• welfare-aziendale

    Ci sarà tempo fino al 15 dicembre 2016 per iscriversi alla prima edizione del Corso di alta formazione in Welfare Community Manager, organizzato dall’Università di Bologna in collaborazione con Aiccon. 

    I modelli di welfare hanno subito una vera e propria rivoluzione: si è passati da una logica assistenziale ad una partecipativa e generativa. Non è più solo lo welfare-aziendaleStato ad erogare i servizi essenziali ai cittadini, c’è al contrario un maggiore coinvolgimento degli enti locali e delle organizzazioni non profit. Il corso intende formare una nuova figura professionale, ovvero il Welfare community manager, che dovrà interpretare i nuovi bisogni sociali ed effettuare investimenti ed innovazioni ad alto impatto sociale. I nuovi manager del settore del welfare saranno chiamati inoltre ad agire in una logica collaborativa, coinvolgendo gli shakeholder e le migliori esperienze locali.
    Le lezioni si svolgeranno da marzo 2017 a giugno 2017 e si svilupperà in 60 ore di lezione in aula (venerdì 9:00-13:00; 14:00- 19:00 – sabato 9:00-14:00) una volta al mese. Il corso è a numero chiuso: il numero minimo di iscritti per l’attivazione è di 15 persone, mentre il numero massimo è di 40.
    I partecipanti verranno scelti in base alla valutazione del curriculum vitae e delle eventuali pubblicazioni presentate all’atto dell’iscrizione dal candidato.
    Per ulteriori informazioni potete consultare il bando.


  • castagne-produzione

    Ci sono diversi settori dell’agroalimentare italiano che stanno vivendo un periodo complesso. Vi abbiamo parlato, ad esempio, del crollo dei prezzi del latte, causato anche dall’invasione di prodotti lattiero caseari di provenienza estera e a basso costo. 

    Vivono la stessa situazione i produttori di grano, mentre il comparto vinicolo è riuscito a sopperire al calo dei consumi interni grazie ad un ottimo rendimento sui castagne-produzionemercati esteri. Due settori, invece, in crisi da diversi anni sono quello dell’olio e delle castagne.
    Aldilà degli effetti devastanti del virus Xyella, soprattutto in Puglia, il comparto olivicolo italiano è vittima nelle ultime annate di diverse congiunture negative. Il maltempo e la diffusione della mosca olearia hanno causato un netto crollo della produzione, scesa fino a 298 milioni di chili, vicino al mimino storico, con una variazione negativa addirittura del 38%.
    Secondo le previsioni di Coldiretti, le scorte dovrebbero terminare già nei primi sei mesi del 2017, portando i prezzi alle stelle.
    L’Italia inoltre ha grosse difficoltà a reggere la concorrenza degli altri paesi del Mediterraneo, su tutti la Spagna, e deve fronteggiare la diffusione di numerose frodi alimentari che hanno fatto crollare la fiducia dei consumatori verso le maggiori case produttive.

    Non vive un momento migliore il settore delle castagne. L’autunno era la stagione delle caldarroste. L’uso del tempo passato non è casuale.
    Vi sarà capitato di notare come sia sempre più difficile sentire l’odore di caldarroste lungo le strade delle nostre città. Tutta colpa della cinipide, un parassita che ha causato disastri nei nostri boschi (soprattutto al Sud), provocando indirettamente l’invasione di prodotti stranieri.
    Anche quest’anno la produzione di castagne diminuirà, attestandosi sotto i 20 milioni di chili dell’anno precedente. Secondo Coldiretti, in Campania, ovvero la prima regione produttrice, la variazione negativa della produzione dovrebbe essere addirittura del 90%.
    La crisi del comparto non è un fenomeno contingente. Basti pensare che, come riporta il portale Repubblica.it, nel 1911 la produzione di castagne ammontava a 829 milioni di chili e dieci anni fa era il triplo rispetto a quella attuale.


  • agroalimentare mezzogiorno

    È possibile coniugare il rapporto con il territorio con la sostenibilità e la solidarietà? A Bergamo hanno dimostrato che si può fare dando vita al primo Bio distretto dell’agricoltura sociale in Italia. 

    L’iniziativa verrà presentata ufficialmente il 12 novembre, a Bergamo, nel corso del convegno “Coltivare la sapienza”, che vedrà, tra gli altri, anche la partecipazione del Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina.
    Sono circa venti le aziende e le cooperative che formeranno il nuovo gruppo. Verranno coltivati principalmente ortaggi e frutta biologici, dando la possibilità ai soggetti agroalimentare mezzogiornosvantaggiati (disabili, ex detenuti, disoccupati) di lavorare nei campi. Già da diverso tempo, attraverso Orobe bio (coordinamento tra aziende e cooperative sociali biologiche), era partito in Lombardia un progetto di filiera corta a carattere spiccatamente sociale.
    Tra gli elementi interessanti del progetto c’è ad esempio la possibilità per i consumatori di praticare la raccolta diretta, sentendosi così parte integrante del processo produttivo. Il Bio distretto, inoltre, non sarà solamente un’organizzazione che unisce alcuni produttori locali.
    La sua dimensione territoriale si estenderà ad altri soggetti della comunità locale, come istituzioni, enti non profit e scuole. L’obiettivo, quindi, è rivitalizzare un intero territorio attraverso la cooperazione. Si cercherà anche di recuperare alcune aree rurali incolte per sviluppare startup a conduzione giovanile.

    Si tratta, in via definitiva, di un’iniziativa che spossa tutti i principi cooperativi: qualità, sostenibilità, innovazione, territorialità, solidarietà e aggregazione. È sicuramente difficile mettere insieme realtà spesso diverse tra di loro e creare un circolo collaborativo così trasversale. A Bergamo le associazioni di produttori biologici lavorano insieme già da qualche anno: creare un bio distretto dell’agricoltura sociale è stato per loro uno sviluppo quasi scontato. Difficilmente potrà accadere lo stesso per altre realtà.
    Il modello di sviluppo, però, basato su aggregazione e sulla rigenerazione della comunità può fungere da esempio per altri territori.


  • censis-giovani

    L’Italia è uno dei paesi europei con il più alto numero di Neet, ovvero di giovani che non studiano e non lavoro. La crisi ha ridotto del 30% la quota di occupati under 30, così come è diminuito del 19% il numero di giovani titolari di imprese. 

    Nonostante la situazione sicuramente non incoraggiante, esistono anche dei ragazzi che hanno studiato, portando a termine il loro percorso di studi con una laurea magistrale, e che hanno avviato un’attività imprenditoriale. Confcooperative li ha definiti “i giovani che ce le fanno” e proprio su questo tema ha presentato oggi, a Roma, un focus condotto da Censis.
    censis-giovaniSecondo questo rapporto, in Italia, i giovani con una età compresa tra 15 e 29 anni che lavorano sono 2.630.000 e valgono 46,5 miliardi di euro (corrispondenti al 2,8% del Pil). Ci sono poi tanti ragazzi che decidono di aprire un’impresa: vengono chiamati Eet (Employed-Educated and Trained) e in Italia sono 175.000, di cui il 24,7% presente nel Nord-Ovest, il 15,7% nel Nord-Est, il 18,5% nelle regioni centrali ed il 41,1% nel Mezzogiorno.
    Ci sono alcuni settori particolarmente dinamici che hanno visto negli ultimi anni il proliferare di imprese a conduzione prevalente maschile. I giovani attivi nel campo delle attività di supporto per le funzioni d’ufficio e i servizi alle imprese sono aumentati del 113,3%; stessa dinamica per le aziende giovanili nei servizi d’informazione e altri servizi informatici (+53,4%), nei servizi per edifici e paesaggio (51,5%) e nei servizi di ristorazione (25,3%).

    L’indagine di Censis mette in evidenza un altro aspetto interessante. I ragazzi che hanno un titolo di studio accademico riescono nella maggior parte dei casi a trovare lavoro. “Nel 2015, a quattro anni dalla laurea, il 72,8% dei laureati di I livello – riporta il Focus di Censis per Confcooperative – ha dichiarato di lavorare, contro il 19,7% che è in cerca di lavoro. I laureati magistrali hanno una migliore condizione lavorativa, dal momento che ha dichiarato di lavorare l’83,1% del totale. La quota di chi è in cerca di lavoro è pari al 13,1%. La quota di dirigenti, imprenditori e professionisti raggiunge il 59,2% per i laureati di II livello”.
    L’Italia, dunque, dovrà fronteggiare la crisi occupazionale dei giovani puntando sulla formazione delle nuove generazioni e cercando di rendere loro agevole l’avvio di un’attività d’impresa.
    Tra i “giovani che ce la fanno” ci sono anche tanti cooperatori. Proprio a questi ultimi si rivolge Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, nel commentare i principali risultati della ricerca: “L’analisi ci dice che ci sono dei germogli di ripresa segnali di vivacità da incoraggiare e perseguire. È tempo di insistere e di guardare al futuro. È lo sguardo dei cooperatori che è rivolto al futuro, pensano a costruire un’impresa oggi per tramandarla domani alle future generazioni di soci. Molti cooperatori di oggi non erano neanche nati quando la loro cooperativa era già impegnata nell’agroalimentare, nel credito, nel sociale, nei servizi, nel consumo, nell’abitazione, nella pesca”.


  • fil-fest

    Misurare il benessere di un Paese esclusivamente attraverso indicatori tradizionali come il Pil significa non comprendere le criticità del sistema capitalista emerse durante la crisi.

    La crescita del Prodotto Interno Lordo senza un miglioramento effettivo della qualità della vita e dell’accesso ai servizi diventa un segnale fuorviante sulla fil-festsalute di una nazione. È necessario, dunque, ripensare non solo i modi di produzione e di erogazione dei servizi, ma occorre anche rivedere i principali indicatori economici, inserendo degli strumenti utili a misurare la felicità della popolazione.
    Oggi, più che mai, l’idea di benessere esula dalla mera sfera economica ed abbraccia il concetto di felicità. Si tratta di un’impostazione diversa dalla teoria economica classica, ma che può diventare vincente in un momento storico di crisi dei tradizionali schemi economici.
    Occorre dunque mettere l’uomo e la sua salute al centro delle politiche economiche ed interrogarsi su quali siano gli strumenti migliori per perseguire uno sviluppo equo e sostenibile. Si tratta in poche parole di riportare la felicità nella vita delle persone, che sia sul posto di lavoro, nelle piazze o nella vita privata.

    Si parlerà di questi temi al Fil Fest 2016, il festival della felicità interna lorda organizzato da Impact Hub Siracusa, Zo centro culture contemporanee, Blumedia, Officine Culturali.
    L’iniziativa, giunta alla sua terza edizione, si svolgerà a Catania dal 2 al 4 dicembre e vedrà tra i protagonisti economisti, sociologi, imprenditori ed artisti. Anche l’impresa sociale avrà un ruolo essenziale: un modello imprenditoriale capace di coniugare impatto economico, ambientale e sociale può aiutare a rafforzare i rapporti umani e a rendere il benessere individuale e collettivo centrale nell’azione di un imprenditore.
    Il tema principale del Fil Fest 2016 riguarda le Terre, ovvero i modi di abitare la terra e rispondere a sfide planetarie. Riflettere sulle terre significa innanzitutto interrogarsi sulle questioni ambientali, come i cambiamenti climatici.
    Parlare delle Terre, però, vuol dire anche ragionare sulle nostre coltivazioni, sulle nostre patrie culturali e sui rapporti che costruiamo sul nostro territorio e che ci rendono felici.


  • garanzia giovani bonus

    Da domani e fino al 31 dicembre 2017 sarà attivo il bonus 18 anni. Tutti i ragazzi che hanno compiuto o che compiranno 18 anni nel 2016 potranno usufruire di 500 euro per acquistare beni di carattere culturale. Nella platea dei soggetti beneficiari sono stati inseriti anche i diciottenni extra-comunitari con regolare permesso di soggiorno. 

    La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha predisposto un portale nel quale potranno registrarsi sia i ragazzi che vogliono beneficiare del bonus che gli esercenti che intendono vendere i loro prodotti. Per gestire il bonus, però, i ragazzi dovranno possedere le credenziali Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, che garanzia giovani bonusconsente il riconoscimento del giovane. Al momento gli unici enti che rilasciano l’identità digitale sono Poste, Infocert, Tim e Sielte. I tempi media di rilascio vanno da 5 a 20 minuti a seconda dall’identity provider scelto.
    Una volta ricevuto lo Spid, potrà finalmente essere utilizzato il bonus attraverso una carta digitale o dei buoni d’acquisto.
    Quali sono, però, i beni acquistabili? Nei 500 euro di spesa sono previsti innanzitutto i libri (scolastici e non), e-book e audio-libri, ma non solo. Potranno essere comprati anche biglietti per spettacoli teatrali, concerti, ingressi al cinema ed eventi culturali.
    Sono comprese, inoltre, le visite ai siti archeologici, musei e parchi naturali.

    Sono esclusi computer, tablet, smartphone, film in streaming o musica, riviste culturali. La Presidenza del Consiglio specifica che i prodotti possono essere venduti solo all’intestatario del buono: l’esercente dovrà controllare la corrispondenza tra nome e cognome presenti nel buono d’acquisto ed i riferimenti del documento d’identità esibito dal diciottenne.
    I neo diciottenni avranno tempo fino al 31 gennaio 2017 per registrarsi e fino al 31 dicembre 2017 per utilizzare il bonus. Ricordiamo, infine, che i 500 euro non potranno essere usati per acquistare prodotti venduti da strutture ed enti non convenzionati.

     


  • unicredit start lab 2016

    Il Piano Industria 4.0 è quel programma del Governo che intende favorire gli investimenti privati in innovazione attraverso una serie di incentivi di natura orizzontale. 

    Tra le misure maggiormente reclamizzate c’è sicuramente la conferma del super-ammortamento al 140% per l’acquisto di beni strumentali e l’introduzione dell’iper-ammortamento al 250% per l’acquisto di beni tecnologici.
    Industria 4.0 interviene però anche su uno degli elementi di maggiore debolezza dell’ecosistema innovativo italiano: gli investimenti dei venture capitalist.
    Al momento, in Italia, la spesa del cosiddetto capitalismo di rischio è ferma a quota 130 milioni di euro. Gli investitori decidono spesso e volentieri di dirottare le proprie risorse all’estero, non tanto per lo scarso livello di innovazione delle startup italiane, ma per un contesto fiscale ed amministrativo poco favorevole.
    In Spagna, ovvero un paese con livelli innovazione simili all’Italia, il mercato del venture capitalism è di 534 milioni di euro.

    Attraverso il piano Industria 4.0 il Governo ha quindi deciso di favorire gli investimenti in startup. Lo farà attraverso una serie di agevolazioni che dovrebbero unicredit start lab 2016spingere, nelle idee dell’esecutivo, gli investitori a scommettere nelle imprese innovative italiane.
    Vengono innanzitutto innalzate dal 19 al 30% le detrazioni sugli investimenti in startup e PMI innovative, aumentando anche la soglia massima detraibile da 500mila euro a 1 milione di euro. In sostanza, un’azienda o una persona fisica potrà investire fino ad un milione di euro in un’impresa ad alto contenuto innovativo beneficiando di una detrazione del 30%.
    L’obiettivo ambizioso del Governo è portare entro il 2020 gli investimenti in capitale di rischio a quota 1 miliardo di euro.

    Tra le altre misure finanziarie a supporto dei venture capitalist e delle startup, c’è anche la possibilità che le perdite di una startup nei suoi primi quattro anni di vita possano essere assorbite da una società “sponsor”. Per favorire inoltre lo sviluppo di startup 4.0 ci sarà un programma specifico per gli acceleratori e verrà istituito un fondo venture capitalist per start-up I4.0 in co-matching.
    Si cercherà, infine, di agevolare l’industrializzazione delle idee e dei brevetti ad alto contenuto tecnologico con dei fondi specifici.


  • latte prezzo

    Il forte terremoto che ha colpito nei giorni scorsi Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo ha messo in ginocchio non solo la popolazione civile, ma anche le tantissime aziende agricole attive su questi territori. 

    Secondo i calcoli di Coldiretti sono circa tremila le imprese dell’agroalimentare operative in queste regioni, realtà che danno lavoro a più di 10mila persone. Lo zafferano, il prosciutto di Norcia ed il salame di Visso sono solo alcune delle eccellenze locali da salvare.
    latte prezzoI danni alle stalle e le difficili condizioni di vita degli animali rischiano di compromettere irrimediabilmente le produzioni locali, portando le piccole aziende a chiudere la propria attività. In seguito al terremoto dello scorso 24 agosto, ad esempio, la produzione di latte è calata addirittura del 30% e la situazione non può che peggiorare dopo l’ultimo sciame sismico.
    Il 50% delle stalle è stato danneggiato; lo stesso discorso vale per le abitazioni degli allevatori che, per non abbandonare il proprio bestiame, hanno deciso di dormire in macchina: andranno, dunque, ricollocati nello stesso sito produttivo sia i capi di bestiame che gli allevatori. Ai danni nelle aziende agricole, si aggiungono anche i crolli delle strade adiacenti che rendono difficile la consegna di materie prime ed altro materiale necessario per l’attività agricola quotidiana.
    Per questo motivo, il Ministero delle Politiche Agricole, in accordo con gli assessori regionali delle località coinvolte, ha previsto una serie di misure per aiutare gli agricoltori in difficoltà:

    • passano da 1 a 10 milioni di euro gli stanziamenti per le imprese agricole colpite, con l’obiettivo di ricostruire le strutture danneggiate;
    • stanziati 400 euro per ogni capo di allevamento come aiuto per il mancato reddito di questi e dei prossimi giorni;
    • anticipo dei contributi europei per far fronte ai problemi di liquidità;
    • montaggio di stalle sostitutive e di abitazioni provvisorie per gli allevatori che sarà effettuato già dalla prossima settimana.

     

     



  • La sharing economy genera valore oppure contribuisce ad aumentare le diseguaglianze economiche e sociali? Il tema è di estrema attualità e la risposta è tutt’altro che scontata. 

    Se ne parlerà nel corso della quarta edizione di Sharitaly, l’evento organizzato dall’associazione Collaboriamo e da Trailab, laboratorio dell’Università sharing-economyCattolica del Sacro Cuore di Milano. Sharitaly è diventato ormai un puntato di riferimento per chi in Italia vuole approfondire tutte le questioni legate all’economia collaborativa.
    L’edizione 2016 dell’evento, che si svolgerà a Base Milano il 15-16 novembre, sarà dedicata al tema della creazione e distruzione di valore. Le prime tre edizioni hanno cercato di delineare un quadro delle esperienze di sharing economy in Italia, aprendo la strada anche ad un’efficace regolamentazione del fenomeno nel nostro paese. Quest’anno, invece, la discussione si sposterà anche sulle contraddizioni insite nei nuovi modelli di economia collaborativa, che, in alcuni casi, causano una maggiore concentrazione della ricchezza piuttosto che una migliore distribuzione del capitale.

    Di qui la domanda alla base dello Sharitaly 2016: la sharing economy crea nuovo valore e nuove forme lavorative o depaupera le risorse esistenti? Lo abbiamo visto con il caso Uber che ha portato alla mobilitazione dei tassisti di tutto il mondo e all’avvio di procedimenti giudiziari contro il colosso mondiale del car sharing. Altrettanto incandescente è la situazione che vede coinvolti AirBnb e gli albergatori. In generale, sono tanti gli scettici e i critici in merito ai reali benefici apportati da un modello economico basato sulla disintermediazione e sul concetto di accesso come nuova forma di proprietà.
    Lo Sharitaly affronterà questi temi e tanto altro nel corso di una due giorni intensa, caratterizzata da laboratori, dibattiti e analisi di casi di studio che prenderanno in considerazione nello specifico i seguenti ambiti: finanza collaborativa (dal crowdfunding, al blockchain), open data e governance locale, co-creazione con clienti e dipendenti, abitare collaborativo, mobilità, turismo, cultura, citizen science, manifattura 4.0.
    Qui trovate tutti i dettagli per partecipare all’evento.


  • pomodoro prezzo

    L’Italia supera la Cina e si colloca al secondo posto nella classifica dei produttori di pomodori, dietro solo agli Stati Uniti. Ad annunciare il sorpasso è Giovanni De Angelis, direttore dell’Anicav, l’associazione nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali, in occasione del Tomato Day promosso da Cibus Tec. 

    Secondo Anicav, il trasformato italiano vale 3,2 miliardi di euro e rappresenta il 14% della produzione mondiale (49% di quella europea). Il pomodoro italiano è storicamente apprezzato all’estero per merito di specialità come la pasta e la pizza, veri e propri simboli del Made in Italy. Non a caso il 60% delle produzioni pomodoro prezzonostrane è destinato all’estero, con un valore dell’export di 1,6 miliardi di euro. A livello mondiale, il comparto del pomodoro si dimostra in ascesa: sono 2,4 miliardi le persone che hanno consumato pomodoro nel 2015, un dato che probabilmente è destinato ad aumentare chiamando a raccolta le imprese italiane.
    In italia il settore dei trasformati di pomodoro può contare oggi su 120 aziende, con 12mila lavoratori fissi e 22mila stagionali. La campagna 2016, nonostante il sorpasso sulla Cina, ha fatto segnare risultati alterni. Al Nord, infatti, le condizioni climatiche favorevoli hanno portato la produzione a quota 2,8 milioni di tonnellate; diversa la situazione al Centro-Sud, dove i livelli produttivi sono diminuiti arrivando a 2,3 milioni di tonnellate.
    Per quanto riguarda, invece, i consumi interni, prevale la passata di pomodoro (55%), seguita dalla polpa (24%), i pelati (16%), i pomodorini (3%) e il concentrato (2%).
    “Una filiera importante – dichiara il direttore dell’Anicav, Giovanni De Angelis – la nostra, nel panorama dell’agroindustria nazionale, che, tuttavia, rileva ancora grandi criticità nel rapporto con il mondo agricolo, nonostante i notevoli sforzi fatti negli ultimi anni con la creazione e la valorizzazione di soggetti interprofessionali utili a garantire la definizione di regole comuni e una programmazione efficace. Valorizzare la filiera per competere è l’unica possibilità di concreto rilancio del nostro settore”


  • roma cultura

    Il Ministero delle attività culturali e del turismo ha indetto un bando per la concessione di beni immobili appartenenti al demanio culturale dello Stato. 

    Nello specifico l’avviso si rivolge ad associazioni e fondazioni dotate di personalità giuridica, non perseguenti fini di lucro e che possiedono le seguenti caratteristiche:

    • previsione, tra le finalità principali definite per legge o per statuto, dello svolgimento di attività di tutela, di promozione, di valorizzazione o di conoscenza del patrimonio culturale;
    • documentata esperienza almeno quinquennale nel settore della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale;
    • documentata esperienza nella gestione, nell’ultimo quinquennio antecedente alla pubblicazione del presente Avviso, di almeno un immobile culturale, pubblico o privato.

    I partecipanti dovranno presentare un progetto per massimo tre siti. La proposta progettuale dovrà contenere una serie di aspetti roma culturafondamentali per l’assegnazione della concessione.
    Dovrà essere specificato, innanzitutto, il tipo di intervento di restauro e di conservazione che si intende praticare, con i relativi costi e tempi di realizzazione. In secondo luogo dovranno essere esplicitate le modalità di fruizione pubblica del bene e di valorizzazione, con la possibilità di coinvolgere anche altri siti culturali ed enti particolarmente attivi sul territorio.
    L’organizzazione partecipante dovrà, infine, indicare il prezzo dell’eventuale biglietto per accedere al sito, il piano finanziario ed il canone annuale.
    La concessione avrà comunque una durata minima di 6 anni e una massima di 10 anni. Qualora, però, gli interventi di restauro si dimostrino particolarmente complessi, la concessione potrà durare fino a massimo 19 anni.
    Il criterio di aggiudicazione della concessione sarà quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Le domande di partecipazione potranno essere presentate entro e non oltre le ore 12:00 del 16 gennaio 2017 e potranno essere recapitate via PEC all’indirizzo mbac-dg-mu@mailcert.beniculturali.it, tramite raccomandata o a mano esclusivamente dal lunedì al venerdì, dalle 9.30, alle 12.30 e dalle 14.30 alle 16.30, presso la Segreteria della Direzione generale Musei.


  • credito-d'imposta-mezzogiorno

    Per comprendere come sta il settore dell’industria e dei servizi, è necessario andare in profondità ed analizzare tutti i dati a nostra disposizione. 

    Infodata ci offre un quadro abbastanza completo della situazione, con delle info-grafiche puntuali relativi ai dati dell’Istat. Nel 2014, le imprese dell’industria e dei servizi hanno prodotto un valore aggiunto di 688 miliardi, in aumento dell’1,5% rispetto al 2013.
    Migliorano anche la produttività nominale del lavoro (+3%) e gli investimenti (+7,3%) dopo tre anni consecutivi di variazioni negative. Continua, invece, l’emorragia in termini di posti di lavoro, dal momento che il numero di addetti è diminuito dell’1,3% nel confronto con l’anno precedente.

    Grazie al lavoro di Infodata, possiamo però rilevare ulteriori spunti analitici interessanti. L’aspetto più importante riguarda le differenze tra le credito-d'imposta-mezzogiornoimprese che esportano e quelle che invece realizzano la maggior parte del proprio fatturato sul mercato interno.
    Le aziende che esportano, infatti, sembrano avere un rendimento decisamente superiore: la produttività nominale del lavoro è di 68mila euro contro 30mila e l’intensità degli investimenti ammonta a 9mila euro per addetto contro 3mila.
    C’è da dire, però, che sono poche le realtà che riescono a perseguire questi obiettivi. Ci riescono soprattutto le imprese di grandi dimensioni, ovvero quelle che possiedono le risorse e le competenze per effettuare investimenti all’estero e che li portano a realizzare il 43% del proprio fatturato fuori dall’Italia contro il 9,3% delle micro-imprese.

    La soluzione per migliorare la profittabilità delle imprese italiane potrebbe essere, come più volte sottolineato in questa sede, quella dell’aggregazione e della cooperazione. Lo dimostrano i dati sui gruppi d’impresa. Nel 2014 i gruppi d’impresa italiani sono più di 95 mila e generano un valore aggiunto di 376 miliardi di euro, corrispondente al 55% del totale della industria e dei servizi, e hanno un forte impatto sull’occupazione italiana.Ma cosa ancora più rilevante, i gruppi di impresa hanno un livello di produttività addirittura vicino a quello delle grandi imprese.
    La costruzione di reti d’impresa e organizzazioni di produttori può essere, dunque, la via da seguire per mantenere la dimensione locale dell’attività imprenditoriale ed avere al contempo gli strumenti economici per abbracciare la sfida dell’internazionalizzazione.