Categoria: Agroalimentare

  • vino martina

    Il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, ha firmato il decreto che sancisce la proroga fino al 31 dicembre 2016 della fase di sperimentazione dei registri vitivinicoli telematici. 

    Il Mipaaf ha avviato ormai da qualche mese la dematerializzazione delle operazioni di carico e scarico del vino. Iscrivendosi al SIAN, il Sistema Informativo Agricolo Nazionale, le imprese agricole possono accedere a diversi servizi offerti dal ministero e soprattutto rendere disponibili una serie di informazioni sulla propria attività agricola.
    vino martinaC’è, poi, un portale dedicato agli operatori qualificati, ovvero mipaaf.sian.it, che permette loro di avere un contatto diretto con la PA, effettuando online operazioni come presentare un’istanza, trasmettere una dichiarazione di produzione, consultare i dati della propria azienda.
    Proprio su questa piattaforma sarà possibile inserire il registro telematico relativo alla propria produzione di vino.

    I soggetti che sono obbligati a registrare in rete operazioni di carico e scarico sono i titolari di un’attività imprenditoriale agricola o commerciale che detengono un prodotto vitivinicolo, ma anche i titolari di stabilimenti che effettuano operazioni per conto di terzi o i titolari di stabilimenti di produzione o di imbottigliamento degli aceti.
    Sono esenti, invece, tutti gli gli stabilimenti che hanno una capacità produttiva inferiore ai 50 ettolitri, gli esercenti relativi all’attività di commercio all’ingrosso di prodotti vitivinicoli confezionati, che non effettuano alcuna trasformazione o manipolazione, i rivenditori al minuto di piccoli quantitativi, gli operatori viticoltori non vinificatori e i soggetti che non dispongono di stabilimenti.
    Nonostante il Ministero stia effettuando in tutta Italia una serie di seminari per spiegare alle imprese agricole come attuare il processo di dematerializzazione, fin qui sono state poche le aziende ad iscriversi al portale messo a disposizione del Mipaaf.
    Di qui la decisione di prorogare la fase di sperimentazione per consentire agli operatori di conoscere meglio il nuovo sistema.


  • coop agricole

    Venerdì scorso è stato presentato il Terzo Rapporto Agromafie e Caporalato, uno studio realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto – Flai Cgil che cerca di analizzare il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa e delle pratiche illegali nel mondo dell’agricoltura. 

    Recentemente il Governo ha messo in pratica alcuni strumenti per contrastare il caporalato, uno su tutti la Rete del lavoro agricolo di qualità, un vero e proprio sistema che fornisce vantaggi competitivi a quelle imprese agricole coop agricolevirtuose che rifuggono il lavoro irregolare.
    Fin qui, però, tale strumento si è rivelato inefficace, con poche aziende che hanno fatto richiesta per essere inseriti nella Rete e molte che hanno riscontrato delle difficoltà burocratiche per poter essere ammesse nel sistema.
    L’esecutivo ha inoltre redatto un disegno di legge che prevede di inasprire le pene per chi commette il reato di caporalato ed inserisce tra le sanzioni anche la confisca dei beni. Il provvedimento, però, deve passare ancora il vaglio delle Camere ed è plausibile pensare che siano necessarie diversi mesi prima della sua entrata in vigore.

    Il Terzo Rapporto Agromafie e Caporalato ci aiuta a fare il punto della situazione. Vi proponiamo una sintesi del rapporto ed alcune infografiche.
    Il fenomeno dell’agromafia e del caporalato vale rispettivamente 14 e 17 miliardi di euro. Negli ultimi anni la mafia ha trovato sempre più interessante investire nel campo dell’agricoltura, rilevando le imprese in difficoltà e sfruttando, attraverso dei prestanome, i finanziamenti dell’Unione Europea.
    Lo dimostra il fatto che quasi il 50% dei beni sequestrati o confiscati alle mafie siano proprio terreni agricoli (30.526 su 68.194). La criminalità organizzata ha intensificato il proprio livello di attività nella contraffazione dei prodotti agroalimentari e nell’Italian Souding, sfruttando l’appeal delle specialità italiane all’estero ed i crescenti guadagni in questo specifico settore illegale.

    Il Rapporto rivela che ci sono circa 80 distretti agricoli (indistintamente da nord a sud) nei quali si registrano fenomeni di grave sfruttamento e caporalato, seppur con diversi livelli di intensità. Ad essere vittime del caporalato (e delle sue diverse forme) sono indistintamente italiani e stranieri, circa 430.000 unità, dunque circa 30/50.000 in più rispetto a quanto stimato nel rapporto precedente, con più di 100.000 lavoratori in condizione di grave sfruttamento e vulnerabilità alloggiativa.
    Sono diversi i soprusi e le irregolarità portate avanti sui terreni agricoli, tra i quali il Rapporto segnala la mancata applicazione dei contratti, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno, inferiore del 50% di quanto previsto dai CCNL e CPL, orari tra le 8 e le 12 ore di lavoro, lavoro a cottimo (esplicitamente escluso dalle norme di settore), fino ad alcune pratiche criminali quali la violenza, il ricatto, la sottrazione dei documenti, l’imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità, oltre all’imposizione del trasporto effettuato dai caporali stessi.
    Sono aumentati, infine, i controlli, con una variazione positiva del 59% rispetto all’anno precedente, dai quali è emerso che più del 56% dei lavoratori trovati nelle aziende agricole sono parzialmente o totalmente irregolari, con 713 fenomeni di caporalato registrati dalle autorità ispettive.


  • latte etichetta

    Con  422 voti favorevoli, 159 contrari e 68 astensioni il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione sull’indicazione obbligatoria del Paese d’origine o del luogo di provenienza sull’etichetta dei prodotti a base di carne, del latte a lunga conservazione e dei derivati lattiero caseari. 

    Si tratta di una decisione storica, voluta fortemente da paesi come Italia e Francia, che hanno spinto lungamente per estendere la lista di prodotti con l’etichetta d’origine obbligatoria.
    latte etichettaCome riporta Coldiretti nei nostri supermercati 2 prosciutti su 3 sono venduti come italiani, ma provengono in realtà da maiali allevati all’estero, ma anche 3 cartoni di latte a lunga conservazione su 4 sono stranieri senza indicazione in etichetta, stessa cosa per la metà delle mozzarelle.
    Toccherà alla Commissione ora recepire la risoluzione approvata dal Parlamento.
    Il prossimo passo sarà estendere l’obbligatorietà dell’indicazione d’origine anche a prodotti come il concentrato di pomodoro, i sughi pronti e frutta e verdura trasformati, ancora esclusi dalla normativa.

    Il cammino dell’etichettatura obbligatoria è iniziato a metà degli anni 2000 con la legge sulla carne bovina in seguito all’emergenza mucca pazza, per abbracciare in seguito altri prodotti come il latte fresco, le uova, la frutta, la verdura ed il pesce.
    Estendere questa lista al latte a lunga conservazione, i derivati lattiero caseari e la carne trasformata è un passo fondamentale, anche alla luce della crisi dei due settori in esame in seguito alla fine delle quote latte e all’allarme lanciato dell’Oms sulla carne ed i salumi.

    Estremamente positivo il commento di Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari: “Si tratta – ha dichiarato Mercuri – di una risoluzione che accoglie le crescenti aspettative dei consumatori, sempre più attenti a trasparenza e tracciabilità, una sfida che le cooperative agroalimentari, che fanno della qualità della materia prima un tratto distintivo delle proprie produzioni, sono pronte a raccogliere. Ci auguriamo ora in particolare – ha concluso Mercuri – che la Commissione europea, ancorata ad un approccio volontaristico oramai insufficiente, prenda atto del segnale politico odierno e lo concretizzi rapidamente in proposte legislative concrete”.
    Una recente ricerca ha mostrato come i consumatori siano disposti a pagare dai 5 ai 20 centesimi in più per un prodotto di provenienza certificata italiana. Il chilometro zero, l’agricoltura biologica ed in generale la qualità e la genuinità dei prodotti alimentari sono diventati ormai delle variabili fondamentali nelle scelte dei consumatori.
    Adottare delle norme sull’etichettatura d’origine significa dare slancio all’agroalimentare italiano che non potrà che tratte beneficio da un contesto regolativo che incentivi la qualità e la tracciabilità.


  • agricoltura campolibero

    La Camera dei Deputati ha dato il primo via libera al disegno di legge sul “Contenimento del consumo del suolo ed il riuso del suolo edificato”.

    L’Italia compie così il primo passo verso l’obiettivo posto in sede europea di azzerare il consumo di suolo entro il 2050.
    agricoltura campoliberoL’intento della legge è valorizzare il territorio, con particolare riferimento alle superfici agricole, per limitare il rischio idrogeologico e proteggere il paesaggio.
    A tal proposito vengono promosse azioni per il riutilizzo dei terreni e soprattutto per la riqualificazione delle aree urbane, con finanziamenti specifici ai comuni.
    Ci saranno così diverse opportunità per portare avanti progetti cooperativi o partenariati pubblico-privati per rivitalizzare le aree interne e quelle urbane degradate, arrestando la cementificazione che, come riporta il Ministero delle Politiche Agricole, dal 1950 ad oggi è aumentata del 166% invadendo anche superfici agricole vitali per l’economia italiana come la Pianura Padana.

    Vediamo nel dettaglio i contenuti principali del provvedimento:

    • definizione della dizione di consumo di suolo e di altri termini quali ipermeabilizzazione, superficie agricola, naturale e semi-naturale, area urbanizzata e rigenerazione urbana;
    • divieto di consumo di suolo se non nei casi in cui non è possibile effettuare un riuso ed una riqualificazione delle aree edificate;
    • istituzione presso il Mipaaf di un registro dei Comuni che hanno adeguato i propri piani urbanistici a quanto stabilito dalle Regioni e dalle province autonome di Trento e Bolzano in materia di consumo di suolo;
    • sospensione delle trasformazioni fino all’entrata in vigore del provvedimento;
    • erogazione di finanziamenti statali e regionali ai comuni per realizzare interventi di rigenerazione urbana e di bonifica dei siti contaminati e di interventi volti a favorire l’insediamento di attività di agricoltura urbana e il ripristino delle colture nei terreni agricoli incolti, abbandonati, inutilizzati o in ogni caso sfruttati ai fini agricoli.
    • tutte le superfici agricole che hanno ricevuto finanziamenti legati alla Pac e allo sviluppo agricolo non potranno essere destinate ad un uso diverso da quello agricolo per almeno cinque anni dall’ultimo finanziamento ricevuto;
    • le politiche di sviluppo nazionale e regionale dovranno promuovere la valorizzazione dell’agricoltura;
    • semplificazione delle procedure per gli interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate dal punto di vista urbanistico, socio-economico, paesaggistico e ambientale per garantire forme di intervento attraverso progetti organici basati sul riuso del suolo, la riqualificazione, demolizione, ricostruzione e sostituzione degli edifici esistenti, la creazione di aree verdi, pedonalizzate e piste ciclabili;
    • realizzazione di una banca dati del patrimonio edilizio inutilizzato, ovvero degli edifici e delle aree dismesse non utilizzate o abbandonate esistenti.

  • formaggi-marchi

    Il mercato italiano invaso dai prodotti lattiero caseari esteri. È un fenomeno più volte da denunciato dai produttori e dalle organizzazioni di rappresentanza e confermato dalle analisi recenti. 

    Una di queste abbiamo avuto modo di approfondirla qui e riguarda lo studio effettuato dall’Ufficio per le Politiche di Internazionalizzazione e Mercati di Confcooperative, in collaborazione con l’Ufficio Studi e Ricerche di Fondosviluppo.
    formaggi-marchiLa ricerca, oltre ad evidenziare un calo dei volumi e del valore delle vendite, rivela anche che i marchi di formaggio più venduti provengono da aziende estere, il che rappresenta un paradosso per un Paese come l’Italia riconosciuto in tutto il mondo per le sue produzioni casearie di alta qualità.
    Basta scorrere la classifica dei formaggi trasformati, a pasta dura e a pasta molle per comprendere meglio l’entità del dominio da parte dei brand esteri.
    È soprattutto tra i formaggi trasformati che è evidente la massiccia presenza di prodotti non italiani. Ai primi cinque posti troviamo:

    1. Sottilette dell’americana Mondelez;
    2. Galbani della francese Lactalis;
    3. Philadelphia di Mondelez;
    4. Tiger della svizzera Emmi Group;
    5. Invernizzi di Lactalis.

    L’Italia sembra essere quasi totalmente assente da questa speciale graduatoria, anche se il nostro Paese – è bene precisarlo – non ha mai avuto una grande tradizione nel comparto dei formaggi trasformati.
    Idem dicasi per quelli a pasta molle, dove a dominare è ancora una volta la multinazionale francese Lactalis, che tanto ha fatto discutere per il mancato rispetto dei contratti di conferimento del latte in Lombardia che ha portato nei mesi scorsi i produttori a bloccare lo stabilimento di Ospedaletto Lodigiano.
    Ai primi tre posti ci sono, infatti i brand Galbani, Locatelli ed Invernizzi, tutti appartenenti a Lactalis. Per trovare il primo marchio italiano dobbiamo scendere al quarto posto con Nonno Nanni della Latteria Montello SpA, quinta invece Granarolo della società cooperativa Granlatte. Quest’ultima è presente anche in settimana posizione grazie al marchio di mozzarella di bufala campana Pettinicchio.
    Dove, invece, l’Italia riesce a difendere il proprio predominio è tra i formaggi a pasta dura, ovvero un ambito tradizionalmente favorevole all’industrie lattiero-casearie italiane. Al primo posto troviamo, infatti, Zanetti ed il suo Parmigiano Reggiano, secondo Unigrana Parmareggio del Consorzio Cooperativo Granterre, terzo Ferrari, quarto Biraghi e quinto Zarpellon.
    Se escludiamo, dunque, la produzione di parmigiano l’Italia deve arretrare di fronte alla diffusione di prodotti lattiero caseari francesi, svizzeri o americani venduti sul mercato a prezzi maggiormente competitivi.


  • cibus 2016

    È stato inaugurato ieri Cibus 2016, la diciottesima edizione del Salone Internazionale dell’Alimentazione che si svolgerà alle Fiere di Parma dal 9 al 12 maggio. 

    Cibus è ormai un appuntamento storico per l’industria alimentare italiana. Coinvolge migliaia di espositori e rappresenta il simbolo della qualità alimentare nostrana, tant’è che Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare, lo ha descritto come “l’unico brand per definire il cibus 2016sistema alimentare italiano”.
    Alla cerimonia di inaugurazione, svoltasi nella giornata di ieri, hanno partecipato anche tre esponenti del Governo, ovvero il ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali Maurizio Martina, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ed il sottosegretario allo Sviluppo Economico Ivan Scalfarotto.
    Sono ministro delle Politiche ma difendo l’industria – ha dichiarato Martina – e combatto una certa idea anti industriale che non fa bene neanche agli altri settori. Serve una esperienza unitaria dell’agroalimentare che possa contribuire al cambiamento del Paese”.

    La presenza del ministro della Salute è particolarmente significativa (ieri Lorenzin ha anticipato anche la possibilità di inserire il logo del Ministero nella prossima edizione di Cibus). I consumatori si stanno orientando infatti sempre di più verso prodotti salutari e biologici, come dimostrano i recenti dati sui consumi che vedono un aumento del 50% degli acquisti dei prodotti senza glutine ed una crescita del 20% dei prodotti biologici.
    In base ai dati pubblicati dal Sinab, il Sistema nazionale d’informazione sull’agricoltura biologica del Mipaaf, nell’anno 2014 in Italia c’erano 55.433 operatori certificati (prima in Europa), mentre le superfici impegnate in coltivazioni di tipo biologico ammontano a 1,4 milioni di ettari, corrispondenti al 10,8% della Sau nazionale, una cifra che colloca l’Italia al secondo posto in Europa e al quinto posto al mondo per superficie biologica.
    Cibus diventerà, dunque, un’importante vetrina anche per le aziende che praticano agricoltura biologica.
    Quest’anno, infine, sono presenti anche diverse società cooperative, come Conserve Italia, Coop Italian Food e Latteria Soresina.


  • formaggi-italia

    L’Ufficio per le Politiche di Internazionalizzazione e Mercati di Confcooperative, in collaborazione con l’Ufficio Studi e Ricerche di Fondosviluppo, ha pubblicato il quarto numero di Export e Mercati, l’approfondimento dedicato all’agroalimentare. Questa volta il protagonista dello studio è il settore lattiero caseario ed in particolare il mercato dei formaggi. 

    Più volte in questa sede abbiamo affrontato il tema della crisi del comparto del latte e dei derivati. L’indagine ci permette di valutare in maniera analitica le tendenze del mercato italiano, individuando, tra le altre cose, quali sono i brand più diffusi e qual è il rendimento dei marchi formaggi-italiaitaliani.
    Nel periodo che va dall’anno 2010 al 2015 il mercato nostrano dei formaggi evidenzia una variazione negativa sia dei volumi totali di vendita che del valore totale delle vendite. Nello specifico i volumi totali di vendita sono scesi da 612mila tonnellate del 2010 a 576mila del 2015 (-5,9%), mentre il valore totale è diminuito da 6.732 milioni di Euro del 2010 a 6.265 milioni di Euro del 2015 (-6,9%).
    Per quanto riguarda, invece, la tipologia dei formaggi, il valore delle vendite è rappresentato per il 60,2% (pari a circa 3.771 milioni di Euro) dai formaggi a pasta dura (cosiddetti “hard cheese”), il 28,6% (pari a circa 1.795 milioni di Euro) dai formaggi a pasta molle (“soft cheese”) ed il restante 11,2% (circa 699 milioni di Euro), è riconducibile, infine, ai formaggi trasformati (“processed cheese”).

    L’Italia può vantare una lunga tradizione di formaggi a pasta dura di alta qualità, con il Grana Padano ed il Parmigiano Reggiano, ovviamente, a farla da padrone. Sono, però, soprattutto questi ultimi a segnare il passo, facendo registrare un calo del volumi di vendita dei non confezionati e dei confezionati rispettivamente del 21,34% e dell’8,22%.
    Bene, invece, i formaggi a pasta molle, in crescita sia per i volumi di vendita (+6,04%) che per il valore delle vendite (+4,22%).
    Risulta particolarmente interessante, infine, analizzare i dati dei brand più venduti in Italia.

    Tra i formaggi trasformati il marchio più venduto è “Sottilette” del gruppo Mondelez (in precedenza Kraft Foods) che nel 2015 occupava il 30,7% del mercato italiano; seguono ben distanziati Galbani del gruppo Lactalis (18,3%), Philadelphia, sempre di Mondelez, (16,5% ) e Mio di Nestle (4,1%).
    Tra i formaggi a pasta dura il leader è Zanetti dell’omonima azienda con una quota di mercato del 4,6%, seguito da Unigrana Parmareggio con il 4,2% e da “Ferrari” con il 4%. Per quanto riguarda le cooperative, da segnalare il sesto posto di Latteria Soresina (1,3%).
    Per il mercato dei formaggi a pasta molle ai primi tre posti troviamo tre brand di Lactalis, ovvero Galbani (20,3%), Locatelli (50,4%) ed Invernizzi (5,2%), davanti a Nonno Nanni di Latteria Montello SpA (5,1%) e a Granarolo della società cooperativa Granlatte (4,2%).
    Se analizziamo, invece, i tipi di formaggio non trasformati, la quota di mercato più rilevante è occupata dal Grana Padano, con il 12,7%, che precede la Mozzarella Vaccina con il 10,9% e il Parmigiano Reggiano con il 9,4%.


  • parmigiano reggiano

    È Alessandro Bezzi il nuovo presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano. L’elezione, avvenuta all’unanimità, si è svolta oggi nel corso del Consiglio d’Amministrazione del consorzio di tutela. 

    Bezzi, 47 anni, imprenditore agricolo, ricopre tra gli altri il ruolo di presidente della latteria sociale Centro Rubbianino, operante in provincia di Reggio Emilia, e di vicepresidente nazionale del settore lattiero-caseario di Fedagri/Confcooperative.
    Prenderà il posto di Giuseppe Galai, dimessosi dall’incarico non più tardi di un mese fa dopo dieci anni alla presidente del Consorzio.
    parmigiano reggianoIl principale obiettivo di Bezzi sarà attuare il Piano di regolazione dell’offerta per il triennio 2017-19. “Sarà questo – dichiara Bezzi – il nostro primo punto di riferimento per mantenere un indispensabile equilibrio tra un’ordinata gestione dei flussi produttivi e la domanda interna e internazionale, perchè è principalmente a questo che si lega la possibilità della valorizzazione di un’eccellenza che si traduca in reddito reale per i produttori, che solo dopo 18 mesi di crisi hanno visto un apprezzabile rialzo delle quotazioni”.
    Le priorità saranno anche l’incentivazione delle esportazioni sui mercati esteri, date in forte ascesa, e la valorizzazione della qualità del prodotto: “I nostri obiettivi primari – conclude Bezzi – restano la qualità assoluta del prodotto, la sua tracciabilità, le azioni di vigilanza dagli allevamenti ai punti vendita, unitamente allo sviluppo di quel “Progetto Qualità” che riguarda le aree di montagna ed è finalizzato alla migliore valorizzazione di una produzione rispetto alla quale non esistono sostanziali alternative in zone che scontano anche più alti costi produttivi”.
    Positivo anche il commento di Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari: “Siamo fiduciosi che Bezzi, già componente del Cda e del comitato esecutivo del Consorzio – dichiara Mercuri –  saprà portare avanti le azioni indispensabili per mantenere un equilibrio tra gestione dei flussi produttivi e domanda, valorizzando appieno un’eccellenza che possa tradursi in reddito per i produttori. Il Consorzio rappresenta infatti una realtà importante dell’economia agricola italiana: con 3.348 allevamenti conferitori e 50mila persone coinvolte nella filiera, produce più di 3,2 milioni di forme per un giro d’affari al consumo di oltre 2 miliardi di euro


  • maurizio martina iran

    La crisi del latte è ancora lontana da una soluzione, ma negli ultimi mesi sono stati fatti diversi passi in avanti. 

    A dichiararlo è il ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa. Secondo Martina è necessario portare avanti un patto di filiera con un accordo sui prezzi di conferimento e sull’etichettatura dei maurizio martina iranprodotti che avvantaggi sia i produttori che le industrie di trasformazione: “In queste settimane non solo i produttori ma anche una parte importante dell’industria lattiera e della cooperazione hanno ragionato sull’importanza di questo tema e sulla necessità di unire le forze”.
    Una battaglia fondamentale si giocherà a livello europeo nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura Ue prevista per giugno, quando l’Italia spingerà per un cambiamento delle norme sull’etichetta d’origine dei prodotti.

    “C‘è una battaglia europea da condurre – dichiara Martina – perché si sblocchi questa partita a livello comunitario. Ci sono alcune analisi economiche che mostrano come il valore aggiunto del Made in Italy 100% può essere strategico per il rilancio dei consumi. E ci sono passi che possiamo provare a determinare in ambito nazionale. Da un’indagine demoscopica commissionata da Ismea, infatti, il 67% degli italiani intervistati si dichiara disposto a pagare dal 5 al 20% in più per un prodotto lattiero caseario che abbia chiara in etichetta la sua origine italiana. In un periodo di calo delle vendite questo può diventare uno strumento in più“.
    Tra le proposte messe in campo dal ministero delle Politiche Agricole c’è l’acquisto delle quote latte in eccesso da destinare agli indigenti. Un’iniziativa che Martina rilancerà in sede europea, come parziale soluzione alla sovraproduzione. Tra i possibili interventi c’è anche la costituzione di un’Ocm per il latte sul modello di quella esistente per il vino, ovvero una misura europea che concederebbe finanziamenti e contributi ai produttori lattiero-caseari.


  • imu agricola

    L’Imu agricola sui terreni non condotti da imprenditori agricoli, come quelli incolti e gli orti è esonerata solo per i terreni situati in Comuni montani. 

    Nel corso del question time in Commissione Finanze alla Camera il vice ministro all’Economia Enrico Zanetti ha fornito un’importante precisazione sulla imu agricolanatura dell’Imu agricola e le relative esenzioni.
    I terreni incolti e gli orti devono essere considerati come terreni agricoli a tutti gli effetti e dunque, in quanto tali, seguono le stesse regole di esonero.
    Come stabilito nell’ultima Legge di Stabilità, l’Imu agricola non si applica ai terreni agricoli:

    • situati nei Comuni montani;
    • situati in Comuni parzialmente montani se rientrano nell’elenco stilato nella circolare 9/1993;
    • posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, iscritti nella previdenza agricola, indipendentemente dalla loro ubicazione;
    • ubicati nei comuni delle isole minori di cui all’allegato A annesso alla legge 28 dicembre 2001, n. 448;
    • a immutabile destinazione agrosilvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile.

    Sui terreni incolti e sugli orti l’Imu agricola dovrà essere pagata qualora non questi siano posseduti e condotti da coltivatori diretti ed imprenditori agricoli professionali e siano situati in Comuni pianeggianti o parzialmente montani non inclusi nella circolare del 1993.



  • Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo di scambio commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea, la cui negoziazione è iniziata nel 2013. 

    Le due parti, però, sembrano ancora distanti dal trovare un accordo, ognuno fermo sulle proprie posizioni e pronto a difendere la propria sovranità. Eppure un trattato tra due pilastri contributi agricolturadell’economia mondiale porterebbe enormi vantaggi commerciali alle due aree. È stato stimato, ad esempio, che per l’Ue ci sarebbe un beneficio di circa 120 miliardi, corrispondenti a circa lo 0,5% del Pil.
    L’obiettivo del trattato è effettuare un’ampia liberalizzazione dei mercati ed un’uniformazione delle regole nei settori della salute, della finanza, dell’ambiente e della sicurezza.

    Nella giornata di ieri Greenpeace ha reso note 248 pagine di documenti riservati che svelano lo stato della trattativa tra le due parti. L’associazione per la tutela dell’ambiente ritiene che l’accordo favorirà soprattutto le grandi multinazionali, arrecando gravi danni all’ambiente.
    Nel negoziato, infatti, non ci sarebbe alcun riferimento a Cop21, l’accordo sul clima firmato qualche giorno fa Washington, e soprattutto c’è il rischio che vengano a mancare le protezioni su ogm e carne trattata con ormoni, facendo arrivare in Europa prodotti pericolosi per la salute dei consumatori.
    Il timore di Greenpeace e di molte associazioni ambientaliste è che nell’accordo prevalga il principio dell’evidenza scientifica, valido negli Stati Uniti, secondo il quale un prodotto può essere venduto fino a quando qualcuno non dimostri la sua nocività. Allo stato attuale, in Europa, questo onere spetta all’impresa che vende il prodotto che dovrà lei provare l’assenza di rischi per la salute del consumatore e certificare così la sua commerciabilità.

    Aldilà dei rischi sulla salute denunciati da più parti, permangono ancora alcune criticità che impediscono alle due parti di trovare un accordo.
    Come riportato nell’edizione odierna del quotidiano Repubblica, gli Stati Uniti pongono il proprio veto su tre questioni in particolare:

    • uniformazione della regole sui mercati finanziari; 
    • preferenza da parte delle aziende controllate con capitale pubblico nei confronti dei prodotti americani; 
    • rifiuto di porre la denominazione di origine sui prodotti provenienti dall’Europa.

    È chiaro come l’Europa non possa accettare questi veti, soprattutto quelli riguardanti l’etichetta dei prodotti, con paesi come l’Italia che spingono al contrario per l’etichetta obbligatoria per valorizzare le proprie specialità agroalimentari.
    Gli Stati Uniti, dal canto loro, cercano di tutelare l’agricoltura locale e agiscono con criteri fortemente protezionisti.
    Contrariamente a quanto riportato da Greenpeace, invece, manca ancora un accordo sulla tutela dei consumatori. L’Europa, considerate anche le pressioni delle organizzazioni non governative e delle associazioni ambientaliste, non vorrebbe accettare il principio dell’evidenza scientifica.
    La firma del Ttip, dunque, è tutt’altro che vicina come paventato in questi giorni.


  • vino italia

    L’Italia si trova al terzo posto nella classifica dei consumi di vino, pubblicata nei giorni scorsi dall’Organizzazione mondiale del vino e della vite (Ouiv). 

    Nel 2015 gli italiani hanno consumato 20,5 milioni di ettolitri, gli stessi dei tedeschi. La Germania raggiunge così l’Italia ai piedi del podio e considerate le vino italiatendenze degli ultimi anni a breve potrebbe scalzare il nostro Paese dalla top 3 del vino.
    Al primo posto troviamo, invece, gli Stati Uniti con 30,1 milioni di ettolitri bevuti nell’anno appena trascorso, seconda la Francia (27,2 milioni di ettolitri).
    I consumi mondiali di vino, invece, rimangono sostanzialmente stabili, 240 milioni di ettolitri nel 2015 contro i 239 milioni del 2014.
    Nonostante, dunque, ci sia una crescita dei consumi soprattutto nei paesi dell’Asia, la concorrenza di altre bevande alcoliche impedisce al vino di effettuare il boom auspicato dai produttori.

    Proprio l’Italia potrebbe essere il miglior esempio delle tendenze attuali del mercato. I consumi di vino sono in forte calo, per effetto soprattutto della crescita della birra e dello spumante, specie tra i giovani.
    Recentemente vi abbiamo mostrato i risultati di un’indagine dell’Iri, presentata al Vinitaly, che testimonia proprio come il vino rosso sia una bevanda particolarmente diffusa tra le persone di età compresa tra i 51 ed i 69 anni, mentre i millennials prediligono il bianco, il vino spumante, oltre alla birra.
    In base all’analisi dell’Organizzazione mondiale del vino e della vite, in Italia, negli ultimi dieci anni, i consumi di vino sono diminuiti del 25%.
    Il nostro Paese è riuscito ad attutire la crisi dei consumi interni grazie alla crescita delle esportazioni. Nel 2015, ad esempio, l’export del vino è aumentato del 5%, con una crescita sostenuta soprattutto in Cina (+18%), Stati Uniti (+13%) e Gran Bretagna (+11%).