Categoria: Fare Impresa


  • L’agricoltura può essere un importante veicolo di crescita economica. Lo hanno capito anche i giovani italiani.
    I dati forniti dall’Istat relativi all’ultimo trimestre del 2014 ci rivelano come il settore agricolo sia in costante ascesa, sopratutto sul fronte giovanile.
    Negli ultimi tre mesi del 2014, infatti, c’è stato un aumento degli occupati del 7,1%.
    Numeri che diventano ancora più eclatanti se guardiamo alla crescita avuta nel Nord Italia, dove il numero degli impiegati nel settore agricolo ha fatto registrare un boom del +17,5%.

    Sono aumentati, nello specifico, i lavoratori dipendenti nell’agricoltura (+5,5%), ma l’aspetto più interessante riguarda il lavoro autonomo.
    La figura classica dell’imprenditore è collegato al settore industriale o al massimo a quello dei servizi. La rivoluzione moderna interessa a stretto giro anche i modelli imprenditoriali, soprattutto giovanili.
    E l’agricoltura è parte integrante di questo mutamento culturale. Se guardiamo sempre ai dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 il numero di lavoratori indipendenti nel settore agricolo è aumentato addirittura dell’8,7%.

    06112014Crescono, dunque, le imprese dedite all’agricoltura, ma cosa ancora più importante sono sempre di più i giovani imprenditori che decidono di mettersi in gioco in questo ambito. Secondo un sondaggio svolto da Coldiretti/Ixé il 57% dei ragazzi vorrebbe gestire un agriturismo.
    Una tendenza che trova riscontri nella realtà occupazionale. Le imprese agricole condotte da giovani con meno di 35 anni, infatti sono diventate 49.871, in aumento dell’1,5% rispetto al trimestre precedente.
    Allo stesso tempo l’occupazione giovanile nel settore agricolo presenta una crescita addirittura del 15%.
    Si tratta di tendenze opposto rispetto a quanto avviene in altri ambiti della società italiana. Segno evidente che l’agricoltura offre maggiori opportunità e migliori margini di crescita rispetto ad altri settori lavorativi.

    Lo spazio per l’innovazione e per la competizione, infatti, è enorme. Un’accurata gestione delle derrate agricole nostrane può portare l’Italia a diventare un paese leader su scala mondiale.
    Lo dimostrano i dati sui prodotti dell’agroalimentare italiano, che mostrano come i beni nostrani siano ancora oggi tra i più richiesti sul mercato.
    Da questo punto di vista Expo 2015 può rappresentare una straordinaria opportunità per tutta l’agricoltura italiana e non solo. Una buona campagna di sponsorizzazione dei nostri prodotti, unita ad un efficace investimento in tecnologia e programmazione può essere il migliore strumento di crescita per un paese in profonda recessione.

     



  • In Italia è sempre più difficile ottenere un finanziamento. Lo sanno le migliaia di famiglie e piccole imprese che faticano a portare avanti la propria attività quotidiana, tra un mutuo inarrivabile ed attrezzature impossibili da acquistare.
    Il sistema creditizio italiano presenta numerosi punti critici, soprattutto dal punto di vista burocratico.
    Ne risentono in maniera evidente consumi ed investimenti, da sempre l’asse portante di qualsiasi sistema economico.

    Il mondo dei finanziamenti alle Pmi necessitava di un intervento rigenerante ed in parte è arrivato.
    Il Ministero dello Sviluppo economico ha istituito un bando per tutti quei soggetti che non riescono ad ottenere un prestito bancario, ma che risulta necessario per lo svolgimento della propria attività.
    Questi ultimi potranno ottenere un finanziamento di 25.000 euro, che potranno diventare 35.000 euro, se le ultime sei rate sono state pagate puntualmente e se i risultati intermedi del progetto presentato sono stati raggiunti.
    Ma vediamo nel dettaglio quali soggetti possono partecipare e per quale tipo di attività.

    spese condominialiPotranno partecipare al bando tutti i lavoratori autonomi ed i professionisti, quali medici, avvocati, notai, consulenti del lavoro, ecc., che siano titolari di una partita Iva da meno di 5 anni e che abbiano meno di 5 dipendenti.
    A questi soggetti vanno aggiunti le ditte individuali, anch’esse con partita Iva aperta da meno di cinque anni e meno di 5 dipendenti, e società di persone, società cooperative e società a responsabilità limitata con titolarità della partita Iva posseduta da meno di cinque anni e con meno di dieci dipendenti.

    S tratta in sostanza di piccoli professionisti che hanno iniziato da poco la propria attività autonoma e che presentano un fatturato non elevato. Il limite per poter accedere al finanziamento, infatti, è di 200.000 euro di ricavi lordi annui ed un attivo patrimoniale inferiore ai 300.000 euro annui.
    I soggetti partecipanti al bando dovranno presentare il relativo progetto al Mise, indicando le motivazioni della richiesta di finanziamento. In particolare i fondi ricevuti potranno essere utilizzati solamente per l’acquisto di beni, comprese le materie prime e tutte le attrezzature necessarie per portare avanti la propria attività lavorativa, l’assunzione di nuovi dipendenti ed il pagamento di corsi professionali utili per lo svolgimento della propria iniziativa imprenditoriale.
    Potranno usufruire dei suddetti corsi sia i professionisti stessi che i propri lavoratori dipendenti.
    L’investimento totale del Governo è di 40 milioni di euro, 30 messi a disposizione dal Mise e 10 dal Movimento 5 Stelle, che ha deciso di finanziare il progetto rinunciando a parte dei propri emolumenti.

     



  • Le donne e l’impresa: un rapporto in continua evoluzione.
    Secondo un’indagine effettuata della Camera di Commercio di Monza e Brianza sono sempre di più le donne che decidono di fondare una start up o di mettersi a capo di un’azienda.
    Lo spirito di iniziativa, il coraggio e la creatività non mancano certamente al genere femminile, tutte caratteristiche essenziali per creare e portare avanti un’impresa.

    downloadIl dato che stupisce, però, è un altro: il numero di imprenditrici di età inferiore a 30 anni supera addirittura quello delle giovani lavoratrici richieste dalle aziende. Nel 2014 sono stati 15.800 i posti a tempo determinato o indeterminato per i quali le imprese hanno richiesto espressamente la presenza di una donna con meno di 30 anni.
    Nello stesso periodo di tempo le start up o le imprese con a capo una giovane donna sono state più di 18.000, segno che quella delle imprenditrici è una categoria in netta espansione.

    In generale il settore privilegiato per avviare un’attività imprenditoriale è quello dei servizi 85,6%, mentre solo l’8,8% si è dedicato al settore industriale. Nello specifico l’ambito più scelto è il commercio (39,1%), davanti al turismo (12,7%).
    Evidentemente le opportunità lavorative per il genere femminile sono ancora troppo ridotte. Per questo motivo scelgono di darsi una chance da sole, sfruttando le proprie competenze ed il loro straordinario spirito innovativo.
    Le donne in questi anni hanno dimostrato di sapersi mettere in discussione e di superare le difficoltà dettate da secoli di pregiudizi e di cattivi costumi. Proprio tale perseveranza può rappresentare un’enorme risorsa per qualsiasi tipo di attività imprenditoriale.
    Ecco perchè la crescita delle imprese al femminile non può che far bene all’intera società italiana, rinnovandola soprattutto dal punto di vista culturale.


  • latte granarolo

    Le imprese che puntano sulla green economy saranno il futuro del tessuto economico italiano.
    A rivelarlo sono gli stessi imprenditori nostrani: per la precisione il 98% di essi dichiara che bisogna puntare sul risparmio energetico e su nuovi modelli di sviluppo incentrati sul rispetto ambientale.
    La strada dell’eco-innovazione rappresenta l’unica via per poter uscire dalla crisi, poiché permette di abbattere i costi creando allo stesso tempo un prodotto di alta qualità.
    Vale per il settore agricolo come per quello industriale: sfruttare le energie rinnovabili, adottare un processo produttivo pulito ed investire in nuove tecnologie, che contemplino il rispetto dell’ambiente, rappresenta la via maestra del futuro.

    latte_fresco_Il Rapporto sulla green economy 2014 ci fornisce ulteriori spunti a riguardo. Tale graduatoria, elaborata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e dall’ENEA, analizza vari aspetti relativi al grado di implementazione dell’economia verde nei paesi dell’Eurozona.
    L’analisi è divisa in quattro sezioni: la prima parte è dedicata alle imprese che investono su beni e servizi ambientali, la seconda sulla cosiddetta eco-innovazione, la terza analizza il parere degli imprenditori europei sull’argomento, mentre l’ultima parte elenca dieci misure necessarie per l’implementazione di un nuovo modello di sviluppo incentrato sul rispetto ambientale.
    Da questo punto di vista sarà necessario un profondo riassetto normativo che coinvolga in primo luogo i centri urbani attraverso un progetto di riqualificazione delle città; oltre ad investire nelle infrastrutture green, però, si dovrà attuare anche un piano di defiscalizzazione per quelle aziende che decideranno di investire nelle tecnologie verdi.

    Riteniamo non sia un caso che ai primi posti di questa classifica ci siano Svezia, Finlandia e Germania, ovvero tre paesi all’avanguardia in termini di innovazione tecnologica e di sperimentazione, nonché ai vertici europei in materia di occupazione.
    Ci sono, però, buone notizie per l’Italia. Il nostro paese ha avuto una lenta risalita in questa graduatoria, passando dal quindicesimo al dodicesimo posto, segno che le imprese italiane stanno iniziando a comprendere l’importanza dell’eco-innovazione.
    Spetta adesso alle istituzioni italiane ed europee proporre un quadro normativo di favore, perché la green economy è senza dubbio la migliore via per abbattere i costi e rilanciare i profitti in tempo di crisi.



  • Chi di voi, nel corso della preparazione di un esame universitario, non ha pensato: se solo potessi conoscere le domande che mi verranno poste e studiare con i migliori corsisti? Ecco Tutored ti fornisce questo e molto altro attraverso una piattaforma online dedicata agli studenti.
    La start up realizzata nel corso del programma di accelerazione Luiss ENLABS ha ottenuto immediatamente un boom di iscritti tra studenti desiderosi di ricevere delle “ripetizioni” online e tutor disposti a mettere a disposizione le proprie competenze.

    tutoredNello specifico, Tutored fornisce ai propri utenti il materiale didattico, le esercitazioni, le domande più ricorrenti e delle vere e proprie lezioni teoriche e pratiche, necessarie per il superamento degli esami.
    Il sistema è estremamente efficiente: è lo stesso studente, infatti, a poter scegliere il proprio tutor tra quelli proposti dalla piattaforma. I criteri possono essere molteplici: dalla vicinanza geografica (c’è la possibilità, infatti, di poter seguire delle ripetizioni anche a domicilio, oltre che online) al profilo professionale del tutor.
    Da questo punto di vista la piattaforma presenta un speciale classifica di rendimento in base ai feedback dei ragazzi stessi. Lo studente potrà scegliere, quindi, il tutor migliore in base ai giudizi precedenti dei propri colleghi.

    La crescita di questa start up è stata davvero imponente, se pensiamo che ha finito la fase di accelerazione solo due mesi fa. StartupItalia  ci fornisce alcuni dati interessanti sull’attività di Tutored in quest’ultimo periodo.
    Il processo di fundraising, lanciato a fine gennaio, ha portato la start up ad ottenere in pochissimo tempo 400.000 euro che le consentiranno di assumere ben dodici collaboratori.
    Addirittura il valore di Tutored è stimato attorno ai 2 milioni di euro, con un aumento delle iscrizioni sulla piattaforma online del 97% ogni mese.
    Il progetto avviato da tre giovanissimi studenti sembra, dunque, avviato ad avere successo. Il prossimo obiettivo è allargare il sistema alle maggiori università italiane.
    Ad augurarselo non sono solo i giovani startupper di Tutored, ma anche tantissimi studenti che potrebbero usufruire di uno splendido servizio.



  • Solo il 21% della popolazione italiana ha accesso ad una connessione Internet a banda ultralarga contro il 64% della media europea; la velocità media di navigazione su tutto il territorio italiano è inoltre inferiore ai 10 Mbps.
    Questi dati spiegano il perché l’Italia si trovi all’ultimo posto tra i paesi europei per utilizzo delle nuove tecnologie digitali per la connessione a Internet e rendono bene l’idea dell’impellenza dell’investimento sulla banda larga.

    banda largaDopo anni di attesa finalmente è arrivato un piano preciso con dei fondi altrettanto chiari.
    Sono sei i miliardi di euro investiti dal Governo, di cui 4 anticipati dalla Banca europea degli investimenti e due stanziati dalla Stato a fondo perduto.
    A questi vanno aggiunti i 2 miliardi già previsti dai privati e altri 4 derivabili dagli incentivi fiscali proposti dall’esecutivo per tutti i soggetti che decideranno di installare le strutture a fibra ottica nelle varie zone del nostro paese.
    L’Italia prova, dunque, a dare una svolta al proprio cammino digitale con un unico obiettivo: rispettare il programma dell’Agenda digitale europea 2020 che mira a coprire il 100% della popolazione con una connessione di 30 mbps ed il 50% con almeno 100 mbps.

    Il nostro paese paga ritardi ancestrali ed un’insistenza quasi miope sulle rete in rame. Il provvedimento del Ministero dello Sviluppo economico non obbligherà Telecom a spegnere il rame entro il 2030, come sembrava in un primo momento.
    Al contrario, la strategia dell’esecutivo prevede una forte incentivazione fiscale per chi deciderà di investire sulla fibra ottica, rendendo di fatto poco conveniente puntare sulla “vecchia” rete in rame.
    Le deduzioni di natura fiscale diventano ancora più forti nelle cosiddette regioni a fallimento sicuro. Il riferimento è al Sud Italia e ai territori montani, zone difficilmente raggiungibili dalla banda larga.
    Lo Stato dovrebbe prevedere dei fondi di garanzia per i privati che decideranno di investire in questi territori e, qualora questo non dovesse avvenire, sarà la mano pubblica ad intervenire per dotare queste zone di una connessione veloce.

    In generale il territorio italiano verrà diviso in quattro cluster, corrispondenti ad altrettante aree geografiche dove l’investimento sulla banda larga presenta diverse probabilità di successo.
    Le grandi città, ad esempio, hanno una copertura migliore, ecco perché i privati troveranno più conveniente dirottare le proprie risorse su questi territori, consci delle alte possibilità di successo del proprio investimento.
    Si tratta comunque di un piano doveroso, che dovrebbe rendere famiglie, scuole ed imprese immerse finalmente nella moderna realtà digitale.
    L’arretratezza del nostro paese dal punto di vista dell’innovazione è uno dei maggiori svantaggi competitivi sul mercato mondiale. Dotare la stragrande maggioranza dei cittadini di una connessione veloce è a tutti gli effetti un atto dovuto alla civiltà dell’Italia.



  • Il testo sul falso in bilancio ha finalmente preso vita ed è pronto ad arrivare in Parlamento.
    Sono ancora incerti i tempi e le modalità di approvazione. Con ogni probabilità il testo dovrebbe arrivare questa settimana in Commissione Giustizia al Senato prima di approdare alle Camere nei prossimi sette giorni.

    orlandoLa novità principale riguarda l’esclusione delle soglie patrimoniali o percentuali al di sotto delle quali il reato di falso in bilancio rimane impunito. Allo stato attuale la fattispecie non è punibile se le elusioni sono inferiori al 5% del risultato d’esercizio e all’1% del patrimonio netto.
    Il Governo elimina definitivamente tali soglie, per cui il reato di falso in bilancio è sanzionabile a prescindere dall’entità della somma elusa.
    L’esecutivo, però, istituisce una distinzione non di poco conto tra società quotate in borsa e non.
    Per quanto riguarda le prime la pena rimane da 3 a 8 anni e sarà perseguibile anche d’ufficio.
    Quando, invece, la società non è troppo grande e non è quotata in borsa, spetterà al giudice valutare se procedere o meno. Un’eventuale condanna, infatti, anche per falsi in bilancio di lieve entità potrebbe portare l’azienda al fallimento, per questo motivo verrà lasciato ampio margine discrezionale al giudice.
    La pena per questa fattispecie viene ridotta e va da 1 a 5 anni.

    Proprio quest’ultimo punto è quello più problematico e si scontra con il parere delle opposizioni in Parlamento.
    La previsione di una pena massima di 5 anni impedisce di fatto che il reato sia sottoposto ad intercettazioni.
    Il codice penale, infatti, prevede l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche solo per quelle fattispecie la cui sanzione è superiore a 5 anni.
    Vengono, dunque, depenalizzati alcuni tipi falsi in bilancio, lasciando un importante potere di scelta alle autorità giudiziarie.
    Il criterio delle società quotate in borsa è sicuramente rilevante, ma forse non sufficiente per stabilire la gravità del reato.
    Per adesso sembra che la norma in questione che scontenti molti attori.
    Innanzitutto Confindustria, che si è sempre battuta per il mantenimento delle soglie di non punibilità e che reputa troppo ampio il potere di discrezionalità in capo ai giudici.
    Ma anche il Movimento 5 Stelle ed una parte della minoranza Pd condanna l’abbassamento delle pene e l’impossibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni.
    Resta comunque un cambiamento normativo non di poco conto. Vedremo se nei prossimi giorni ci saranno ulteriori modifiche nel corso dei passaggi parlamentari.
    Dovrà attendere ancora, invece, il ddl anti corruzione, il cui emendamento sul falso in bilancio è strettamente collegato. Si discute ancora all’interno della maggioranza sugli strumenti per combattere i reati contro la Pubblica Amministrazione e le relative sanzioni.
    Secondo quanto filtra da Palazzo Chigi, sembra che il Governo sia intenzionato ad aumentare i termini di prescrizione proprio per le fattispecie di reato contro le P.A.
    Nei prossimi giorni dovrebbe essere elaborato il testo completo che rappresenta senza dubbio uno snodo fondamentale dell’azione governativa.



  • L’Italia è il paese delle stranezze che a volte si trasformano in assurdità.
    Accade in tutti i settori, dalla politica alla scuola, passando per il mondo delle imprese e delle pubbliche amministrazioni.
    Succede, ad esempio, che per leggere i buoni pasto elettronici esistano quattro diversi Pos in base al tipo di emettitore.
    Allo stato attuale, dunque, potremmo trovare in un supermercato o in un qualsiasi altro rivenditore ben 4 strumenti elettronici per leggere i buoni pasto più un altro per le normali carte di credito.

    Cooperative decorrenza del termine per l'opposizione alla delibera di esclusione del socioLa stranezza, come detto, si trasforma in assurdità, tant’è che la Federdistribuzione, l’associazione di rappresentanza delle catene di distribuzione alimentare, ha minacciato, non più di due settimane fa, di non accettare più i buoni pasto.
    Il motivo è legato al provvedimento contenuto nella Legge di Stabilità che defiscalizza di fatto i buoni pasto elettronici, innalzando a sette euro la loro deducibilità.
    Una norma che sarà in vigore a partire dal 1°Luglio 2015 e che agisce nel senso della riduzione dei pagamenti cartacei e della maggiore tracciabilità delle operazioni commerciali.
    I buoni diventerebbero così un vero e proprio strumento di integrazione del salario, visto con piacere sia dai dipendenti del settore privato che dai i pubblici dipendenti.

    Il cambiamento normativo, però, ha creato un vero e proprio polverone nei supermercati, nei ristoranti e nei bar, ovvero i soggetti maggiormente interessati della manovra. Circa un terzo del mercato dei buoni pasto (attività da 3 miliardi di euro l’anno) viene assorbito proprio da loro.
    Incentivare i buoni pasto elettronici con ben 4 Pos diversi avrebbe comportato un enorme dispendio di risorse per le grandi distribuzioni alimentari, oltre a non indifferenti problemi di carattere logistico.
    La minaccia di Federdistribuzione è servita, però, a trovare un inaspettato quanto importante accordo.
    Sodexo, Qui Group e Day Ristoservice hanno firmato la prima bozza d’intesa per giungere al Pos unico. Uno strumento che semplificherebbe enormemente le attività commerciali, facendole rientrare nella logica dei paesi civili.
    L’accordo verrà sottoposto in questi giorni alle autorità competenti e, una volta stipulato, sarà valido per tutti i rivenditori.
    Finalmente, dunque, una buona notizia per un paese che fatica ancora ad intraprendere la strada della digitalizzazione e della semplificazione delle attività normative, amministrative e commerciali.
    La strada è quella giusta, ma è solo un primo passo di un processo ancora lungo e complesso.



  • Fondazione Vodafone Italia, in collaborazione tecnica con PoliHub, offre un’opportunità unica per tutti gli innovatori.
    Il nuovo bando Think for social mette a disposizione risorse fino ad un milione di euro per la realizzazione di progetti di innovazione sociale. L’iniziativa in questione promuove l’utilizzo delle nuove tecnologie per soddisfare i bisogni della comunità di riferimento.

    think for socialSono tante le esigenze e le richieste di ogni singolo territorio, istanze che spesso lo Stato ed i privati non sono in grado di soddisfare. Tocca allora ai comuni cittadini, attraverso associazioni no-profit, cooperative o semplici gruppi di studenti provare ad adempiere a tali richieste.
    L’unico strumento in loro possesso è la creatività. Le idee e l’originalità, ovviamente, sono alla base di tutto.
    Ma in un contesto difficile come quello italiano, troppo spesso mancano le risorse per realizzare progetti innovativi a servizio della comunità.

    Think for social nasce con l’obiettivo di sopperire a questa mancanza, promuovendo l’ingegno e lo spirito d’iniziativa dei giovani italiani. Possono prendere parte all’iniziativa studenti universitari e non, cooperative, associazioni no-profit e spin-off aziendali: tutti con l’intento di creare innovazione in Italia.
    Sono tre gli ambiti di riferimento per chi deciderà di partecipare al bando: salute e benessere, cultura ed istruzione, agricoltura ed ambiente.
    I candidati saranno chiamati a presentare dei progetti che ricadano in uno di questi tre settori e che abbiano come protagonista le nuove tecnologie. Dovranno essere sfruttate le potenzialità offerte da questi strumenti e bisognerà farlo nella maniera più innovativa possibile.
    L’obiettivo finale è lo sviluppo sociale dei territori, attraverso iniziative che vadano ad aiutare, ad esempio, soggetti bisognosi.
    Sul sito di Think for social troverete tutte le informazioni utili per candidarvi ed alcuni esempi significativi sul tipo di progetto richiesto.

    Il bando è suddiviso in varie tappe che consentiranno alla commissione di valutare attentamente tutte le proposte e di stabilire quale sia la più innovativa e quale soddisfa maggiormente le esigenze della società.
    Le domande andranno inviate entro il 30 aprile 2015, mentre la prima scrematura verrà effettuata entro il 30 maggio 2015.
    I progetti verranno valutati in base a questi criteri: bisogno sociale soddisfatto, innovatività della soluzione, impatto sociale atteso.
    I migliori 20 potranno partecipare all’Innovation weekend, il 5-6 giugno. Sarà un’opportunità per presentare i propri programmi e confrontarsi con gli altri candidati.
    Da giugno a novembre 2014, invece, le dieci migliori proposte riceveranno un finanziamento di 30.000 euro che consentirà loro di sviluppare al meglio il proprio progetto prima che vengano decisi i tre vincitori.
    Questi ultimi verranno selezioni da una giuria competente nel mese di novembre e solo in seguito inizieranno una fase di monitoraggio della durata di 12 mesi. In questo periodo di tempo i candidati potranno ricevere ulteriori finanziamenti fino ad un massimo di 1 milione di euro.



  • “Diffondiamo la passione del fare impresa. Promuoviamo la cultura dell’intraprendere”. 
    Questo è lo slogan di Italia Start Up, un’associazione nata con l’obiettivo di sponsorizzare la creatività e l’innovazione delle imprese italiane.
    All’interno di essa sono presenti varie realtà imprenditoriali: aziende, società, incubatori ed acceleratori di start up, tutte accomunate dalla volontà di rilanciare la competitività del nostro paese sul mercato mondiale.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaIl progetto Italia Start Up è ancora agli albori (la sua nascita risale al 2012), ma sta già ampliando il propria base operativa ed associativa. È notizia di questi giorni l’ingresso in società di nuovi importanti membri, come Ibm Italia, Eudata, l’incubatore Impact Hub Milano e gli abilitatori iStarter e 012factory.
    L’ingresso di un colosso del calibro di Ibm dà particolare lustro all’attività svolta dall’associazione in termini di promozione dell’innovazione tecnologica.
    Ibm ha condiviso il percorso intrapreso da Italia Start up e diventerà con ogni probabilità un solido punto d’appoggio per la presentazione dei progetti futuri dell’associazione.

    “Con l’adesione a Italia Startup, l’azienda rafforza ulteriormente l’impegno nello sviluppo dell’ampio ecosistema delle start up” spiega Nicola Ciniero, Presidente e Amministratore Delegato di Ibm Italia. “Partendo dalla convinzione che le start up rappresentano una reale opportunità di crescita per il nostro Paese, Ibm è attiva da tempo con diversi programmi sia a livello nazionale sia internazionale per portare sul mercato idee innovative grazie all’aiuto delle tecnologie, per facilitare l’adozione del cloud e creare network per la nascita di nuovi business”.

    Le parole di Ciniero, riportate da Adnkronos, devono fungere da stimolo per tutti i giovani imprenditori italiani.
    La politica delle idee può essere una valvola di salvezza per un tessuto economico depresso e piegato su vecchie logiche.
    Da questo punto di vista un network come Italia Start Up è il miglior veicolo possibile per la contaminazione e la condivisione delle idee, perchè proprio partendo dal basso è possibile creare quel fermento imprenditoriale che ha portato Stati Uniti ed Europa del Nord sulla strada della ripresa economica.
    “Condividere per creare” deve essere il motto delle start up italiane e di tutte le altre realtà imprenditoriali del nostro paese. Perchè innovare in Italia può e deve essere possibile.



  • Qual è il modello aziendale ideale? Difficile dare una risposta a questa domanda.
    Certamente, però, ci sono alcune linee guida da rispettare per formare un’azienda di successo.
    Innovazione, implementazione del capitale umano, visione e capacità di assumersi dei rischi sono concetti all’apparenza astratti, ma fondamentali per avviare un’impresa competitiva sul mercato mondiale.

    downloadC’è un principio, però, che abbiamo volutamente omesso, ma che nella realtà sociale fa sempre la differenza: il merito.
    Questo concetto esula dalla mera sfera etica e abbraccia il mondo del business. Perchè un’azienda che premia il merito e le competenze, è sempre un’azienda che ha un futuro brillante davanti a sè.
    Non si tratta dell’enunciazione di principi astratti e di buone intenzioni, ma di valori la cui importanza è certificata anche dall’indagine Great Place to Work.

    Si tratta di un rapporto sulle migliori aziende mondiali secondo il quale nessuna italiana si attesta ai primi dieci posti nella graduatoria della grandi aziende.
    Le imprese nostrane, dunque, non sono un bel posto dove lavorare, traducendo in maniera spicciola e banalizzando il nome dell’indagine.
    Sono tanti i fattori che impediscono all’Italia di primeggiare in questa classifica. Il più importante è la mancanza di meritocrazia. Come riportato da Corriere Economia, il 70% del personale delle multinazionali è convinto che nella propria azienda i migliori facciano carriera contro il 32% delle realtà imprenditoriali italiane.
    Addirittura solamente il 56% dei dipendenti delle imprese italiane dichiara di “dare il meglio di sè per la propria azienda” contro il 90% del personale delle multinazionali.

    Segno che l’impresa viene percepita come qualcosa di esterno rispetto al lavoratore: gli imprenditori danno poco spazio alle idee e alle competenze dei propri dipendenti, preferendo mantenere la propria posizione di mercato.
    Lo dimostrano le modalità di successione nella leadership dell’azienda. L’imprenditore è solito dare spazio ad un proprio familiare o ad un manager di fiducia, senza premiare il merito e la crescita aziendale.
    Di fatto i vertici delle imprese italiane rinunciano a formare nuovi imprenditori, temendo che questi ultimi possano minare la propria leadership.
    In realtà merito e competenza generano solo innovazione e sano spirito competitivo. Un’azienda che premia i migliori dipendenti non può far altro che creare un circolo virtuoso all’interno della stessa realtà aziendale ed in tutto il tessuto economico.
    Stati Uniti ed Europa del Nord dovrebbero fungere da esempio dei concetti appena espressi: scardinare le vecchie logiche nepotiste è il punto di partenza essenziale per lanciare un modello aziendale di successo.

     



  • Dopo oltre quattro ore, il Consiglio dei Ministri ha approvato i primi due decreti attuativi del Jobs Act e dato l’ok preliminare per il riordino dei contratti.
    Una giornata che il premier Matteo Renzi ha definito storica in un tweet apparso sul suo profilo ufficiale questa mattina, poco prima dell’inizio del Consiglio dei Ministri.
    renzi jobs act

    Il Governo ha messo a punto gli ultimi dettagli della riforma sul mercato del lavoro. Un testo estremamente discusso, soprattutto all’interno del Partito Democratico, e che ha visto forti opposizioni anche da parte della Cgil.
    La modifica dell’art. 18 e la disciplina del nuovo contratto a tutele crescenti diventano così effettive. A partire dal 1° Marzo, tutte le imprese potranno assumere nuovi dipendenti attraverso la nuova tipologia contrattuale istituita nel Jobs Act.
    L’esecutivo ha “tolto gli alibi” ai datori di lavoro, ha dichiarato Mattteo Renzi nella conferenza stampa di presentazione dei decreti attuativi: “Abbiamo ridotto le tasse e tolto incertezze. Il lavoro presenta più flessibilità in entrata e più tutele in uscita».

    L’intento del Governo è lanciare un nuovo modello occupazionale, incentrato su un tipo di contratto a tempo indeterminato.
    D’ora in poi assumere attraverso una forma contrattuale a termine sarà svantaggioso per i datori di lavoro, soprattutto dal punto di vista fiscale.
    La Legge di Stabilità prevede, infatti, una serie di sgravi sull’Irap e sulla contribuzione previdenziale per tutte quelle aziende che decideranno di utilizzare il contratto a tutele crescenti per assumere nuovi dipendenti.
    Quest’inversione di tendenza è possibile solo grazie alla riduzione dei costi reali dei licenziamenti. La modifica dell’art. 18, infatti, esclude il reintegro nel posto di lavoro per tutte le fattispecie di licenziamenti economici e per la maggior parte dei licenziamenti disciplinari.
    In questi casi i lavoratori avranno diritto ad un indennizzo economico crescente in base all’anzianità di servizio. Di qui, appunto, la dizione “tutele crescenti” per definire il nuovo contratto a tempo indeterminato.
    Il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile solo per i licenziamenti discriminatori e per quei licenziamenti disciplinari dove viene provata l’insussistenza del fatto materiale contestato.

    renziLa nuova disciplina giuridica, dunque, facilita l’accesso al mondo del lavoro, rendendo più flessibile, allo stesso tempo, il rapporto di lavoro stesso.
    Le imprese potranno, ad esempio, licenziare i propri dipendenti per cause di tipo economico, senza dover “temere” il reintegro obbligatorio dello stesso in seguito alla pronuncia del giudice.

    I decreti attuativi del Jobs Act erano chiamati, però, a disciplinare anche altre questioni problematiche.
    Una su tutte era la norma sui licenziamenti collettivi. Il Governo, in questo caso, è andato dritto per la sua squadra e, a dispetto di quanto richiesto dalle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, estende la modifica dell’art. 18 anche ai licenziamenti collettivi.
    Il premier Matteo Renzi si esprime così a tal proposito “Questi provvedimenti si occupano di assunzioni collettive. Questo è un Paese che guarda al futuro, che sta ripartendo. I decreti approvati dal Cdm servono a fare assunzioni collettive, non licenziamenti collettivi”. 

    La speranza del Governo è appunto di far crescere rapidamente il numero di occupati già da quest’anno, trasformando, ad esempio, migliaia di contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato.
    A partire dal 2016 i rapporti di lavoro a progetto e l’associazione in partecipazione non potranno più essere stipulati, se non attraverso accordi sindacali. Renzi stima in 200.000 il numero di cocopro che verranno trasformati in contratti a tempo indeterminato.
    Certamente il rinvio al 2016 del riordino delle fattispecie contrattuali a termine stona un po’ con le aspettative della vigilia, che vedevano un Governo pronto a fare uno sforzo importante anche da questo punto di vista.

    Un altro provvedimento contenuto nei due decreti attuativi riguarda la cosiddetta Naspi. Si tratta di un ammortizzatore sociale indirizzato a chi perde il lavoro.
    Rispetto alla vecchia Aspri durerà più a lungo, per un periodo complessivo massimo di 24 mesi.
    Secondo il premier Renzi, i nuovi ammortizzatori sociali tuteleranno di più e meglio i lavoratori, bilancio così la maggiore flessibilità introdotta con il contratto a tutele crescenti.
    I prossimi passi del Governo in materia di lavoro, come annunciato dallo stesso Primo Ministro, saranno sulla Cassa Integrazione e sulla nuova Agenzia Nazionale del Lavoro.