Categoria: Agroalimentare


  • Domani sarà l’ultimo giorno delle quote latte. A partire dall’1° aprile non ci saranno più restrizioni a livello europeo per la produzione di latte.
    Dopo 32 anni di storia, si compie un’operazione di liberalizzazione del settore lattiero-caseario quasi epocale.
    La domanda che si pongono gli esperti è ovviamente quali possano essere gli effetti della fine delle quote latte sull’intero ambito produttivo.
    Allo stato attuale il settore si trova in un momento estremamente difficile, visto il crollo verticale del livello dei prezzi. Negli ultimi dodici mesi, per fare un esempio, i prezzi della polvere di latte sono diminuiti addirittura del 35%, mentre quelli del burro presentano una variazione negativa del 15%.

    Una situazione di questo tipo avvantaggerà con ogni probabilità i paesi produttori più forti: Germania, Olanda e Polonia su tutti. Non a caso nell’ultimo Consiglio agricoltura, svoltosi il 16 Marzo a Bruxelles, la Germania si è dichiarata contro ulteriori misure di protezione del settore lattiero-caseario, neppure temporanee.
    Liberalizzazione totale, dunque, con annesse difficoltà per quei paesi, come l’Italia, che difficilmente riusciranno a reggere la concorrenza estera.

    46726-milkSul latte italiano graverà innanzitutto il peso dei 4,4 miliardi di euro di multe emesse in questi anni per il mancato rispetto delle quote. Sono tantissimi i produttori, specie nel Nord Italia, che spinti dalla propaganda politica di attori come la Lega non hanno rispettato la legislazione europea penalizzando in questo modo l’intero settore.
    Tornando alla competizione su scala globale, l’Italia potrà puntare su un solo aspetto: la qualità del prodotto. Il latte italiano, infatti, viene utilizzato quasi solo esclusivamente per la produzione di formaggi oppure viene commercializzato come latte fresco.

    Per tutti gli altri utilizzi vengono preferiti prodotti come quello tedesco, francese o polacco che offrono dei costi minori. Secondo un’indagine del Clal, il latte italiano ha un prezzo di 35 centesimi al litro, comparativamente più alto rispetto ai 31 centesimi di quello francese o ai 28 di quello polacco.
    E come se non bastasse in questi anni si sono ridotte esponenzialmente il numero delle stalle. Come riporta Repubblica, infatti, siamo passati dalle 180 mila stalle degli anni Ottanta alle 30 mila attuali.
    Bassa produzione, dunque, ma di qualità. Difficilmente, però, basterà per reggere il ritmo degli altri produttori europei.
    Bisognerà puntare sui mercati extra Ue, cercando di vendere bene un prodotto che è il marchio di fabbrica dell’agroalimentare doc italiano.


  • agrinsieme

    Una manifestazione nazionale per chiedere più rispetto e maggiori investimenti verso il mondo dell’agroalimentare italiano. Il 31 marzo Agrinsieme, il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, scenderà in piazza a Roma per protestare contro alcune scelte dell’attuale governo.
    Una di queste è certamente l’Imu agricola, una misura che graverà sulle spalle di migliaia di produttori agricoli e che servirà per finanziare il bonus degli 80 euro.

    agrinsiemeL’iniziativa inizierà alle ore 9:00 e vedrà dei sit-in organizzati in tre parti diverse della città di Roma: uno si terrà di fronte alla Camera dei Deputati, un altro davanti al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ed un altro ancora davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze.
    Come riporta Agrinsieme in un comunicato “questa manifestazione ha un obiettivo chiaro: l’agricoltura vuole farsi sentire, chiede la giusta attenzione del Governo e delle Istituzioni per potersi sviluppare, creare lavoro, produrre cibo di qualità e benessere per la collettività. Ma questo non è possibile senza interventi legislativi lungimiranti ed investimenti mirati. È necessario fare un ulteriore passo avanti per alleggerire il settore dal peso della burocrazia e della fiscalità, scongiurando una nuova iniqua tassa, come quella dell’Imu”.

    L’agricoltura ha dimostrato in questi mesi di essere uno dei pochi settori in grado di reggere l’urto della crisi. Sono sempre di più i giovani che decidono di mettersi in proprio e di fondare delle imprese agricole, a prescindere dalla forma giuridica adottata. Il mondo delle cooperative agricole, rappresentato all’interno di Agrinsieme dall’Alleanza, è l’emblema perfetto di come l’agricoltura possa essere un vero e proprio modello di efficienza, programmazione e parità di genere.
    Investire nel settore sarebbe una scelta intelligente in un momento storico in cui il “made in Italy”e l’export rappresentano il più grande volano dell’economia nostrana.
    L’agroalimentare italiano è garanzia di qualità in tutto il mondo, deprimerlo attraverso politiche fiscali miopi significa non comprendere l’attuale congiuntura economica.
    Tutto ciò avviene nell’anno di Expo, un evento che può e deve rappresentare uno straordinario veicolo pubblicitario per l’agricoltura italiana in tutto il mondo. Ecco perché tagliare fondi ai produttori agricoli sembra essere una scelta inopportuna e pronta ad essere aspramente contestata da tutti i rappresentanti del settore.


  • agrinsieme

    Anche Copagri, la confederazione dei produttori agricoli, è pronta ad aderire ad Agrinsieme, il Coordinamento delle organizzazioni e delle cooperative agricole costituito da Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari.
    È quanto fatto trapelare da Franco Verrascina, presidente di Copagri. L’obiettivo è rafforzare l’unitarietà del settore agricolo, in un periodo storico particolarmente difficile.
    Diventa necessaria, dunque, una maggiore unione di intenti ed una programmazione comune a tutti gli organismi di rappresentanza.

    agrinsiemeLa notizia è stata accolta positivamente dai vertici di Agrinsieme, nella persona del Coordinatore Mario Guidi: “Agrinsieme è un organismo che si è costituito spontaneamente per volontà dei soggetti che ne fanno parte, aperto e senza preclusioni di sorta”. Nei prossimi giorni verrà discussione una revisione della struttura organizzativa che prenderà in considerazione anche l’ingresso di Copagri all’interno del coordinamento.

    Agrinsieme è la perfetta sintesi del mondo dell’agricoltura italiana, poiché unisce anime ed identità diverse con l’unico obiettivo di far crescere ed innovare il settore agroalimentare nostrano.
    L’adesione della confederazione dei produttori agricoli renderà ancora più proficua l’attività di un’organizzazione che rappresenta oltre il 30% del valore dell’agroalimentare italiano, rendendo possibile un dialogo effettivo tra imprese, cooperative agricole, lavoratori autonomi e dipendenti.
    Gli obiettivi posti dal presidente di Copagri sono certamente ambiziosi: “Per far crescere il settore agricolo e con esso l’Italia – ha dichiarato Verrascina – occorrerà muoversi lungo tre direttrici: ridurre la pressione fiscale seguita da un adeguato bilanciamento delle agevolazioni in campo agricolo; incidere concretamente sugli sprechi della spesa pubblica; attivare un reale piano di promozione del made in Italy che coinvolga la rappresentanza degli agricoltori”.
    Si tratta di traguardi difficili da ottenere: presentarsi così uniti, però, al tavolo delle trattative con le istituzioni può rappresentare un importante vantaggio strategico per l’intero settore dell’agroalimentare italiano.



  • Unione Europea e Stati Uniti sono sempre più vicini ad un accordo sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership). A dichiararlo nel corso di un’intervista al Corriere della Sera è Paolo De Castro, eurodeputato Pd e responsabile della trattativa per il settore agricolo.
    Il negoziato va avanti ormai da qualche anno senza arrivare ad un compromesso. Secondo De Castro, però, tra Aprile e Maggio il Congresso potrebbe autorizzare Obama a chiudere l’accordo che potrebbe così essere firmato entro la primavera del 2016.

    17112014L’eventuale entrata in vigore del Ttip rivoluzionerebbe i rapporti commerciali tra Usa e Unione Europea, stravolgendo tariffe doganali e regole sulla distribuzione e sulla sicurezza dei prodotti alimentari.
    Il contenuto del negoziato prevede, infatti, l’abbattimento delle barriere doganali tra le due aree ed un’armonizzazione del quadro normativo in materia di sicurezza alimentare. Si tratterebbe, dunque, di una vera e propria liberalizzazione nella circolazione delle merci e dei capitali tra due delle zone più grandi del mondo per estensione geografica e ricchezza prodotta.

    Qualora dovesse andare in porto il Ttip ne trarrebbero giovamento quei paesi che fanno dell’esportazione verso gli Stati Uniti un volano importante della propria economica. Non a caso i paesi mediterranei come Italia, Spagna, Grecia e Francia spingono per la chiusura del negoziato.
    I prodotti nostrani, soprattutto vino, olio e formaggi farebbero incrementare la quota di export del nostro paese, salendo dai 3 miliardi attuali a quasi 6.
    Si tratterebbe, dunque, di un’ulteriore incentivazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti in un momento particolarmente favorevole da questo punto di vista. La svalutazione dell’Euro, infatti, ha già portato ad una notevole crescita dei nostri rapporti commerciali verso gli Usa, compensando la carenza di consumi registrabile nel nostro paese.

    Non mancano, però, pareri contrari e polemiche un po’ in tutta Europa. Molti economisti sostengono che un negoziato di questo tipo causerebbe un’ulteriore depressione della domanda interna, portando l’Europa ad essere troppo dipendente dal commercio con gli Stati Uniti.
    Ci sono poi molte polemiche sul tema della sicurezza alimentare. Secondo alcuni partiti ed associazioni europee con la firma del Ttip ci sarebbero meno controlli sulle merci importate dagli Stati Uniti, con conseguenti rischi sanitari per i cittadini europei.
    In rete circola anche una petizione contro l’intesa che vede già oltre un milione di firme. Una volta trovato l’accordo ci saranno, dunque, altri ostacoli da superare, in primis quelli portati avanti dai Parlamenti nazionali che dovranno comunque ratificare l’intesa.


  • latte granarolo

    L’anno appena conclusosi verrà ricordato in maniera molto positiva da Granarolo.
    Il Cda ha da poco approvato il bilancio del 2014 che ha fatto registrare un risultato da record: per la prima volta, infatti, il fatturato dell’azienda ha superato il miliardo di euro (1,037 miliardi di euro), con una crescita del 4,8% rispetto al 2013.
    L’Ebitda, invece, è di 60 milioni di euro, in aumento addirittura del 19,2% rispetto all’anno precedente.
    Presentano dei valori positivi anche il risultato netto e la posizione finanziaria netta.
    Il primo si attesta sui 9 milioni e risulta sostanzialmente stabile; il secondo, invece, fa registrare 122 milioni di euro, con una variazione positiva di 5 milioni nel confronto con il 2013.

    latte_fresco_I risultati raggiunti da Granarolo sono notevoli in senso assoluto, ma diventano ancora più rilevanti se parametrizzati al grave periodo di recessione che sta vivendo l’Italia.
    La scarsità della domanda interna ha portato ad una netta diminuzione degli ordinativi e della produzione industriale, con conseguente riduzione degli investimenti da parte della maggior parte delle aziende nostrane.
    La strategia di Granarolo è stata, però, lungimirante: sfruttare la debolezza dell’Euro per allargare i propri orizzonti di mercato al di fuori dell’area Ue.
    La scelta di puntare, ad esempio, sul settore dei formaggi e sulla loro richiesta nei mercati esteri ha portato la quota di export a crescere dal 4 al 16% in due anni e secondo le previsioni a breve potrebbe superare addirittura il 30%.

    Il caso di Granarolo è il perfetto esempio di come si possano raggiungere determinati obiettivi attraverso un’accurata programmazione aziendale che tenga conto del mutato scenario macroeconomico.
    A tal proposito il presidente del Consiglio d’amministrazione, Gianpiero Calzolari, annuncia un maggiore impegno dell’impresa in mercati molto prolifici per il made in Italy: “ Il 2015 sarà ancora un anno di crescita con un duplice obiettivo . Da un lato, prevediamo di consolidare il mercato europeo con ulteriori accordi e partnership, dall’altro guardiamo con attenzione ai mercati extra UE, in particolare quelli asiatici e statunitensi dove possiamo valorizzare la filiera italiana e le eccellenze del made in Italy”.
    Da questo punto di vista, sottolinea Calzolari, Export sarà un ponte importante per rilanciare i prodotti italiani e valorizzare la qualità che le nostre aziende sanno esprimere.



  • L’agricoltura può essere un importante veicolo di crescita economica. Lo hanno capito anche i giovani italiani.
    I dati forniti dall’Istat relativi all’ultimo trimestre del 2014 ci rivelano come il settore agricolo sia in costante ascesa, sopratutto sul fronte giovanile.
    Negli ultimi tre mesi del 2014, infatti, c’è stato un aumento degli occupati del 7,1%.
    Numeri che diventano ancora più eclatanti se guardiamo alla crescita avuta nel Nord Italia, dove il numero degli impiegati nel settore agricolo ha fatto registrare un boom del +17,5%.

    Sono aumentati, nello specifico, i lavoratori dipendenti nell’agricoltura (+5,5%), ma l’aspetto più interessante riguarda il lavoro autonomo.
    La figura classica dell’imprenditore è collegato al settore industriale o al massimo a quello dei servizi. La rivoluzione moderna interessa a stretto giro anche i modelli imprenditoriali, soprattutto giovanili.
    E l’agricoltura è parte integrante di questo mutamento culturale. Se guardiamo sempre ai dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 il numero di lavoratori indipendenti nel settore agricolo è aumentato addirittura dell’8,7%.

    06112014Crescono, dunque, le imprese dedite all’agricoltura, ma cosa ancora più importante sono sempre di più i giovani imprenditori che decidono di mettersi in gioco in questo ambito. Secondo un sondaggio svolto da Coldiretti/Ixé il 57% dei ragazzi vorrebbe gestire un agriturismo.
    Una tendenza che trova riscontri nella realtà occupazionale. Le imprese agricole condotte da giovani con meno di 35 anni, infatti sono diventate 49.871, in aumento dell’1,5% rispetto al trimestre precedente.
    Allo stesso tempo l’occupazione giovanile nel settore agricolo presenta una crescita addirittura del 15%.
    Si tratta di tendenze opposto rispetto a quanto avviene in altri ambiti della società italiana. Segno evidente che l’agricoltura offre maggiori opportunità e migliori margini di crescita rispetto ad altri settori lavorativi.

    Lo spazio per l’innovazione e per la competizione, infatti, è enorme. Un’accurata gestione delle derrate agricole nostrane può portare l’Italia a diventare un paese leader su scala mondiale.
    Lo dimostrano i dati sui prodotti dell’agroalimentare italiano, che mostrano come i beni nostrani siano ancora oggi tra i più richiesti sul mercato.
    Da questo punto di vista Expo 2015 può rappresentare una straordinaria opportunità per tutta l’agricoltura italiana e non solo. Una buona campagna di sponsorizzazione dei nostri prodotti, unita ad un efficace investimento in tecnologia e programmazione può essere il migliore strumento di crescita per un paese in profonda recessione.

     



  • Tempo di bilanci anche per il settore agricolo. L’Istat ci fornisce i dati relativi al 2014, che ci permettono di analizzare la variazione dei prezzi dei prodotti agricoli avvenuta negli ultimi dodici mesi.
    Se diamo uno sguardo sia ai beni acquistati dagli agricoltori che quelli da essi venduti, notiamo come il processo di deflazione abbia colpito in maniera netta anche l’agricoltura.
    Ma analizziamo i dati nel dettaglio.

    prezzi agricolturaNell’ultimo trimestre del 2014 l’indice dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori è diminuito dell’1,3% rispetto al trimestre precedente e del 3,0% rispetto al medesimo trimestre dell’anno 2013.
    Anche nel confronto con i singoli mesi del 2013, la deflazione rimane evidente. Rispetto a dicembre 2013, ad esempio, il livello dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori è diminuito del 3,4%.
    Si tratta di una variazione negativa in costante aumento e che difficilmente si arresterà sensibilmente nel 2015.
    In generale la diminuzione media dei prezzi nel 2014 è stata dell’1,7% e ha interessato soprattutto i bei ed i servizi intermedi, mentre i beni di investimento hanno fatto registrare un incremento congiunturale dello 0,2% e tendenziale dello 0,9%.
    Nel corso del 2014 le diminuzioni più rilevanti tra i prodotti acquistati dagli agricoltori sono riscontrabili tra i mangimi (-5,3%), concimi e ammendanti (-3,7%) ed energia e lubrificanti (-2,7%). Le variazioni positive maggiori riguardano, invece, la manutenzione e riparazione macchine (+2,0%) e per antiparassitari (+1,9%).

    Veniamo, invece, ai prodotti venduti dagli agricoltori. In questo caso le uniche variazioni positive sono inerenti al confronto tra l’ultimo trimestre del 2014 ed i precedente (+3,6%), mentre vi è una diminuzione del livello dei prezzi del 2,7% rispetto al medesimo trimestre del 2013.
    Colpisce la variazione media annua dei prodotti venduti dagli agricoltori per l’intero 2014, dove c’è stato un ribasso del 4,2%.
    Per quanto riguarda l’anno appena trascorso, l’unico prodotto in grado di aumentare il proprio livello dei prezzi è stato l’olio d’oliva con una variazione annua positiva del 7,3%; nel confronto con il precedente trimestre il prezzo dell’olio è aumentato addirittura del 34,1%.
    Tutti gli altri prodotti, invece, presentano delle variazioni negative per il 2014. I prodotti vegetali, in particolare, vedono una diminuzione dei prezzi del -5,7%, tra di esse la decrescita maggiore riguarda le patate (-16,7%) ed il vino (-8,9%). Gli animali ed i prodotti da animali, infine, presentano una diminuzione dei prezzi del 2,1% per il 2014 ed addirittura del -7,5% nel confronto tra dicembre 2014 e dicembre 2013.



  • Avete mai pensato alla possibilità di “spillare” il miele? Si avete capito bene, il miele come la birra.
    L’ultima incredibile invenzione di Flow Hive, commercializzata sulla piattaforma di crowfunding Indiegogo, rivoluzionerà con ogni probabilità la produzione del miele.
    Allo stato attuale, tale processo richiede ore e ore di lavoro ed attrezzature specifiche per evitare di essere punti dalle api.

    mieleCon la nuova arnia, invece, inventata da Cedar e Stuart Anderson in Austrialia, la lavorazione e la produzione del miele avrà un enorme abbattimento dei costi e una notevole riduzione dei tempi.
    Basterà, infatti, azionare una semplice valvola ed il miele prodotto dalle api all’interno dell’arnia uscirà attraverso appositi rubinetti.
    La procedura è talmente semplice da sembrare irreale. Ed invece è tutto vero ed è frutto di una sperimentazione durata circa dieci anni.
    L’invenzione degli Anderson sarà destinata a cambiare l’intero mondo dell’apicoltura. Lo testimoniano i commenti favorevoli riportati in questo video da parte di esperti del settore ed il boom di ordinativi ricevuti nella piattaforma Indiegogo.
    L’obiettivo di Flow Hive era raccogliere circa 70mila dollari, ma in meno di 5 giorni sono stati raccolti ordini per un totale di oltre 3 milioni di euro.

    Il motivo del successo non è da ascrivere semplicemente alla semplificazione delle operazioni di produzione del miele dettate dalla nuova arnia, ma va attribuito anche ad i costi esigui della nuova attrezzatura.
    Basti pensare che l’arnia più piccola costa 290 dollari, mentre quella più grande e completa 600 dollari.
    Si tratta di cifre esigue se pensiamo alla grandezza dell’innovazione e al tempo che verrà risparmiato nella lavorazione del miele, che permetterà agli apicoltori di aumentare la produzione e con essa i ricavi.
    La nuova arnia di Flow Hive è l’ennesima dimostrazione di come l’innovazione possa davvero semplificare la vita delle persone, anche in un settore tradizionale come quello agricolo.



  • L’agricoltura italiana è stata sicuramente una delle poche note positive emerse durante il periodo di recessione.
    Nonostante la crisi produttiva abbia colpito vari comparti dell’economia nostrana, il settore agricolo è riuscito a mantenere su buoni livelli i fatturati e a vendere i propri prodotti sul mercato mondiale.
    Del resto l’agricoltura e l’agroalimentare italiano sono sempre stati degli ambiti di eccellenza del nostro tessuto economico e continuano ad esserlo ancora oggi.

    06112014Una buona parte di merito per i risultati del comparto in questione va attribuita alle donne.
    Come riportato da La Stampa, infatti, in Italia un’azienda agricola su tre è gestita da donne, per un totale di 532mila conduttrici.
    Il nostro paese non è tra i leader europei in termini di diversity: le donne faticano a ritagliarsi un posto importante all’interno delle pubbliche amministrazioni e delle grandi imprese.
    I ruoli apicali, infatti, sono per lo più ricoperti dagli uomini e anche gli stipendi sono comparativamente superiori per la componente maschile. I numeri appena riportati, dunque, rappresentano un’importante eccezione per il nostro paese.

    L’agricoltura è considerato un settore tradizionale, all’interno del quale le donne hanno sempre fornito un contributo rilevante, sia per la coltivazione dei prodotti che per quanto riguarda la loro trasformazione.
    Lo dimostrano anche i dati sul numero totale di impiegati femminili nel settore agricolo, soprattutto se paragonato a quello degli altri stati. Secondo le elaborazioni di Eurostat, in Italia sono 1,3 milioni le donne che lavorano per aziende agricole contro i 660.000 fatti registrare dalla Spagna.

    La componente femminile, però, non svolge un ruolo importante solo dal punto di vista quantitativo, ma anche e soprattutto da quello qualitativo. Il valore di produzione fatto registrare dalle imprese condotte da donne risulta essere quasi il doppio rispetto alle aziende a conduzione maschile.
    Se analizziamo, infine, nel dettaglio il tipo di imprese condotte e le caratteristiche anagrafiche delle conduttrici, notiamo come la maggior parte di esse siano di carattere agrituristico (28,9%), mentre l’età prevalente delle donne a a capo delle suddette aziende sia compresa tra i 60 ed i 74 anni, con una bassa percentuale di laureate (6%) e di conduttrici di cittadinanza straniera (0,33%).
    L’agricoltura, dunque, volge lo sguardo alle donne, nella speranza che anche altri settori possano adottare tale modello d’impresa rivelatosi pienamente efficiente.

     



  • Una manifestazione per dire no al taglio dei fondi al settore agricolo.
    Si è svolto in data odierna, a Catanzaro, un sit-in convocato da Agrinsieme, la federazione che unisce Fedagri Calabria, Lega delle Cooperative, AGCI, CIA e Confagricoltura.
    Tante le questioni oggetto di riflessione e discussione comune.
    Una su tutte riguarda la nuova Imu agricola, contenuta nella Legge di Stabilità e destinata a mettere in difficoltà tanti piccoli produttori.

    confcooperativeL’agricoltura rappresenta il vero e proprio fiore all’occhiello dell’Italia e di tutto il meridione. Lo dimostrano i dati sull’export e sul fatturato del settore, uno dei pochi comparti in crescita negli ultimi mesi.
    I prodotti dell’agroalimentare italiano sono molto richiesti sul mercato internazionale. Merito anche di una moneta, l’Euro, in piena fase di svalutazione, il che rende ancora più appetibili le derrate nostrane.

    Nonostante questi indicatori positivi, il settore agricolo lamenta i pochi investimenti da parte dello Stato e deve far fronte a numerosi problemi come la difficoltà di accesso al credito, il mancato pagamento dei debiti delle P.A. e le periodiche infiltrazioni delle associazioni mafiose, specie nelle aziende agricole del Mezzogiorno.
    A ciò si aggiunge un carico fiscale per nulla clemente.

    L’unica strada per la ripresa del nostro paese è, invece, l’investimento in innovazione, proprio nei settori cardine dell’economia nostrana: agricoltura e turismo.
    Ne è convinto Camillo Nola, presidente di Fedagri e Confcooperative Calabria:
    “Se si vuole davvero che l’agroalimentare sia un traino dell’export, e che l’agricoltura in Calabria e nel Paese, anziché fermarsi e declinare, continui a crescere per diventare una risorsa strategica, è il momento di intervenire in maniera netta, con nuove politiche di sostegno verso chi opera con serietà creando sana occupazione, mandando fuori dai giochi chi ancora vive di rendita e speculazione.
    Lo dice la storia ormai, la fabbrica dell’assistenza pubblica ha prodotto solo fallimenti e illuso intere generazioni di calabresi, dobbiamo comprendere che agricoltura ed agroalimentare, turismo ed innovazione sono le frecce più importanti al nostro arco per il presente e ancor di più per il futuro”.



  • Non sono bastati gli oltre 4,5 miliardi di euro versati in questi anni: l’Italia rischia di dover pagare a caro prezzo le quote latte.
    Colpa di leggi comunitarie non rispettate e di multe non riscosse. E un’ulteriore beffa viene dal fatto che il regime di quote latte terminerà proprio quest’anno, il 31 marzo per la precisione.
    Ma per le casse dello Stato la questione rischia di aver ripercussioni sul lungo periodo.

    06112014Proprio in questi giorni è arrivato un ulteriore deferimento da parte della Commissione europea nei confronti del nostro stato per “non aver assolto adeguatamente al proprio compito di gestione del recupero dei prelievi per la sovrapproduzione di latte”
    In sostanza il Governo italiano non ha riscosso le cifre dovute dai produttori per il mancato rispetto delle norme sulle quote latte.
    La nota di Bruxelles spiega così il provvedimento: “Nonostante le ripetute richieste della Commissione, risulta evidente che le autorità italiane non hanno preso le misure opportune per recuperare il prelievo dovuto dai singoli produttori e caseifici”.

    Con ogni probabilità, dunque, l’Italia verrà condannata dalla Corte di Giustizia a pagare una corposa multa. La cifra dovuta all’Unione Europea è di 1,7 miliardi di euro, di questi 422 milioni sono stati già anticipati dallo Stato.
    Proprio in questi giorni il Governo si era attivato inviando oltre 1.400 cartelle esattoriali ai produttori per recuperare questa somma.
    Con la fine delle quote latte l’agricoltura italiana ed europea attraverserà una fase di transizione, aggravata dal periodo di recessione.
    Vedremo quali saranno adesso gli investimenti dello Stato italiano. Come ha fatto notare il ministro delle politiche agricole Martina, in un’intervista a Repubblica, i fondi dedicati all’agricoltura potrebbero essere maggiori se non fosse per le suddette sanzioni.
    Un esempio emblematico viene dal fondo stanziato all’interno della Legge di Stabilità per sostenere il latte di qualità. L’ammontare dell’investimento è di 100 milioni di euro per tre anni.
    Una cifra che potremmo definire quasi irrisoria e che va al colpire un prodotto competitivo sul mercato interno ed internazionale.
    Certamente la situazione delle multe sulle quote latte è paradossale, se pensiamo che in più di 20 anni l’Italia non è riuscita a risolvere la situazione, imponendo ai propri produttori di rispettare la normativa europea.
    Sulla questione, come ha fatto notare lo stesso ministro Martina, ha pesato enormemente la propaganda di alcuni attori politici come la Lega Nord, che ha esplicitamente invitato gli agricoltori del Nord Italia a violare la legge sulle quote latte.
    I risultati sono sotto gli occhi di tutti e colpiscono un settore strategico per l’economia italiana.