Categoria: Fare Impresa


  • Formazione accompagnata all’attività sul campo. Ice Export Lab Campania è questo e tanto altro.
    Il bando indetto dall’Ice (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), in collaborazione con l’Eurosportello della CCIAA di Napoli e l’Unione Industriali Napoli, offre un’opportunità unica a 30 start up, poli tecnologici, Pmi manifatturiere e dei servizi, reti d’impresa e consorzi della Campania.
    L’obiettivo del progetto è sviluppare l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese campane e favorire la collocazione dei loro prodotti sui mercati esteri.
    Per questo motivo è necessaria una fase intensiva di formazione, con l’obiettivo di migliorare le capacità manageriali dei piccoli imprenditori vincitori del bando e di fornire una vocazione internazionale al proprio business.

    Risulta fondamentale, allo stato attuale, guardare ai mercati esteri. Considerata anche la crisi della domanda interna, bisogna fornire alle piccole e medie imprese tutti gli strumenti formativi e finanziari per poter espandere la propria attività al di fuori dell’Italia.
    Ice Export Lab Campania può essere un ottimo punto di partenza per creare quel distretto industriale che tanto manco al Mezzogiorno.

    iceIl corso è della durata di nove mesi e si dividerà in tre fasi:

    • Percorso formativo in aula della durata di tre mesi. La sede sarà Napoli e le lezioni si terranno venerdì pomeriggio e sabato mattina. Le tematiche affrontate riguarderanno i processi di internazionalizzazione dell’impresa (pratica dell’export, marketing internazionale, business plan, tecniche di commercio estero, contrattualistica, pagamenti internazionali, ecc.).
      Sono previsti, inoltre, test ed esercitazioni pratiche.
    • Affiancamento di esperti di internazionalizzazione. In questa fase verranno esaminati gli obiettivi e le strategie aziendali e verranno aiutati gli imprenditori a redigere il business plan.
      È previsto un aiuto di Stato de minimis del valore di 6.000 euro.
    • Incubazione all’estero. Gli imprenditori procederanno con l’implementazione della loro attività all’estero nel settore prescelto. Essi potranno valutare personalmente le opportunità di business in loco ed in un secondo momento avviare l’attività oppure procedere con un percorso formativo di alto spessore per esaminare nel dettaglio le opportunità che offre il territorio.

    Per quanto riguarda i requisiti di ammissione, possono accedere al bando quelle imprese che hanno sede nella Regione Campania, che non abbiano inadempienze fiscali o amministrative e che non sia sottoposte a procedure di fallimento, di liquidazione o amministrazione controllata.
    Devono avere, inoltre, spiccate potenzialità di internazionalizzazione con almeno un membro che abbia un’adeguata conoscenza della lingua inglese e con un sito web o una pagina social dedicata.
    Fatta eccezione per le start up, infine, devono avere registrato nell’ultimo esercizio un fatturato di almeno 100.000 euro.

    Ci sono poi dei requisiti in base al tipo di attività produttiva svolta, per cui le imprese che possono partecipare al bando devono appartenere ad uno dei seguenti settori:
    -agroalimentare (alimentari, ortofrutta, viticoltura, florovivaismo, ittica);
    – moda (tessile/abbigliamento, calzature, conceria, oreficeria);
    – mobilità (nautica, aerospazio, logistica, automotive);
    – arredo e costruzioni (arredamento, restauro architettonico, sviluppo urbano, lapideo);
    – alta tecnologia (nano-biotecnologie, meccatronica, ICT);
    – energia (ambiente ed energie rinnovabili).

    Le domande vanno presentate entro il 3 aprile 2015. Per ulteriori informazioni consultare il bando.

     



  • L’articolo incriminato è il numero 4, comma 10 bis dell’Investment compact, approvato la scorsa settimana alla Camera.
    L’emendamento presentato dal deputato Della Valle “introduce alcuni requisiti di forma per l’atto costitutivo delle start up innovative e degli incubatori certificati. Si richiede che l’atto costitutivo e le successive modificazioni siano redatti:
    • per atto pubblico ovvero per atto sottoscritto con firma digitale;
    • secondo il modello standard tipizzato dal MiSE e trasmesso al competente ufficio del Registro delle imprese.

    Cambiano, dunque, le modalità costitutive delle start up e degli incubatori, ragion per cui non sarà più obbligatorio recarsi dal notaio, ma basterà una semplice firma digitale attraverso un modello standard disponibile online.
    La normativa in questione si pone come obiettivo la semplificazione degli adempimenti burocratici per l’avvio di una start up innovativa, riducendo anche i relativi costi.
    Le tariffe per la redazione di un atto pubblico, infatti, spesso risultano salate, anche se dipendono dalla discrezionalità del professionista.
    I giovani start upper, però ,a differenza delle grandi aziende non dispongono di ingenti capitali: il più delle volte devono fare affidamento su finanziamenti pubblici a tassi agevolati ed i loro progetti innovativi sono sempre a rischio fallimento, perché devono scontrarsi con un mercato, quello italiano, non sempre in grado di recepire la novità.

    bilancioL’emendamento in questione, dunque, potrebbe rappresentare una svolta per il mondo delle piccole imprese innovative. Una rivoluzione che per il mondo dei notai ha tutti i caratteri del disastro.
    Tolte le ovvie ragioni di natura economica, che andranno a penalizzare i professionisti, si pone un problema di natura sistemica.
    Secondo il Consiglio Nazionale del Notariato, infatti, la nuova norma non sarà in grado di garantire la trasparenza dell’azienda appena nata.
    Diminuiranno i controlli pubblici effettuati da notai, rendendo così difficile risalire alla reale identità del rappresentante legale dell’impresa e facilitando la formazione di vere e proprie società anonime.

    Il Consiglio Nazionale del Notariato ha voluto ribadire questi concetti attraverso un duro comunicato, nel quale si rammenta al Governo il rischio che si correrà in futuro con questo cambiamento normativo: “Facile inoltre immaginare l’escamotage che potrà essere adottato per evitare controlli: presentarsi come start up innovative, evitare i controlli tramite una firma digitale non autenticata, perdere in fase successiva i requisiti per essere ammessi nella sezione specifica del registro societario ma salvaguardando l’iscrizione al registro”.
    La rabbia dei notai nei confronti dell’esecutivo viene da lontano. Nonostante il Governo Renzi non sia riuscito ad effettuare un’effettiva liberalizzazione in settori come quello farmaceutico, è intervenuto, invece, togliendo alcune prerogative al mondo notarile.
    Su tutte va annoverata la nuova norma che consente anche agli avvocati e ad altri professionisti, non solo ai notai, la stipulazione dei contratti immobiliari non abitativi dal valore catastale inferiore i 100mila euro.
    L’emendamento sulle start up viene percepito, dunque, come un ulteriore attacco alla categoria. I rischi in termini di trasparenza ci sono tutti, ma un intervento di liberalizzazione per le piccole imprese e le start up andava assolutamente fatto.
    Difficile, in via definitiva, che il Parlamento possa fare un passo indietro.


  • latte granarolo

    L’anno appena conclusosi verrà ricordato in maniera molto positiva da Granarolo.
    Il Cda ha da poco approvato il bilancio del 2014 che ha fatto registrare un risultato da record: per la prima volta, infatti, il fatturato dell’azienda ha superato il miliardo di euro (1,037 miliardi di euro), con una crescita del 4,8% rispetto al 2013.
    L’Ebitda, invece, è di 60 milioni di euro, in aumento addirittura del 19,2% rispetto all’anno precedente.
    Presentano dei valori positivi anche il risultato netto e la posizione finanziaria netta.
    Il primo si attesta sui 9 milioni e risulta sostanzialmente stabile; il secondo, invece, fa registrare 122 milioni di euro, con una variazione positiva di 5 milioni nel confronto con il 2013.

    latte_fresco_I risultati raggiunti da Granarolo sono notevoli in senso assoluto, ma diventano ancora più rilevanti se parametrizzati al grave periodo di recessione che sta vivendo l’Italia.
    La scarsità della domanda interna ha portato ad una netta diminuzione degli ordinativi e della produzione industriale, con conseguente riduzione degli investimenti da parte della maggior parte delle aziende nostrane.
    La strategia di Granarolo è stata, però, lungimirante: sfruttare la debolezza dell’Euro per allargare i propri orizzonti di mercato al di fuori dell’area Ue.
    La scelta di puntare, ad esempio, sul settore dei formaggi e sulla loro richiesta nei mercati esteri ha portato la quota di export a crescere dal 4 al 16% in due anni e secondo le previsioni a breve potrebbe superare addirittura il 30%.

    Il caso di Granarolo è il perfetto esempio di come si possano raggiungere determinati obiettivi attraverso un’accurata programmazione aziendale che tenga conto del mutato scenario macroeconomico.
    A tal proposito il presidente del Consiglio d’amministrazione, Gianpiero Calzolari, annuncia un maggiore impegno dell’impresa in mercati molto prolifici per il made in Italy: “ Il 2015 sarà ancora un anno di crescita con un duplice obiettivo . Da un lato, prevediamo di consolidare il mercato europeo con ulteriori accordi e partnership, dall’altro guardiamo con attenzione ai mercati extra UE, in particolare quelli asiatici e statunitensi dove possiamo valorizzare la filiera italiana e le eccellenze del made in Italy”.
    Da questo punto di vista, sottolinea Calzolari, Export sarà un ponte importante per rilanciare i prodotti italiani e valorizzare la qualità che le nostre aziende sanno esprimere.



  • Approvate la Legge di Stabilità e l’Investment Compact (per quest’ultimo, però, c’è da passare ancora lo scoglio del Senato), può essere utile fare un punto della situazione in materia di finanziamenti alle piccole e medie imprese e alle start up innovative.
    I problemi del sistema creditizio italiano sono notori: risulta difficile per una realtà imprenditoriale emergente riuscire ad accedere ai prestiti bancari. Senza le dovute garanzie, è impossibile avviare un’attività di lavoro autonomo oppure formare una nuova impresa.
    Il Governo, con l’aiuto di alcune forze parlamentari, ha voluto fornire detrazioni fiscali e finanziamenti a tassi agevolati per chi è disoccupato o in cerca della prima occupazione. Solo incentivando l’imprenditoria giovanile e l’innovazione, infatti, è possibile rilanciare il tessuto economico italiano, trovando delle alternative ad un modello basato sui servizi e sui grandi comparti industriali.

    invitaliaLa Fondazione Studi del Consiglio Nazionale Consulenti del Lavoro ha fornito una guida operativa utile per capire quali sono gli strumenti giuridici ed economici in possesso dei cittadini dopo i recenti cambiamenti normativi.
    Uno di questi riguarda la possibilità di chiedere l’anticipo l’intera quota della Naspi per chi volesse intraprendere una nuova attività imprenditoriale.
    La Naspi è un ammortizzatore sociale, in vigore a partire dal 1° Maggio 2015, rivolto ai lavoratori vittima di disoccupazione involontaria. Questi ultimi potranno richiedere online all’Inps di ricevere in via anticipata l’intera somma spettante entro trenta giorni dall’inizio della nuova attività.
    Sono ammesse forme di lavoro autonomo, imprese individuali e sottoscrizioni di quote sociali di cooperative.
    Lo stesso discorso vale per chi ha diritto alla vecchia Aspi e all’indennità di mobilità. In questo modo i disoccupati che decideranno di mettersi in proprio potranno avere maggiore liquidità all’inizio della loro attività imprenditoriale.

    Ma non sono gli unici aiuti per lo sviluppo dell’auto-imprenditorialità. Abbiamo parlato nei giorni scorsi dei quaranta milioni di euro stanziati per il 2015 dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Movimento 5 Stelle per iniziative di microcredito alle piccole imprese e ai lavoratori autonomi.
    Il provvedimento consentirà a chi non dispone delle dovute di garanzie di accedere a finanziamenti fino ad un massimo di 25.000 euro per avviare o sviluppare la propria attività d’impresa.
    La stessa cifra di è prevista dal progetto Garanzia Giovani. Oltre a favorire l’inserimento dei giovani nella realtà lavorativa attraverso tipologie contrattuali come lo stage o l’apprendistato, l’iniziativa del Ministero del Lavoro incentiva l’attività imprenditoriale svolta da chi ancora non ha trovato un’occupazione, fornendo prestiti fino a 25.000 euro per la realizzazione di nuove imprese o di start up innovative.

    Quest’ultima forma imprenditoriale è quella che dispone di maggiori aiuti fiscali, finanziari e giuridici. Del resto proprio grazie al modello delle start up gli Stati Uniti sono riusciti a rilanciare il proprio tessuto economico.
    Per poter accedere ai finanziamenti del Governo, le suddette imprese devono fornire beni e servizi di alto contenuto tecnologico, oltre ad avere avviato la propria attività da meno di 48 mesi ed avere una valore della produzione fino ad un massimo di 5 milioni di euro.
    Qualora presentino tali requisiti, le start up innovative potranno avere accesso ad un finanziamento a tasso zero per un massimo di 1,5 milioni di euro. La spesa totale dell’investimento può essere coperta fino ad un massimo del 70%, che può essere innalzato all’80% se l’impresa è costituita solamente da donne o da giovani under 35.



  • Semplificazione e digitalizzazione nei rapporti tra cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione. Sono queste le linee direttive lanciate dal Governo e auspicate dalle istituzioni europee.
    L’Italia presenta uno degli apparati amministrativi meno efficienti d’Europa: tantissimi adempimenti burocratici, lunghe file d’attesa negli uffici pubblici, scarsa implementazione dei servizi online e ritardi ancestrali nel pagamento dei debiti nei confronti delle imprese.
    Proprio a causa di quest’ultima mancanza l’Italia è stata sottoposta a numerose procedure d’infrazione in sede europea, che hanno costretto il nostro paese a riformare il sistema dei pagamenti alle imprese.

    agenda-digitaleL’introduzione della fatturazione elettronica agisce in tal senso. A partire dal 31 marzo, il meccanismo già in vigore per le amministrazioni centrali, sarà esteso anche alle P.A a livello locale.
    Tutti i rapporti di fornitura di beni e servizi tra imprese private e pubbliche amministrazioni dovranno essere regolati attraverso una fattura sotto forma di documento digitale.
    Addio, dunque, agli scontrini fiscali e spazio agli strumenti di naturale digitale, con la speranza di semplificare l’apparato burocratico, velocizzare i tempi di pagamento e ridurre l’evasione fiscale.
    Obiettivi ambiziosi, ma raggiungibili nel lungo periodo con un attento lavoro di implementazione di questi meccanismi su scala nazionale.

    La misura è rivolta in primo luogo alle aziende. La fatturazione elettronica obbligherà, infatti, le P.A. a saldare i propri debiti entro il termine massimo di un mese: in questo modo le piccole realtà imprenditoriali italiane potranno far fronte con maggiore facilità ai problemi di liquidità che hanno costretto addirittura numerose Pmi a chiudere i battenti.
    Ogni impresa e P.A. dovrà inviare la propria fattura digitale ad un sistema di interscambio, il quale procederà a valutarne correttezza ed eventuali criticità. Una volta effettuati i dovuti controlli, la invierà al destinatario.
    La presenza di un intermediario tra aziende e pubbliche amministrazioni servirà a rendere il processo di fornitura di beni e servizi più celere e sottoposto a più rigidi controlli.
    Ovviamente non tutte le amministrazioni e non tutte le piccole imprese sono pronte all’innovazione imminente.
    Per questo motivo risulta fondamentale l’operato che stanno svolgendo i digital champions a livello locale attraverso una campagna di informazione e di consulenza molto dettagliata.
    Per avere ulteriori informazioni di carattere tecnico vi invitiamo a rivolgervi ai digital champions di riferimento sul vostro territorio o a consultare il sito dell’Agenda digitale italiana.



  • Con 290 sì, 149 no e 7 astenuti è passato alla Camera il decreto sull’Investment compact.
    Si tratta di un provvedimento che interviene nel settore delle imprese, provando a rilanciare gli investimenti.
    Tra le misure contenute nel decreto, la più discussa riguarda senza dubbio la riforma delle banche popolari con attivo superiore a otto miliardi di euro.
    Allo stato attuale vige il principio del voto capitario (una testa un voto) che dà enorme potere anche ai piccoli soci. La riforma prevede che entro 18 mesi gli istituti bancari coinvolti modifichino il proprio statuto, eliminando il voto capitario e trasformandosi in società per azioni.
    Sono dieci le Popolari interessate dal provvedimento: Banco Popolare, Ubi Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza , Veneto Banca, Popolare di Sondrio; tra le non quotate ci sono il Credito valtellinese, la Popolare di Bari e la Popolare dell’Etruria e del Lazio.

    Cooperative EdiliI dieci istituti bancari appena citati avranno appunto 18 mesi di tempi per modificare il proprio statuto. Qualora ciò non avvenisse la Bce, su segnalazione di Bankitalia, revocherà loro l’autorizzazione per l’esercizio di attività bancarie e verrà disposta la liquidazione coatta amministrativa.
    L’intento del Governo attraverso questo provvedimento è snellire il processo decisionale all’interno delle popolari, troppo spesso sottoposto ai veti dei migliaia di soci, e permettere a chi possiede quote di maggioranza di avere una maggiore influenza nelle scelte da adottare.

    L’Investment compact, però, non contiene solo la tanto discussa riforma delle Popolari, ma anche una serie di strumenti per rilanciare le imprese in difficoltà e le Pmi.
    È stata disposta, innanzitutto, la creazione di una società per azioni per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle aziende in crisi. Il provvedimento è rivolto in particolare a tutte quelle imprese che “nonostante temporanei squilibri patrimoniali e/o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato“.
    Potrà partecipare al fondo per le aziende in crisi qualsiasi tipo di investitore, sia istituzionale che professionale.
    In questo modo si vogliono aiutare quelle realtà in difficoltà per colpa della recessione, ma che in prospettiva futura possono presentare importanti margini di crescita.

    Nel decreto legge trovano, infine, un posto rilevante start up e Pmi. Vengono allargate le agevolazioni fiscali per chi decide di investire nelle start up. In precedenza, per poter usufruire degli sgravi, la start up in questione doveva essere nata da meno di quattro anni; adesso il limite temporale viene esteso a cinque.
    Viene introdotta, inoltre, una nuova categoria che è quella delle Pmi innovative. Le piccole e media imprese che investono in innovazione e tecnologia potranno usufruire delle stesse agevolazioni fiscali delle start up, purché siano costituite sotto forma di società di capitale, anche cooperative, ed operino sul mercato da meno di sette anni dalla loro vendita commerciale.



  • Uno delle poche buone notizie per l’Italia nel 2014 arriva dall’export.
    Come abbiamo più volte sottolineato, la svalutazione dell’euro ha favorito le imprese che svolgono un’importante quota delle proprie attività commerciali con i paesi extra-europei.
    La crescita della domanda estera ha in qualche modo bilanciato la scarsità della domanda interna, depressa da un basso livello dei consumi.
    I prodotti delle industrie italiane hanno trovato mercato negli altri paesi europei (Belgio e Polonia su tutti), ma soprattutto oltreoceano, dove gli Stati Uniti sono stati il nostro principale partner commerciale.

    Secondo i dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 c’è stato un aumento delle vendite dei beni all’estero nell’Italia nord-occidentale (+1,4%), nord-orientale (+3,7%) e centrale (+1,6%), mentre le regioni meridionali e insulari registrano una leggera flessione (-0,3%).
    Le elaborazioni più interessanti, però, riguardano l’intero 2014. Nell’anno appena trascorso, l’Italia ha fatto registrare una variazione positiva dell’export del 2,0%. Tutte le aree geografiche hanno visto una crescita delle esportazioni, eccezion fatta per l’Italia insulare (-13,8%).
    Questo dato si spiega attraverso la contrazione delle vendite di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia (-15,2%) e Sardegna -(16,3%) e rappresenta un ulteriore segnale della crisi che sta attraversando il settore energetico in tutto il mondo.

    28102014Per quanto riguarda, invece, le regioni che hanno fornito la spinta decisiva alla crescita dell’export, tra di esse vanno annoverate certamente le Marche (+7,5%), l’Emilia Romagna (+4,3%), il Piemonte (+3,3%), il Veneto (+2,7%) e la Lombardia (+1,4%).
    In questo caso i settori maggiormente proficui sono stati quelli della vendita di autoveicoli da Piemonte ed Emilia-Romagna (rispettivamente +20,7% e +18,3%) e di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici da Lazio e Marche (rispettivamente +9,7% e +39,0%).

    È importante anche valutare nel dettaglio quali sono i mercati esteri maggiormente attratti dai nostri prodotti. Analizzare le preferenze dei nostri acquirenti sarà alla base della programmazione industriale futura. La svalutazione, infatti, non sembra destinata a terminare di qui a breve.
    Ecco perché bisogna sfruttare al massimo questa congiuntura favorevole e rilanciare finalmente il nostro settore industriale.
    Come riporta l’Istat “L’analisi regionale per mercati di sbocco mostra che nel corso dell’anno 2014 la crescita registrata per l’export nazionale è influenzata dall’aumento delle esportazioni del Lazio verso il Belgio (+45,4%) e di Lombardia (+9,7%), Piemonte (+21,8%), Toscana (+21,8%) ed Emilia-Romagna (+11,8%) verso gli Stati Uniti. Risultano in forte aumento anche le vendite delle Marche in Belgio (+31,7%) e del Piemonte in Polonia (+23,3%). Le vendite della Lombardia verso la Svizzera (-8,1%) e del Lazio verso il Giappone (-65,1%) rallentano la crescita delle esportazioni”.
    Come abbiamo evidenziato in precedenza, Belgio e Polonia, per il mercato Ue, e Stati Uniti, per quello extra-europeo, sono stati i nostri principali interlocutori. Sono soprattutto gli autoveicoli ed i prodotti farmaceutici, chimico-medicinali e botanici quelli maggiormente richiesti da questi paesi.
    Non è un caso che proprio nel 2014 Fiat-Chrsysler abbia fatto registrare un netta crescita in termini di fatturato e di ordinativi, con Stati Uniti e Polonia tra i più importanti acquirenti dell’azienda.
    Bisognerà, in via definitiva, far affidamento su questi dati ed incentivare ancora di più l’export extra-europeo, puntando a far crescere anche le esportazioni di quelle regioni come Sicilia, Sardegna, Calabria e Campania che ancora segnano il passo rispetto agli altri territori del nostro paese.

     



  • Quaranta milioni di euro, di cui trenta stanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) e dieci dal Movimento 5 Stelle. Il Governo con l’ausilio di alcune forze parlamentari ha deciso di dare una mano a chi non possiede le garanzie sufficienti per ottenere un prestito bancario, ma vuole avviare o sviluppare un’attività di lavoro autonomo o di Microimpresa.
    L’impoverimento generato dal periodo di recessione ha messo in difficoltà famiglie e piccole imprese, che sempre più raramente riescono ad accedere ai finanziamenti delle banche.
    Laddove mancano le garanzie, deve intervenire il Governo per assicurare a tutti eguali possibilità economiche.
    Lo recita l’art. 3 della Costituzione e per una volta è stato applicato.
    Si può contribuire ai fondi attraverso qualsiasi tipo di erogazione liberale, come già avvenuto nel caso del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di rinunciare a parte dei propri emolumenti per finanziare questa iniziativa.
    Ma vediamo nel dettaglio chi sono i soggetti interessati, quali attività possono essere finanziate ed infine quali sono le modalità di accesso ai prestiti e la relativa restituzione.

    Cominciamo col dire che le domande potranno essere presentate i primi di Aprile, quando il Ministero farà partire il cosiddetto “click day”. Le risorse potranno, dunque, essere prenotate online. Alla domanda dovrà essere allegata la seguente documentazione: copia carta d’identità e codice fiscale del richiedente, certificazione attribuzione partiva Iva, certificato di iscrizione CCIAA o certificato iscrizione ordine professionale, libro unico del lavoro, ultimi tre bilanci.

    bilancioPer quanto riguarda i requisiti, invece, potrà accedere ai prestiti chiunque voglia avviare o sviluppare un’attività di lavoro autonomo o di microimpresa, organizzata in forma individuale, di associazione, di società di persone, di società a responsabilità limitata semplificata o di società cooperativa.
    Si parla comunque di attività appena nate e con ricavi limitati. L’intento del provvedimento, infatti, è aiutare solamente le piccole realtà imprenditoriali.
    Nello specifico sono tre i tipi di attività ammissibili per poter accedere ai finanziamenti:

    • Lavoro autonomo (avvocati, notai, medici, giornalisti, ingegneri, architetti, consulenti del lavoro, agronomi, commercialisti, ecc.) che hanno aperto una partita Iva da meno di 5 anni e che possiedono meno di 5 dipendenti.
    • Ditte individuali con una partita Iva aperta da meno di 5 anni e meno di cinque dipendenti a proprio carico.
    • Società di persone, società a responsabilità limitata semplificata o società cooperative titolari di partita IVA da meno di cinque anni e con massimo 10 dipendenti.

    Oltre al requisito dimensionale, ci sono anche dei limiti di fatturato e di valore patrimoniale dell’impresa, al di sopra dei quali non si può ricevere i finanziamenti. In particolare l’attivo patrimoniale non deve essere superiore ai trecento mila euro l’anno, mentre il limite per i ricavi lordi annui è di duecento mila euro.
    Il finanziamento ricevuto sarà di massimo 25.000 euro e potrà essere incrementato di ulteriori 10.000 euro solo se l’operatore di microcredito accerti che siano stati raggiunti i risultati intermedi e che siano stati pagate almeno le prime sei rate.

    La durata massima del finanziamento è di sette anni; il rimborso del prestito può avvenire con una cadenza massima trimestrale. Allo stato attuale, il tasso d’interesse non può essere superiore all’8,47%, ma può essere soggetto a variazioni congiunturali.
    Le risorse ricevute potranno essere utilizzate per diverse finalità, tra le quali innanzitutto l’acquisto di beni (anche materie prime) o servizi strumentali utili allo svolgimento dell’attività imprenditoriale.
    Ma c’è anche la possibilità di utilizzare i fondi per la retribuzione di nuovi dipendenti o soci lavoratori o per frequentare dei corsi professionalizzanti ai fini del miglioramento delle proprie conoscenze nell’ambito d’impresa scelto.
    L’operatore di microcredito, selezionato per seguire la fase istruttoria del procedimento, potrà fornire consulenza al richiedente su vari aspetti come quello legale, finanziario o relativo al raggiungimento degli obiettivi posti nel progetto iniziale.
    Risulta, a conti fatti, un’opportunità da non perdere per chi possiede creatività e spirito d’iniziativa, ma non dispone delle risorse e delle garanzie necessarie per avviare un’attività di tipo imprenditoriale.



  • Cooperative e donne: un binomio sempre più forte. A rivelarlo è un’indagine online effettuata dall’Unità Cooperative dell’International Labour Organization, insieme all’International Cooperative Alliance.
    Sono circa 600 gli intervistati, appartenenti al settore della cooperazione e delle imprese, ma anche esponenti delle istituzioni. Il 50% di essi proviene dall’Europa, il 15% da Stati Uniti ed Asia, il restante dagli altri continenti.
    L’intento della ricerca è scoprire quale sia il ruolo delle donne all’interno delle cooperative e soprattutto capire quali siano le differenze tra i diversi modelli d’impresa dal punto di vista dell’integrazione di genere.

    Il risultato mostra una presenza crescente delle quote rosa all’interno delle coop da più di vent’anni a questa parte. Secondo il 75% degli intervistati, infatti, c’è stato un netto aumento della partecipazione delle donne alla vita cooperativa, anche in settori storicamente difficili per la parità di genere come la finanza e le assicurazioni.
    È aumentato anche il numero di donne a capo di imprese sociali: secondo i dati di Confcooperative il 25% delle proprie associate è gestito da una componente femminile.

    downloadSecondo l’80% degli intervistati la cooperazione rappresenta l’organizzazione migliore per promuovere la parità di genere. Sappiamo benissimo come all’interno delle pubbliche amministrazioni, ci siano ancora pochissime donne a ricoprire incarichi apicali. Lo stesso fenomeno riguarda le realtà aziendali, dove i manager uomini sono in netta preponderanza.
    L’indagine si pone come obiettivo anche di analizzare quali sono i maggiori ostacoli all’integrazione di genere. Secondo il 65% degli intervistati i problemi principali sono di natura culturale, dove il retaggio di secoli di storia maschilista faticano ancora ad essere cancellati. Manca, inoltre, un effettivo riconoscimento giuridico del ruolo delle donne all’interno delle aziende e questo incide fortemente sull’immobilismo culturale imperante.

    Le cooperative, da questo punto di vista, rappresentano una piacevole eccezione, offrendo alle donne numerose opportunità lavorative nei settori della sanità, della cura delle persone e della tutela dell’infanzia, ma non può e non deve bastare.
    Gli ambiti lavorativi devono essere ampliati. Per questo motivo il 50% degli intervistati ritiene che le coop possano comunque fare di più, ad esempio implementando corsi di formazione che veicolino a 360 gradi l’eguaglianza di genere.
    L’effettiva applicazione dei principi di mutualità e democrazia può rendere la cooperazione un modello di riferimento in tema di empowerment delle donne su scala nazionale e mondiale.



  • Lo scontro tra Confindustria ed il Governo sul reverse charge è più forte del previsto, tant’è che l’organizzazione di rappresentanza degli industriali ha deciso di presentare ricorso alla Commissione europea.
    L’oggetto del contendere riguarda una norma inserita all’interno della Legge di Stabilità che estende il meccanismo di inversione nel pagamento dell’Iva anche ai supermercati, ipermercati e discount.

    27102014Allo stato attuale gli acquirenti pagano l’imposta ai fornitori di beni e servizi, i quali devono poi versare la suddetta somma allo Stato.
    A conti fatti, in realtà, molti fornitori non pagano l’importo dovuto, compiendo dei veri e propri atti elusivi sanguinosi per le casse dello Stato.
    Il Governo ha inserito all’interno della Legge di Stabilità il meccanismo dell’inversione contabile per porre rimedio a tale fenomeno in tutti i rapporti di fornitura di beni e servizi.
    Con la nuova legge, infatti, sarà direttamente l’acquirente a versare l’Iva dovuta allo Stato, mentre il fornitore potrà  semplicemente chiedere il rimborso sotto forma di credito d’imposta.

    La norma non è ancora attiva, poiché è al vaglio delle istituzioni europee, e presenta non poche problematiche per tutte grandi catene di distribuzione. Come afferma Confindustria “il meccanismo di inversione contabile rischia di acuire i ritardi nell’erogazione dei rimborsi, a scapito dell’effettiva neutralità del funzionamento dell’imposta sul valore aggiunto, con effetti devastanti sulla liquidità delle imprese e sui loro piani di investimento futuri”.
    Le amministrazioni pubbliche italiane sono riconosciute per gli evidenti ritardi nei pagamenti dei debiti con le imprese e per questo motivo l’Italia è stata anche sottoposta a numerose procedure d’infrazione in sede europea.
    Proprio su quest’ultimo punto si base il ricorso di Confindustria. Secondo l’associazione di categoria degli imprenditori si tratterebbe di un vero e proprio prestito nei confronti dello Stato, che limiterebbe ulteriormente la liquidità delle imprese, già in gravissima difficoltà da questo punto di vista.
    Il ministro Padoan si è dichiarato fiducioso sull’esito del contenzioso. Proprio ieri, infatti, la Commissione ha approvato le misure contenute nella Legge di Stabilità.
    Il problemi del lassismo delle P.A. nel pagamento dei debiti verso le aziende rischia di essere, però, un ostacolo insanabile nel processo di applicazione del reverse charge anche all’attività delle grandi catene di distribuzione.



  • Le start up innovative a vocazione sociale sono il presente del tessuto economico mondiale e lo saranno, a breve, anche di quello italiano.
    Lo hanno capito tutti: dalle grandi istituzioni politiche a quelle religiose. Innovazione tecnologica e società non possono essere due mondi a parte. Al contrario devono interagire e dialogare, attraverso uno speciale processo di contaminazione utile per lo sviluppo dell’umanità.

    La tecnologia trae dalla società le risorse umane ed economiche indispensabili per poter sopravvivere, mentre quest’ultima può utilizzare i nuovi strumenti tecnologici per migliorare la qualità della vita delle persone ed il loro processo di inclusione sociale.
    Sono tantissimi i progetti che agiscono in tal senso. Uno di questi è stato promosso addirittura da Papa Francesco.
    Il Vaticano ha compreso quanto sia importante investire in tecnologia per sviluppare quei rapporti di solidarietà ancora troppo deboli all’interno della realtà sociale. I poveri, i carcerati, i portatori di handicap vivono spesso da veri e propri emarginati.

    scholasLe istituzioni, vittime della spending review, non riescono ad occuparsi di loro demandando questo compito al terzo settore o appunto alle start up innovative a vocazione sociale.
    È qui che l’Italia mostra il passo rispetto alle altre realtà mondiali, distinguendo in maniera netta il mondo del terzo settore da quello delle start up, quando ormai il processo di ibridazione appare chiaro, sia in riferimento al modello d’impresa che all’attività svolta.

    Il progetto Scholas Labs, promosso dal Vaticano, è l’emblema perfetto di questo cambiamento. Si tratta di un’iniziativa aperta a tutte le start up innovative del mondo che promuovano progetti di integrazione scolastica.
    Gli sponsor sono di quelli che pesano, se pensiamo che colossi mondiali come Google, Microsoft e Telecom Group Argentina saranno partner del progetto.
    Entrando nello specifico, vengono richiesti progetti innovativi, di qualità e dal forte impatto sociale. L’intento è creare uno spazio online dove studenti, insegnanti e altri membri del settore scolastico possano condividere problemi, idee e proposte per migliore il sistema di insegnamento.
    Si verrebbe a creare un enorme spazio di condivisione sociale su scala mondiale.

    L’Italia deve aprirsi ad iniziative di questo tipo attraverso una maggiore integrazione tra il mondo delle cooperative sociali e quello delle start up. Tra i due cambia la formula ed il modello d’impresa, ma lo spirito innovativo è il medesimo. Ecco perché intervenire attraverso una ristrutturazione del quadro normativo che avvicini i due mondi significa guardare al presente e rivolgersi con sguardo positivo al futuro.



  • Tasso di disoccupazione al 12,7%, con quello giovanile che viaggia stabilmente oltre il 40%; povertà sempre più diffusa e Pil che fatica ad avviare un percorso di crescita.
    Sono questi i dati della recessione italiana e che collocano il nostro paese in una situazione molto delicata.
    C’è bisogno, però, di ripartire e per farlo si deve agire dal basso.

    Troppo spesso la creatività e lo spirito di iniziativa dei cittadini vengono repressi da un quadro normativo e fiscale poco favorevole. Accade, ad esempio, che famiglie, disoccupati e piccole imprese fatichino ad accedere a finanziamenti delle banche e ad intraprendere in questo modo un’attività imprenditoriale.
    Le idee il più delle volte non mancano, latitano invece le risorse e le opportunità regolative.
    L’Italia ha bisogno di un sistema creditizio più snello e agevole nella concessione di prestiti a chi propone progetti innovativi.

    invitaliaIn questo senso va il decreto legge n.185/2000 che regola il cosiddetto autoimpiego, ovvero la possibilità per disoccupati o soggetti in cerca della prima occupazione di avviare un’impresa nonostante non dispongano delle risorse adeguate.
    La suddetta legge viene gestita da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa SpA, che propone una serie di finanziamenti per l’avvio di attività imprenditoriali di tre tipi:

    • Lavoro Autonomo (in forma di ditta individuale) con finanziamenti fino ad un massimo di 25.823 euro. Il progetto deve essere portato avanti per almeno cinque anni e può riguardare qualsiasi settore (produzione di beni, commercio, ecc.) esclusi gli ambiti della pesca e dell’agricoltura. Per ottenere il finanziamento bisogna essere maggiorenni e disoccupati alla data di presentazione della domanda; la sede legale dell’attività, infine, deve trovarsi nelle seguenti regioni: Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia.
    • Microimpresa con finanziamenti fino a 129.114 euro. Si tratta in questo caso di piccole aziende e l’unica forma societaria ammessa è quella della società di persone. Sono esclusi, quindi, altri modelli di impresa come le cooperative, le ditte individuali, le società di capitali, le società di fatto e le società aventi un unico socio.
      Le uniche attività finanziabili riguardano la produzione di beni e la fornitura di servizi, il commercio, dunque, è escluso. Anche qui la sede operativa delle attività deve trovarsi in una delle regioni elencate in precedenza.
      L’obiettivo, infatti, è rilanciare le piccole imprese in quei territori dove il tasso di disoccupazione e la povertà sono maggiori.
    • Franchising: riguarda le persone fisiche o società di persone o di capitali di nuova costituzione che vogliono aprire un’attività in franchising. Sarà possibile stipulare un contratto di questo tipo solamente con Franchisor convenzionati con Invitalia.
      Le regioni coinvolte sono ancora una volta Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia.