Categoria: Agroalimentare


  • Il Primo Ministro Matteo Renzi ed il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali Maurizio Martina hanno partecipato alla Giornata dell’Agricoltura italiana ad Expo 2015. Per l’occasione si è svolta anche l’assemblea nazionale di Coldiretti che ha stimolato il dibattito su alcuni temi essenziali per il presente ed il futuro dell’agricoltura italiana.

    Uno di questi è sicuramente l’Imu sui terreni agricoli, un provvedimento che ha impoverito il reddito dei produttori aggravando la già difficile situazione del settore agricolo italiano.
    Nella prossima Legge di Stabilità, secondo il premier, verrà abolita in via definitiva: «Il prossimo anno l’Imu agricola sarà cancellata: dal primo gennaio 2016 non si pagherà più. E anche sull’Irap agricola avete ragione: dal prossimo anno non si pagherà più. Abbiamo trovato le coperture ieri, sarà in legge di contraffazione parmigianostabilità».
    Martina ha parlato di un taglio delle tasse per il mondo agricolo, tra Imu ed Irap, stimabile attorno al miliardo di euro. L’abbattimento del cuneo fiscal per le imprese agricole rappresenterebbe una boccata d’ossigeno vitale per l’intero settore, considerato il periodo di grave difficoltà che stanno vivendo il lattiero caseario, l’ortofrutticolo ed il settore olivicolo.
    All’interno della Legge di Stabilità, ha rilanciato Renzi, ci saranno anche degli interventi per aumentare l’export dei prodotti agroalimentari, sfruttando l’appeal che nutrono le nostre specialità in mercati come quello statunitense.
    L’agroalimentare italiano ha tutte le potenzialità per raggiungere il livello di esportazioni di paesi come la Francia e la Germania; per questo motivo è importante che anche le piccole e medie aziende agricole siano in grado di investire nell’internazionalizzazione, sfruttando le risorse offerte dal Governo e le potenzialità dei processi di aggregazione.

    Un altro dei temi scottanti è la lettera di diffida inviata dall’Ue al nostro Paese nella quale viene intimato all’Italia di abolire il divieto di produzione di formaggi con il latte in polvere.
    Come più volte ribadito in questa sede, l’eliminazione di tale divieto comporterebbe un grave impoverimento per il settore lattiero-caseario italiano e della sua tradizione centenaria di alta qualità, senza contare la grande quantità di posti di lavoro che andrebbero persi.
    Il Governo, nelle parole del ministro Martina, si è schierato dalla parte degli agricoltori italiani. Nella giornata odierna anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha sposato la causa dei produttori di latte e derivati nostrano, adottando simbolicamente dei formaggi Made in Italy portati sul palco da due giovani produttrici italiane.



  • Il Consiglio dei Ministri del 10 settembre ha approvato uno schema di legge sulla reintroduzione dell’indicazione obbligatoria dello stabilimento sull’etichetta degli alimenti.

    La normativa andrebbe a modificare quanto contenuto nel regolamento UE 1169 /2011 sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori e nella direttiva UE 2011/91 sulle diciture o marche che consentono di identificare la partita alla quale appartiene una derrata alimentare.
    etichette prodotti alimentariNelle due leggi sopra citate viene introdotta, infatti, l’etichetta europea per i prodotti alimentari, eliminando di fatto l’indicazione obbligatoria dello stabilimento di produzione come invece stabilito dalla normativa italiana.
    Il Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali intende invece reinserire tale obbligo, aumentando in questo modo la tutela dei consumatori ed esaltando la specificità dei prodotti alimentari nostrani.
    Per l’approvazione del decreto ci vorranno però alcuni mesi; sarà necessario, infatti, ricevere il parere positivo da parte dell’Unione Europea e solo in un secondo momento la legge potrà essere portata al vaglio del Parlamento.
    Le principali associazioni di categoria dei produttori agricoli, come Coldiretti e Agrinsieme, hanno espresso il loro parere positivo nei confronti del cambiamento normativo sull’etichettatura dei prodotti, mentre secondo Confcommercio il reinserimento dell’indicazione obbligatoria dello stabilimento rischia di avere costi eccessivi per i produttori.
    Il ministro Martina, però, tiene particolarmente all’approvazione del decreto e rilancia: «Per noi si tratta di un punto cruciale, perché la valorizzazione della distintività del modello agroalimentare italiano passa anche da qui».



  • Un 2015 positivo per la produzione vitivinicola italiana. Secondo le stime di Ismea e Unione italiana, infatti, quest’anno la produzione di vino dovrebbe essere di 47 milioni di ettolitri, facendo diventare così il nostro paese il primo produttore mondiale di vino.

    Manca ancora un mese alla fine della vendemmia, ma la tendenze sembra essere questa. Il clima favorevole ha portato un’uva sana e di alta qualità e ha scatenato la crescita della produzione vitivinicola in tutto il nostro paese dopo un 2014 molto negativo.
    La previsione, infatti, è di un aumento del 12% rispetto ai 42 milioni di ettolitri prodotti l’anno scorso (dati Istat) ed una variazione positiva importante per una cooperative vinoserie di regioni chiave del nostro settore vitivinicolo.
    Sicilia e Puglia, ad esempio, vedono un aumento della produzione rispettivamente del +20% e +19%; bene anche Veneto (+13%) e Piemonte (+10%), mentre Toscana e Lombardia fanno registrare una perdita del 3%.
    Il 2015 positivo dovrebbe portare l’Italia a diventare il primo paese produttore di vino al mondo. Tale primato è possibile grazie anche alla difficile situazione che sta attraversando il settore vitivinicolo francese.
    La vendemmia transalpina dovrebbe portare quest’anno a 46,5 milioni di ettolitri di vino prodotti, con un calo dell’1% rispetto all’anno passato; stesso andamento per la Spagna, dove sono previsti 43 milioni di ettolitri prodotti ed una contrazione del 3% nel confronto con il 2014.
    Dopo l’exploit degli anni passati, quando i vini francesi hanno raggiunto mercati internazionali dall’alto valore commerciale, come quello asiatico, le specialità vitivinicole transalpine presentano importanti problemi sanitari che spiegano così il calo della produzione.
    L’Italia, dunque, può sfruttare quest’annata particolarmente positiva per accedere ai mercati esteri e valorizzare quello che è un prodotto di altissima qualità e dalla tradizione centenaria.



  • Il Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 9 settembre 2015 il decreto del 28 luglio 2015 che disciplina la concessione di contributi per la valorizzazione dei prodotti agricoli a marchio Ue.

    Il Mipaaf mette a disposizione degli agricoltori un totale di 883 milioni di euro, di cui 61,5 mln nel 2015, 80 nel 2016, 120 nel 2017, 160 nel 2018 e 200 sia nel 2019 che nel 2020.
    I soggetti richiedenti dovranno presentare un progetto nel quale illustrano le iniziative proposte per la valorizzazione dell’immagine e della conoscenza dei contributi agricolturaprodotti agricoli a marchio Ue, sia in campo nazionale che internazionale.
    Un’apposita commissione valuterà i singoli progetti e stilerà una graduatoria in base alla quale verranno forniti i contributi a seconda della disponibilità economica per quell’anno. Il Ministero delle Politiche Agricole può concedere, inoltre, un’anticipazione del contributo fino ad un massimo del 50% della somma spettante e previa presentazione di una fideiussione assicurativa o bancaria.
    Il termine ultimo per la presentazione delle domande è il 18 ottobre, ore 17.00.
    L’intervento per la valorizzazione del marchio Ue si inserisce all’interno di una battagli globale del nostro governo contro la contraffazione dei prodotti agricoli. L’obiettivo principale del Ministro Martina è la difesa del Made in Italy dalla vendita sul mercato di prodotti che sono imitazioni delle specialità italiane e che limitano di fatto la competitività delle nostre aziende agricole.
    Il consumatore deve avere una maggiore consapevolezza della qualità dei prodotti acquistati e della loro provenienza. Il marchio Ue, così come il marchio Italia, necessita allora di una maggiore e migliore pubblicità per evitare che la contraffazione aggravi la già difficile situazione dell’agricoltura europea.

     



  • Un nuovo Decreto del Ministero dell’Ambiente disciplina il riutilizzo degli scarti agricoli per fini energetici. I residui derivanti dalla produzione agricola potranno, infatti, essere trasformati in carburante.

    L’indiscrezione arriva dall’edizione odierna di Italia Oggi. Il decreto fa luce sulla materia, disciplinando in maniera puntuale ogni aspetto ed evitando così qualsiasi tipo di interpretazione soggettiva.
    Il produttore dovrà dimostrare che lo scarto costituisce parte integrante del processo di produzione, il cui lo scopo primario non è la produzione della sostanza o dell’oggetto scartata.
    scarti agricoliUna volta dimostrato tutto ciò, il produttore dovrà presentare una serie di documentazioni tecniche che accertano che la sostanza o l’oggetto non arrecano alcun danno all’ambiente e alla salute umana.
    Tale scheda tecnica, disponibile anche in formato digitale, dovrà essere conservata presso l’impianto di produzione per tre anni dal momento della richiesta e dovrà essere presentata nuovamente qualora vengano apportate delle sostanziali modifiche nel processo di produzione.
    Lo scopo del riutilizzo degli scarti per fini energetici è avere un riciclo positivo di materiali che altrimenti inquinerebbero l’ambiente. La normativa precisa, inoltre, che non intende favorire l’utilizzo degli scarti a fini energetici rispetto ad altri tipi di finalità.
    Sono tante le cooperative agricole che hanno costruito impianti di biogas e biomasse per sfruttare i rifiuti organici, dimostrando di assolvere alla perfezione alla missione di impresa sociale che opera nel e per il territorio.
    La costruzione di questo tipo di impianti rappresenta, però, un investimento che non tutte le piccole aziende possono permettersi, soprattutto in un periodo di crisi per l’intero settore agricolo.
    Predisporre delle agevolazioni nei confronti dei produttori che intendono investire nel riutilizzo ecologico degli scarti sarebbe scelta positiva e lungimirante.



  • La nuova frontiera dell’agricoltura potrebbe essere l’indoor. E non parliamo di semplici serre, ma di veri e propri ambienti artificiali, dove anche anche la luce può assumere gradazioni e colori diversi a seconda del tipo di coltura che si vuole sviluppare.

    Il processo di urbanizzazione, la scarsità delle risorse e l’aumento delle calamità naturali impone un ripensamento delle tecniche e degli ambienti agricoli. Le superfici outdoor non sono più sufficienti a soddisfare le richieste di una popolazione mondiale in crescita e alla ricerca di un prodotto agricolo di alta qualità.
    Ecco perché in varie parti del mondo, come Olanda e Giappone, stanno sperimentando in maniera sempre più intensiva tecniche di produzione hi-tech.
    La campagna potrebbe spostarsi nelle città, facendo svanire il sapore romantico della vita agreste raccontato da Virgilio e da decine di letterati ed agricoltura indoorartisti di vario genere.
    Immaginate un quadro di Van Gogh raffigurante la campagna olandese ambientato in un luogo chiuso, con delle luci soffuse, il riscaldamento e l’umidità regolabili e soprattutto collocato al centro di Eindhoven, in Olanda per l’appunto.
    Non si tratta di una città qualsiasi, ma del luogo dove sorge il GrowWise Center, ovvero il più grande centro agricolo al chiuso del mondo. All’interno di questa struttura Philips sta sperimentando un tipo di illuminazione al LED che permette alle coltivazioni di avere un ciclo produttivo costante, senza essere dipendente dal variare delle condizioni atmosferiche.
    «Il nostro obiettivo – ha commentato Gus van der Feltz, direttore del GrowWise Center di Philips – è sviluppare una tecnologia che renda possibile coltivare cibo sano, saporito e salutare in qualsiasi parte del mondo. La ricerca che stiamo portando avanti consentirà di avere una produzione locale su scala globale, riducendo gli sprechi, limitando il numero di ettari coltivati e non usando praticamente né terra né acqua».
    Si tratta certamente di un esperimento suggestivo e dall’alto valore tecnologico. Il risparmio di risorse nel lungo periodo sarebbe importante e potrebbe rappresentare senza dubbio una soluzione alla crisi che sta attraversando il mondo dell’agricoltura.



  • La contraffazione dei prodotti del Made in Italy è una questione sempre più grave che arreca gravi danni all’economia italiana. Il tema è stato affrontato nel corso del Convegno sulla difesa della filiera agroalimentare organizzato da Confagricoltura e Fondazione Open ad Expo Milano 2015.

    Secondo le stime di Confagricoltura il cosiddetto Italian Sounding costa all’Italia ben 4 miliardi di euro e comporta la mancata creazione di 20.000 posti di lavoro. Sono numeri importanti che costringono le istituzioni a porsi una serie di interrogativi su come combattere questo fenomeno.
    Il Made in Italy rappresenta una risorsa enorme per il nostro paese; negli ultimi mesi in particolare, per merito anche dell’Expo, l’immagine del Made in Italy è contraffazione parmigianomolto forte in tutto il mondo, specie nei paesi asiatici e negli Stati Uniti.
    Ecco perché combattere l’Italian Sounding diventa una missione primaria per il nostro Governo.
    I settori che sono maggiormente colpiti sono quelli dell’abbigliamento (2,24 miliardi) e dei Cd/Dvd audio e video (1,78 miliardi). Dietro questi due troviamo l’agroalimentare, con il vino, l’olio e i prodotti lattiero caseari in cima alla lista dei beni agroalimentari contraffatti.

    La soluzione della crisi che sta attraversando l’agricoltura e che ha portato molti agricoltori a manifestare in questi giorni passa anche dalla difesa del Made in Italy. Il presidio del Brennero, organizzato da Coldiretti nella giornata di ieri, va proprio in questa direzione: bisogna tutelare i prodotti italiani, impedendone la contraffazione e la loro lavorazione attraverso materie prime provenienti dall’estero.
    Il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina è intervenuto nel corso del convegno promosso da Confagricoltura, spiegando le azioni intraprese dal Governo per frenare l’Italian Sounding.
    Tra le più importanti vanno annoverati gli accordi stipulati con le piattaforme di e-commerce Ebay e Alibaba per bloccare la vendita di prodotti contraffatti online. Grazie a questo rapporto di collaborazione sono state fermate molte frodi che vedono come protagonisti India, Cina, Stati Uniti e anche alcuni paesi europei.
    Uno dei prodotti più contraffatti è il Parmigiano Reggiano: come riporta l’edizione odierna de Il Sole 24 Ore, nei giorni scorsi su Alibaba è stato bloccato un commerciante indiano che aveva proposto alla piattaforma una fornitura mensile di 5mila tonnellate di Parmigiano Reggiano, corrispondente al 50% della produzione mensile del vero Parmigiano.


  • latte granarolo

    Migliaia di agricoltori hanno aderito alla protesta indetta da Coldiretti a difesa del Made in Italy. In queste ore tantissimi produttori agricoli provenienti da tutta Italia hanno bloccato il valico di frontiera del Brennero, direzione Italia, fermando i tir che trasportano materie prime nel nostro paese.

    Il 33% dei prodotti venduti come Made in Italy, infatti, vengono lavorati attraverso materie provenienti da altri paesi. Vengono dall’Olanda, dall’Austria, dalla Germania e da altre zone dell’Europa, eppure possiedono il contrassegno italiano.
    Gli agricoltori presenti nel Brennero hanno fermato una serie di tir contenenti ortaggi e latte diretti verso il nostro paese e pronti ad essere trasformati latte_fresco_“magicamente” in prodotti del Made in Italy.
    Questo fenomeno è sempre più diffuso e danneggia in maniera enorme le aziende italiane, oltre ovviamente ad ingannare i consumatori. Secondo le previsioni di Coldiretti, il perdurare di queste condizioni potrebbe portare addirittura l’agricoltura italiana a scomparire tra 33 anni.
    Uno scenario apocalittico, ma che spiega alla perfezione il tipo di disagio che stanno vivendo gli agricoltori.
    Ieri a Bruxelles si sono riuniti migliaia di produttori per protestare contro le politiche comunitarie sui settori ortofrutticolo e zootecnico. Non sono mancati anche i momenti di tensione sfociati in scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine.

    Le istituzioni europee sembrano, però, non percepire tali criticità; tra le tante misure lanciate da Bruxelles, che penalizzano gravemente l’agricoltura italiana, c’è anche l’obbligo di abrogare la normativa che vieta la produzione di derivati attraverso il latte in polvere.
    Un simile intervento normativo sarebbe un colpo letale per la tradizione lattiero casearia italiana, caratterizzata dall’alta qualità dei propri formaggi e del proprio latte.
    Coldiretti, in occasione della manifestazione odierna, ha lanciato un hashtag duro e diretto: #bastaschifezze. È un vero e proprio appello rivolto alle istituzioni nazionali e sovranazionali per invocare maggiore rispetto, sia verso le aziende agricole che verso i consumatori.
    La presenza del Ministro delle Politiche Agricole Martina, intervenuto in mattinata durante la manifestazione, è senza dubbio incoraggiante, nella speranza che l’Italia possa svolgere un ruolo decisivo nella scelta delle politiche agricole comunitarie di qui ai prossimi mesi.



  • Origine Group è un polo nazionale che aggrega nove grandi imprese dei comparti delle pere e dei kiwi. Nasce ai primi di agosto e si pone come obiettivo quello di combattere la crisi del settore agricolo attraverso l’aggregazione e l’incentivazione dell’export.

    Sono centinaia le aziende agricole costrette a chiudere a causa del ribasso dei prezzi e della difficoltà a collocare i propri prodotti sul mercato. La frammentazione delle imprese, tipica del tessuto imprenditoriale italiano, diminuisce la loro forza contrattuale e rende di fatto impossibile gli investimenti in innovazione e l’accesso ai mercati esteri.
    kiwi biologicoL’aggregazione rappresenta, dunque, l’unica strada possibile per rinascere e competere in Europa, una scelta strategica che pochi imprenditori hanno portato avanti. Fanno parte di questa cerchia le seguenti aziende: Afe, Apofruit, FruttaC2, Granfrutta Zani, Kiwi Uno, Op Kiwi Sole, Pempa-Corer, Salvi Unacoa, Spreafico.
    Insieme aggregano 1 milione di quintali di pere e 1,2 milioni di quintali di kiwi, ovvero due specialità varietali tipiche italiane. L’ortofrutta rappresenta dopo il vino il secondo comparto per quantità di prodotti esportati.
    La crisi che stanno vivendo settori come quello delle pesche e nettarine o quello delle pere stesse, non frenano evidentemente i consumatori dal richiedere la frutta italiana.
    Il mercato offre, dunque, importanti opportunità commerciali per le nostre aziende, a patto che queste ultime abbiano le risorse necessarie per esplorare nuovi mercati. Uno di questi è sicuramente quello cinese.
    Marco Salvi, membro del Cda di Origine Group, ha parlato a Il Resto del Carlino della possibilità per il gruppo appena nato di aggredire il mercato asiatico: «Per le pere in Cina stiamo lavorando sul protocollo fitosanitario, speriamo di poter essere pronti per la campagna 2016».
    La presenza in Asia di Origine sarà un ulteriore motivo di rafforzamento per questo polo nazionale e l’ennesima dimostrazione, valida soprattutto per il mondo cooperativo, che l’aggregazione è una risorsa da sfruttare e non una rinnegazione dei propri principi fondativi.



  • Una piaga sociale antica, ma mai così attuale. Il fenomeno del caporalato continua a colpire le campagne italiane, con centinaia di agricoltori italiani e stranieri costretti a lavorare nei campi in cambio di una retribuzione irrisoria e senza alcun rapporto contrattuale.

    Le numerosi morti di lavoratori in nero, avvenute nell’estate 2015, hanno portato il Governo a prendere dei seri provvedimenti per arginare un fenomeno che è un vero e proprio retaggio del sistema feudale e latifondista.
    Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ed il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, hanno deciso di inserire delle misure caldo coltivazionidi contrasto al caporalato all’interno del decreto legge contro l’illegalità.
    Sono quattro, in tutto, gli emendamenti proposti. Il primo e forse quello più importante riguarda la confisca del prodotto o del profitto per chi commette il reato di caporalato.
    La ratio della nuova norma è quella di aggredire direttamente i patrimoni. Secondo l’esecutivo, la reclusione e le sanzioni di tipo pecuniario non rappresentano un deterrente efficace nei confronti delle aziende irregolari.
    Confiscare beni quali le attrezzature di lavoro o i terreni stessi viene considerata, invece, come una misura adeguata per prevenire il fenomeno del caporalato.
    Viene equiparato al caporalato anche il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, per il quale verrà applicata in egual modo la confisca dei beni.

    La nuova normativa prevede, inoltre, un indennizzo pagato dello Stato per i lavoratori che sono vittima di queste pratiche di sfruttamento. Un ultimo emendamento, ma non meno importante, inserisce la responsabilità in solido per le aziende.
    Ad essere colpito dalle sanzioni non sarà, quindi, solo il singolo produttore ma tutta la “catena” aziendale, punendo così tutte le imprese costituite in forma societaria ed associativa che incentivano pratiche illecite.
    La crisi economica non ha fatto altro che rendere ancora più attuale il caporalato. Secondo Eurispes, Coldiretti e l’Osservatorio sulla criminalità, nel primo semestre del 2014 gli irregolari nel settore agricolo ammontavano addirittura al 32% degli occupati.
    La crisi di alcuni settori, come quello ortofrutticolo, con il crollo dei prezzi e la difficoltà a piazzare i prodotti sul mercato, considerando anche l’embargo russo, ha portato molte aziende ad uscire dalla legalità.



  • Il Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali ha comunicato l’avvenuto accordo tra le organizzazioni agricole e le industrie per l’indicizzazione dei prezzi del latte.

    Il settore lattiero caseario sta vivendo una fase storica molto delicata in seguito alla fine delle quote latte. I prezzi elevati dei prodotti italiani faticano, infatti, a competere all’interno di un mercato europeo fortemente orientato verso il ribasso dei prezzi piuttosto che sulla qualità.
    Per questo motivo è necessario definire un parametro unico per i prezzi di latte e derivati che possa comprendere le esigenze del mercato, la qualità del prodotto 46726-milked i costi di produzione.
    L’accordo siglato in data odierna tra le organizzazioni agricole e le industrie stabilisce un parametro di riferimento per l’indicizzazione dei prezzi. A tal proposito verrà convocato tra dieci giorni un Tavolo tecnico paritetico che dovrà concludere i lavori entro 30 giorni e sarà chiamato ad individuare, con l’eventuale supporto tecnico e metodologico di ISMEA, un indicatore sintetico che consenta di identificare in maniera oggettiva i prodotti, i mercati e gli input rappresentativi delle dinamiche del mercato lattiero e idonei a ridurre al minimo la soggettività delle scelte.
    Il Governo nei giorni scorsi aveva già approvato un apposito decreto sul latte, nel quale ha stabilito un rafforzamento dei controlli contro le pratiche sleali anti concorrenza, l’inasprimento delle relative multe ed un costante monitoraggio dei prezzi.
    Con lo stesso decreto l’esecutivo ha istituito anche un unico organo interprofessionale (sul modello francese) che dovrà prendere decisioni in materia di produzione, commercializzazione, contratti, promozioni e tutela dell’ambiente.



  • Continua a crescere il mercato del biologico. A riportarlo è il Sinab, il Sistema nazionale d’informazione sull’agricoltura biologica del Mipaaf, che ha comunicato i dati relativi al 2014.

    Secondo questa indagine le superfici impegnate in coltivazioni di tipo biologico ammontano a 1,4 milioni di ettari, corrispondenti al 10,8% della Sau nazionale.
    Rispetto all’anno precedente c’è stata una crescita del 5,4% della superficie coltivata e del 5,8% degli operatori impegnati.
    I 55.433 operatori certificati fanno dell’Italia la prima nazione in Europa per addetti operanti nel settore biologico.
    kiwi biologicoLo riferisce il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali Maurizio Martina: «“Con oltre 3 miliardi di euro di fatturato, il biologico si conferma un tassello importante nel panorama agroalimentare italiano. Siamo leader in Europa per numero di operatori coinvolti e i primi dati del Sinab dimostrano il grande potenziale di questo settore che vogliamo continuare a sostenere».
    I consumatori italiani hanno acquisito maggiore consapevolezza sulle tecniche produttive e sulla necessità di effettuare un’alimentazione sana.
    La crescita esponenziale del biologico in questi ultimi anni va proprio in questa direzione. Il consumatore preferisce acquistare un prodotto ad un prezzo superiore ma che sia garanzia di qualità e sicurezza alimentare.
    Non è un caso che sia in netto aumento anche la vendita di prodotti biologici nella grande distribuzione, con una variazione positiva del +11% rispetto al 2013.
    Nel breve periodo i produttori agricoli dovranno adeguarsi alle mutate esigenze del mercato, puntando su una qualità che non sia solo concettuale ma certificata.