Categoria: Fare Impresa


  • La settima edizione di “Noi Italia. 100 statistiche per capire il futuro dell’Italia” ci fornisce una serie di spunti interessanti per analizzare la situazione economica del nostro paese.
    Il report realizzato dall’Istat copre vari ambiti della società italiana: dal mondo del lavoro all’ambiente, passando per la realtà imprenditoriale e tecnologica.
    In questa sede ci limiteremo ad analizzare i dati forniti dall’Istat in relazione alle aziende italiane ed al loro grado di innovazione.

    downloadL’Italia presenta 64 imprese ogni mille abitanti, una densità imprenditoriale inferiore solo a quella di altri sei paesi europei (Repubblica Ceca, Portogallo, Slovacchia, Grecia, Svezia e Malta).
    Anche il tasso di imprenditorialità, ovvero il rapporto tra numero di lavoratori indipendenti e lavoratori nelle imprese, è comparativamente elevato. Il 30% italiano è, infatti, nettamente superiore rispetto al tasso di imprenditorialità della Germania e della Francia (8,4% e 7,4%).
    In Italia, dunque, c’è un numero elevato d’imprese, ma sono per lo più di piccole dimensioni. Con una dimensione media di 3,9 addetti il nostro paese  si trova nelle retrovie di questa speciale graduatoria. Soprattutto al Sud prevalgono le aziende di piccole dimensioni (2,8 addetti) nei settori di industria a servizi. Il Nord, invece, si avvicina maggiormente agli standard europei, grazie alla prevalenza del settore della grande industria.
    Il turnover lordo delle imprese è, invece, relativamente basso (15%), con il Mezzogiorno che si contraddistingue per una percentuale maggiore di realtà imprenditoriali che scompaiono dopo un determinato periodo di tempo.

    La situazione italiana dell’innovazione, infine, non è poi così tragica. Al contrario, i dati forniti dall’Istat sono abbastanza incoraggianti.
    Nel 2012, la spesa italiana per ricerca e sviluppo incide per l’1,26% sul Pil ed è in aumento rispetto al 2011.
    Il piano Europa 2020 pone come obiettivo per l’Italia il raggiungimento dell’1,53% del Prodotto Interno Lordo: la crescita di questo dato, fatta registrare negli ultimi anni, fa ben sperare in vista del prossimo quinquennio.
    Nel periodo di tempo compreso tra il 2010 ed il 2012, il tasso di imprese innovatrici è passato dal 31,5% al 35,5%, con una prevalenza nel settore industriale (45,4%).
    Il tasso di propensione all’innovazione del nostro paese è addirittura superiore a quello di Gran Bretagna e Francia ed è sopra la media europea, segno che l’Italia può dare tanto in termini di innovazione tecnologica.
    Meno positivo, invece, è il dato sulla connessione a Internet tramite banda larga. Solo sei famiglie su dieci si collegano, infatti, attraverso una connessione veloce, ben sotto la media dell’Unione Europea (76%).

     



  • I nodi stanno per essere sciolti: il nuovo Ddl anti-corruzione è pronto ad arrivare in Parlamento e con esso la riforma del falso in bilancio.
    Si rincorrono le voci su una possibile estinzione delle soglie di non punibilità del reato, che troverebbe pareri concordi nella minoranza Pd e maggiori dubbi, invece, nei rappresentanti delle imprese.
    Me entriamo nel merito della questione.

    22_09_2014L’attuale disciplina del falso in bilancio prevede, appunto, delle soglie al di sotto delle quali è esclusa la rilevanza penale del reato, ma scatta semplicemente una sanzione amministrativa.
    I suddetti limiti sono il 5% di variazione del risultato d’esercizio e fino al 10% di tutte le stime errate.
    Il Governo intende usare il pugno duro, estendendo la punibilità a prescindere dall’entità dello scostamento.
    Verranno introdotti due tipi di sanzioni a seconda del fatturato dell’impresa.
    Il volume d’affare limite dovrebbe essere di 600.000 euro: dunque, se un’azienda fattura meno di questa cifra e verranno individuate delle anomalie nel suo bilancio, scatterà una pena che va da 1 a 3 anni.
    Se invece il volume d’affari supererà i 600.000 la sanzione da applicare va da 2 a 6 anni.

    Un’altra novità importante riguarda la possibilità di perseguire il reato di falso in bilancio, non più per istanza di parte, ma d’ufficio.
    Le modifiche appena riportate trovano il parere positivo della minoranza del Partito Democratico, che ha spinto fortemente affinché venisse ripristinato il falso in bilancio dopo il “blitz” effettuato da Silvio Berlusconi nel 2002.
    Non trova riscontri altrettanto positivi, invece, all’interno di Confindustria. Il Corriere della Sera riporta le parole di Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, la quale si dichiara disponibile ad una riforma della normativa sul falso in bilancio, ma non ad un tale inasprimento del reato.
    Secondo la Panucci, l’esistenza attuale delle soglie consentirebbe di distinguere i semplici errori di valutazione nella redazione del bilancio di un’azienda dalle vere pratiche elusive.
    L’estensione della punibilità a tutti i tipi di scostamento limiterebbe la possibilità di investimento delle imprese, frenate dalla possibilità di incorrere in una sanzione penale.



  • Il modello d’impresa americano, che ha permesso agli Stati Uniti di uscire dalla crisi ed intraprendere la strada della crescita, è fondato sulle piccole e medie imprese innovative.
    Certamente l’aiuto dello Stato e della Federal Reserve è stato importante, ma l’aver puntato sull’iniziativa privata e sui progetti ad alta tecnologia è stata una scelta tanto azzeccata quanto al passo con i tempi.
    Qual è, invece, la situazione europea? Gli stati appartenenti all’Eurozona presentano modelli di sviluppo diversi tra di loro. Se da una parte l’Europa del Nord viaggia al passo col tempo e con la tecnologia, non si può dire la stessa cosa per i paesi mediterranei, tra cui certamente va ricompresa l’Italia.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaEppure l’Unione Europea fornisce una serie di opportunità giuridiche e di finanziarie che potrebbero favorire lo sviluppo di start up innovative, con la conseguente implementazione di applicazioni, prodotti e servizi che potrebbero rendere più facile la vita dei cittadini.
    Il Sole 24 Ore fa il punto della situazione ed identifica problematiche ed opportunità del tessuto economico europeo in materia di start up d’impresa.
    La domanda di lavoro nel settore digitale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione TIC è in crescita del 3% ogni anno, mentre il numero di laureati in materie scientifico-informatiche è calato del 10% nel periodo di tempo compreso tra il 2006 ed il 2010. Secondo questi dati pare che nel 2020 i posti vacanti in questo settore possano diventare addirittura 900.000.

    Cresce, dunque, l’esigenza di innovazione, ma manca forse la voglia di mettersi in discussione e di presentare nuove idee. Difficile stabilirlo con certezza.
    Un aspetto, invece, è palesemente latente: non c’è un’adeguata pubblicità sulle opportunità che il settore offre in termini di finanziamenti europei.
    L’Italia, da questo punto di vista, è distante anni luce anche dalle altre realtà continentali. I costi ed i tempi burocratici per aprire una nuova impres sono ancora enormi.
    Un contesto normativo, fiscale ed amministrativo di questo tipo scoraggia gli investitori e mortifica le idee.
    Ci sono tuttavia una serie di iniziative documentate da Il Sole 24 Ore e consultabili anche sul sito dell’Agenda digitale europea 2020.

    L’Unione Europea innanzitutto fornisce assistenza ai piccoli imprenditori sui passi necessari per poter formare una start up.
    Ci sono una serie di step imprescindibili, che contemplano la presentazione di un progetto dettagliato e realmente innovativo che consenta alle imprese nascenti di poter accedere ai finanziamenti e alle garanzie delle istituzioni europee e delle banche.
    Tra i finanziamenti disponibili per le start up che si occupano di web e dell’implementazione di nuove applicazioni c’è, ad esempio, il fondo Fiware che mette a disposizione delle imprese migliori 80 milioni di euro.
    Ci sono poi settori ad alto rischio di fallimento, per cui sono pochi gli imprenditori che decidono di mettersi in gioco considerate le scarse possibilità di successo.
    Per questo tipo di attività l’Unione Europea ha messo a disposizione il piano Fet che contempla l’erogazione di 154 milioni di finanziamenti. Nel 2015 ci saranno due bandi per poter accedere a queste risorse, uno il 31 Marzo l’altro il 29 settembre.
    Per le piccole e medie imprese, infine, Horizon 2020 mette a disposizione 500 milioni con l’obiettivo di aiutare le piccole realtà a commercializzare i propri prodotti e a sviluppare le proprie idee.
    Ci sono anche il fondo Cosme ed Eurostar, ovvero dei piani di investimento di miliardi euro che coprono il periodo di tempo 2014-2020.
    L’intento dell’Agenda digitale europea 2020 è arrivare tra qualche anno ad avere un tessuto economico realmente competitivo con i colossi tecnologici asiatici ed americani.
    La sfida è complessa, ma le opportunità esistono e vanno conosciute.



  • Lo avevamo anticipato nei giorni scorsi, oggi ne abbiamo avuto la conferma: i Gruppi parlamentari hanno approvato alcuni emendamenti al Decreto Milleproroghe che cambieranno nuovamente il quadro fiscale delle partite Iva.
    Più che di un cambiamento, però, si tratta di un ritorno al passato.
    Non ci sarà, infatti, l’aumento della contribuzione fiscale e previdenziale previsto all’interno della Legge di Stabilità.
    Le proteste delle associazioni di categoria hanno avuto gli esiti sperati.

    22102014L’emendamento Saltamartini, approvato dai gruppi parlamentari, ha bloccato l’aumento delle aliquote contributive per gli aderenti alle gestione separata Inps: l’esecutivo ha trovato una copertura di 120 mln che consentirà di fermare l’aliquota al 27,72%.
    Il Governo Monti aveva previsto una crescita graduale degli oneri contributivi per le partite Iva che li avrebbe portati a pagare il 33% nel 2018. La Legge di Stabilità approvata a dicembre ha confermato la nuova disciplina, salvo poi essere nuovamente rivista in questi giorni.

    Lo stesso discorso è valido per il regime dei minimi. Il decreto Milleproroghe modifica nuovamente il forfettario e lascia ai professionisti la possibilità di scegliere tra il vecchio ed il nuovo regime.
    Coloro che hanno aperto una partita Iva da meno di cinque anni o che hanno meno di 35 anni di età, potranno usufruire della tassazione agevolata.
    Con vecchia normativa il forfettario era del 5% per tutti i professionisti con un guadagno annuo inferiore ai 30.000 euro. La Legge di Stabilità ha, invece, innalzato l’aliquota al 15% e abbassato il reddito a 15.000 euro per i giovani professionisti.
    Un aumento di questo rilievo avrebbe certamente portato molti freelance a chiudere la propria partita Iva ,dando così un colpo mortale ad una categoria in forte espansione negli ultimi anni.
    Almeno per il 2015, però, la stangata è scongiurata, in attesa di un cambiamento più profondo dell’intero quadro normativo e fiscale sulle partite Iva.
    Adesso il ddl dovrà essere approvato in Parlamento, dove è attesa una forte battaglia tra le forze di Governo e quelle di opposizione, dunque non sono esclusi ulteriori compromessi e modifiche della disciplina giuridica.



  • Il ritardo accumulato dall’Italia in materia di banda larga grida vendetta.
    Il nostro paese è agli ultimi posti tra i paesi europei ed è lontano anni luce dagli obiettivi posti dall’Agenda Digitale Europea.
    Secondo il piano continentale entro il 2020 tutta la popolazione deve avere un collegamento Internet di 30 mega e metà di essa deve possedere una connessione di 100 mega.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaImpossibile per l’Italia pensare di poter arrivare a questo obiettivo in così poco tempo. Colpa delle istituzioni italiane, restie per anni ad investire in innovazione e tecnologia, e degli investitori privati, molto attenti ai costi dell’operazione banda larga più che agli eventuali profitti.
    Certamente esiste un problema infrastrutturale nel nostro paese. Per avere una copertura ampia della connessione veloce bisogna effettuare lavori molto costosi su tutto il territorio nazionale.
    I privati non sembrano intenzionati ad accollarsi i costi di questa operazione.
    Ecco perchè il Governo proporrà una manovra che vedrà l’esborso di una notevole quantità di soldi pubblici.

    Si parla di circa 8 miliardi così ripartiti: 2,4 miliardi di euro di fondi comunitari Fesr e Feasr, 4 miliardi di fondi coesione e sviluppo stanziati dal governo ed infine altre due miliardi messi a disposizione da soggetti privati.
    A questi finanziamenti vanno aggiunte le agevolazioni fiscali previste nel decreto Sblocca Italia, con un credito d’imposta fino al 50% e che interesseranno le aree marginali e quelle a fallimento totale di mercato.
    Come riportato dal Corriere Economia, il territorio italiano, infatti, verrà diviso in quattro cluster in base alle possibilità remunerative dell’implementazione della banda larga. Oltre alle due già citate, ci sono anche le 15 maggiori città italiane, dove il profitto per gli operatori dovrebbe essere assicurato, e più di 1000 comuni ad attrattività variabile.
    La maggior parte degli investimenti pubblici interesserà le aree più svantaggiate, specie quelle del Mezzogiorno, mentre i finanziamenti privati interesseranno le grandi città.
    La speranza è che queste risorse vengano spese in maniera efficiente, perchè l’Italia non può più permettersi passi falsi in materia di banda larga.
    Vedremo quale sarà nel dettaglio il piano nazionale che verrà presentato venerdì in Consiglio dei Ministri.



  • Uno degli obiettivi principali del Governo Renzi è attuare un processo di semplificazione dell’attività amministrativa. Troppo spesso la burocrazia rallenta lo sviluppo economico del paese, frenando gli investimenti esteri.
    Per questo motivo l’esecutivo ha previsto una serie di provvedimenti con l’obiettivo di rendere più facile la vita dei cittadini e trasformare la P.A. in un semplice strumento a servizio della comunità.

    spese condominialiTra le tante misure adottate, alcune sembrano possano avere riscontri positivi, come l’Anagrafe Unica, altri invece, su tutti l’Isee precompilato, hanno addirittura reso più complesso il rapporto tra Pubblica Amministrazione e cittadini e andranno certamente rivisti.
    Un’altra innovazione in materia di semplificazione arriva dal settore edilizio. Anche in questo caso i criteri seguiti sono quelli della digitalizzazione e della standardizzazione della modulistica.

    Proprio oggi abbiamo una scadenza importante su questo versante: Regioni ed Enti Locali devono, infatti, adattare i propri moduli Cil e Cila alla modulistica nazionale: La Cil è la cosiddetta comunicazione di inizio lavori, mentre la Cila è la comunicazione asseverata da un tecnico. Si tratta, in generale, di documentazioni necessarie per lo svolgimento di ristrutturazioni semplici.
    La normativa precedente permetteva la massima discrezionalità da parte degli enti regionali e locali nel predisporre dichiarazioni, istanze ed altri tipi di moduli riguardanti la ristrutturazione degli edifici.
    Entro la data odierna, invece, i comuni e le regioni dovranno rivedere la propria modulistica secondo le indicazioni nazionali. Allo stato attuale ci sono oltre 8.000 esempi diversi di comunicazioni di inizio lavori semplici.
    Il Governo attraverso la seconda intesa Stato-Regioni ha voluto unificare questa enorme mole di documenti, conformandola a determinati standard nazionali, unici su tutto il territorio italiano.
    Attraverso la prima intesa, invece, era stata disciplinata la modulistica sul permesso di costruire e la Scia, ovvero la segnalazione certificata di inizio attività, utilizzata soprattutto per  le ristrutturazioni più elaborate.
    Anche in questo caso, si è voluto agire nel senso della semplificazione e della centralizzazione, ragion per cui d’ora in avanti tutte le realtà locali non potranno discostarsi dalle direttive nazionali.

    La maggior parte delle Regioni e dei Comuni sembrano essere al passo con le scadenze e dunque, entro oggi, dovrebbero adattare la propria modulistica a quella nazionale.
    Non si può dire la stessa cosa, invece, per il processo di digitalizzazione. L’art. 24 del Dl n.90/2014, infatti, oltre a disciplinare la riforma dei moduli di certificazione, regolamenta anche l’informatizzazione dei procedimenti necessari per la ristrutturazione delle abitazioni.
    Gli utenti devono essere in grado di compilare online la relativa documentazione, venendo a conoscenza del responsabile del procedimento e dei tempi necessari per l’adempimento della pratica.
    In questo modo si renderebbe un enorme servizio ai cittadini e alle imprese, i quali potrebbero svolgere tutte queste incombenze burocratiche da casa, e si snellirebbe, inoltre, l’attività amministrativa.
    Il processo di digitalizzazione della modulistica sembra, però, procedere a rilento. Sarà necessaria, infatti, l’attivazione dello Spid, il sistema pubblico per la gestione dell’identità digitale di cittadini ed imprese che permetterà a questi ultimi di avere un identificativo online e di compilare in rete le varie istanze.
    Il suddetto sistema dovrebbe essere operativo nel mese di Aprile, dunque anche l’informatizzazione delle procedure per la ristrutturazione degli edifici dovrà attendere qualche altro mese.

     



  • Start up ed innovazione: due tematiche accomunate da tanti elementi.
    Il primo è il loro carattere moderno, il secondo è la difficoltà che entrambi trovano nell’affermarsi in Italia.
    Un dato, a tal proposito, è emblematico e ce lo fornisce Il Sole 24 Ore: nel 2014 gli investimenti globali dedicati al solo settore del fintech ammontano a 2,8 miliardi di dollari.
    L’Italia investe nel medesimo ambito 7 milioni di euro, circa lo 0,1% del totale mondiale, il che è un paradosso se consideriamo l’enorme creatività che gli italiani hanno dimostrato e continuano a dimostrare ogni giorno.

    DipendentiLe idee non mancano di certo, ciò che manca è un piano di investimento ed un quadro normativo adeguato: questo è fuori di dubbio. Certo, sarebbe troppo facile auspicare, anzi invocare una rivoluzione dall’alto.
    Ma le condizioni operative devono e possono essere migliori.
    Se lo augura anche Roberto Ferrari, direttore generale di Chebanca! nel corso della presentazione di Smartmoney Fintech Community, la prima community dedicata alla fintech: “La trasformazione è già in atto. Il prossimo mese sperimenteremo i pagamenti smart per i parcheggi con una fintech italiana. Ma non c’è tempo da perdere. Se non sapremo cogliere le opportunità, una grande ricchezza se ne andrà all’estero”.

    Alcuni termini sono certamente sconosciuti per molti cittadini italiani. Colpa di una cattiva informazione e di un certo scetticismo nell’affrontare determinati argomenti.
    Il settore del fintech, ad esempio, è molto diffuso all’estero, soprattutto nell’ambito delle start up, mentre rappresenta una vera e propria new entry nel nostro paese. Le imprese che si occupano di fintech sperimentano idee innovative nell’ambito dei pagamenti finanziari, implementando software all’avanguardia che renderebbero più facile la vita di milioni di cittadini.
    La sperimentazione dei pagamenti smart per i parcheggi è solo una delle tante idee che sono venute fuori in questi anni, senza però avere una cassa di risonanza adeguata.
    La contaminazione e la condivisione dei progetti innovativi è alla base di qualsiasi tessuto economico e culturale all’avanguardia. Lo dimostrano la Silicon Valley o i paesi scandinavi, ecco perchè è necessaria una migliore comunicazione su questi argomenti: le start up hanno bisogno di un terreno fertile dove poter operare, senza rischiare di scomparire nel nulla dopo la fase iniziale di sperimentazione.



  • L’aspetto più discusso della Legge di Stabilità è rappresentato certamente dal nuovo regime dei minimi per le partite Iva.
    I giovani professionisti ed i freelance hanno visto aumentare in maniera spropositata la propria contribuzione fiscale. È stata applicata la nuova aliquota per le gestione separata Inps, stabilita dal Governo Monti e confermata dall’esecutivo Renzi: da qui al 2018 le partite Iva pagheranno contributi Inps dal 29% al 33%.
    Ma a far montare l’ira delle associazioni di categoria dei liberi professionisti è stato il nuovo regime del minimi: addio al “forfettone” del 5% per tutti i percettori di reddito sotto i 30.ooo euro.
    Dal 1° gennaio 2015 l’imposta sostitutiva è del 15% e riguarda tutti i giovani professionisti con un reddito inferiore ai 15.000. Più favorevole, invece, la legislazione per i commercianti, i quali potranno accedere al regime agevolato purchè abbiano dei ricavi inferiori a 40mila euro.

    22102014L’Irpef risulta, dunque, triplicata rispetto al passato per chi aderisce al nuovo regime dei minimi. Ma la svolta clamorosa di questi giorni riguarda un possibile ritorno alla vecchia normativa, almeno per tutto il 2015.
    Lo hanno annunciato i relatori del decreto Milleproroghe, Maibo Marchi e Francesco Paolo Sisto.
    La proposta, contenuta all’interno del suddetto decreto, potrebbe essere il mantenimento per un altro anno del vecchio regime agevolato oppure lasciare ai professionisti la possibilità di scegliere se aderire o meno al nuovo quadro fiscale.

    A marzo, invece, nella delega fiscale ci potrebbero essere dei cambiamenti della normativa sulle piccole partite Iva. Nei giorni scorsi il premier Matteo Renzi aveva annunciato delle modifiche del quadro regolativo sui giovani professionisti, ammettendo che il nuovo carico contributivo rischia di essere troppo pesante per chi decide di intraprendere la strada del lavoro autonomo.
    L’impressione è che questo tema sia stato affrontato con troppa superficialità, a dispetto delle tante attese della vigilia. Le associazioni di categoria si auspicavano un quadro normativo più favorevole.
    In realtà si è verificata la situazione opposta: i nuovi oneri fiscali rischiano, infatti, di azzoppare la categoria dei freelance e di mettere in serissima difficoltà alcuni giovani professionisti.
    Il ritorno al vecchio regime non può che essere una misura transitoria, prima di affrontare una riforma più ampia del mondo del libero professionismo.
    Gli interventi del governo sul lavoro dipendente sono stati tanto importanti quanto discussi. Una riflessione più approfondita su una categoria in espansione come quella delle partite Iva sarebbe altrettanto necessaria, oltreché doverosa.



  • La crisi ha colpito anche il mondo dirigenziale. Lo rivela la Cida (Confederazione italiana dei dirigenti pubblici e privati).
    Nel 2014 sono circa 10 mila i dirigenti che hanno perso il lavoro, in netto aumento rispetto ai 5 mila licenziamenti annui degli anni passati.
    Quella dirigenziale è una figura che comporta dei costi importanti per un’azienda. Per questo motivo molti imprenditori decidono di affidare un incarico di tipo direttivo ad altri soggetti.

    17112014Sono molte le imprese che scelgono dei parenti dell’imprenditore per svolgere il ruolo di manager o di direttore commerciali . Il modello di azienda familiare è molto diffuso in Italia, una realtà che spesso cozza con gli standard di competenza d’eccellenza.
    Tal volta accade che tale ruolo venga ricoperto da un quadro. Non è un caso che nell’ultimo anno questi ultimi siano in aumento del +10%, al cospetto di una diminuzione dei dirigenti del -4,5%.
    Gli imprenditori utilizzano anche forme contrattuali inusuali per questo tipo di lavoro: co.co.pro, consulenza e partita Iva con mono-committenza sono ormai rapporti contrattuali sempre più utilizzati per le mansioni dirigenziali.
    Le strutture delle aziende presentano, quindi, dei modelli per lo più verticistici. La figura dell’imprenditore diventa un “tutto-fare”, non si limita ad investire capitali, ma effettua con maggiore frequenza scelte di natura strategica, che contemplino anche la gestione del personale e delle risorse.
    La scelta di affidare incarichi di questo tipo a parenti o a figure con meno competenze di un dirigente, agisce proprio nella direzione dell’accentramento decisionale.
    Il manager, di converso, perde la sua fisionomia autonoma, il tutto a discapito dell’azienda che rischia di dover far fronte, il più delle volte,ad una gestione inefficiente del capitale.

    Un’indagine di Manageritalia rivela, inoltre, che è diminuito il periodo di permanenza di un dirigente all’interno di un’impresa, passando da 8 a 6 anni di media.Diminuisce, infine, l’entità delle buonuscite, attestabile attorno a sei mensilità.
    Ci troviamo di fronte, dunque, ad una situazione che rischia di modificare i modelli classici d’impresa, ponendo al centro la figura dell’imprenditore e sacrificando quella del manager.
    È ancora troppo presto per poter affermare questo assunto con certezza, ma la tendenza degli ultimi anni appare chiara. Non è da escludere, tuttavia, che tutto possa tornare alla normalità con la fine (auspicata) del periodo di recessione.



  • Urge una svolta nel rapporto tra banche ed imprese.
    Lo sa il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che, infatti, ha già pronta una legge sul sistema bancario che possa agevolare i prestiti alle imprese.
    La soluzione è al vaglio da tempo e, come riporta il quotidiano La Stampa, è stata presentata dallo stesso Padoan ai vertici della Commissione europea per valutarne la fattibilità.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaIl provvedimento riguarderebbe il cosiddetto “Bad bank di sistema”, ovvero tutti quei crediti deteriorati e ormai inesigibili da parte delle banche. Il Governo vorrebbe cancellare questo tipo di crediti, liberando così gli istituti finanziari di un importante fardello.
    Si pone, però, un problema di natura economica e politica. Una legge “salva banche” potrebbe essere configurata come un vero e proprio aiuto di stato al mondo della finanza e dunque proibito dalla istituzione europee.
    Per questo motivo Padoan ha sondato il terreno con la Commissione, la quale sembra non aver posto un veto assoluto.
    Dipenderà dalle modalità di attuazione della legge. Un aspetto, quest’ultimo, che sarà rilevante anche per la valutazione politica del provvedimento all’interno del nostro paese.
    Un aiuto statale alle banche non verrebbe visto di buon occhio da parte di molte forze politiche presenti in Parlamento ed in generale verrebbe osteggiato da una gran parte della società italiana.

    L’idea del Governo, dunque, è di coinvolgere direttamente gli istituti finanziari nei costi dell’operazione: lo Stato li aiuterà attraverso dei prestiti, ma dovranno essere puntualmente restituiti.
    Il “Bad bank di sistema” ha frenato per molto tempo il sistema creditizio italiano, rilegandolo in una posizione di immobilismo ormai insostenibile. Per avviare il processo di crescita non bastano solo fattori congiunturali esterni positivi, come la svalutazione dell’Euro, il quantitative easing ed il crollo del prezzo del petrolio.
    Ci vuole un meccanismo di prestiti agevolati per le imprese, che renda le aziende più protette nell’esercizio della propria attività imprenditoriale e non soggette ai cicli economici.



  • Gli effetti della crisi sono stati devastanti. Li respiriamo ogni giorno e li misuriamo con precisione attraverso le elaborazioni dei vari centri ricerca.
    L’ultima analisi in ordine di tempo è quella effettuata da Cerved e riportata da Il Sole 24 Ore.
    Il periodo preso in considerazione va dal 2008 al 2014, ovvero quello immediatamente successivo all’inizio della crisi economica negli Stati Uniti e alla sua conseguente propagazione negli stati europei.

    caschetto lavoroI numeri presentati da Cerved sono impressionanti.
    Negli ultimi sette anni l’economia italiana ha perso 980 mila addetti. Una cifra spropositata che racconta alla perfezione quale è stato l’impatto della crisi sul sistema produttivo italiano.
    Ma non è questa l’unica elaborazione inquietante. Ci sono anche i dati sui fallimenti delle imprese.
    Ogni anno migliaia di realtà imprenditoriali sono costretti a chiudere i battenti ed il 2014 è stato l’anno peggiore da questo punto di vista, con una percentuale di fallimenti in aumento del 10% rispetto all’anno precedente.
    La buona notizia, se così vogliamo chiamarla, è che si è trattato di aziende di piccole dimensioni.
    Dunque le ripercussioni sulla perdita di posti di lavoro non è stata eclatante: -0,5% nel confronto con il 2013.
    Si tratta di un dato parzialmente positivo, poiché frena l’impressionante emorragia di addetti disimpegnati da un anno all’altro.

    Se diamo uno sguardo al fatturato delle piccole e medie imprese la situazione non migliora certamente. Le Pmi in questi anni hanno perso 5,60% del loro fatturato; le piccole imprese sono state quelle più colpite dalla crisi con una variazione negativa attestata attorno al -8,70%.
    La zona maggiormente coinvolta è stata il Nord-Ovest, dove nel 2014 si è registrata la maggior quota di fallimenti ed una perdita complessiva di addetti stimabile attorno alle 56.000 unità lavorative.
    Regioni come il Piemonte contano di rilanciare la propria economia attraverso la ripresa del settore automobilistico, sfruttando il mercato americano ed il favorevole tasso di cambio euro/dollaro.
    Tra i settori più in crisi nell’ultimo anno vanno annoverati quello dei servizi e delle costruzioni. Quest’ultimo ha fatto segnare, nel 2014, una perdita del 22%.



  • Sono disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico le nuove domande di brevetto, marchio e disegno industriale.
    Il Mise mette a disposizione degli utenti una nuova procedura guidata, che consentirà ai cittadini di provvedere alla quantificazione e al pagamento delle tasse dovute tramite modello F24 e ad interagire rapidamente con l’Amministrazione.
    Il nuovo modulo online agisce nel senso della semplificazione, dell’abbattimento dei costi e della facilitazione dei rapporti tra P.A. ed utenza privata.

    parità di trattamentoLe domande sono a disposizione a partire dalla giornata odierna. Uno degli obiettivi del Ministero dello Sviluppo Economico è aumentare la competitività delle piccole e medie imprese italiane, valorizzandone i prodotti originali.
    I nuovi modelli sul pagamento dei diritti e le tasse sui titoli della proprietà industriale vogliono, infatti, combattere la contraffazione dei brevetti, rendendo il mercato italiano realmente innovativo e sottoposto a rigidi controlli.
    L’auspicio del Mise è una crescita dei brevetti, sia in termini di quantità che soprattutto di qualità.

    I pagamenti potranno essere effettuati tramite il modello F24 “Versamenti con elementi identificativi” o “ F24 Enti pubblici”, dei diritti relativi ai titoli di proprietà industriale e le tasse sulle concessioni governative sui marchi, connessi alla nuova modalità di deposito telematico.
    Quanto all’F24 “Versamenti con elementi identificativi” vengono stabiliti anche i relativi codici per poter effettuare il pagamento:

    • C300» denominato «Brevetti e Disegni – Deposito, Annualità. Diritti di opposizione. Altri tributi»;
    • «C301» denominato «Annualità Convalida Brevetto Europeo»;
    • «C302» denominato «Marchio – Primo Deposito, Rinnovo».