Categoria: Agroalimentare

  • agroalimentare mezzogiorno

    La Gran Bretagna rappresenta il secondo mercato europeo (il quarto mondiale) dietro la Germania per i prodotti del Made in Italy agroalimentare. 

    Un’eventuale uscita dall’Unione Europea con il referendum del 23 giugno, quindi, potrebbe avere delle ripercussioni negative sull’export italiano. Nel 2015 il valore delle esportazioni agroalimentari ha superato quota 3 miliardi di euro, beneficiando dell’appeal dei prodotti italiani negli Stati Uniti, in Cina, ma anche in diversi paesi agroalimentare mezzogiornoeuropei come appunto la Gran Bretagna.
    Il mondo delle associazioni di rappresentanza delle imprese agricole, nello specifico Federalimentare, Coldiretti e l’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, crede, invece, che l’eventuale Brexit non avrà un impatto negativo sull’agroalimentare italiano, anzi paradossalmente l’Italia potrebbe avere alcuni benefici.
    L’unico rischio potrebbe venire dal rallentamento della crescita britannica, con i consumatori meno propensi ad investire, e dal possibile cambiamento delle norme sulla denominazione di qualità, un aspetto che penalizzerebbe soprattutto le cooperative.

    Per il resto, vista la particolare natura dei prodotti alimentari, non dovrebbero esserci particolari problemi per l’Italia.
    Il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia, addirittura rilancia, parlando di danni che riguarderebbero più il Regno Unito che l’Italia.
    Allo stato attuale la Gran Bretagna riceve il 7% delle risorse destinate alle politiche agricole da parte dell’Unione Europea, una percentuale che colloca i britannici al sesto posto nella classifica dei maggiori beneficiari di aiuti agricoli a fronte del tredicesimo posto per numero di aziende agricole (circa 187mila).
    Secondo i rappresentanti dell’agroalimentare italiano, dunque, il Regno Unito riceve più di quanto dà all’Ue.
    Diventa, invece, più complessa la situazione per quei cittadini britannici che fanno attività d’impresa in Italia. Secondo un’indagine di Infocamere sono 10.346 le imprese italiane con almeno un cittadino del Regno Unito al proprio interno.
    Un’eventuale Brexit li renderebbe extra-comunitari, complicando in maniera notevole la loro attività imprenditoriale. I settori più diffusi sono quello delle attività commerciali, della manifattura e degli alloggi (o della ristorazione), mentre l’agricoltura, silvicoltura e pesca si colloca al sesto posto.
    Le ripercussioni di un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbero essere, dunque, meno gravi per l’agroalimentare rispetto ad altri settori dell’economia italiana.


  • carne-suina

    Il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, ha presentato ieri una serie di misure a difesa del settore della carne italiana.

    Lo ha fatto a Brescia nel corso del tavolo nazionale della filiera suinicola, che ha visto la presenza dell’assessore all’agricoltura della Regione Lombardia Gianni Fava e di diversi rappresentanti del comparto della carne.
    carne-suinaTra i provvedimenti più importanti annunciati da Martina c’è l’istituzione di un marchio nazionale per la carne suina di qualità prodotta in Italia che non viene utilizzata per i prosciutti Dop.
    L’intento della misura è valorizzazione le produzioni italiane in un settore che sta attraverso una fase di crisi, aggravata dall’allarme dell’Oms sui rischi derivati dall’eccessivo consumo di carne lavorata.
    Negli ultimi mesi il Mipaaf sta portando avanti una serie di azioni per la tutela del Made in Italy. Nei giorni scorsi è stato inviato a Bruxelles un decreto interministeriale sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latteche permetterà, qualora dovesse arrivare il via libera della Commissione Europea, di far conoscere ai consumatori i luoghi di mungitura, trasformazione ed imbottigliamento del latte italiano.
    Tra gli interventi annunciati dal ministro ci sono anche:

    • la conferma della compensazione Iva per le carni suine anche per il 2017;
    • delle facilitazioni sui debiti degli allevatori con il pagamento diretto degli interessi dei mutui sostenuti;
    • il rafforzamento dell’export attraverso un’azione diplomatica per sbloccare l’accesso a mercati come quello cinese;
    • l’attuazione di campagne di comunicazione per la valorizzazione del comparto suinicolo italiano.

  • latte-yogurt

    I consumi di prodotti lattiero-caseari fanno registrare un rendimento altalenante. 

    I dati diffusi nel corso dell’assemblea annuale di Assolatte, l’associazione che raccoglie circa 200 aziende operanti nel comparto del latte, mostrano come il latte-yogurtsettore sia in grave difficoltà (più di 150mila stalle perse dal 1990 in poi) e come riesca a sopperire al periodo negativo grazie a prodotti quali lo yogurt, le mozzarelle ed i formaggi senza lattosio.
    Secondo le ultime elaborazioni, infatti, dal 2010 al 2015 è diminuito in misura notevole sia il consumo pro-capite di latte che quello di formaggi.
    L’Italia è recentemente diventata il settimo consumatore mondiale di derivati, dietro a Francia, Islanda, Finlandia, Germania, Estonia e Svizzera.
    Una posizione che stona se consideriamo che il nostro Paese è primo davanti ai francesi per numero di formaggi Dop (50 contro 45).
    I prodotti lattiero caseari italiani riscuotono un enorme successo all’estero: nel 2015 sono state vendute 360 mila tonnellate di prodotto che hanno portato a ricavi complessivi di 2,2 miliardi di euro.

    Il mercato interno, invece, deve fronteggiare la presenza di prodotti a basso costo proveniente dall’estero. Nel dettaglio a risentire della crisi della domanda interna sono soprattutto il latte fresco (-8%) e quello Uht (-5%).
    Le categorie di prodotto maggiormente vendute sono, invece, gli yogurt interi (+29%), i prodotti salutistici (+25) ed i latti fermentati light (+12,5%).
    Tra i formaggi, invece, bene le mozzarelle che vedono aumentare le proprie vendite del 2,2% su base annua, con la bufala che presenta una variazione positiva del 4,7%. Presentano, al contrario, un calo i formaggi a pasta dura (-2,3%).


  • biologico-dati

    Continua la crescita imponente del biologico. Secondo i dati della Fondazione di ricerca Firab su dati AssoBio, Ismea, Nielsen e Nomisma nei primi quattro mesi del 2016 l’agricoltura biologica italiana registra una crescita del 19%, la stessa variazione positiva fatta registrare l’anno scorso. 

    C’è, dunque, una crescita costante del settore che viene evidenziata anche dalle elaborazioni sul fatturato. Si è passati, infatti, dai 2,1 miliardi di ricavi del 2014 ai biologico-dati2,5 del 2015. Per il 2016, inoltre, le stime parlano di un fatturato che dovrebbe superare per la prima volta i 3 miliardi.
    Cresce, dunque, la voglia di biologico di pari passo con il livello di informazione dei consumatori, sempre più attenti alle informazioni presenti in etichetta e ai metodi di produzione.
    Non è un caso che in questo preciso momento storico l’agricoltore bio possieda un reddito superiore rispetto a quello dell’agricoltore tradizionale. Nello specifico, come rivela il Bioreport del Crea, a parità di estensione il reddito netto dell’imprenditore agricolo BIO e della sua famiglia è superiore del 32% a quello del suo omologo convenzionale mentre il fatturato lordo aziendale è maggiore del 15%.


  • latte olanda

    Il Governo italiano ha presentato alla Commissione europea un decreto interministeriale sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine del latte. 

    L’intervento, che prende come modello la legislazione francese sul tema, vuole difendere il settore lattiero caseario dal crollo dei prezzi, dalla diffusione latte olanda di prodotti esteri e dalla proliferazione dell’Italian Sounding. L’esecutivo ha ritenuto necessaria una misura a tutela del latte italiano che renderà obbligatoria l’indagine dell’origine dei prodotti.
    Per arrivare ad una nuova regolamentazione sarà necessario, però, il parere positivo della Commissione europea, che potrebbe considerare il decreto italiano come lesivo della libera concorrenza, principio che rappresenta uno dei cardini dell’unione economica.
    L’Ue avrà adesso tre mesi di tempo per fornire un parere; in questo arco temporale l’Italia non potrà rendere operativa la misura.
    Dal momento in cui il decreto verrà pubblicato in Gazzetta ufficiale i produttori lattiero caseari saranno chiamati a cambiare le proprie etichette.

    Dovrà essere indicato, nello specifico, il Paese in cui il latte è stato munto, quello in cui è stato trasformato e quello in cui è stato confezionato. Qualora le tre fasi dovessero riguardare lo stesso Paese, la dicitura sarà “Origine del Latte: Nome del Paese d’origine”.
    C’è, però, anche la possibilità che le tre fasi siano effettuate in Paesi diversi; in questo caso il decreto prevede tre diciture:

    • Origine del latte: Paesi Ue;
    • Origine del latte: Paesi non Ue;
    • Origine del latte: Paesi Ue e non Ue.

  • dati agricoltura 2015

    Qual è stato il rendimento dell’economia agricola italiana nel 2015 in termini di produzione di ricchezza, investimenti e numero di occupati?

    Il rapporto dell’Istat ci fornisce un quadro completo della situazione, effettuando anche una comparazione con gli altri paesi europei.
    Dal 2010 ad oggi il settore agroalimentare ha vissuto un andamento estremamente altalenante. Il 2015, stando ai dati Istat, può essere considerato però un punto di svolta, anche se siamo distanti dal rendimento pre-crisi.
    Secondo l’istituto di statistica nel 2015 il settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca ha generato un valore aggiunto di 33.095 milioni di euro, pari al 2,3% del valore aggiunto nazionale. Se si considera anche il comparto dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco, che con 25,4 miliardi di valore aggiunto pesa l’1,7% sul totale, il comparto agroalimentare rappresenta il 4,0% del valore aggiunto complessivo.
    Se andiamo ad analizzare le altre componenti del valore aggiunto italiano (industria in senso stretto, costruzioni e servizi), agricoltura, silvicoltura e pesca sono i comparti che mostrano una crescita più sostenuta.

    Un ottimo rendimento che è confermato dai dati relativi ad altre variabili come quelle della produzione, degli occupati e degli investimenti.
    Nel 2015 la produzione di beni e servizi dell’agricoltura è cresciuta del 2,2%. Bene soprattutto le coltivazioni legnose (+12,3% in volume), trainate dalle produzioni olivicole (+51,9%), vitivinicole (+9,2%) e frutticole (+6,2%); al contrario mostrano delle contrazioni le coltivazioni foraggere (-4,3%) ed erbacee (-2,8%).
    Per quanto riguarda, invece, gli allevamenti zootecnici, è da registrare una crescita in volume dello 0,8%, per effetto di un aumento dele produzioni suine (+2,9%), del pollame (+4,1%) e delle uova (+2,7%) e del perdurare della crisi nella produzione di carni bovine (-3,0%) e di conigli, selvaggina e minori (-3,9%); in leggera ripresa la produzione di latte (+0,3%).
    Tra gli aspetti maggiormente negativi, invece, del report dell’Istat c’è il calo delle attività secondarie delle aziende agricole (-0,6% in volume), che rappresentano l’8,1% della produzione del comparto e riguardano: energie rinnovabili (in particolare fotovoltaico e biomasse), fattorie didattiche, attività ricreative, agricoltura sociale, vendite dirette, produzione di mangimi, sistemazione di parchi e giardini oltre a agriturismo e attività di trasformazione.

    Mostra un ottimo andamento, invece, il mercato del lavoro. Gli occupati nel comparto agricolo aumentano, infatti, del 2,2% per via di una crescita delle unità di lavoro dipendenti (+2,8%) ed indipendenti (+1,9%). Sono in tutto 1,2 milioni i lavoratori nel comparto agricolo che corrispondono al 5,1% del totale nazionale.
    Per quanto riguarda, infine, i redditi e gli investimenti, i dati dell’Istat ci segnalano che nel 2015 i redditi da lavoro dipendente risultano in aumento (+5,7%) ed ammontano a 21,8 mila euro annui contro i 40,0 mila euro dell’intero sistema economico. Gli investimenti nel comparto mostrano segnali di recupero (+0,6%) dopo il forte calo del 2014 (-6,1%).
    Uno degli aspetti più interessanti dell’indagine riguarda il confronto con gli altri Paesi europei. La maggior parte degli stati appartenenti all’Unione Europea segna il passo in termini di produzione, valore aggiunto, prezzi e reddito. L’indicatore di reddito agricolo presenta delle variazioni negative più consistenti in Germania (-37,6%), Danimarca (-19,7%), Regno Unito (-19,3%), Romania (-17,8%), Polonia (-8,9%) e Paesi Bassi (-0,8%), mentre è da registrare una crescita sostenuta in Grecia (+11,7%), Francia (+8,7%), Italia (+6,2%) e Spagna (+3,3%).


  • frutta dati

    Segnali di ripresa per il comparto della frutta. Dopo anni particolarmente negativi, caratterizzati soprattutto dall’embargo verso la Russia, tornano ad aumentare i consumi ortofrutticoli. 

    Nel primo trimestre 2016, infatti, c’è stata una crescita del 3%, proseguendo sulla strada della ripresa già tracciata nel 2015, quando il comparto aveva chiuso con una variazione positiva dei consumi del 3% su base annua.
    A rivelarlo è il Macfrut consumer’s trend, l’osservatorio sul mercato della frutta di Macfrut e Cso.
    frutta datiA trainare il settore ci pensa nello specifico la frutta che fa registrare una crescita del 4,7%. Spiccano, in particolare, i dati delle clementine (+11,4%), delle pere (+9,8%), delle mele (+4,4%) e delle arance (+2%).
    Per quanto riguarda, invece, gli ortaggi, nel primo trimestre del 2016 c’è stata una crescita meno sostenuta (+1,4%), per effetto soprattutto dell’ottimo rendimento di radicchi (+16%), pomodori (+6,1%), cipolle (+8%) e patate (+2,2%).
    “Sembra proprio possibile affermare che il peggio è passato – ha dichiarato Paolo Bruni, presidente del Cso, nel corso della presentazione dell’analisi di Macfrut consumer’s trend – torniamo sui livelli delle 8 milioni di tonnellate consumate, un dato certamente positivo. A contribuire sempre di più nel cambio di tendenza sono i prodotti della quarta gamma, il settore del biologico e le nuove novità in prodotti come la fragola e l’albicocco. Ciò sta a significare come il nostro settore abbiamo raccolto la sfida di innovazione, alla ricerca di nuove varietà per soddisfare le esigenze dei consumatori”.
    In tema di frutta e di ripresa del settore ortofrutticolo, gli organizzatori del Macfrut 2016, la fiera dell’ortofrutta in programma a Rimini Fiera dal 14 al 16 settembre prossimo, hanno reso noto come sia già stato venduto il 90% degli spazi espositivi disponibili, con oltre 100 nuove aziende ortofrutticole che parteciperanno all’evento.


  • olio italia

    Nella campagna 2015/2016 la produzione mondiale di olio si stima attorno alle 3.242.000 tonnellate, con un aumento del 33% rispetto all’anno scorso. 

    A riferirlo è la Commissione europea all’interno del gruppo di dialogo civile sull’olio al quale ha partecipato anche Agrinsieme, il coordinamento di Cia, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari.
    olio italiaDopo alcune annate particolarmente difficili, con l’Italia sfortunata protagonista del virus Xyella, il settore olivicolo è dato in ripresa.
    Il primo produttore mondiale si conferma la Spagna con 1.395.000 tonnellate stimate (+66%), seguita dall’Italia con 472.000 tonnellate (+112%) e la Grecia con 320.000 (+7%). Il nostro Paese mostra, dunque, una crescita sostenuta rispetto all’anno scorso, dove l’epidemia della mosca olearia e della Xyella hanno costretto l’abbattimento di centinaia di ulivi soprattutto in Puglia.

    La campagna 2015/2016 dovrebbe portare a risultati diversi. Il principale partner commerciale dell’Europa e dell’Italia in materia di olio resta gli Stati Uniti, mentre in riferimento al commercio intra-europeo, il nostro Paese ha esportato oltre 43.000 tonnellate di olio all’interno dei confini continentali ed il 30% è finito in Germania.
    Per quanto riguarda, invece, i mercati emergenti, anche nel settore olivicolo la Cina si dimostra una meta attraente per i nostri produttori. Per la campagna 2015/2015 la Commissione europea stima una crescita del 36% delle vendite di olio europeo in Cina, mentre di converso è attesa una diminuzione delle esportazioni verso il Brasile (-47%) per effetto della crisi economica e monetaria che sta colpendo il paese sudamericano.


  • latte etichetta

    Si svolgerà oggi a Milano, presso la Fiera Milano Congressi, la Giornata nazionale del latte italiano organizzata da Coldiretti. 

    Parteciperanno all’evento anche il primo ministro Matteo Renzi, il ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ed il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni.
    latte etichettaL’intento dell’iniziativa è difendere le stalle italiane. Dopo la fine delle quote latte, infatti, sancita nel mese di marzo 2015, gli allevatori italiani hanno dovuto assistere ad un netto crollo del prezzo di vendita alla stalla e ad un aumento indiscriminato della produzione.
    Il prezzo di conferimento è passato dai 0,44 centesimi del mese di marzo 2014 ai 0,32 centesimi di marzo 2016, mentre il numero delle stalle, come riporta Coldiretti, si è letteralmente dimezzato negli ultimi dieci anni raggiungendo il minimo storico di 33mila allevamenti.
    Tra i paesi maggiormente penalizzati dalla fine delle quote latte c’è proprio l’Italia che produce latte di alta qualità e fatica a competere all’interno di un sistema basato sul ribasso dei prezzi.

    Ad aggravare la situazione per i produttori italiani ci pensa anche l’invasione del latte proveniente dall’estero e la diffusione del fenomeno dell’Italian Sounding. Come sottolinea un’indagine di Coldiretti, oggi tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono di derivazione estera; stesso discorso per i derivati, con il 50% delle mozzarelle realizzate con latte proveniente da paesi come la Lituania.
    Sono sempre più diffusi, inoltre, i prodotti lattiero caseari italiani contraffatti e quelli che ricordano le specialità italiane come il Parmesan, venduto soprattutto negli Stati Uniti.
    Per questo motivo, nel corso del milk day, il premier Matteo Renzi ed il ministro Martina dovrebbero annunciare una proposta per salvare il latte italiano, che prevede l’indicazione obbligatoria dell’origine delle materie prime sull’etichetta dei prodotti lattiero caseari.
    Il provvedimento dovrebbe essere un decreto interministeriale che coinvolge i Ministeri delle Politiche Agricole, della Salute e dello Sviluppo Economico e, secondo le indiscrezioni riportate dai principali quotidiani nazionali, sarebbe già stato inviato a Bruxelles per essere esaminato e per valutare eventuali violazioni del principio della libera concorrenza.
    Qualora la misura dovesse essere approvata, sull’etichetta andrà indicato il Paese dove viene munto il latte, quello dove viene trasformato e confezionato.


  • carlo cracco latte

    È iniziata oggi la campagna istituzionale lanciata dal Ministero delle Politiche Agricole per la promozione e la valorizzazione del latte fresco. 

    L’iniziativa vedrà anche la collaborazione delle organizzazioni agricole, delle cooperative, delle industrie di trasformazione e della grande distribuzione con l’obiettivo di rilanciare un comparto che sta vivendo una crisi profonda.
    Verranno attivati una serie di eventi su tutto il territorio nazionale per far conoscere le proprietà organolettiche del latte fresco e promuovere il suo consumo.
    I testimonial scelti dal Ministero sono Carlo Cracco, Cristina Parodi, Demetrio Albertini e Giorgio Calabrese, che sono, tra le altre cose, protagonisti dello spot pubblicitario che vi proponiamo di seguito.

    È possibile seguire la campagna su tutti i social attraverso l’hashtag #oradellatte, postando una foto riguardante il consumo di questo alimento.
    Scegliere la qualità del latte fresco – afferma il Ministro Maurizio Martinaper i consumatori di ogni età vuol dire saper riconoscere e apprezzare tutto ciò che c’è dietro: l’impegno di chi lavora nella filiera, ma anche le sue proprietà nutritive. Per questo abbiamo voluto fortemente una campagna istituzionale per rilanciare i consumi di questo prodotto che fa parte della nostra tradizione alimentare. I consumatori potranno così aiutare sempre di più gli allevatori italiani ad uscire da una crisi strutturale, che vede tante aziende in sofferenza. Bere latte fresco, oggi, assume un significato ancora più importante”.
    L’iniziativa rientra all’interno di una serie di misure lanciate dal Governo per sostenere il comparto lattiero caseario dopo la fine delle quote latte.
    L’investimento complessivo del Mipaaf per sostenere il settore è di 120 milioni di euro, dei quali 32 milioni sono destinati all’aumento della compensazione Iva al 10% per il latte venduto alla stalla, dal momento che proprio il ribasso dei prezzi di conferimento è uno dei principali problemi del settore.



  • Qual è il futuro del vino italiano, soprattutto quello di matrice cooperativa?

    Nel corso di un’intervista rilasciata ad Agrapress, Ruenza Santandrea, responsabile del settore vitivinicolo dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari e cooperative vinomanager dell’azienda Cevico, ha delineato alcuni scenari futuri del comparto.
    Nonostante recentemente l’Italia abbia conquistato il primato di maggiore produttore di vino al mondo, nel nostro Paese è da rilevare un calo dei consumi, soprattutto di vino rosso.
    I produttori sono, dunque, costretti a rivolgersi all’estero, cercando di promuovere i prodotti vitivinicoli italiani nelle realtà emergenti come il mercato asiatico.

    Secondo Santandrea, però, c’è ancora spazio per rendere più appetibile il vino anche in Italia: “Ridiamo al vino il valore di un prodotto che proviene anzitutto dai frutti della terra, che fa parte della nostra cultura più intima, della storia delle nostre famiglie e del nostro patrimonio, e soprattutto un prodotto che, sulla base dei propri personalissimi gusti, chiunque può bere come meglio crede, senza preoccuparsi – se non ne ha voglia – di abbinamenti obbligati”.
    Tra i più giovani, le bevande più in voga sono sicuramente la birra e lo spumante. Il vino, però, secondo Santandrea può avere un grande appeal anche tra i millennials: “Il vino può essere un prodotto in voga e di successo, ma soprattutto un prodotto alla portata di tutti, democratico e giovane. Un prodotto Pop“.
    La cooperazione, da questo punto di vista, può fungere da guida per l’intero settore dal momento che rappresenta il 58% della produzione vitivinicola italiana: “La cooperazione è da tempo impegnata nel ricercare nei suoi prodotti la qualità e l’eccellenza, senza al contempo perdere quella “popolarità”. Siamo convinti – conclude Ruenza Santandrea – che questa sia la strada per rilanciare i consumi e la cultura del bere giusto e del bere con gusto, ritrovando il piacere del bere a tavola, insieme ad altri, un buon bicchiere di vino, con la serenità e la semplicità di un tempo.



  • Siete pronti ad assistere alla più grande operazione finanziaria della storia dell’industria agricola? 

    Arrivano conferme, infatti, sulla volontà di Bayer di acquisire Monsanto, la multinazionale specializzata nella produzione di semi per l’agricoltura e di biotecnologie agrarie. Qualora l’aggregazione dovesse andare in porto avremmo di fronte un vero e proprio colosso dell’agri-business, con un fatturato complessivo di 67 miliardi di euro.
    Lo scorso anno Monsanto, infatti, ha chiuso con fatturato di 15 miliardi di dollari  ed un utile netto di 2,3 miliardi. Bayer, invece, rappresenta un leader mondiale nel campo chimico-farmaceutico, facendo registrare nel 2015 un fatturato di 46 miliardi di dollari ed un utile di 4,1 miliardi.

    monsanto comunicatoLe conferme sull’acquisizione sono arrivate dai diretti interessati. Monsanto ha fatto sapere, infatti, di aver ricevuto un’offerta non sollecitata e non vincolante da parte di Bayer.
    La multinazionale ha aggiunto che il board sta valutando la proposta e che non è stata presa ancora alcuna decisione in merito.
    Anche Bayer ha diramato un comunicato nel quale specifica che i vertici dell’azienda tedesca hanno incontrato i rappresentanti di Monsanto per discutere in privato di una possibile acquisizione.
    Siamo, dunque, in piena trattativa. La certezza è che un’eventuale aggregazione stravolgerebbe il mondo dell’industria agricola, consentendo a Bayer di diventare un leader assoluto in tutti i settori dell’agribusiness, compreso quello della biotecnologia e delle sementi geneticamente modificate.
    Il mondo finanziario, però, non ha reagito bene alla notizia, dal momento che il listino di Bayer ha perso ieri 6,5 punti percentuali sulla borsa di Francoforte.