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  • Nel corso dell’incontro con gli assessori all’agricoltura delle Regioni italiane, il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali ha presentato le proposte dell’Italia per il prossimo Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura in merito alla crisi del settore lattiero caseario. 

    Il nostro Paese chiede un intervento più convinto da parte dell’Unione europea per salvaguardare un comparto che rappresenta un pilastro fondamentale dell’agroalimentare italiano ed europeo.
    Sono quattro, in particolare, i capisaldi delle misure che il ministro Maurizio Martina porterà in sede comunitaria:

    • Etichettatura del latte: l’Italia richiede il rafforzamento delle misure sull’etichettatura in modo da consentire ai consumatori di effettuare una scelta consapevole nel momento di acquisto del prodotto.
      Il Mipaaf rileva come azioni di questo tipo, nel settore della carne, abbiano portato dei risultati positivi e siano dunque in grado di garantire la martinaqualità del prodotto e la trasparenza verso i consumatori.
    • Soglia de minimis per i produttori: il Ministero delle Politiche agricole propone il raddoppio degli aiuti de minimis ai produttori lattiero caseari per i prossimi tre anni.
    • Indicizzazione dei prezzi: vengono richiesti maggiori e migliori controlli sui contratti stipulati tra i produttori e le altre componenti della filiera lattiero casearia, verificando se i rapporti stipulati siano sufficientemente chiari nei parametri fissati per stabilire il prezzo.
      Con l’obiettivo, inoltre, di fornire al comparto una maggiore chiarezza e stabilità, l’Italia propone di fissare dei meccanismi di indicizzazione parziale o totale dei prezzi che prendano in considerazione i costi della materia prima ed i diversi contesti di riferimento.
    • Promozione e comunicazione: per aumentare il consumo di latte è necessario, secondo l’Italia, effettuare una migliore strategia di comunicazione che riguardi soprattutto il latte fresco. Queste campagne potrebbero essere realizzate direttamente dalla UE, oppure dagli Stati membri, attraverso il cofinanziamento di specifici programmi condivisi a livello europeo.

     


  • agricoltura campolibero

    Credito agevolato per i giovani imprenditori agricoli, fondo di private equity per la creazione di startup agricole e credito d’imposta per l’e-commerce di prodotti agroalimentari.

    Sono queste alcune delle misure contenute nel pacchetto “Generazione Campolibero” diventato oggi operativo come annunciato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
    agricoltura campoliberoL’intento del provvedimento è dare ulteriore slancio al settore agricolo attraverso un deciso ricambio generazionale. Gli ultimi dati ci mostrano come sia sempre più forte l’interesse dei giovani verso l’agricoltura.
    Numeri che trovano un riscontro importante nei dati Istat sugli occupati. A settembre 2015 il comparto agricolo può vantare un aumento dei giovani occupati del 12,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente contro l’1% dell’intero mercato del lavoro italiano.
    L’occupazione giovanile in agricoltura cresce, dunque, ad un ritmo molto più sostenuto rispetto agli altri settori economici. Per questo motivo il Governo ha deciso di investire nel comparto.

    Sono in tutto 160 i milioni erogati nel pacchetto “Generazione Campolibero”, risorse che sono destinate a favorire il ricambio generazionale nelle aziende agricole, la creazione di nuove startup e lo sviluppo di tecnologie innovative.
    Ecco di seguito le misure contenute nel pacchetto:

    • Fondo per le startup: vengono investiti 20 milioni di euro per la nascita e lo sviluppo di startup nel settore agricolo, agroalimentare e della pesca attraverso uno speciale Fondo di Private Equity;
    • Mutui a tasso zero per i giovani che subentrano nella conduzione di un’azienda agricola. Il governo offre un accesso al credito agevolato per investimenti fino a massimo 1,5 milioni di euro. Vengono stanziati in tutto 30 milioni nazionali più 50 milioni dall’accordo BEI – ISMEA. 
    • Insediamento di giovani agricoltori: mutui a tasso agevolato della durata massima di 30 anni per i giovani che vogliono diventare imprenditori agricoli, con un investimento complessivo di 60 milioni per il solo 2016.
    • Credito d’imposta fino a 50.000 euro per il commercio elettronico di prodotti agroalimentari. Viene finanziato fino al 40% dell’investimento sostenuto per lo sviluppo di piattaforme di e-commerce dedicate all’agroalimentare. Tra le spese ammissibili ci sono quelle per l’acquisto di dotazioni tecnologiche, software, progettazione e implementazione, sviluppo di database e sistemi di sicurezza.
      C’è tempo fino al 29 febbraio per presentare la domanda.

  • industria fatturato

    Torna a crescere il fatturato dell’industria italiana nel 2015. 
    A comunicarlo è l’Istat che rileva come nell’anno appena trascorso ci sia stata una variazione positiva dello 0,2% rispetto al 2014 per effetto di una crescita del fatturato legato alle operazioni con l’estero (+1,2%) e ad una diminuzione di quello legato al mercato interno (-0,2%). 

    Si tratta di una variazione piuttosto limitata, ma che assume un connotato importante se analizziamo le serie storiche.
    industria fatturatoNon accadeva, infatti, dal 2011 che il fatturato dell’industria italiana facesse registrare un andamento positivo su base annua. Nel 2013 e nel 2014, ad esempio, c’era stata una flessione del -3,3% e del -0,1%.
    I segnali positivi sono confermati dai dati sugli ordinativi che hanno fatto registrare un aumento del 5,2% (il più alto dal 2010) per effetto del +8,6% delle commesse nazionali e del +0,7% degli ordini sull’estero.
    Meno incoraggianti sono, invece, le rilevazioni sull’ultimo mese del 2015. A dicembre, infatti, secondo l’Istat, c’è stato un forte calo del fatturato industriale rispetto al mese precedente con una perdita di 1,6 punti percentuali.
    Tale variazione negativa va attribuita al -1,7% sul mercato interno e al -1,4% su quello estero. Rispetto a dicembre 2014, inoltre, il fatturato dell’industria diminuisce addirittura del 3% per via di una perdita del 2,7% sul mercato interno e del 3,2% su quello estero.
    In termini di serie storica, quella fatta registrare a dicembre rappresenta la flessione tendenziale più elevata da agosto 2013, il che accresce la complessità nella valutazione dei dati sul mercato italiano pervenuti negli ultimi mesi.

     


  • consorzio kore

    Recuperare la coltura del melograno non solo è possibile, ma può risultare anche una strategia imprenditoriale vincente. 
    Lo ha dimostrato Kore, un consorzio di produttori di melograno siciliani, nato nel 2014 con l’intento di valorizzare le esperienze dei coltivatori locali. 

    In soli 20 mesi di attività il consorzio è riuscito ad impiantare 90 ettari di terreno, con una produzione di 1.200 quintali nel 2014 e 1.800 quintali nel 2015.
    Numeri importanti che sono valsi all’impresa anche un premio di 30.000 euro per il concorso “Nuovi talenti imprenditoriali”, un contest indetto dal Ministero per le Politiche agricole nel corso di Expo 2015 e dedicato alle migliori start up agricole giovanili dell’anno appena trascorso.
    consorzio koreIl successo di Kore deriva principalmente dalla capacità di comprendere la mutata sensibilità del mercato, sempre più attento ai prodotti altamente benefici per il nostro organismo.
    Il melograno è certamente uno di questi: non a caso è uno dei frutti più utilizzati nelle diete per il suo straordinario apporto di vitamina C.
    Gli esperti, inoltre, consigliano di gustare un buon succo di melograno per prevenire malattie come l’influenza e soprattutto perché rappresenta un ottimo antidoto contro il tumore alla prostata e contro i problemi cardiaci.
    Sono soprattutto i giovani che hanno riscoperto questo frutto, con una richiesta di acquisto crescente in Italia e nel Mondo.
    Il prossimo obiettivo di Kore è proprio quello di espandere la propria attività sui mercati esteri. Per questo motivo il Consorzio sta puntando su una strategia di marketing e comunicazione innovativa che passa prima di tutto dai social e dal Web.
    Una scelta particolarmente positiva si è rivelata, infine, quella di puntare sulla varietà di melograno Wonderful, proveniente da Israele.
    Si tratta di un tipo di frutto particolarmente apprezzato per via del suo sapore agrodolce e perché particolarmente adatto alla produzione di succhi di melograno.


  • parmigiano reggiano

    A breve sulle nostre tavole vedremo formaggi freschi e ricotte prodotte con lo stesso latte del Parmigiano Reggiano. 

    È nato, infatti, Mito, il marchio lanciato dal Consorzio del parmigiano-reggiano per allargare la gamma di prodotti a disposizione dei propri caseifici e dei consumatori.
    Con questo brand potranno essere venduti formaggi, ricotte, burro ed altri prodotti lattiero caseari realizzati con lo stesso latte del parmigiano reggiano. Questo significa che per realizzare le specialità Mito non potranno essere utilizzati additivi e conservanti e sarà necessario nutrire le mucche solamente con alimenti parmigiano reggianonaturali.
    I costi di produzione inevitabilmente aumentano ma la qualità del prodotto è enormemente superiore.
    La scelta del Consorzio del parmigiano di ampliare il paniere a disposizione dei 363 caseifici facenti parte dell’istituto è dettata dalla volontà di promuovere il Made in Italy agroalimentare: “Abbiamo deciso di facilitare l’ampliamento della gamma – ha dichiarato ad Italia Oggi il presidente del Consorzio del parmigiano-reggiano Giuseppe Alai – ed i caseifici che lo vorranno potranno marchiare con la griffe Mito questi prodotti, che il consumatore potrà così riconoscere di alta gamma perché realizzati con lo stesso latte del parmigiano-reggiano. In questo modo intendiamo valorizzare le eccellenze del Made in Italy alimentare“.

    L’obiettivo è aumentare il consumo di formaggi in Italia e nel Mondo. I dati recenti danno ragione al Consorzio: il consumo di parmigiano-reggiano in Italia è aumentato del 3,8% nell’ultimo anno e l’intento è far crescere nei prossimi anni anche il livello di esportazioni in paesi permeabili come gli Stati Uniti ed in altri meno propensi al consumo di formaggio come la Cina.
    Non a caso il Consorzio ha deciso di investire 10,8 milioni di euro in marketing per aumentare l’appeal del prodotto ed incentivare le produzioni di qualità italiane. Il lancio del marchio Mito va proprio in questa direzione ed indica all’Italia la strada da seguire per difendere le proprie specialità lattiero-casearie dall’invasione di latte e cagliate provenienti dall’estero.


  • consorzi di bonifica calabria

    Dopo la denuncia del presidente di Confcooperative Camillo Nola in merito alla situazione dei Consorzi di bonifica calabresi, argomento sul quale si è espresso anche il nostro legale, arrivano le prime reazioni da parte delle organizzazioni di rappresentanza agricole. 

    Il presidente di Coldiretti Calabria, Pietro Molinaro, ha pubblicato sul Corriere della Calabria una risposta alle accuse pervenute nei giorni scorsi.
    Camillo Nola ha denunciato, infatti, apertamente gli sprechi del consorzio Sibari-Crati prima e degli attuali Consorzi di bonifica gestiti dalle rappresentanza agricole poi.
    Attraverso le cartelle esattoriali di Equitalia questi enti fanno gravare sulle spalle degli agricoltori costi eccessivi al cospetto di servizi gravemente consorzi di bonifica calabriainsufficienti e di una gestione scarsamente rappresentativa degli interessi delle rappresentanze agricole.
    Accuse forti e circostanziate, quelle di Nola, che non sono andate giù al presidente di Coldiretti che risponde in questi termini: “Chi confonde l’ex Consorzio di Bonifica Sibari-Crati (dinosauro del passato) con gli attuali Consorzi di Bonifica gestiti dagli agricoltori, certamente ignora i fatti o peggio, strumentalmente, vuole creare confusione”.

    Una questione centrale all’interno della vicenda sui Consorzi riguarda per l’appunto la gestione di Coldiretti la quale secondo Nola “fatica a comprendere che i consorzi di bonifica sono una vera impresa economica, che come tale vanno gestiti, riorganizzando la pianta organica con criteri di efficienza e competenza e, soprattutto, spingendo sugli investimenti poiché ci sono ancora infrastrutture obsolescenti dell’epoca di Mussolini”.
    Molinaro ci tiene a ribadire come Coldiretti abbia lavorato in questi anni per garantire un servizio idrico efficiente e diffuso su tutto il territorio regionale, cercando di mettere una pezza all’operato disastroso del Sibari-Crati: “I dirigenti Coldiretti amministratori dei Consorzi, in questi sei anni, hanno lavorato sodo e si badi bene nel rispetto delle norme. Sono stati anni difficili ma esaltanti; anni nei quali si sono azzerati i trasferimenti della Regione, ma nonostante questo, sono stati garantiti e ampliati i servizi. L’acqua ad uso irriguo è stata erogata senza un giorno di interruzione; questo nonostante che a causa dei cambiamenti climatici si sia allungato il periodo di siccità, negli ultimi anni si irriga ininterrottamente da aprile a novembre. Certo tutti vorremmo un servizio gratuito, ma ricordiamo che oggi, il costo ad ettaro per l’utilizzo dell’acqua ad uso irriguo in provincia di Cosenza è tra i 160 e 200 euro ettaro, molto più basso rispetto a Regioni, per rimanere nel sud Italia, come Puglia, Basilicata e Sicilia, dove i Consorzi sono commissariati (gestiti dalla regione) e il costo per ettaro va dai 400 agli 800 euro. Comunque siamo nella media del nord Italia”.

    Il presidente di Coldiretti Calabria critica anche la soluzione proposta da Nola, il quale aveva proposto affidamento dei servizi idrici alla Regione “che dovrebbe riunire sotto un’unica regia l’intero sistema di gestione delle acque, potabili e per uso agricolo”. Una proposta, questa, che secondo Molinaro rappresenterebbe un enorme passo indietro e significherebbe portare avanti modelli gestionali ormai superati e generatori di sprechi e corruzione: “Sostenere questa “ricetta” – dice Molinaro – oltreché denigrare i risultati fa sorgere più di un dubbio. Ci sono altri interessi? Si vogliono privare gli agricoltori virtuosi e responsabili dell’esercizio del voto e dell’autogoverno? Si vuole un sistema padronale? Certamente, una scelta siffatta, non produce efficienza e prospettive per i consorziati, e si ritornerebbe a far lievitare l’elusione e l’evasione. Una rude, nefasta e antistorica proposta. Davvero è incomprensibile!”. 

    Non si è fatta attendere in queste ore anche la risposta di Alberto Statti di Confagricoltura Calabria, pervenuta anch’essa sulle pagine del Corriere della Calabria. “Oggi i Consorzi – dichiara Statti – a dispetto dei comunicati stampa, non interpretano il ruolo che la legge assegna loro, continuano a disperdere energie e risorse, mantengono costi che sono eccessivi, insistono – in forza di una legge regionale sbagliata – nel far ricadere questi costi sulle imprese. Il giochino di dire: tizio critica perché non vuol pagare è indecente e vergognoso”.
    Statti, dunque, condivide con Nola il malcontento per come vengono gestiti questi enti che eppure dovrebbero portare vantaggi e servizi a tutte le imprese agricole, indipendentemente dall’appartenenza ad una determinata organizzazione di rappresentanza: “Dica il presidente Molinaro perché il sistema consortile calabrese abbia scelto, pagando con i denari ricevuti da tutti e non solo dai tesserati della sua organizzazione, l’acquisto di servizi da società che rientrano nella galassia Coldiretti? Ci dica il Presidente Molinaro se l’ex Urbi Calabria – organismo di sintesi e rappresentanza di tutti i Consorzi – abbia o meno impegnato risorse per “rinforzare” la partecipazione a iniziative Coldiretti. Far pagare i tributi consortili a tutti e senza aver fornito servizi è oggi consentito dalla legge, noi immaginiamo per i Consorzi una sostenibilità unicamente “imprenditoriale”; comodo invece ripararsi dietro il taglio dei trasferimenti e le inadempienze regionali. Molto più logico – e questo sì in linea con un’agricoltura “bella e vera che piace e che vince” – sarebbe accettare la sfida dell’impresa”.
    In merito alla vicenda vi proponiamo la puntata di Pubblica Piazza, andata in onda giovedì 18 febbraio, nel corso della quale si fa il punto sulla situazione dell’agricoltura calabrese con un focus particolare sulla questione dei consorzi di bonifica.


  • latte enel

    Nel corso del convegno sulla “competitività per il latte italiano” promosso da ADM – Associazione Distribuzione Moderna è stata presentata una ricerca del professor Roberto Della Casa, docente di marketing e gestione dei prodotti agroalimentari all’Università di Bologna, dal titolo “Analisi economica della filiera del latte italiano”. 

    L’indagine rileva alcuni importanti dati sul comparto lattiero caseario. Un primo aspetto che emerge riguarda le zone di produzione.
    latte enelIl 55% delle stalle si trova, infatti, in aree montane o svantaggiate. Diventa a questo punto fondamentale dotare queste zone di tutte le infrastrutture necessarie per poter limitare i costi di produzione, soprattutto in un periodo particolarmente difficile per il settore.
    Ma c’è di più. Il 68% della produzione di latte italiano deriva da tre regioni: Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto e addirittura il 30% è concentrata in tre sole province, quelle di Brescia, Cremona e Lodi.
    È evidente, dunque, come ci sia una concentrazione della produzione in determinate aree dove tra l’altro sono collocate le aziende di dimensioni maggiori. Come riportato da Ismea, infatti, il 9,7% delle stalle lombarde possiede da 200 a 499 capi.
    Numeri che le altre regioni d’Italia non riescono neppure ad avvicinare. L’indagine di Della Casa evidenzia, per l’appunto, che solo il 9% degli allevamenti italiani ha più di 115 capi, mentre il 48% degli oltre 33.000 allevamenti è di piccola dimensione.
    Sono proprio quest’ultimo tipo di aziende che patiscono maggiormente l’impatto della crisi del lattiero caseario, dovendo sostenere una scarsa produttività per capo ed essendo costrette a fronteggiare le grandi multinazionali del latte, in grado queste ultime di applicare prezzi al ribasso.


  • reti d'impresa bando

    L’agricoltura dà lavoro a 25 milioni di persone in tutta Europa, producendo un valore aggiunto di 420 miliardi di euro l’anno. In poche parole “il settore agricolo è il primo datore di lavoro in Europa”. 

    Con queste parole il commissario Ue all’agricoltura Phil Hogan ha parlato al Workshop sull’EFSI e l’Investment Plan for Europe.
    Sreti d'impresa bandoecondo Hogan, però, gli investimenti nel settore primario sono ancora piuttosto limitati: la Commissione ha calcolato come nel 2014 siano stati investiti dai 2 ai 9 miliardi di euro, variando di paese in paese.
    L’obiettivo dell’Ue attraverso la nuova tornata di fondi europei è assistere in maniera più convinta e cospicua il comparto agricolo, individuando alcune aree chiave.

    Hogan, a tal proposito, ha specificato quali saranno le aree d’intervento, identificandole nell’agricoltura di precisione, la bio-economia e l’economia circolare, le infrastrutture a banda larga, l’accesso al credito e le strutture per l’irrigazione dei terreni.
    L’implementazione di innovazioni tecnologiche, con particolare riferimento agli strumenti di agricoltura di precision,e possono rendere più efficiente l’intero comparto. La creazione di nuovi hardware e software, aiuterà, secondo Hogan, a migliorare la qualità del prodotti e la qualità della vita degli stessi produttori, consentendo loro di razionalizzare al meglio i processi produttivi.
    Il commissario Ue all’agricoltura ha portato, inoltre, una serie di esempi di progetti che vedono la partecipazione dell’Ue. Uno di questi è in corso di svolgimento in Finlandia dove sono stati investiti 270 milioni di euro per la costruzione di una nuova cartiera che permetterà all’intero impianto di aumentare la produttività, creando inoltre numerosi posti di lavoro. Il progetto, oltre ad essere finanziato dalla Commissione Europea, ha avuto l’appoggio finanziario di alcune banche commerciali e degli istituti per il commercio estero di Finlandia e Svezia.
    Rappresenta, dunque, un esempio di come sia possibile agire in maniera coordinata per aumentare la competitività e l’efficienza dell’intero comparto.


  • latte agrinsieme

    Si è svolto oggi a Roma, presso la Biblioteca del Senato, il convegno sulla “sfida della competitività per il latte italiano” promosso da ADM – Associazione Distribuzione Moderna. 

    È stata un’occasione per fare il punto della situazione dopo la fine dell’era delle quote latte che ha portato gravi scompensi nel lattiero caseario italiano.
    L’Italia fa fatica a reggere la competizione con gli altri paesi europei, in grado questi ultimi di proporre un prodotto di bassa qualità a prezzi contenuti.
    latte agrinsiemeUna situazione che ha provocato la chiusura di molte stalle , gettando il comparto in una situazione di crisi pressoché perenne.
    “C’è più latte sul mercato in Europa e ce ne sarà sempre di più, con un aumento dell’11-13% nei prossimi dieci anni – ha detto Mario Guidi, rappresentante del coordinamento di Cia, Confagricoltura, Copagri, Alleanza delle Cooperative Agroalimentari -. Se coniughiamo questa situazione di mercato a quella della riduzione dei consumi, si comprende come la filiera lattiero-casearia sia davvero a rischio sopravvivenza”.
    Non giovano certamente al comparto nostrano i dissidi che sta vivendo in questi mesi la filiera produttiva italiana. Allevatori, industrie di trasformazione e grande distribuzione sono sul punto di vivere un’altra “guerra del latte” quando a fine mese scadrà l’accordo siglato a novembre, con il prezzo del latte portato da 34 a 37 centesimi al litro.

    La battaglia tra gli attori della filiera rischia di affossare in maniera definitiva il settore lattiero caseario italiano, facendo il gioco di chi in Europa riesce promuovere prezzi al ribasso.
    “Siamo i primi ad aspirare alla competitività del mondo allevatoriale e della filiera lattiero -casearia tutta – ha commentato  Guidi -. Ma per raggiungere questo risultato servono aggregazione, autoregolamentazione e rapporti di filiera chiari e rispettosi di tutti gli attori. Il banco di prova sarà la definizione del nuovo prezzo del latte e ci attendiamo da trasformatori e distributori proposte responsabili”.
    Le responsabilità, sottolinea Mario Guidi, non gravano però solo sui trasformatori e sulla grande distribuzione, ma sugli stessi allevatori chiamati ad aggregarsi per avere maggiore forza economica e potere contrattuale: “Il mondo allevatoriale deve impegnarsi nell’aggregazione per superare le debolezze strutturali. E Agrinsieme ha ricordato come la più grande associazione delle organizzazioni di produttori (AOP Latte Italia) nata da poco rappresenti meno del 10% del latte italiano; ciò mentre pochi trasformatori gestiscono oltre la metà del mercato”. 


  • vino italia

    Nel 2015 il valore delle esportazioni agroalimentari italiane ha raggiunto la quota record di 36,8 miliardi di euro. 
    Ma quali sono i settori che guidano l’export agroalimentare nostrano e che hanno avuto il maggiore incremento negli ultimi dieci anni?

    Un’indagine di Coldiretti ci aiuta a fare chiarezza a riguardo. Oltre alle tradizionali produzioni italiane, come vino e formaggio, abbiamo un’ascesa sempre più vino italiaevidente di prodotti quali la birra ed il caviale.
    L’esportazione della birra, ad esempio, ha fatto registrare una variazione positiva del 206% negli ultimi dieci anni raggiungendo mercati importanti come quello tedesco e britannico.
    In grande crescita anche il caviale, capace addirittura di passare da un valore pari a zero a 11,2 milioni di euro.

    La top 5 dei prodotti agroalimentari italiani esportati nel mondo abbraccia, però, ancora le specialità tipicamente nostrane.
    Al primo troviamo il vino. Secondo Coldiretti nel 2015 l’export del settore vitivinicolo ha raggiunto quota 5,4 miliardi di euro (+80% negli ultimi dieci anni). Al secondo posto troviamo, invece, l’ortofrutta fresca con un valore di 4,4 miliardi di euro ed una crescita del 55%.
    A completare il podio virtuale c’è la pasta con 2,4 miliardi ed una variazione positiva del 82% nel decennio. Bene anche i formaggi (2,3 miliardi) ed il pomodoro (1,5 miliardi).
    Le produzioni italiane sono soprattutto di qualità, come testimoniato dal fatto che il 20% delle esportazioni agroalimentari sia a Denominazione d’origine protetta (Dop).
    L’Italia – non lo scopriamo certo oggi – ha da questo punto di vista un potenziale enorme e in gran parte inespresso. Ecco perché la sfida dell’internazionalizzazione deve essere raccolta con coraggio e convinzione anche da parte delle imprese agricole di piccola dimensione e di matrice cooperativa.


  • istat prezzi

    L’inflazione non presenta la crescita sperata. Secondo i calcoli dell’Istat, a gennaio l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) è diminuito dello 0,2% rispetto a dicembre ed è cresciuto solo dello 0,3% su base annua. 

    Non ha funzionato, evidentemente, il Quantitative Easing, ovvero la misura di politica monetaria espansiva portata avanti dalla Bce.
    L’intento della Banca Centrale Europea è portare il livello di inflazione vicino al +2%, obiettivo che al momento appare ancora lontano sia su scala nazionale che europea.
    istat prezziCome riporta l’istituto di statistica la diminuzione congiunturale più marcata interessa i prezzi della divisione di spesa Trasporti (-1,1%), mentre l’altra flessione congiunturale rilevante è quella dei prezzi di Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (-0,6%).
    Le altre divisioni di spesa mostrano delle variazioni positive piuttosto limitate con le Comunicazioni che fanno registrare la crescita congiunturale più elevata (+0,2%).
    Se analizziamo, invece, i dati su base annua, notiamo come il comparto che mostra la diminuzione dei prezzi più cospicua è ancora quello dei Trasporti (-1,1%), mentre va segnalato un aumento consistente dei prezzi di Bevande alcoliche e tabacchi (+2,8%). Altri aumenti significativi sono quelli del settore Ricreazione, spettacoli e cultura e dell’Istruzione (+1,3%, per entrambe) e dei Servizi ricettivi e di ristorazione (+1,0%).
    L’analisi territoriale, invece, evidenzia come i prezzi siano aumentati in quasi tutte le regioni rispetto a gennaio 2015. Al Centro-Nord, la crescita più sostenuta riguarda Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Marche (+0,6% per tutte e tre le regioni), nel Mezzogiorno invece sono Abruzzo (+0,7%), Sicilia e Campania (+0,4%) a mostrare le variazioni positive maggiori.
    L’unica regione, invece, su tutto il territorio nazionale che evidenzia un calo dell’indice dei prezzi al consumo su base annua è la Puglia con una variazione negativa del -0,3%.


  • latte crisi

    Il mercato del latte rischia di essere proiettato indietro al mese di novembre, quando gli allevatori bloccarono per diversi giorni lo stabilimento della multinazionale Lactalis.
    Il motivo delle rimostranze era il basso prezzo di conferimento del latte, pagato all’epoca 34 centesimi al litro, ed il mancato rispetto dei contratti da parte delle industrie di trasformazione.

    Le parti riuscirono, poi, a trovare un accordo, portando il prezzo del latte a 37 centesimi al litro (due versati dall’industria ed uno recuperato attraverso i 25 latte crisimilioni di fondi europei) e stabilendo quattro parametri di indicizzazione per evitare un’eccessiva fluttuazione dei prezzi: prodotti a medio-bassa stagionatura (Provolone Val Padana fresco e maturo, Mozzarella, Gorgonzola, Italico); prodotti a elevata stagionatura (Parmigiano Reggiano e Grana Padano in vari gradi di stagionatura); prodotti esteri (Latte scremato in polvere Francia, Oceania e Germania, Edamer Germania, Latte intero in polvere Germania); input di produzione (mais, farina di soia, sorgo, crusche, farinacci).
    Esclusi i prodotti a lunga stagionatura, in questi giorni tutte le altre voci hanno un andamento al ribasso.
    In base agli ultimi calcoli, quando scadrà l’accordo tra industria e produttori (fine febbraio), il prezzo del latte dovrebbe essere addirittura sotto i 34 centesimi del mese di novembre.
    Molte industrie di trasformazione situate tra Brescia, Cremona e Lodi, come riportato da Il Sole 24 Ore, stanno pensando di contrattare il nuovo accordo con i singoli allevatori. L’idea sarebbe quella di aggiungere un “premio” per la qualità del prodotto conferito e per la durata del contratto.
    Qualora, invece, dovessero essere fatti valere i parametri di indicizzazione, il prezzi potrebbe attestarsi sotto il valore di novembre creando nuove tensioni nel comparto.