Categoria: News


  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Venerdì 6 maggio alle ore 9:30 presso la sala conferenze di Palazzo Grandi Stazioni di Venezia si svolgerà il convegno “La gestione delle crisi aziendali: dalla difesa alla creazioni dei posti di lavoro” organizzato da Legacoop Veneto.

  • 500 euro

    Sono in pochi in realtà ad averla avuta nel proprio portafoglio, ma a breve la banconota da 500 euro dovrebbe sparire ufficialmente. 

    Nella riunione programmata per la giornata odierna la Banca centrale europea delibererà il suo ritiro dalla circolazione.
    500 euroLa motivazione è presto detta. Secondo il presidente della Bce, Mario Draghi, la banconota da 500 euro favorisce soprattutto le organizzazioni criminali, specie i narcotrafficanti e le associazioni a delinquere di stampo mafioso.
    Sono soprattutto questo tipo di organizzazioni, infatti, che utilizzano la banconota da 500 euro, in quanto permette loro di risparmiare una grande quantità di spazio durante gli scambi illeciti transnazionali.
    Non sono ancora note le modalità di ritiro della moneta, probabile che avvenga in via graduale. Come ha precisato lo stesso Draghi, non si tratta di una misura per limitare la circolazione monetaria, ma di un semplice intervento per combattere l’attività delle associazioni criminali.
    Non mancano, però, i pareri discordanti in merito alla decisione della Banca Centrale Europea. Jens Weidmann, ad esempio, presidente della Bundesbank, si è dichiarato contrario, sostenendo che un simile provvedimento rischia di minacciare la fiducia dei cittadini europei.


  • Vincenzo Linarello

    Il Gruppo Cooperativo Goel è una realtà nata nel 2003 nella zona della Locride e della Piana di Gioia di Tauro.
    L’obiettivo del gruppo che raggruppa 9 cooperative sociali, 28 aziende agricole in Goel Bio, un’organizzazione di volontariato ed una fondazione è ripristinare la legalità in un territorio, come quello calabrese, vittima del potere mafioso.
    Goel è attiva in diversi ambiti: dall’agroalimentare biologico al turismo sostenibile, passando per la moda etica ed i servizi sanitari. La cooperativa agisce per lo sviluppo del territorio, cercando di valorizzarne le tradizioni ed il capitale umano.
    A tal proposito abbiamo sentito il presidente del Gruppo Cooperativo Goel, Vincenzo Linarello, che ci parla di cosa vuol dire fare impresa e fare cooperazione in Calabria e come è possibile creare una realtà virtuosa come quella della cooperativa calabrese.

     

    Goel è un insieme di imprese e realtà, ma soprattutto è un soggetto che promuove dei valori, un forte contrasto alla ‘ndrangheta e al caporalato. Quanto è importante tutto questo e quanto si ripercuote quotidianamente sul lavoro di ciascun soggetto coinvolto in Goel, sui soci e quanto tutto questo si trasforma anche in un sentimento di appartenenza alla cooperativa?

    È da un po’ di tempo che noi ci definiamo “una comunità di riscatto”, questa parola, quest’espressione che ci è molto cara ha, io dico di solito, un nome e un cognome: il nome è comunità e il cognome è riscatto. Comunità nel senso che Goel opera in settori molto diversi: sociale, sanitario, turismo, agroalimentare, tessile, moda e abbigliamento. Lo sforzo che stiamo facendo è fare in modo che ogni settore, ogni attività, ogni cooperativa, ogni società, si veda e si senta coinvolta all’interno di una comunità. Goel parte, si sviluppa e cresce sostanzialmente senza investimenti di privati e senza investimenti pubblici alle spalle, tranne rare eccezioni. Questo tipo di realtà non avrebbe potuto crescere se non dentro un forte mutualismo, intanto economico, perché questi settori si sono aiutati l’uno con l’altro nel momento in cui erano in difficoltà e dall’altro lato senza un senso di appartenenza forte che ha fatto in modo di fare quadrato quando ci sono state le aggressioni della ‘ndrangheta, delle massonerie deviate, quando ci sono stati mille ostacoli che in qualche modo intralciano il cammino di chi in Calabria vuole fare le cose per bene. Quindi la parte della comunità è sicuramente un aspetto importantissimo ma se ci si ferma la comunità può diventare anche una lobby. Il cognome, quindi è importantissimo, la comunità per che cosa? A quale fine? Solo per un mutuo aiuto reciproco? No. L’obiettivo è quello di creare percorsi di riscatto in Calabria. Percorsi di riscatto non solo per coloro che stanno dentro il sistema Goel, che ci lavorano, che hanno scommesso il loro futuro diretto ma anche per tutto il resto del territorio. Quindi creare una situazione di affrancamento dalla ‘ndrangheta, dalle massonerie deviate, dal clientelismo, dalla logica delle raccomandazioni, dall’iniquità di questo territorio. La finalizzazione è importante. Quindi, stiamo insieme, ci aiutiamo l’uno con l’altro, facciamo comunità perché siamo uniti in un progetto di riscatto unico.

    Questo progetto di riscatto passa però anche per una grande capacità imprenditoriale che oggi sta avendo un grosso riscontro anche a livello internazionale grazie al vostro marchio Cangiari. Cangiari nasce anche dalla voglia di riscoprire delle tecniche, dei materiali e si sta affermando sempre di più proprio perché parte da dei valori  territoriali e anche dal rispetto delle materie prime e anche delle persone che le utilizzano. Vorremmo capire qual è oggi lo stato dell’arte di Cangiari e quali novità ci aspettano da qui ai prossimi mesi?

    Cangiari sta continuando. Con grande fatica perché è un’iniziativa che richiederebbe, in via ordinaria, dei grossi capitali di investimento, che noi non abbiamo. Però, malgrado ciò, sta andando avanti e sta diventando significativa anche dal punto di vista della tendenza di quello che il mercato ci rappresenta. Noi siamo il primo marchio di moda etica di fascia alta in Italia. Gli obiettivi imminenti del nostro ramo di Cangiari sono quelli, da un lato, di diversificare, quindi oltre che l’abbigliamento donna, siamo appena partiti con il progetto della “sposa etica” di Cangiari e nello stesso tempo anche con la capacità di aggregare esperienze di confezionamento tessile in difficoltà nel territorio per far fare del lavoro conto terzi. Da un lato questo rafforza la filiera produttiva interna e dall’altro crea possibilità di lavoro ad aziende che altrimenti non avrebbero grandi possibilità. L’altro orizzonte, oltre la diversificazione, è quello dell’internazionalizzazione, noi abbiamo bisogno di andare all’estero, abbiamo bisogno di andare in quei mercati dove essere etici ed ecologici è un reale vantaggio competitivo. È difficilissimo perché, ripeto, non abbiamo capitali adeguati per poter fare questi passaggi. Tuttavia il nostro più grande capitale, che è il capitale fiduciario contiamo che possa presto, in qualche modo, aiutarci a raggiungere questi obiettivi. Abbiamo anche in mente di sperimentare forme nuove di capitalizzazione nei prossimi mesi che riguarderanno tutto il gruppo e, quindi, anche lo sviluppo di Cangiari.

    Sulla scia di questa voglia di ricerca e anche di innovare qualche mese fa avete presentato anche il progetto di “campus Goel”, un centro per la ricerca di eccellenze. Cosa è necessario per rendere questo centro sempre più forte e attrattivo e quali sono gli obiettivi che vi ponete di raggiungere nel breve periodo?

    Intanto abbiamo raccolto tante idee e selezionato un gruppo di idee veramente eccezionali, a dimostrazione di come i calabresi hanno una capacità di innovazione e genialità che non ha veramente nulla da invidiare. Queste idee le stiamo accompagnando, quasi tutti vogliono, in qualche modo, aggregarsi al gruppo Goel. Goel sempre di più si candida quindi ad essere quasi un hub di idee etiche ed innovative in Calabria. Dall’altro lato vediamo che l’intuizione era giusta, cioè da un lato raccogliere, dare fiducia a chi aveva delle idee etiche ed innovative e dall’altro dotarlo di strumenti che consentano di poter sviluppare la propria idea senza dover pensare ad altri mille problemi come quelli amministrativi, di sviluppo, finanza, mercato, che sono le cose contro cui una piccola iniziativa, seppur geniale, si scontra e si infrange. Stiamo proseguendo questo percorso, certo, questo progetto ha ancora bisogno di aiuto perché possa diventare sostenibile solo con le idee che con la cantiera. Stiamo già vedendo, però, che l’intuizione era veramente azzeccata. Proseguiremo in questo senso, continueremo ad essere un punto di riferimento e, possibilmente, anche un collettore per i calabresi etici ed innovativi.

    Parlando di prospettive, oggi abbiamo uno spaccato di Goel molto chiaro: abbiamo il successo di Cangiari nella moda, Goel Bio che sta iniziando ad essere una realtà sempre più importante sia per la trasformazione di alcuni prodotti, sia per la commercializzazione di altre specialità calabresi spesso sottovalutate. Possiamo sapere, in un’ottica di visione di questo gruppo, un sogno o un progetto su cui state già lavorando o che state immaginando adesso e sperate di veder realizzato da qui a cinque anni o a più lungo periodo?

    Il malaffare spesso si giustifica, nei nostri territori, col fatto che è una dolorosa e necessaria realtà, “loro” dicono: se non ci fossimo noi a muovere un po’ di economia qui non ci sarebbe nulla. Assolutamente no! Ci sarebbe tanto di più e l’esatto opposto della ‘ndrangheta, cioè l’etica, se diventa vincente dimostra che è un grande imbroglio quello che sta dietro questo tentativo di legittimarsi da parte della ‘ndrangheta.

    Noi attualmente miriamo a una crescita quantitativa, cioè dobbiamo rafforzare queste iniziative e farle diventare sempre più robuste, sia dal punto di vista dei risultati economici ma ancora di più dal punto di vista dei risultati occupazionali senza che questo faccia perdere minimamente la coerenza e la carica etica di queste iniziative. Questo ha un duplice valore: oltre, ovviamente, al fatto che crea economia, sviluppo e lavoro, vogliamo dimostrare, inequivocabilmente a tutti che l’etica, oltre che giusta, unita l’innovazione può diventare la chiave di volta della nostra terra. L’etica oggi ha bisogno di essere rilegittimata come un’alternativa seria e concreta per tutti. Non può essere solo un’alternativa per pochi eroi, che magari vengono applauditi, ammirati. Noi dobbiamo dimostrare che è una cosa su cui una regione come la Calabria, se ci punta, può veramente cambiare il suo futuro. Questo, capisci bene, che implica la delegittimazione del suo opposto. Il malaffare spesso si giustifica, nei nostri territori, col fatto che è una dolorosa e necessaria realtà, “loro” dicono: se non ci fossimo noi a muovere un po’ di economia qui non ci sarebbe nulla. Assolutamente no! Ci sarebbe tanto di più e l’esatto opposto della ‘ndrangheta, cioè l’etica, se diventa vincente, dimostra che è un grande imbroglio quello che sta dietro questo tentativo di legittimarsi da parte della ‘ndrangheta.

    Parlando proprio di comunità e di supporto all’economia locale, qualche anno fa, precursori anche in questo, avete cercato di creare un esperimento, chiamandolo Aiutamundi, che era una sorta di circuito del credito parallelo, a metà tra una Banca del Tempo e un vero e proprio circuito parallelo come oggi può essere Sardex o come alcune piattaforme di sharing-economy che si stanno affermando. Dopo questi anni, e dopo quel tentativo, secondo te è arrivato il momento per la Calabria di sviluppare un modello di economia che faccia anche breccia su nuovi circuiti e dia anche più flessibilità alle nostre realtà, compresse nei canoni bancari sempre più asfissianti?

    Se noi andiamo a vedere una zona come la Calabria vediamo uno dei più grandi paradossi dell’economia di mercato: da una parte c’è una marea di persone disoccupate e dall’altro c’è una marea di bisogni insoddisfatti. Teoricamente una grande domanda e una grande offerta. Tuttavia questa domanda e quest’offerta non si incontrano perché in mezzo non c’è la liquidità.

    Io credo che il modello che noi abbiamo sviluppato, quello di Aiutamundi, sia un modello di grandissima efficacia, benchè la sperimentazione che noi abbiamo potuto condurre era una piccola sperimentazione. La nostra era un’attività di sviluppo di un modello più che una vera e propria sperimentazione. Tuttavia noi siamo riusciti a creare qualcosa di unico: la possibilità di avere una moneta alternativa senza avere una moneta alternativa. Il sistema di Aiutamundi fa a meno del denaro contante e utilizza l’Euro, non è una “divisa” diversa dall’Euro. È perfettamente integrata nella normativa fiscale e giuslavoristica nazionale. Noi la stiamo proponendo ma abbiamo bisogno di qualcuno con le spalle molto più forti delle nostre perché la possa lanciare e possa creare un’adesione di una massa critica tale da rendere il sistema perfettamente usabile e sostenibile. Siamo convinti che questa sia la strada giusta perché oggi ci sono delle storture che il mercato crea. Se noi andiamo a vedere una zona come la Calabria vediamo uno dei più grandi paradossi dell’economia di mercato: da una parte c’è una marea di persone disoccupate e dall’altro c’è una marea di bisogni insoddisfatti. Teoricamente una grande domanda e una grande offerta. Tuttavia questa domanda e quest’offerta non si incontrano perché in mezzo non c’è la liquidità. Questa è una stortura evidente del mercato. In attesa di trovare delle soluzioni più strutturali un’iniziativa come quella di Aiutamundi diventa un correttore, un correttivo di grande efficacia di questa stortura.

    Vorrei chiudere con un’ultima domanda: un consiglio da un imprenditore come Vincenzo Linarello a chi oggi vuole fare cooperazione in Calabria e magari abita in zone rurali e vede poche opportunità. Un consiglio pratico ed uno per quanto riguarda la filosofia con cui si deve collaborare e cooperare per far crescere un territorio.

    Io riassumerei tutto in due cose. La prima è non stare da soli, stare insieme. In Calabria non si va da nessuna parte da soli. Quindi da un lato aggregarsi, dall’altro bisogna essere i migliori, in Calabria non ci sono vie di mezzo. In qualunque ambito uno vuole andare a cimentarsi se ci si accontenta di competenze mediocri non si va da nessuna parte, per qualunque professione, qualunque lavoro, qualunque cosa si voglia fare. Quindi aggregarsi ed essere i migliori ed ovviamente poi fare delle scelte chiare. Io dico che o si è veramente etici o essere un po’ etici, in questa terra, non è una scelta vincente.



  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • 4-5 maggio presso l’Auditorium Parco della Musica a Roma l’assemblea nazionale di Confcooperative.

     

     



  • Il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo di scambio commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea, la cui negoziazione è iniziata nel 2013. 

    Le due parti, però, sembrano ancora distanti dal trovare un accordo, ognuno fermo sulle proprie posizioni e pronto a difendere la propria sovranità. Eppure un trattato tra due pilastri contributi agricolturadell’economia mondiale porterebbe enormi vantaggi commerciali alle due aree. È stato stimato, ad esempio, che per l’Ue ci sarebbe un beneficio di circa 120 miliardi, corrispondenti a circa lo 0,5% del Pil.
    L’obiettivo del trattato è effettuare un’ampia liberalizzazione dei mercati ed un’uniformazione delle regole nei settori della salute, della finanza, dell’ambiente e della sicurezza.

    Nella giornata di ieri Greenpeace ha reso note 248 pagine di documenti riservati che svelano lo stato della trattativa tra le due parti. L’associazione per la tutela dell’ambiente ritiene che l’accordo favorirà soprattutto le grandi multinazionali, arrecando gravi danni all’ambiente.
    Nel negoziato, infatti, non ci sarebbe alcun riferimento a Cop21, l’accordo sul clima firmato qualche giorno fa Washington, e soprattutto c’è il rischio che vengano a mancare le protezioni su ogm e carne trattata con ormoni, facendo arrivare in Europa prodotti pericolosi per la salute dei consumatori.
    Il timore di Greenpeace e di molte associazioni ambientaliste è che nell’accordo prevalga il principio dell’evidenza scientifica, valido negli Stati Uniti, secondo il quale un prodotto può essere venduto fino a quando qualcuno non dimostri la sua nocività. Allo stato attuale, in Europa, questo onere spetta all’impresa che vende il prodotto che dovrà lei provare l’assenza di rischi per la salute del consumatore e certificare così la sua commerciabilità.

    Aldilà dei rischi sulla salute denunciati da più parti, permangono ancora alcune criticità che impediscono alle due parti di trovare un accordo.
    Come riportato nell’edizione odierna del quotidiano Repubblica, gli Stati Uniti pongono il proprio veto su tre questioni in particolare:

    • uniformazione della regole sui mercati finanziari; 
    • preferenza da parte delle aziende controllate con capitale pubblico nei confronti dei prodotti americani; 
    • rifiuto di porre la denominazione di origine sui prodotti provenienti dall’Europa.

    È chiaro come l’Europa non possa accettare questi veti, soprattutto quelli riguardanti l’etichetta dei prodotti, con paesi come l’Italia che spingono al contrario per l’etichetta obbligatoria per valorizzare le proprie specialità agroalimentari.
    Gli Stati Uniti, dal canto loro, cercano di tutelare l’agricoltura locale e agiscono con criteri fortemente protezionisti.
    Contrariamente a quanto riportato da Greenpeace, invece, manca ancora un accordo sulla tutela dei consumatori. L’Europa, considerate anche le pressioni delle organizzazioni non governative e delle associazioni ambientaliste, non vorrebbe accettare il principio dell’evidenza scientifica.
    La firma del Ttip, dunque, è tutt’altro che vicina come paventato in questi giorni.



  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Lunedì 16 maggio alle ore 14:30 presso l’Unipol Auditorium a Bologna, presentazione pubblica di Vicoo-Visioni Cooperative.
    • Domani la Giornata Internazionale della Libertà di Stampa.

  • cipe

    Il Comitato interministeriale per la programmazione economica ha approvato nella giornata di ieri una serie di misure per lo sviluppo del Paese nel periodo 2015-2020. 

    Al centro della programmazione ci sono, innanzitutto, ricerca e cultura.
    cipeVengono assegnati a questi due settori un totale di 3,5 miliardi di euro: 2,5 per investimenti nella ricerca e nel capitale umano, un miliardo di euro per i beni culturali.
    Nello specifico la ricerca beneficerà nel primo triennio 2015-2017 di investimenti pari a 2.428,60 milioni di euro, di cui 1,9 miliardi di euro a carico del bilancio del MIUR e del PON ricerca 500 milioni di euro a carico Fondo sviluppo e coesione (FSC) 2014-2020.
    Il nuovo PNR si basa su sei pilastri:

    • Internazionalizzazione;
    • Capitale umano;
    • Programma nazionale infrastrutture;
    • Cooperazione pubblico privato e ricerca industriale;
    • Efficacia e qualità della spesa;
    • Programma per il Mezzogiorno

    Ai fondi stanziati dal Cipe si andranno ad aggiungere anche le risorse europee del programma Horizon 2020 e del Por 2014-2020 per un ammontare complessivo di circa 14 miliardi di euro.

    Gli investimenti sui beni culturali, che saranno a carico del Fondo coesione e sviluppo 2014-2020, riguarderanno prevalentemente il completamento di alcuni interventi già in corso come quelli per Pompei, Ercolano, la Cittadella di Alessandria, la Reggia di Caserta e gli Uffizi di Firenze più una serie di ulteriori interventi su altri beni culturali per 170 milioni di euro.
    Tra gli investimenti previsti, ci sono anche quelli del Programma nazionale Imprese e competitività per il quale sono stati previsti 290 milioni di euro.
    All’interno del programma rientrano una serie di agevolazioni a favore dell’autoimpiego nelle regioni del Sud (40 milioni di euro) e 200 milioni per la stipula di contratti di filiera e di distretto nel settore agricolo.
    A tali risorse vanno aggiunti, infine, 696,25 milioni di euro del Programma Imprese e competitività destinati solamente a Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.



  • I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Domani a Lecce si terrà l’incontro dal tema: “Ripensare le economie locali”
    • Internet Day: domani 29 e venerdì 30 aprile numerose le iniziative per ricordare l’arrivo di Internet in Italia


  • I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    • La classifica dei top manager italiani: primo posto per Sergio Marchionne;
    • Tecnologia: per la prima volta negli ultimi tredici anni in calo i ricavi di Apple;
    • Istat: nel 2014 più di 36.000 giovani hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero;
    • Agroalimentare: il Mipaaf destinerà oltre 60 mila quintali di latte agli indigenti;

    Gli appuntamenti:

    • Venerdì 29 aprile alle ore 9:00 presso la Sala Convegni Mediateca Provinciale di Matera si terrà l’evento “Sviluppo Locale e Cooperazione sociale”.


  • I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Venerdì 29 aprile alle ore 16:00 presso l’Aula Mattarelli a Forlì l’evento “Imprenditoria sociale e opportunità per i giovani”.

     


  • speranza-di-vita-italia

    Nel 2015, secondo i dati Istat, la speranza di vita alla nascita in Italia era di 80,1 anni per gli uomini e di 84,7 per le donne contro gli 80,3 per gli uomini e 85 per le donne dell’anno 2014. 

    Il Rapporto Osserva Salute 2015 prova ad analizzare la situazione della salute italiana e ad individuare le cause dell’improvviso calo della speranza di vita.
    Si tratta, infatti, della prima volta che il nostro Paese deve fronteggiare una variazione negativa in termini di longevità della propria popolazione.
    speranza-di-vita-italiaUna delle cause è rappresentata dagli scarsi investimenti per la prevenzione. L’Italia – rivela l’indagine – destina solamente il 4,1% della spesa sanitaria nazionale in prevenzione, una percentuale che colloca il nostro paese agli ultimi posti a livello europeo. E sappiamo benissimo quanto sia fondamentale investire in vaccinazioni e controlli oncologici per prevenire alcune patologie.
    La ricerca, da questo punto di vista, ha fatto enormi passi in avanti, consentendo ai cittadini di porre rimedio a determinate malattie attraverso controlli periodici ed accurati. Molti tumori, oggi, sono prevenibili, a patto di investire in tecnologie, personale e controlli.

    In Italia questo ancora non avviene a dovere. Nel 2014 la spesa sanitaria pro capite si attestava sui 1.817 euro, risultando tra i livelli più bassi d’Europa; la spesa pro capite più alta era in Molise (2226 euro) e la più bassa in Campania (1689 euro).
    La questione delle differenze territoriali è un altro dei problemi più gravi della sanità e più in generale della salute pubblica italiana. Il Rapporto Osserva Salute 2015 evidenzia come sia diventato ancora più ampio il divario tra Nord e Sud in termini di investimenti sulla salute (non a caso la speranza di vita nel Mezzogiorno è nettamente più bassa rispetto alle regioni settentrionali).
    Sempre in tema di salute, diminuisce la percentuale di fumatori che passa dal 20,9% del 2013 al 19,5% del 2014. La regione con la più alta quota di fumatori è la Campania (22,1%), mentre quella con la percentuale più bassa è la Calabria (16,2%).
    Stabile, invece, il numero di persone che pratica attività sportiva (23%), mentre è in aumento la percentuale di persone in stato di sovrappeso (da 33,9 a 36,2%) ed obesità (dall’8,5 al 10,2 per cento).



  • Per iniziare ci puoi spiegare cos’è Oasi Project? E cos’è il maglificio 100Quindici Passi?

    Oasi Project è una cooperativa sociale nata nel 2009, gemmata da un’altra cooperativa sociale per dare l’opportunità ad una bottega equo-solidale di mantenere la sua attività ad Avellino, dove era presente da quasi dieci anni, e nella prospettiva di lavorare per il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Quest’opportunità è arrivata nel 2013, quando una villa bunker è stata affidata alla cooperativa per la realizzazione del progetto 100Quindici Passi.

    Quindi il maglificio si trova su un bene confiscato, ex villa bunker, nel Vallo di Lauro se non mi sbaglio.

    Sì, nel Vallo di Lauro, nel comune di Quindici, è una villa che era un’abitazione privata e che è stata riconvertita totalmente in un impianto produttivo.

    È uno dei primissimi esperimenti di attività produttiva di questo tipo su un bene confiscato, in genere vengono realizzate imprese di tipo agricolo o agroalimentare.

    iandolo maglificioSì, soprattutto perché è la prima volta, o comunque uno dei rarissimi casi, in cui un’abitazione privata diventa un impianto produttivo. Di solito sono le aziende che vengono riconvertite e quindi riportate a produzione o sono terreni dove la strada è già indicata. Questa volta si tratta di una casa, quindi con le stanze da letto, la cucina, il seminterrato, è stata letteralmente riconvertita. Nel seminterrato c’è la sala dedicata alle produzioni tessili, al piano terra c’è la sala confezioni ed al primo piano gli uffici amministrativi.

    E come mai la scelta è ricaduta proprio su un maglificio? Cosa vi ha portati a scegliere questa specifica attività?

    abbiamo preferito riportare questa tradizione sul locale, cercando di realizzare un progetto non soltanto di inserimento lavorativo, ma anche un progetto di alta qualità.

    Era una tradizione della zona, prima che arrivasse la crisi e prima che la produzione venisse delocalizzata soprattutto in Asia ed altre zone dell’est europeo. Noi, invece, abbiamo preferito riportare questa tradizione sul locale, cercando di realizzare un progetto non soltanto di inserimento lavorativo, ma anche un progetto di alta qualità.

    Quali sono state le difficoltà nell’intraprendere questo percorso, quello che vi ha portati dall’inizio fino alla costituzione del maglificio? Sia da un punto di vista prettamente tecnico e amministrativo, sia da un punto di vista territoriale.

    Le prime difficoltà sono certamente quelle di tipo burocratico, molto spesso i comuni non hanno confidenza con questo tipo di procedure di burocrazia. Infatti dalla confisca della villa, avvenuta nel 2009, al 2011, quando è stata liberata, abbiamo dovuto aspettare fino al 2013 perché venisse affidata. Questo ovviamente ha fatto sì che la struttura, durante gli anni, perdesse quello che era il suo valore e avesse bisogno di maggiori interventi strutturali per farla ripartire. Altre difficoltà sono quelle legate alla diffidenza che c’è molto spesso in territori dove la presenza criminale è molto forte. Diffidenza legata alla natura del bene confiscato come era prima della confisca. Quindi la capacità di far perdere consenso sociale alle organizzazioni criminali e farlo guadagnare alle cooperative o alle associazioni che riutilizzano questi beni. Durante la procedura di riconversione del bene ci sono stati ritardi legati a fonti di finanziamento piuttosto che alla ricerca, appunto, di prestiti o di finanziamenti con le banche. Tutta una serie di ritardi che vanno ad aggiungersi ma che per fortuna poco alla volta vengono superati.

    Dicevi che la percezione da parte della comunità circostante era, inizialmente, di diffidenza. È cambiato qualcosa da quando ci si è riappropriati del bene confiscato, da quando la comunità si è riappropriata del bene e quindi poi la cooperativa è subentrata?

    Diciamo che il lavoro è iniziato molto prima che si potesse avere un’idea di riconversione sociale di quel bene confiscato e questo ha sicuramente aiutato. L’animazione sociale svolta dall’associazione Libera in rete con le altre associazioni del territorio ha fatto sì che ci fosse una richiesta di legalità sempre più emergente da parte della comunità locale. Il fatto che venissero ogni anno i volontari dei campi di volontariato “Estate Liberi” ha dato la percezione che c’era qualcuno che di quel bene confiscato si stava iniziando ad occupare. L’apertura durante iniziative culturali o piuttosto portare le scuole a far vedere quel posto ha fatto sì che, un po’ alla vola, la comunità locale si aprisse. Questo è, ovviamente, un lavoro ancora in divenire e sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare.

    Come abbiamo detto Oasi Project è una cooperativa, come mai avete scelto la forma cooperativa come forma d’impresa?

    Fondamentalmente perché la immaginavamo proprio come lo sviluppo di un sogno collettivo, attorno al quale c’era, ovviamente, un nucleo di partenza, ma si sono aggregate anche altre persone. Poi c’era la volontà di fare un progetto che potesse essere, comunque, complessivo. Da un lato impiegare in questo progetto delle persone, persone del territorio, disoccupati, persone che, in un certo qual modo, avevano perso la speranza, così come l’aveva persa quel luogo. Contemporaneamente reimpiegare soggetti svantaggiati ma creare anche delle opportunità sempre crescenti. Quindi da un lato i volontari che hanno dato l’opportunità alla cooperativa e quelli che sono diventati soci della cooperativa di fare il proprio lavoro, di costruire il proprio sogno e dall’altro la grande responsabilità dei soci lavoratori della cooperativa di generare quanto prima opportunità per altri. La scuola di arti e di mestieri che vogliamo aprire in quel posto è solo uno dei piccoli segni che consentirà di generare ulteriori occasioni per le persone del territorio.

    Quali consigli ti sentiresti di dare a dei giovani che intendono intraprendere la stessa strada dal punto di vista della riappropriazione da parte della comunità di un bene confiscato sia dal punto di vista della cooperativa?

    Questa è la grande forza della cooperazione, oltre ad essere in tanti ad inseguire un sogno e quindi ad essere tutti, più che imprenditori di sé stessi, a lavoro per un bene comune e soprattutto per un sogno collettivo.

    Sicuramente una delle cose più importanti è fare rete. Noi abbiamo avuto al nostro fianco davvero tanti soggetti. Siamo iscritti a Confcooperative ed è una realtà che ci siamo trovati al fianco, così come Libera, Banca Etica, la Fondazione con il Sud, che è stata l’organizzazione principale che ha permesso che questo sogno potesse avverarsi, la cooperativa Oasi Project ha vinto il bando per la riconversione dei beni confiscati, e soprattutto quella rete locale che è necessaria per far sì che ci possa essere effettivamente un grande consenso sociale attorno a questo bene. Poi anche i soggetti istituzionali: il Comune, la Prefettura, le Forze Dell’Ordine,  perché tutti devono fare squadra attorno a queste realtà. Un altro consiglio è quello di avere un’idea non solo forte ed efficace ma soprattutto ad alto tasso innovativo, altrimenti è facile “pestarsi i piedi” con altre realtà che fanno cose simili. Invece molto spesso si possono trovare alleati in realtà che fanno cose simili ma leggermente diverse. Questa è la grande forza della cooperazione, oltre ad essere in tanti ad inseguire un sogno e quindi ad essere tutti, più che imprenditori di sé stessi, a lavoro per un bene comune e soprattutto per un sogno collettivo. Questo poi, effettivamente, genera benessere non solo per sé stessi ma anche per il territorio.

    Un’ultima domanda. Durante questa lunga strada avrete sicuramente incontrato delle difficoltà, cosa vi ha spinto a superare queste difficoltà?

    non esiste un’alternativa, non si può arretrare in un progetto che era già in fase avanzata. Ma non saremmo arretrati nemmeno se fossimo stati in una fase preliminare. Questo è l’unico modo attraverso cui, non soltanto i soci lavoratori possono dare il proprio contributo, ma attraverso cui si riescono a liberare, non solo i beni, ma interi territori dalle mafie.

    Forse la difficoltà più grande, quella che riassume anche un po’ tutto lo spirito di quest’iniziativa, c’è stata il giorno prima dell’inaugurazione, il 20 ottobre. Uno dei soci lavoratori, andando ad aprire il bene confiscato, ha trovato cinque colpi di fucile sul portone. Ci hanno dato, insomma, il benvenuto. Ci hanno ricordato che quella non è una struttura normale. Davanti a un’iniziale momento di scoraggiamento ci siamo guardati un po’ tutti e ci siamo detti: qual è l’alternativa? E la verità è che non esiste un’alternativa, non si può arretrare in un progetto che era già in fase avanzata. Ma non saremmo arretrati nemmeno se fossimo stati in una fase preliminare. Questo è l’unico modo attraverso cui, non soltanto i soci lavoratori possono dare il proprio contributo, ma attraverso cui si riescono a liberare, non solo i beni, ma interi territori dalle mafie.