• fiducia-bcc

    Nel mese di marzo 2016 diminuisce il numero di importazioni ed esportazioni che riguardano i paesi extra Ue. 
    A riportarlo è l’Istat tramite la nota mensile sull’andamento del commercio italiano fuori dall’Unione Europea. 

    I paesi europei continuano ad essere i principali partner commerciali dell’Italia, ma ci sono realtà in costante crescita ed in grado di sostenere la crisi della domanda interna.
    fiducia-bccLe ultime tendenze rivelano un rallentamento dei rapporti commerciali con i paesi extra Ue. Rispetto al mese precedente, infatti, il numero di importazioni diminuisce di 2 punti percentuali, mentre le esportazioni si riducono dello 0,3%.
    Il calo congiunturale delle vendite – riporta l’Istat – è determinato dai beni di consumo (-6,1%) e dai prodotti intermedi (-2,7%), mentre l’energia (+17,6%) e i beni strumentali (+4,9%) registrano una crescita sostenuta.
    Su base annua, invece, il calo delle esportazioni è del 5,2% e riguarda tutti i raggruppamenti di beni, soprattutto l’energia (-42,6%); le importazioni presentano una variazione tendenziale ancora più significativa (-11%), per effetto soprattutto del crollo dell’acquisto di beni energetici (-30,8%).

    Per quanto riguarda, invece, l’analisi dei rapporti commerciali con i singoli paesi, l’Italia fa registrare un incremento delle esportazioni verso gli Stati Uniti (+11,3%) ascrivibile alla vendita di mezzi di navigazione marittima. Bene anche le vendite di beni verso il Giappone (+9,5%), mentre persiste una variazione negativa delle vendite verso i paesi MERCOSUR (-28,2%), i paesi OPEC (-21,6%), la Turchia (-11,0%), i paesi ASEAN (-8,0%), la Svizzera (-4,4%) e la Cina (-2,5%).
    Cresce, infine, il numero di importazioni da Turchia (+6,5%), paesi ASEAN (+3,5%) e Stati Uniti (+2,6%), crollano, invece, gli acquisti da Russia (-18,1%), Cina (-15,1%), Svizzera (-10,9%) e Paesi OPEC (-6,9%).


  • class-action-uber

    La class action contro Uber, portata avanti dagli autisti americani di California e Massachusetts, ha partorito un accordo da 100 milioni di euro che dovrebbe calmare le acque, almeno per il momento.

    Uber ha così deciso di accettare un compromesso che le consentirà di non presentarsi in aula il prossimo giugno, per un processo che avrebbe potuto cambiare i class-action-uberconnotati dell’azienda in maniera radicale.
    Qualche cambiamento, però, ci sarà comunque.
    I 385mila autisti americani, protagonisti dell’azione legale, chiedevano a Uber di essere riconosciuti come dipendenti. Dovranno accontentarsi di lavorare per il colosso del car sharing come freelance e di una cifra cospicua, corrispondente a 100 milioni.
    L’accordo dovrebbe essere accettato nei prossimi giorni dal giudice.

    Trasformare gli autisti in lavoratori dipendenti avrebbe avuto dei costi enormi per l’azienda, per questo quest’ultima ha cercato in tutti i modi di arrivare ad un accordo prima del processo.
    Dal canto loro gli autisti saranno sottoposti a rigide valutazioni. Uber, infatti, implementerà il sistema di rating sulla qualità dei passaggi.
    Ogni utente giudicherà il tassista con il classico sistema delle 5 stellette, assegnando così un vero e proprio voto. Verrà valutato anche il comportamento dell’autista in base ad un codice comportamentale presente sul sito di Uber.
    I tassisti con un giudizio medio insufficiente potranno essere fatti fuori dall’azienda.
    Le nuove regole potrebbe presto essere applicate anche in Europa ed in Italia.


  • earth-day-apple

    Lo scorso dicembre nel corso di Cop21, il summit internazionale sul riscaldamento climatico, 195 Paesi hanno firmato uno storico accordo che impegna ciascuna nazione a tenere sotto i due gradi l’aumento della temperatura globale rispetto al livello pre-industriale. 

    Dopo la conferenza di Parigi ci sono state diverse polemiche sulla reale efficacia delle misure deliberate.
    earth-day-appleOggi, però, a Washington, in corrispondenza dell’Earth Day, i 195 paesi partecipanti a Cop21 firmeranno l’accordo ratificato a dicembre scorso. Per rafforzare l’impegno preso, tutte le nazioni hanno organizzato migliaia di eventi ed iniziative.
    Si tratta dell’edizione numero 46 della giornata mondiale della terra, istituita dall’Onu nel 1970.
    L’intento è sensibilizzare i cittadini sul tema della salvaguardia dell’ambiente ed intraprendere anche iniziative concrete che possano aumentare il livello di sostenibilità della nostra economia.
    In questa direzione va, ad esempio, la scelta di piantare alberi in tutto il mondo, con l’obiettivo di restituire al pianeta entro il 2020 7,8 miliardi di piante.

    Anche l’Italia sarà protagonista dell’Earth Day. A Roma, ad esempio, ci sarà la terza edizione del Villaggio della Terra, aperto fino al 25 aprile, e si terrà inoltre, a Villa Borghese il grande concerto dell’Earth Day.
    Per quanto riguarda, invece, il mondo della tecnologia una delle aziende più impegnate sul fronte ambientale è Apple. In occasione dell’Earth day l’azienda di Cupertino ha lanciato App for Earth, un set di 27 applicazioni presenti su Apple Store con funzioni speciali sul rispetto dell’ambiente.
    Il ricavato dell’acquisto delle app verrà devoluto al WWF.
    Sempre Apple ha pubblicato un video promozionale su iMessagge, nel quale viene mostrato il funzionamento della piattaforma che si basa esclusivamente su energia solare o eolica. Ogni messaggio, infatti, viene elaborato da un Apple Data Center alimentato da energia rinnovabile.


  • cooperative-fatturato

    Le cooperative europee generano un fatturato complessivo di oltre 1.000 miliardi di euro. A guidare la classifica degli introiti c’è la Francia con un fatturato di 307 miliardi, davanti alla Germania (195 miliardi) e all’Italia (150 miliardi). 

    I dati vengono dal report realizzato da Cooperatives Europe, del quale ieri abbiamo analizzato gli aspetti più generali (numero di cooperative, di soci e di occupati). Oggi ci concentriamo nello specifico sulla capacità delle cooperative di produrre ricchezza, mostrandovi quali sono le coop più grandi in termini di fatturato.
    A dominare la classifica ci sono Germania e Francia, che occupano i primi sei posti della graduatoria.
    Vi riportiamo di seguito la top ten delle coop con il maggior fatturato:

    Cooperativa Settore Paese Fatturato
    Rewe Commercio Germania 51 miliardi
    Edeka Commercio Germania 47,2 miliardi
    ACDLEC- E.Leclerc Commercio Francia 44.035 miliardi
    Groupe Crédit Agricole Finanza Francia 30.24 miliardi
    Système U Commercio Francia 23,51 miliardi
    Groupe BPCE Finanza Francia 23.3 miliardi
    Achmea Assicurazioni Olanda 20 miliardi
    John Lewis Partnership PLC Consumatori Gran Bretagna 15.52 miliardi
    Groupe Crédit Mutuel Finanza Francia 15.41 miliardi
    Co-operative Group Limited Consumatori Gran Bretagna 15.34 miliardi

    Come si può facilmente notare c’è una netta prevalenza di cooperative che operano nel settore della grande distribuzione come nel caso di Rewe, che cooperative-fatturatopresenta circa 3.000 punti vendita in tutta la Germania. In Italia la catena opera con il marchio Billa, che ha sostituito Standa.
    Bene anche il comparto bancario, con Crédit Agricole a guidare la classifica delle banche cooperative.
    Per quanto riguarda l’Italia, la cooperativa che fa registrare il maggior fatturato è Coop (12° posto con 13.5 miliardi di introiti), cooperativa di consumatori che rappresenta da decenni uno dei punti di riferimento per la grande distribuzione italiana. Al secondo posto troviamo la coop Tre Valli (3.1 miliardi), impresa agricola del settore della carne che opera nel veronese.



  • A_PA7482La Scuola Open Source è un progetto che sta tanto facendo parlare di sé, per il dirompente valore innovativo sia a livello sociale e culturale che tecnologico racchiuso all’interno della sua essenza. Per conoscere meglio questo progetto, che ha già avuto tanti riconoscimenti e ha suscitato interesse in tanti attori della vita economica del Paese, abbiamo intervistato Alessandro Tartaglia, designer barese, che fa parte del gruppo che ha ideato #SOS e che sta portando questa idea a diventare un luogo a disposizione della comunità.

    Tutti abbiamo idea di una scuola classica, qual è e come nasce l’idea alla base di questa scuola? E qual è il concetto di Open Source che avete implementato?

    È difficile dire come nasca un’idea: ci nutriamo continuamente di stimoli e idee, poi li ricombiniamo sviluppandone altre, frutto della contaminazione tra quello che abbiamo già assimilato e quello che i continui stimoli esterni ci suscitano.

    In questo specifico caso credo che gli “ingredienti” alla base di SOS siano i seguenti:

    • la scuola Bauhaus (che, avendo un bg da designer, abbiamo studiato e ristudiato)
    • la storia di Maria Montessori
    • la visione di Adriano Olivetti
    • l’esperimento della Comunità di Roycroft

    Ma anche “qualcosa di più personale”:

    • l’esperienza fatta da me a Urbino all’ISIA nei 2 anni della specialistica
    • l’esperienza diretta di insegnamento fatta per 3 anni al Politecnico di Bari e quella fatta andando in giro per l’Italia in varie università e scuole per parlare di progetto.

    Ed elementi frutto dell’interazione con gli altri:

    • le persone che abbiamo incontrato lungo il cammino
    • due “prototipi”: “x – una variabile in cerca d’identità” e “xylab”, entrambi realizzati grazie alla policy regionale “Laboratori dal Basso” promossa dall’Agenzia Regionale Tecnologia e Innovazione e da Bollenti Spiriti.
    • l’esperienza in ambito informatico legata al mondo dell’hacking e della condivisione della conoscenza finalizzata al bene comune (open source)
    • l’esperienza in ambito making

    Tutte queste cose, assieme al confronto continuo con un gruppo di lavoro che ogni giorno continua a crescere, sono il substrato.

    Credo che ci sia una forte visione politica del mondo e della società.

    Proprio ieri leggevo l’intervista a Paul Mason di Channel 4 (emittente britannica) su Linkiesta a proposito dei “Panama Papers”. Credo che lui abbia descritto la situazione molto bene.

    L’innovazione è sempre sociale altrimenti è speculazione sull’ignoranza degli altri.

    La conoscenza è magica, se la condividi aumenta.

    L’educazione costruisce il futuro, per questo se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo iniziare da qui.

    Non più evangelizzatori di visioni, ma abilitatori di ecosistemi. Questa è la grande opportunità.

    Condivisione di conoscenza e professionalità. È questo il futuro per far crescere l’Italia?

    A_PA6920Mettiamo subito in chiaro una cosa, SOS non vuole dare risposte a nessuno. Non crediamo in quel tipo di soluzioni: delegare la risoluzione di un problema significa non affrontarlo.

    Piuttosto direi che SOS nasce per fare delle domande, anche scomode. A tutti.

    Una di queste domande è sicuramente “Può la condivisione della conoscenza (e quindi della professionalità) migliorare il paese dove viviamo?”

    In tal senso abbiamo molti esempi che ci spingono in questa direzione, in svariati ambiti, dal sistema operativo Linux, alla storia de “la cura opensource” di Iaconesi, ai FabLab, alla sharing economy.

    Viviamo una fase mai vista prima dall’umanità, “perché la nuova economia fondata sulla conoscenza riduce la necessità del lavoro e la scarsità dei beni. E se un bene non è più scarso, i prezzi scendono fino a che il bene non è più commercializzabile. È la prima volta che accade nella Storia. È una bella cosa per l’umanità, ma una pessima notizia per il capitalismo”. (Sto citando l’intervista che vi ho segnalato poco più su).

     

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    In anteprima Alessandro ci mostra dove avrà sede la Scuola Open Source.

    La Scuola Open Source ricorda le botteghe artigiane per filosofia, ma ha al suo interno una grande carica innovativa, come possiamo sintetizzarla in tre o quattro concetti fondamentali?

    L’innovazione è sempre sociale altrimenti è speculazione sull’ignoranza degli altri.

    La conoscenza è magica, se la condividi aumenta.

    L’educazione costruisce il futuro, per questo se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo iniziare da qui.

    Non più evangelizzatori di visioni, ma abilitatori di ecosistemi. Questa è la grande opportunità.

    Se poi volete approfondire, abbiamo scritto di recente una sintesi del progetto per la rivista della Facoltà di Design dell’Università di San Marino, qui trovate l’articolo.

     

    Dietro un progetto così grande ed ambizioso c’è una bella squadra. Quali sono stati i valori che vi hanno fatto unire e quali sono gli aspetti quotidiani che vi fanno pensare di andare nella giusta direzione?

    A tal proposito ho un breve testo che vi invito a leggere per comprendere tutti questi aspetti.

     

    Tra cinque anni cosa sarà #SOS?

    IMG_5179Credo che l’approccio predittivo sia intrinsecamente sbagliato. Questo non significa non avere obiettivi, anzi, tutt’altro: noi vogliamo cambiare il mondo.

    Il senso è che SOS non è il fine, ma il mezzo, per provare a fare la nostra parte in questo tempo così appassionante. E come lo è per noi, speriamo che lo sarà per moltissimi altri.

    In ogni caso per rispondere alla domanda immaginiamo una comunità coesa ed in continua evoluzione; immaginiamo di collaborare con le istituzioni per poter dare una mano concreta allo sviluppo del nostro territorio e con i privati per arrivare a creare una salda rete tra piccole e medio imprese, anima del nostro territorio.

     

    E se dovesse scegliere il primo obiettivo da raggiungere con la scuola quale sarebbe?

    Possiamo dirla con le parole di Kevin Lynch, che fu professore di urbanistica al MIT di Boston, in “L’immagine della città” (1972): “non vi è alcun risultato finale, solo una successione continua di fasi”.

    Per questo più che di obiettivi forse ha senso parlare di “tappe”, come se il nostro fosse un viaggio.

    La nostra prima “tappa” sarà XYZ, il laboratorio in cui la stessa SOS verrà co-progettata, secondo una logica cooperativa e open source, da docenti, staff e partecipanti.

    Quello che vogliamo fare, inizialmente, è dimostrare che il metodo da noi messo a punto, in cui crediamo e sul quale abbiamo speso tante energie, funziona e bene, e che, quindi, su questo metodo, è possibile costruire, innestare e sperimentare ulteriormente.

     

    Bandi vinti e tanti riconoscimenti per l’idea, ma c’è un interesse concreto e collaborativo anche da parte del mondo delle imprese e da parte della società civile?

    Al momento, considerando che siamo neo-costituiti, che non abbiamo ancora “le chiavi di casa” e che i bandi vinti ancora non si sono trasformati in fondi reali, direi che l’interesse che ci stanno tributando aziende, PA e cittadini è sorprendente, come si evince da questo video, realizzato durante il tour fatto a novembre 2015, durante il bando CheFare.


  • breaking-news-coopitalia

    I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Domani a Genova incontro dal titolo: “Il futuro è mutualistico”.

  • lavoro-sud

    In questi giorni si parla tanto di pensioni dopo l’allarme lanciato da Tito Boeri. Il presidente dell’Inps ha parlato dell’insostenibilità del livello di disoccupazione in Italia, che potrebbe portare i giovani italiani ad andare in pensione addirittura a 75 anni.

    La riflessione di Boeri nasce in seguito ad un’analisi effettuata dall’Inps stessa, che ha preso come campione la cosiddetta generazione 1980, ovvero ragazzi che lavoro-sudpossiedono dai 26 ai 36 anni e che hanno dovuto fronteggiare le criticità del mercato del lavoro italiano ed una riforma delle pensioni che ha innalzato l’età pensionabile e ha penalizzato la discontinuità contributiva.
    La maggior parte dei giovani fatica ad avere un posto fisso e ha ovvie difficoltà a versare i contributi con continuità. La conseguenza nel lungo periodo è il dirottamento dell’età pensionabile, che rischia seriamente di scollinare quota 70 anni.

    Gli ultimi dati forniti dall’Osservatorio Inps sul monitoraggio sui flussi di pensionamento relativi al primo trimestre del 2016 sono uno specchio dello stato del sistema pensionistico italiano.
    Nei primi tre mesi del 2016 le nuove pensioni sono state 95.381 con una variazione negativa del 34,5% rispetto allo stesso periodo del 2015 (145.618).
    Sono diminuiti in misura significativa anche gli assegni sociali (per gli anziani privi di reddito con redditi bassi), passati da 13.033 a 7.501 (-42,4%).
    Ad influire sui numeri appena riportati, sottolinea l’Inps, c’è stato l’aumento dell’aspettativa di vita (4 mesi in più) ed il nuovi requisiti pensionistici per le donne, passati da 63,9 anni del 2015 a 65,7.
    Alla luce di questi dati e delle recenti tendenze del mercato del lavoro, appare urgente un intervento che incentivi il turnover generazionale inserendo dei meccanismi di flessibilità. La norma sui pensionamenti anticipati non può bastare: è necessario mettere mano all’intero impianto pensionistico e al sistema delle politiche attive per dare un impulso reale al mercato del lavoro italiano.
    Il meccanismo del “dare e togliere”, esemplificato della vicenda degli sgravi fiscali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, può portare solo a dei risultati di breve periodo, senza rinnovare l’intero sistema.



  • Cosa significa fare impresa nel Mezzogiorno ed in Campania? Quali sono i problemi più ricorrenti che incontrano le cooperative campane?

    Fare impresa nel mezzogiorno e in Campania significa investire in se stessi, ancora più che nelle altre realtà, perché da noi la cultura d’impresa e d’intrapresa non è una cultura del vivere quotidiano, dobbiamo essere sinceri, soprattutto in questa provincia, la provincia di Avellino, da dove io provengo. Innanzitutto è un le-interviste-coopitalialavoro culturale, fare impresa qui e farlo attraverso la cooperazione, vuol dire abbattere una serie di steccati e barriere che esistono. Molti, anche altri soggetti economici, non capiscono e non comprendono che fare cooperativa è fare impresa, questa è la realtà. È chiaro, dei passi in avanti sono stati fatti e perciò anche gli aspetti normativi sono fondamentali. Una delle scommesse di questo mio mandato è quella di far sì che il nostro posizionamento, non nei tavoli, ma nella realtà quotidiana sia un posizionamento riconosciuto e competenziale. La vera scommessa che io vorrei portare avanti, assieme agli altri amici della presidenza, del consiglio, assieme a tutti gli altri amici aderenti a Confcooperative e anche al mondo dell’ACI con cui si ragiona quotidianamente per la prossima unione, è lavorare affinchè in Campania, una terra difficile, con tanti contesti complicati e contaminati, riesca ad essere riferimento di una cultura positiva e propositiva.

     

    La Campania possiede una lunga tradizione di cooperative che ridanno valore e dignità sociale ai beni confiscati alla criminalità organizzata. Secondo lei ci sono degli aspetti da migliorare nella normativa sull’assegnazione dei beni confiscati alle mafie?

    Affidare il bene confiscato è un primo passo, far decollare l’utilizzo del bene confiscato è un secondo passo ancora più importante, perché lì dai un segnale vero che un luogo in cui veniva decisa anche la vita e la morte di qualcuno diventi un luogo di fecondità e rinascita.

    Ogni normativa è sempre perfettibile, di conseguenza anche questa che poi tocca scenari molto particolari. Io penso di sì, noi ad Avellino abbiamo l’esperienza di Oasi Project, maglificio 100Quindici Passi di Quindici, che con grande difficoltà si stanno avviando. Io penso che bisogna anche lavorare a dei percorsi di tutoraggio dello start up reale. Affidare il bene confiscato è un primo passo, far decollare l’utilizzo del bene confiscato è un secondo passo ancora più importante, perché lì dai un segnale vero che un luogo in cui veniva decisa anche la vita e la morte di qualcuno diventi un luogo di fecondità e rinascita. Molte volte quello che vedo e sento, confrontandomi con gli amici cooperatori che lavorano nel campo dei beni confiscati, è che dopo i primi passi si è lasciati soli. Probabilmente come norma, come legge, come Stato, come confederazione e quindi come Confcooperative, dobbiamo imparare ad accompagnare le imprese in un percorso molto complicato.

     

    Recenti studi hanno mostrato come l’export nelle regioni del Mezzogiorno sia in grande crescita, grazie soprattutto al rendimento dei distretti alimentari campani. C’è, però, il rischio che alcune specialità locali, come il pomodoro San Marzano, non vengano tutelate a dovere, in sede europea.
    Quali sono le proposte di Confcooperative per proteggere i prodotti agroalimentari locali e favorire lo sviluppo delle aree rurali della regione?

    Confcooperative in questa battaglia sul riconoscimento che l’unico San Marzano è quello campano è in prima linea, sia con il presidente di Fedagri che è Alfonso antonio boreaDi Massa, sia con il Consorzio di tutela del pomodoro San Marzano DOP, quindi con Tommaso Romano, perché come lei diceva il mondo della qualità e quindi la qualità dei nostri prodotti è uno dei pochi che in questa regione dà soddisfazione dal punto di vista economico. Noi su questo argomento siamo in prima linea, stiamo partecipando ai tavoli con persone competenti, ci stiamo confrontando e stiamo lavorando in tutti i modi affinchè ci sia una salvaguardia dell’unico vero pomodoro e pomodorino San Marzano. C’è poco da dire: il nome e il luogo, quindi la qualità è quella. Non possiamo fare il San Marzano al Laceno, per essere chiari. Poi ci sono anche le storie perché dietro quel pomodorino ci sono le storie di famiglie, di contadini, di imprenditori agricoli che hanno investito negli anni e noi dobbiamo imparare non solo a rispettare i luoghi, ma anche chi ha lavorato affinchè San Marzano diventasse tale e riconosciuto in tutta Italia. Noi ci siamo, siamo presenti ai tavoli, siamo promotori di iniziative sia in Fedagri che in Agrinsieme. Agrinsieme è il soggetto che racchiude varie sigle del mondo sindacale cooperativistico agricolo, il cui presidente è Alfonso Di Massa. Noi ci siamo, battagliamo, facciamo squadra, facciamo comunicati sperando che anche le istituzioni ci sostengano.

    Ci sono anche le storie perché dietro quel pomodorino ci sono le storie di famiglie, di contadini, di imprenditori agricoli che hanno investito negli anni e noi dobbiamo imparare non solo a rispettare i luoghi, ma anche chi ha lavorato

     

    La Campania rappresenta una delle regioni più floride del Mezzogiorno e dell’Italia per numero di startup. Sono ancora poche, però, le startup che adottano la formula cooperativa.
    Non crede sia necessaria una migliore comunicazione sulle opportunità offerte dal modello cooperativo e dare così impulso all’innovazione cooperativa?

    In parte l’ho accennato prima. C’è un problema, secondo me, di “cultura d’impresa”, in generale e rispetto alla cooperazione. C’è un grosso gap che noi viviamo in Campania. Io ritengo che sì, è un problema di comunicazione, ma è un problema di contaminazione. Bisognerebbe iniziare a lavorare con i nostri giovani dalle scuole superiori fino ad arrivare a percorsi, anche di laurea, specifici nelle nostre università campane nelle quali facciamo conoscere cos’è la cooperazione, quali opportunità dà e che tipo di strumento è, perché è anche uno strumento. Io penso che sia un lavoro da fare ed uno degli obiettivi. Proprio l’altro giorno ne parlavo con altri amici di Confcooperative Campania, è uno degli obiettivi che ci vogliamo porre: interloquire con le università, interloquire, se possibile, con le strutture scolastiche per avviare una serie di incontri in cui iniziamo a far capire cos’è la cooperazione. È un lavoro di contaminazione. Se tu inizi a lavorare oggi, probabilmente, potrai vedere i primi risultati tra cinque o dieci anni. Noi oggi guardiamo come modello a regioni in cui la cooperazione esiste da secoli e non possiamo pensare di annullare quel gap in due o tre anni, lì è un modello culturale. Se vogliamo tendere a quei modelli, a quel modello culturale, dobbiamo iniziare a lavorare nei luoghi in cui formiamo i nostri giovani e i nostri figli. Quindi è un obiettivo che ci siamo posti, non so ancora come lo realizzeremo perché non dipende solo da noi, ma noi saremo a disposizione per lavorare su questo fronte.

     

    Che consiglio darebbe, infine, ad un giovane che decide di aprire una cooperativa? Quale settore reputa chiave nel medio periodo e quale invece può offrire maggiori possibilità per il futuro?

    Il consiglio è quello di avere ben chiaro dove sta andando, nel senso che la cooperativa è impresa, la cooperativa è flessibilità, la cooperativa è capace di cogliere opportunità. Questi i tre consigli che darei: attenzione, attenzione e conoscenza di quello che ti circonda.

    Penso che chi abbia voglia di investire nella cooperazione, ed ha l’opportunità, abbia delle buone strade avanti a sé nel campo della tutela ambientale e della produzione agricola. 

    Io penso che in questa regione il settore, dal punto di vista della cooperazione, che può dare maggiori soddisfazioni è probabilmente quello della valorizzazione dei beni e dei nostri prodotti. Beni, prodotti e ambienti. La ricchezza in questa regione è questa, la ricchezza della Campania è questa. Penso che chi abbia voglia di investire nella cooperazione, ed ha l’opportunità, abbia delle buone strade avanti a sé nel campo della tutela ambientale e della produzione agricola.
    Penso che sia anche un discorso di medio-lungo periodo, lo dice una persona che viene dal sociale, io lavoro nel sociale e ho lavorato tanti anni nel sociale. Il nostro è un mercato che ha bisogno di regole, c’è una legge ma c’è bisogno di regole, c’è bisogno di regole rispetto agli affidamenti degli enti pubblici, c’è bisogno di regole rispetto al rispetto del contratto degli operatori. Viviamo un momento di “buona” confusione rispetto anche a questo. Però penso che se ci siano giovani che vogliono essere aiutati, anche da noi, ad investire su sé stessi e hanno idee, in generale, Confcooperative è a disposizione, Confcooperative Campania è a disposizione. Teniamo conto che rappresentiamo tantissimi settori, dalla cultura alla sanità passando per l’abitazione. Il mondo dell’housing sociale è un altro mondo che andrebbe esplorato con grande attenzione. Noi siamo a disposizione su questo. Ritengo che però investire in cooperazione agricola ed ambientale, se si hanno idee e voglia, possa essere un’opportunità.


  • cooperative-europa

    Qual è il grado di diffusione del modello cooperativo in Europa? La domanda è di estremo interesse e la risposta ci aiuterebbe a valutare il rendimento e la rilevanza di una forma d’impresa diversa da quella tipicamente capitalista, analizzando anche le prospettive future dell’intero movimento cooperativo. 

    Sono 176.461 le coop europee e 141.502.512 i soci, questo significa che più del 17% dei cittadini europei è socio di una coop.

    Cooperatives Europe, l’organizzazione che unisce 83 associazioni di rappresentanza delle coop provenienti da 34 paesi europei, ha effettuato un report sulla cooperative-europacooperazione in Europa. Sono emersi una serie di dati interessanti che analizzeremo in questi giorni.
    Sono 176.461 le coop europee e 141.502.512 i soci, questo significa che più del 17% dei cittadini europei è socio di una coop.
    La diffusione del modello cooperativo, dunque, sembra essere di livello assoluto; a questo corrisponde un ottimo rendimento anche in termini di fatturato complessivo che è di 1.004,83 miliardi di euro, maggiore del Pil di Finlandia, Danimarca, Norvegia e Svezia messe insieme.
    I numeri appena citati assumono un peso specifico maggiore se analizziamo anche le tendenze degli ultimi anni.
    Come riporta Cooperatives Europe, infatti, dal 2009 ad oggi il numero di imprese cooperative è aumentato del 12% ed il numero di soci ha fatto registrare una variazione positiva del 14%.

    Questi dati sono l’ennesima dimostrazione di come le coop siano resilienti alla crisi. Dal 2008 in avanti, infatti, sono riusciti a mantenere pressoché inalterati i livelli occupazionali, salvando in alcuni casi (vedi workers buyout) anche diversi posti di lavoro.
    Rimangono e fanno riflettere gli esempi negativi, di matrice per lo più italiana, ma la strada intrapresa per debellare i fenomeni devianti pare quella giusta.
    Proprio l’Italia è il primo paese in Europa per numero di cooperative, con 39.600 imprese sociali, davanti alla Turchia (33.857), alla Francia (22.517) e alla Spagna (20.050). La palma di nazione con la maggiore densità cooperativa va, invece, all’Olanda, dove addirittura ogni cittadino è socio di una coop.
    È la Francia, invece, a possedere il maggior numero di occupati nelle coop, con 1.217.466 addetti, poi ci sono Italia (1.150.200) e Germania (860.000).


  • breaking-news-coopitalia

    I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Domani a Milano incontro dal tema: “Jobless Society Forum: futuro del lavoro e rivoluzione tecnologica”.

  • libertà-di-stampa

    L’edizione 2016 della classifica sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontieres non porta notizie positive per l’Italia. 

    Il nostro paese, infatti, perde quattro posizioni rispetto al 2015, classificandosi al 77° posto, esattamente tra Moldavia e Benin. L’Italia è tra i peggiori paesi dell’Unione libertà-di-stampaEuropea, davanti solo a Cipro, Grecia e Bulgaria.
    Pesa soprattutto il livello elevato di corruzione e la diffusione della criminalità organizzata. Quei giornalisti che intraprendono inchieste sulla mafia finiscono spesso per finire sotto scorta, vedendo minacciata la propria sicurezza personale e la propria indipendenza in quanto giornalisti.
    Non mancano, inoltre, professionisti del settore che hanno scritto del caso Vatileaks e per questo hanno ricevuto intimidazioni.

    Se analizziamo la classifica nel suo complesso, ai primi posti troviamo per lo più paesi europei. Nella top sono ben sette i paesi del Vecchio Continente, le uniche eccezioni sono rappresentate da Nuova Zelanda (5°), Costa Rica (6°), Giamaica (10°).
    Al primo posto c’è la Finlandia, seconda l’Olanda, terza la Norvegia e quarta la Danimarca.
    In generale, rivela Rsf, c’è un peggioramento della libertà di stampa rispetto al 2015 che interessa anche l’Europa. I controlli anti-terrorismo hanno finito inevitabilmente per restringere il campo dei diritti, penalizzando anche i giornalisti. Rsf segnala, inoltre, una serie di misure governative restrittive della libertà di stampa in Polonia ed in Ungheria; in Francia, invece, la maggior parte dei media è controllata da imprenditori che hanno interessi in altri settori economici e che rischiano, dunque, di far venire uno dei principi cardine del giornalismo, ovvero quello dell’autonomia da poteri politici ed economici.


  • berti di tessera

    Storie di lavoratori che non si arrendono alla crisi e che utilizzano il modello cooperativo per ripartire: storie di workers buyout. 

    Ne abbiamo parlato più volte in questa sede, perché la fase di recessione ha reso sempre più attuale questo fenomeno. Sono diverse le aziende sparse sul berti di tesseraterritorio nazionale, costrette a mettere in cassa integrazione i propri addetti, se non addirittura a chiudere l’attività.
    Non tutte le storie, però, sono contraddistinte da un finale amaro. Quelle dei workers buyout, ad esempio, sono espressione autentica di rinascita.

    L’ultima arriva da Venezia, dove la Berti di Tessera, azienda attiva dal 1962 nel campo del vetrocamera e dei serramenti in vetro, ha riaperto i battenti dopo aver dichiarato fallimento a fine 2015.
    Merito di 22 lavoratori che hanno deciso di chiedere in anticipo la loro indennità di mobilità, capitalizzando la società con 338mila euro e fondando così una cooperativa. Al resto ci ha pensato Coopfond, il fondo mutualistico di Legacoop, con un investimento di 200.000 euro in capitale sociale ed il Cfi (investitore istituzionale delle Centrali cooperative e del Ministero dello Sviluppo economico) con una quota di partecipazione come socio di 50mila euro ed un mutuo di dieci anni di 200mila euro. Banca Etica ed Intesa San Paolo hanno fornito, infine, fidi bancari per 450 mila euro.
    Si tratta del quinto workers buyout nato con il sostegno di Legacoop Veneto e della Regione Veneto (presente all’inaugurazione anche il governatore Luca Zaia), che si è impegnata ad entrare nella società con un capitale di 200mila euro attraverso la finanziaria regionale Veneto Sviluppo.
    Sono decine gli esempi di workers buyout nati in Italia (questa forma d’impresa è tipicamente anglosassone). Fa specie, però, che abbiano avuto poca risonanza tra i media.
    La cooperazione ha dimostrato a più riprese di essere estremamente resiliente alla crisi, salvando diversi posti di lavoro. Laddove l’impresa capitalista in senso tradizionale fallisce, il modello cooperativo genera occupazione.
    E quello della Berti di Tessera è solo l’ennesimo esperimento virtuoso.