• Elia Fiorillo, coordinatore e portavoce del settore olivicolo dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, ha commentato la notizia dell’inchiesta che ha coinvolto sette case produttrici di olio italiane, accusate di aver venduto olio vergine spacciandolo per olio extra-vergine.
    Secondo il Pm di Torino Raffaele Guariniello si configurerebbe il reato di frode in commercio.

    Qualora le accuse dovessero essere confermate, secondo Elia Fiorillo, si tratterebbe di un duro colpo per il settore olivicolo che si andrebbe ad aggiungere ai danni economici provocati l’anno scorso dal virus Xylella.
    olioLa stagione 2015, il cui raccolto si annuncia positivo sia in termini di quantità che qualità, potrebbe dunque essere attraversata da un’altra bufera con annessi danni d’immagine anche per le imprese sane.
    «La preoccupazione che i tanti produttori e le cooperative che agiscono con correttezza possano a livello d’immagine subire un danno c’è» dichiara Fiorillo. 
    Ad essere coinvolti nell’inchiesta, infatti, ci sono alcuni tra i marchi italiani più conosciuti in Italia e nel Mondo come Bertolli, Carapelli e Sasso.
    Le ripercussioni sul livello di fiducia dei consumatori potrebbero essere molto pesanti: «Il rischio – aggiunge il portavoce del settore olivolo dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari – è che ancora una volta il settore venga messo in cattiva luce e questo a discapito delle tante aziende italiane che fanno qualità e che non hanno nulla a che spartire con i traffici disonesti di pochi».
    Secondo Fiorillo la soluzione va ricercata in una maggiore informazione dei consumatori circa l’importanza dell’olio extravergine per un’alimentazione corretta e sulle sue qualità organolettiche: «C’è la necessità che il consumatore venga formato ed informato su tutta la complessa materia della qualità degli oli extravergini di oliva italiani». 



  • È stata presentata oggi, a Roma, #ItalyFrontiers la piattaforma istituzionale dedicata alle startup e alle Pmi innovative.
    Il sistema, realizzato da Infocamere, in collaborazione con il Ministero dello Sviluppo Economico, Giovani Imprenditori di Confindustria e Unioncamere, consente a startup e Pmi di farsi conoscere e di attrarre eventuali investitori.

    #ItalyFrontiers è disponibile in doppia lingua ed è totalmente gratuita. Ciascuna impresa avrà un proprio profilo all’interno del sito startup.registroimprese.it dove ci saranno visibili informazioni già presenti nel database di Infocamere più altre inserite dalle stesse startup previa firma digitale.
    registro impreseQueste ultime possono presentare la propria attività, il proprio mercato di riferimento e inserire dati sul fatturato e la propria dimensione. È possibile anche inserire un video descrittivo sui servizi offerti e sulla composizione del team, oltre ad inserire dei link che rimandino ai profili social dell’azienda.
    L’obiettivo della piattaforma non è solamente conferire visibilità alle startup italiane, ma anche e soprattutto creare rapporti di business tra le tradizionali imprese manifatturiere, regolarmente iscritte al Registro, e le realtà maggiormente innovative.
    #ItalyFrontiers intende creare legami e fare rete per avviare un reale processo di innovazione del settore manifatturiero italiano. In questo modo le imprese innovative raggiungono il doppio obiettivo di avere visibilità nazionale ed internazionale e di instaurare rapporti di collaborazione con altre aziende del territorio.

    La piattaforma consente, inoltre, di filtrare la ricerca delle startup in base al settore di riferimento e alla provenienza geografica: si tratta, dunque, di un database avanzato la cui assenza rappresentava una grossa carenze nell’ecosistema dell’innovazione e dell’industria italiana.
    Come riporta Unioncamere, il numero delle startup e delle Pmi innovative è in netta crescita nel nostro Paese. Al 9 novembre scorso sono 4.824 le startup innovative e 69 le PMI innovative attive in Italia.
    Dal punto di vista geografico, le regioni che presentano la maggiore presenza di startup innovative sono la Lombardia (1.047), l’Emilia Romagna (554), il Lazio (473), il Veneto (361) e il Piemonte (333).
    Il numero di persone coinvolte, tra soci e lavoratori, è di circa 22.000 unità in aumento del 64% rispetto all’anno precedente. Il settore maggiormente diffuso è quello della produzione di software e consulenza informatica, dove si registrano 1.453 imprese pari al 30,1% del totale delle startup innovative.



  • Il Rapporto World Co-operative Monitor 2015, realizzato dall’Alleanza Cooperativa Internazionale (ICA) – con il supporto scientifico e tecnico dell’Istituto Europeo di Ricerca sull’Impresa Cooperativa e Sociale (Euricse) – elabora i dati sul fatturato, la dimensione , la collocazione geografica ed il settore di riferimento delle maggiori cooperative mondiali.
    In questo modo è possibile valutare il trend di crescita del mondo della cooperazione, studiando i numeri delle principali coop a livello internazionale.

    Questo studio prende in considerazione 2.829 cooperative di 76 paesi, per un fatturato totale nel 2013 di 2.950,82 miliardi di dollari, dato in crescita rispetto agli anni precedenti.
    rapporto cooperazioneLe 300 maggiori cooperative mondiali presentano un fatturato di 2.360,05 miliardi di dollari, corrispondente all’80% del campione.
    Ma quali sono i settori che ospitano le coop con il maggior fatturato?
    Al primo posto c’è il settore delle assicurazioni (40% del totale), seguito dalle Industrie agricole e agroalimentari (32%), il Commercio all’ingrosso e al dettaglio (17%) e i Servizi bancari e finanziari (5%).
    La coop che detiene in assoluto il fatturato maggiore si conferma la Zenkyoren (National Mutual Insurance Federation of Agricultural Cooperatives); dietro di lei troviamo l’ACDLEC – E.Leclerc (Francia), la State Farm (Stati Uniti), la Kaiser Permanente (USA) e il Rewe Group (Germania).
    Se analizziamo, invece, il fatturato il rapporto al Pil pro capite del paese ospitante, al vertice della classifica troviamo due cooperative che operano nel campo dell’agricoltura e dell’alimentazione ovvero l’Indian Farmers Fertiliser Cooperative Ltd (India) e l’Nh Nonghyup (Corea del Sud).
    Il settore dell’agroalimentare, nello specifico, fa registrare un aumento del fatturato delle 30 principali coop, da 328,42 miliardi di dollari nel 2011 a 410,53 miliardi di dollari nel 2013.
    Lo strumento cooperativo dimostra, dunque, ancora una volta di saper reggere l’impatto della crisi e di mantenere pressoché inalterati i propri livelli occupazionali ed il proprio volume d’affari.
    Più difficile è sicuramente la situazione delle piccole imprese cooperative, specie nel campo dell’agricoltura, dove la presenza di un mercato sempre più globalizzato e la crisi dei consumi le ha portate a ridurre la propria attività se non addirittura a chiudere i battenti.



  • Mercoledì 25 novembre, a Bari, si svolgerà l’evento dal titolo “Legalab: per una nuova economia collaborativa”.
    L’iniziativa è organizzata da Legacoop e propone una serie di workshop tematici e tavole rotonde sul ruolo della cooperazione all’interno dell’economia collaborativa.

    I lavori inizieranno alle ore 15:00 e saranno coordinati da Enzo Risso, SWG, e Luca De Biase, Nòva – Il Sole 24 Ore.
    Il primo pomeriggio vedrà lo svolgimento di quattro workshop tematici su questioni di estrema attualità nel campo dell’innovazione sociale e dell’economia collaborativa:

    • Sharing economy e cooperazione;
    • Autoimprenditorialità e nuovi mestieri;
    • Innovazione d’impresa e startup
    • Protagonismo sociale tra Stato e mercato. 

    Nel corso degli si cercherà di individuare la funzione della cooperazione nella nuova sharing economy. Il modello cooperativo è costituito da principi legalabe fini comuni a quelli dell’economia collaborativa: condivisione di mezzi e risorse, innovazione, spirito mutualistico ed attività al servizio del territorio, sono elementi condivisi da entrambi i mondi.
    La cooperazione può diventare, ed in parte già è, uno strumento giuridico indispensabile per la diffusione della sharing economy.
    La seconda parte dell’evento sarà caratterizzata da una tavola rotonda dal titolo: “Per una nuova economia collaborativa, uno Sharing Act per rinnovare il Paese”.
    I protagonisti saranno imprenditori e profili professionali impegnati nel campo dell’innovazione sociale.
    Interverranno:

    • Marta Mainieri, fondatrice di Collaboriamo.org;
    • Fabio Simonelli, project manager Eppela;
    • Alessandro Hinna, presidente CNS;
    • Andrea Dili, portavoce associazione XX Maggio;
    • Maurizio Decastri, prorettore Università Tor Vergata;
    • Silvia Avesani, Cooperativa sociale progetto Quid.

    Nella parte conclusiva Enzo Risso e Luca De Biase intervisteranno il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti.



  • La Lombardia è la capitale dell’innovazione italiana.
    I dati parlano chiaro: nel 2014 in Italia sono stati depositati 9.361 brevetti nazionali, di questi 2.708 provengono dalla Lombardia e ben 2.290 solo nella città di Milano.
    Il numero medio di brevetti registrati EPO per milioni di abitanti a Milano è circa il doppio di quello italiano: nel periodo 2008-2010 la media era di 142,0 contro i 76,7 italiani.

    La Lombardia non sarà ai livelli di regioni come la Baviera, il Baden Wuttemberg e la Silicon Valley, ma rimane uno dei punti di riferimento dell’innovazione europea ed uno dei pochi centri all’avanguardia in tutta Italia.
    milano innovazioneLa costruzione del nuovo polo tecnologico nell’area di Expo contribuirà certamente ad aumentare il livello di innovazione tecnologica e di ricerca di tutto il territorio lombardo.
    Nel frattempo il comune di Milano continua a portare avanti progetti all’insegna dell’innovazione e dello spirito collaborativo. L’ultimo in ordine di tempo riguarda la costituzione della prima piattaforma italiana di crowdfunding civico per la realizzazione di progetti innovativi dall’alto valore sociale.
    L’iniziativa vede la collaborazione di Eppela, il primo portale italiano di crowdfunding reward based. In una prima fase di sperimentazione, della durata di 18 mesi, l’amministrazione comunale metterà a disposizione 400.000 euro: tutti quei progetti che riusciranno a ricevere un finanziamento almeno pari alla metà delle risorse necessarie per realizzare il proprio progetto potranno ricevere i soldi mancanti dal Comune di Milano, fino comunque ad un massimo di 50.000 euro.
    Il crowdfunding civico è uno strumento di finanziamento dal basso, molto diffuso negli Stati Uniti, dove sono gli stessi cittadini a decidere quale progetto merita di essere sviluppato attraverso l’investimento della comunità locale.
    Nel caso specifico della proposta milanese potranno essere presentate idee che prevedono la costruzione di una città più smart e accessibile, la riduzione del gap digitale, l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati ed in generale tutte quelle attività che abbiano un alto valore sociale.



  • Il fenomeno della contraffazione dei prodotti agroalimentari è sempre più diffuso. La notizia dell’inchiesta che coinvolge sette note case produttrici olivicole italiane è un brutto colpo per l’agroalimentare italiano, oggetto negli ultimi anni di numerosi episodi di frode in commercio.
    Dal 2007 in poi, ovvero nel periodo di crisi, le contraffazioni alimentari, sottolinea Coldiretti, sono aumentate addirittura del 248%.

    Si tratta di numeri importanti che raccontano alla perfezione l’entità del fenomeno ed i danni che ha causato all’agroalimentare italiano.
    contraffazione parmigianoSono tanti i settori interessati: dal lattiero caseario al vitivinicolo, passando per quello olivicolo e finendo con quello ittico.
    Negli ultimi diciotto mesi il Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, con la collaborazione dei carabinieri, la Guardia costiera ed il Corpo forestale, ha effettuato più di 200.000 controlli, sequestrando prodotti per un valore di 100 milioni di euro.
    La maggior parte dei beni contraffatti sono specialità del Made in Italy: sono 266 i prodotti certificati che portano un fatturato 13 miliardi, di cui il 35% viene realizzato attraverso le esportazioni.
    Il fenomeno delle contraffazioni e dell’Italian Souding (vendita di prodotti che ricordano marchi italiani senza essere realmente lavorati nel nostro Paese) arrecano un danno enorme al valore dell’export agroalimentare, impedendo all’Italia di raggiungere i livelli di paesi come Germania e Francia.
    La lotta contro le frodi alimentari dovrà essere, dunque, una priorità delle nostre istituzioni per evitare di rendere vano l’operato di tante piccole e medie imprese, anche cooperative, che stanno cercando di intraprendere la strada dell’internazionalizzazione



  • Continua in maniera serrata la “guerra del latte”, la protesta messa in atto dai produttori lattiero-caseari contro il controllo dei prezzi da parte delle industrie di trasformazione.
    Le rimostranze sono iniziate sabato, con il blocco del centro produttivo di Lactalis (a Ospedaletto Lodigiano), la multinazionale francese che controlla, tra gli altri, marchi come Invernizzi, Galbani e Parmalat e che negli ultimi mesi ha imposto, insieme ad altri operatori del settore industriale, un taglio dei compensi alla stalla di oltre il 20%.

    I produttori, quindi, sotto l’egida di Coldiretti, hanno deciso di far sentire la loro voce e di presidiare lo stabilimento di Ospedaletto Lodigiano. Una protesta IMG-20151111-WA0003che si è spostata, nella giornata di ieri, di fronte ai centri commerciali e ai supermercati di tutta Italia per far conoscere ai consumatori la situazione del settore lattiero caseario italiano e le peculiarità del latte e dei formaggi nostrani.
    I nostri scaffali, infatti, sono letteralmente invasi dal latte a lunga conservazione proveniente dall’est Europa e da mozzarelle prodotte con latte e cagliate di derivazione estera.
    Le industrie di trasformazione scelgono, quindi, la materia prima a basso prezzo proveniente da altri paesi, salvo poi vendere i propri prodotti ad un prezzo maggiorato del 30% rispetto ad esempio alla Germania e del 20% rispetto alla Francia.
    Non c’è da stupirsi, allora, se nel 2015 oltre mille stalle hanno chiuso i battenti e se negli ultimi quattro anni oltre 4000 aziende di conferimento del latte hanno dovuto cessare la propria attività.
    Il latte italiano richiede costi di produzione superiori rispetto ai competitors europei: imporre un prezzo di 33 centesimi al litro, quando i costi di produzione vanno dai 40 fino ai 60 centesimi nelle aree montane, significa depauperare un comparto che è uno dei punti di forza del Made in Italy agroalimentare.

    La protesta degli agricoltori ha portato alla decisione estrema da parte di Lactalis di interrompere la raccolta del latte, attività che verrà ripresa solamente oggi.
    IMG-20151111-WA0002Fondamentale, in tal senso, è stato l’operato svolto dal ministro Martina, che ha incontrato in questi giorni i rappresentanti di Assolatte e della Gdo, mentre per domani è previsto un tavolo di concertazione tra produttori ed industrie per cercare di trovare un punto di incontro e risolvere una crisi che rischia di diventare devastante per l’intero comparto.
    Per questo motivo è stata disposta la sospensione del blocco dello stabilimento produttivo di Lactalis fino alle 11:00 di domani, quando si svolgerà l’incontro tra le parti.
    Mentre Coldiretti e le altre associazioni di categoria vorrebbero un prezzo comune a tutte le stalle, Assolatte spinge per lasciare la massima libertà al mercato in modo da mantenere una posizione di forza.

    In queste ore è arrivato anche il commento dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, per bocca del proprio presidente Giorgio Mercuri. Il vertice della centrale di rappresentanza delle coop agricole ha voluto ribadire la centralità e la virtuosità del modello cooperativo, che consente ai soci produttori di rifuggire dai ricatti delle multinazionali: «Queste decisioni assunte da alcune multinazionali, che stanno mettendo in ginocchio gli allevatori – ha dichiarato Mercuri – fanno comprendere ancora una volta l’importanza della filiera cooperativa: i soci di cooperative mettendosi insieme hanno un luogo sicuro dove conferire il prodotto al fine di valorizzarlo nel mercato, soprattutto in settori il cui prodotto agricolo è caratterizzato da una alta deperibilità».
    Un punto di vista condiviso dal presidente di Confcooperative Calabria Camillo Nola: «In Calabria la pressione sui prezzi alla stalla è meno accentuata, grazie soprattutto all’azione della cooperazione, che riesce ad operare da vero e proprio ammortizzatore sociale verso i conferitori di latte nella nostra terra. Non solo per quanto riguarda la garanzia di un prezzo superiore all’attuale mercato, ma anche per la stabilità e l’etica nei rapporti e nei comportamenti.
    Oggi, non è tollerabile creare una nuova forma di precariato. Ne abbiamo già troppe.
    I rapporti con gli allevatori, con chi fa il buon latte italiano – aggiunge Nola – devono essere stabili e democratici, lasciare il latte nelle stalle è incomprensibile. Come cooperatori chiediamo a tutti i cittadini calabresi ed italiani, di acquistare in maniera più attenta, leggendo le etichette con attenzione e con la consapevolezza che quei centesimi in più sul prezzo del latte o di un formaggio italiano, restano spesso nel proprio territorio. Abbiamo la fortuna di avere dell’ottimo latte in Calabria, che fa bene alla salute sia di chi lo consuma, che all’economia regionale e questo al momento dell’acquisto non possiamo dimenticarlo, altrimenti facciamo il gioco di un mercato che, se basato solo sul prezzo, mette a rischio l’intera zootecnia da latte italiana, e con esso tipicità, funzione sociale, ricchezza economica».

    Il Governo in questi mesi ha provato a sostenere il settore attraverso misure come la previsione di contratti scritti che disciplinano il prezzo di vendita del prodotto conferito, l’istituzione delle Op, la costituzione del Fondo Latte, uno strumento nato per ristrutturare il debito dei produttori, e l’aumento al 10% dell’aliquota di compensazione Iva.
    Sarà necessario, però, adesso trovare un accordo con le industrie di distribuzione e provare a frenare la deriva di un mercato sempre più orientato verso la competitività al ribasso dei prezzi.



  • L’area di Expo 2015 diventerà un enorme polo tecnologico con oltre 1.600 ricercatori impegnati in attività di studio e sperimentazione su temi quali i big data, il cibo, la sostenibilità ambientale e la genomica.
    A dichiararlo è il Primo Ministro Matteo Renzi che ha presentato oggi il progetto “Human Technopole. Italy 2040” per il quale il governo ha previsto uno stanziamento complessivo di 1,5 miliardi di euro nei prossimi dieci anni.

    Il progetto percorre la strada intrapresa dall’Università degli Studi di Milano, che nei giorni scorsi ha palesato l’intento di realizzare un campus universitario all’interno di Expo.
    cascina triulzaI dipartimenti dell’area scientifica della Statale di Milano verranno spostati, infatti, nell’area dell’evento internazionale.
    L’obiettivo del Governo è fare dello Human Technopole un punto di riferimento dell’innovazione europea, un centro che possa essere al tempo stesso incubatore di nuove startup e centro di ricerca in materia di robotica, big data e sostenibilità ambientale, tutte tematiche di estrema attualità e che rischiano di dettare l’agenda setting dei leader mondiali nei prossimi cinquant’anni.
    Il premier Renzi ha parlato del nuovo polo come di un “nuovo Umanesimo”. All’interno dell’area verranno ospitati, infatti, ricercatori che si occuperanno di materie diverse e dovrà essere l’uomo il punto di contatto tra ambiti differenti.
    Dalla ricerca sulle malattie genetiche all’applicazione dei big data nei settori economici, finendo con la sostenibilità ambiente, tutte le attività di studio devono porsi come obiettivo il miglioramento della qualità di vita dell’uomo.
    Il futuro di Expo sembra, dunque, prendere la forma dell’innovazione e della ricerca e questa non può che essere valutata come una splendida notizia.



  • Nei primi nove mesi del 2015 sono stati siglati 471mila contratti a tempo indeterminato in più.
    A comunicarlo è l’Inps attraverso il report mensile sul precariato. Secondo l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale gli sgravi contributivi presenti nella scorsa Legge di Stabilità hanno portato le aziende a preferite le forme contrattuali a tempo indeterminato.

    Da gennaio a settembre sono stati firmati in tutto 1,33 milioni nuovi contratti a tempo indeterminato, ai quali vanno aggiunte 371mila trasformazioni di contratti a termine o di apprendistato; le cessazioni di contratti a tempo indeterminato ammontano, invece, a 1,23 milioni.
    Il saldo tra attivazione e cessazione è dunque positivo di 471mila unità.
    voucher lavoroLe imprese, dunque, hanno trovato più conveniente assumere nuovi addetti con forme contrattuali stabili sfruttando lo spazio concesso dalle agevolazioni della Legge di Stabilità. Secondo l’Inps sono circa 900.000 i contratti che hanno usufruito di questo strumento fiscale, dei quali 703.890 sono nuovi contratti e 202.154 trasformazioni di contratti a termine.
    Nel 2016 e nel 2017 gli sgravi contributivi fino a 8.060 euro verranno ridotti sostanzialmente (saranno fino al 40%), quindi è probabile che questo trend di crescita possa subire un forte rallentamento.

    In generale, il saldo tra attivazioni e cessazioni di rapporti di lavoro subordinati è positivo per 600.000 unità. Un dato importante, infine, è l’aumento del numero di rapporti di lavoro a tempo indeterminato sul totale di quelli attivati, passato dal 32% del 2014 al 38,1% del 2015.
    Migliora anche l’incidenza dei contratti stabili stipulati da giovani under 30 (dal 24,4% del 2014 al 31,3% del 2015).
    Le regioni con le variazioni positive maggiori sono Friuli Venezia Giulia, Umbria e Piemonte, con aumenti superiori al 50% fino a raggiungere l’82%.
    Le peggiori in questo senso, invece, sono state ancora una volta Sicilia (+10,8%), Puglia (+15,8%) e Calabria (+17,1%).



  • Sette note aziende olivicole italiane, tra i quali spiccano marchi come Carapelli, Bertolli e Sasso, sono indagate dalla procura di Torino con l’accusa di frode in commercio.
    Secondo il procuratore Raffaele Guariniello l’olio extra-vergine d’oliva venduto dalle sette case produttrici apparteneva in realtà alla categoria dell’olio vergine, ovvero un prodotto dalla qualità e dal costo inferiore.

    La vicenda nasce dalla denuncia di una rivista specializzata, che ha di fatto dato il via all’inizio delle indagini della procura.
    olioI carabinieri del Nas hanno prelevato alcuni campioni d’olio dai supermercati di Torino facendoli analizzare dai laboratori dell’agenzia delle dogane e ben 9 su 20 non hanno superato l’esame organolettico.
    Sono sette i rappresentanti legali accusati di frode in commercio. Nello specifico le aziende interessate dall’inchiesta sono: Carapelli, Santa Sabina, Bertolli gentile, Coricelli, Sasso, Primadonna (confezionato per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin).
    Il Pm Guariniello ha subito informato il Ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, sui risultati del test. Le indagini andranno avanti cercando di capire l’entità della possibile truffa e la reale provenienza delle olive.



  • Nel 2017 Legacoop, Confcooperative e Agci completeranno il percorso di unificazione delle sigle dando vita all’Alleanza delle Cooperative.
    Insieme ad un’unica centrale di rappresentanza delle coop nascerà anche un unico fondo mutualistico che sarà la sintesi delle risorse e degli strumenti finanziari utilizzati da Coopfond, Fondo Sviluppo e General Fond.

    Si tratta di entità con una storia ed una disponibilità economica diversa tra di loro, ma con un unico obiettivo: promuovere lo sviluppo della cooperazione italiana.
    coopfondLe cooperative rappresentano lo strumento giuridico migliore per fare impresa mettendo insieme le idee e le risorse di più persone e lavorando al servizio della comunità di riferimento.
    Promuovere la cooperazione significa, dunque, veicolare un modello di società collaborativa ed improntata sui principi della democrazia economica e del profitto sociale.
    Il presidente di Coopfond, Aldo Soldi, ha rilasciato un’intervista al portale Nelpaese.it dove ha affrontato queste tematiche spiegando anche il tipo di attività svolta dai fondi mutualistici.
    Coopfond è un fondo costituito dal 3% degli utili delle cooperative associate a Legacoop. Queste ultime sono obbligate per legge a versare tale contributo a Coopfond, il quale poi investe nello sviluppo della cooperazione attraverso la partecipazione al capitale delle coop nascenti o già esistenti, investimenti in progetti innovativi e prestiti di vario tipo.

    Con la nascita dell’Alleanza delle Cooperative, anche Coopfond sarà protagonista dell’unificazione delle sigle con la creazione di un unico fondo mutualistico.
    Uno strumento che, secondo Soldi, sarà fondamentale per lo sviluppo della cooperazione: «Se abbiamo una sola centrale e tutte le cooperative aderiscono alla stessa centrale, è chiaro che il fondo diventa unico e sarà molto importante. Fondo Sviluppo ha le nostre dimensioni, General Fond è un po’ più piccolo, quindi il fondo unificato avrà un bel patrimonio, con cui offrire molti servizi alle cooperative. I fondi attuali non lavorano alla stessa maniera, però la diversità può diventare fonte di ricchezza. Noi abbiamo già iniziato a lavorare a questa ipotesi, cominciando a conoscere meglio gli altri fondi».
    Il futuro delle cooperative, dunque, sarà caratterizzato da una disponibilità di risorse superiore e da una maggiore attenzione al principio di mutualità, cercando di sintetizzare identità e strumenti di organizzazione aziendale e finanziaria diversi ma non certamente antitetici tra di loro.



  • I Paesi membri dell’Unione Europea devono implementare le proprie competenze digitali.
    Uno studio condotto dalla Commissione Europea evidenzia le carenze degli stati aderenti all’Unione in tema di digitale.
    L’analisi prende in considerazione il livello di diffusione delle competenze Ict sia tra i giovani che in generale nel mondo lavorativo.

    La percentuale di ragazzi di età compresa tra i 16 ed i 24 anni che è un utente abituale di Internet è del 95%. Si tratta di un numero molto elevato, al quale però start up cooperativespesso non corrisponde una reale formazione digitale.
    Se prendiamo in considerazione, ad esempio, il settore della scuola, meno della metà dei bambini studia in una scuola con strutture digitali adeguate e solo il 20-25% viene educato da professori che possiedono delle buone competenze digitali.
    È evidente come in un contesto simile sia difficile sviluppare interesse verso le materie legate all’ICT come dimostra il calo dei laureati in questo ambito, che dal 2006 al 2013 ha visto una diminuzione del 13%.
    Questo numero è del tutto paradossale, considerata l’enorme diffusione ed importanza che hanno assunto i digital devices all’interno della società. C’è inoltre un notevole gap di genere: gli uomini laureati in questo settore sono infatti il doppio rispetto alle donne.

    Il sistema formativo europeo in materia digitale è, dunque, molto carente. Le ripercussioni sul mercato del lavoro sono evidenti.
    Il 32% della forza lavoro europea possiede competenze digitali scarse o inesistenti e addirittura il 15% non ha mai utilizzato Internet.
    Capiamo benissimo come con questa cifre sia quasi impossibile parlare di innovazione ed economia digitale. Eppure, come sottolinea la Commissione, ciascun lavoro nel campo dell’ICT ha le potenzialità per creare tre nuovi posti di lavoro in altri settori.
    E la situazione diventa ancora più preoccupante se estendiamo il campo di analisi alla fascia più anziana della popolazione. Il 53% degli anziani non ha mai utilizzato internet e solo il 23% ha usufruito degli strumenti forniti dalla rete per accedere ai servizi pubblici.
    La maggior parte lo fa per mancanza di interesse, risorse economiche e competenze.
    Il gap digitale, evidente in Europa e ancora più pressante in Italia, va colmato nel più breve tempo possibile incentivando i processi di digitalizzazione soprattutto nelle scuole.
    Questo deve essere il primo passo per sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove competenze e dei nuovi strumenti tecnologici.