un aumento del +3-3,5% a fine anno, mentre la produzione alimentare e bevande dovrebbe crescere dello 0,3%.
    I problemi principali del settore sono stati quelli relativi agli scarsi consumi interni e al ribasso dei prezzi. Dal punto di vista della domanda, l’Italia è riuscita a sopperire alla crisi dei consumi con una forte richiesta dei nostri prodotti all’estero.
    Il 2015, però, dovrebbe essere un anno parzialmente positivo anche per quanto riguarda i consumi interni con le previsioni Ismea che danno una variazione positiva su base annua del +0,3%.
    Migliora, infine, anche il livello dei prezzi, dato in crescita del +3,3% rispetto all’anno precedente grazie all’aumento dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli.



  • L’industria agroalimentare rappresenta il vero e proprio volano dell’industria italiana all’estero. Lo dicono i dati più recenti che mostrano come i prodotti del Made in Italy siano ancora oggi tra i più richiesti sui mercati internazionali.
    Secondo Coldiretti, inoltre, il 2015 potrebbe essere un anno da record: il fatturato realizzato all’estero dall’agroalimentare italiano è aumentato dell’8% rispetto all’anno precedente e dovrebbe raggiungere quota 36 miliardi entro la fine del 2015.

    Sarebbe una cifra record per il comparto a testimonianza del grande lavoro svolto dalle imprese agroalimentari nostrane e dell’appeal di cui gode il Made in Italy in questo periodo storico, complice anche l’apporto positivo fornito da Expo.
    Il valore complessivo dell’industria agroalimentare, sempre secondo i dati di Coldiretti, è di 132 miliardi di euro; la crisi dei consumi interni ha portato i produttori italiani a svolgere una frutta embargo russiasempre maggiore quantità di operazioni commerciali all’estero.
    Nel 2013 il 20% del valore della produzione agroalimentare veniva dalle esportazioni, una cifra che è destinata a salire ulteriormente visti gli ultimi dati.
    L’obiettivo nel medio periodo è raggiungere i livelli di due colossi come Francia e Germania, dove le esportazioni incidono sul fatturato dell’alimentare rispettivamente per il 27% ed il 32%.
    Le potenzialità dell’agroalimentare italiano sono enormi: la maggiore ricerca della qualità ed un rapporto più stretto con il territorio sono sicuramente dei valori aggiunti rispetto ai competitors europei.
    Per effettuare un salto di qualità dal punto di vista dell’internazionalizzazione è necessario, però, dotare le imprese agricole di ingenti risorse economiche e di figure professionali competenti in materia.
    Anche il mondo delle cooperative ha il dovere di guardarsi attorno e di tentare la sfida estera, siglando accordi di collaborazione con altre imprese o coop ed implementando quei processi di aggregazione in grado di dare loro maggiore stabilità economica.



  • Il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea ha approvato la proposta della Commissione di stanziare 500 milioni di euro per le aziende agricole del settore del latte e della carne.
    La decisione arriva in seguito alle numerose manifestazioni degli operatori del settore, come quella a Bruxelles e nel Brennero, che hanno denunciato lo stato di difficoltà in cui versano i due settori a causa della fine delle quote latte, della scarsa remuneratività dei prezzi e delle difficoltà a collocare i prodotti sul mercato europeo.

    Il Consiglio, nel corso di una riunione informale svoltasi a Lussemburgo, ha dato il proprio ok agli aiuti diretti verso le aziende agricole del settore. « Per l’Italia – spiega il Mipaaf in una nota – l’intervento prevede risorse per oltre 28 milioni di euro, in aumento rispetto al 2009 quando furono 23 milioni, di cui 25 per gli aiuti diretti, insieme a una quota per lo stoccaggio dei formaggi che può arrivare a quasi 50 mila tonnellate».
    latte italiaTra gli impegni presi dal Consiglio c’è anche quello di coinvolgere l’Autorità per la concorrenza europea sulla catena alimentare, sopratutto riguardo ai prezzi della produzione e del consumo.
    Il problema dei prezzi è una questione di primissimo rilievo per i produttori del lattiero caseario. La fine delle quote latte ha portato i prodotti italiani ad essere scarsamente competitivi sul mercato europeo, a causa di costi più alti rispetto alla concorrenza.
    La qualità del latte e dei derivati italiani non viene premiata da un mercato orientato verso il ribasso dei prezzi. Ecco perché è fondamentale attuare misure di aiuto per le aziende agricole italiane, che necessitano di un assestamento dopo il termine dell’era delle quote latte.
    «Servono azioni incisive – ha dichiarato il Ministro Martina- per tutelare il reddito degli allevatori e per questo abbiamo chiesto alla Commissione di intervenire con urgenza e con misure semplici e flessibili. Le nuove risorse messe a disposizione sono utili per rispondere alle esigenze di liquidità delle imprese e si vanno ad aggiungere al nostro pacchetto latte da 120 milioni di euro».