• agricoltura fondi

    L’innovazione tecnologica ha rivoluzionato i metodi di produzione, introducendo nuove professioni e ridimensionando altri profili. 

    Secondo gli esperti, di qui ai prossimi anni, ci saranno ulteriori cambiamenti che porteranno le grandi aziende ad investire sempre più in robotica, causando agricoltura fondi la perdita di 5 milioni posti di lavoro. L’invasione delle macchine è una tematica che ha attraverso la società contemporanea, ispirando anche diverse produzioni cinematografiche e televisive. Il fenomeno del luddismo, ovvero il sabotaggio delle macchine da parte dei lavoratori industriali, nasceva proprio dalla paura che le nuove macchine potessero sostituire il lavoro umano.
    L’innovazione tecnologica ha rappresentato di converso un enorme motore di sviluppo e ha contribuito ad un miglioramento della qualità della vita.

    Diverse ricerche hanno cercato di fare luce su quali potranno essere i settori economici del futuro, quelli in grado di sfruttare le innovazioni tecnologiche per assicurare nuovi posti di lavoro.
    Il comparto leader sarà, come prevedibile, quello del Web e del digitale. Tra i profili più ricercati ci sono i programmatori, data scientist, makers ed esperti di big data.
    Meno scontata, invece, l’alta richiesta di professioni nel campo della Green economy, con particolarmente riferimento al settore delle energie rinnovabili e del biologico.
    Ci sarà ampio spazio anche per le cooperative che agiscono nel campo dell’agroalimentare, della moda e del design, ovvero settori chiave del Made in Italy. Del resto i dati recenti sulle esportazioni confermano come ci siano enormi crescita per chi lavora nei settori tradizionali dell’economia italiana.
    Il mondo della cooperazione potrà beneficare, infine, del nuovo welfare, soprattutto dei lavori di cura e per la salute, e del settore dell’edilizia, dato in ripresa dopo il collasso degli anni della crisi.


  • cipe

    Il Comitato interministeriale per la programmazione economica ha approvato nella giornata di ieri una serie di misure per lo sviluppo del Paese nel periodo 2015-2020. 

    Al centro della programmazione ci sono, innanzitutto, ricerca e cultura.
    cipeVengono assegnati a questi due settori un totale di 3,5 miliardi di euro: 2,5 per investimenti nella ricerca e nel capitale umano, un miliardo di euro per i beni culturali.
    Nello specifico la ricerca beneficerà nel primo triennio 2015-2017 di investimenti pari a 2.428,60 milioni di euro, di cui 1,9 miliardi di euro a carico del bilancio del MIUR e del PON ricerca 500 milioni di euro a carico Fondo sviluppo e coesione (FSC) 2014-2020.
    Il nuovo PNR si basa su sei pilastri:

    • Internazionalizzazione;
    • Capitale umano;
    • Programma nazionale infrastrutture;
    • Cooperazione pubblico privato e ricerca industriale;
    • Efficacia e qualità della spesa;
    • Programma per il Mezzogiorno

    Ai fondi stanziati dal Cipe si andranno ad aggiungere anche le risorse europee del programma Horizon 2020 e del Por 2014-2020 per un ammontare complessivo di circa 14 miliardi di euro.

    Gli investimenti sui beni culturali, che saranno a carico del Fondo coesione e sviluppo 2014-2020, riguarderanno prevalentemente il completamento di alcuni interventi già in corso come quelli per Pompei, Ercolano, la Cittadella di Alessandria, la Reggia di Caserta e gli Uffizi di Firenze più una serie di ulteriori interventi su altri beni culturali per 170 milioni di euro.
    Tra gli investimenti previsti, ci sono anche quelli del Programma nazionale Imprese e competitività per il quale sono stati previsti 290 milioni di euro.
    All’interno del programma rientrano una serie di agevolazioni a favore dell’autoimpiego nelle regioni del Sud (40 milioni di euro) e 200 milioni per la stipula di contratti di filiera e di distretto nel settore agricolo.
    A tali risorse vanno aggiunti, infine, 696,25 milioni di euro del Programma Imprese e competitività destinati solamente a Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.



  • I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Domani a Lecce si terrà l’incontro dal tema: “Ripensare le economie locali”
    • Internet Day: domani 29 e venerdì 30 aprile numerose le iniziative per ricordare l’arrivo di Internet in Italia

  • logo confindustria

    Confindustria, su proposta del presidente Vincenzo Boccia, ha nominato il nuovo Consiglio generale. 

    La squadra di governo, che sarà in carica fino al 2020, è composta da 6 vice-presidenti elettivi, 3 vice-presidenti di diritto e 16 membri dell’Advisory Board.
    Ecco di seguito l’elenco dei nomi presenti nel nuovo Consiglio generale.

    Vice-presidenti elettivi:

    • Giovanni Brugnoli, con delega al Capitale umano;
    • Lisa Ferrarini, con delega all’Europa;
    • logo confindustriaAntonella Mansi, con delega all’Organizzazione;
    • Licia Mattioli, con delega all’Internazionalizzazione;
    • Giulio Pedrollo con delega alla Politica Industriale;
    • Maurizio Stirpe, con delega a Lavoro e Relazioni Industriali.

    Vice-presidenti di diritto:

    • Alberto Baban, presidente Piccola Industria;
    • Marco Gay, presidente Giovani Imprenditori;
    • Stefan Pan, presidente del Consiglio delle Rappresentanze Regionali.

    Il presidente Boccia manterrà la delega sul credito e la finanza per la crescita, l’energia e le reti d’impresa.

    Advisory Board:

    • Francesco Caio, Francesco Gaetano Caltagirone, Gianfranco Carbonato, Elio Catania, Claudio De Albertis, Carlo De Benedetti, Claudio Descalzi, Vittorio Di Paola, Luca Garavoglia, Edoardo Garrone, Claudio Gemme, Mauro Moretti, Mario Moretti Polegato, Giuseppe Recchi, Roberto Snaidero e Francesco Starace.

    Le nomine verranno ratificate il 25 maggio 2016 nel corso dell’assemblea nazionale.

     


  • false-cooperative

    Il Ministero del Lavoro, di concerto con il Mise e le organizzazioni di rappresentanza delle cooperative, sta intensificando le procedure di revisione contabile delle cooperative. 

    L’obiettivo è scovare le cosiddette false cooperative, ovvero quelle imprese che sfruttano i vantaggi fiscali insiti nel modello cooperativo per ottenere ritorni personali senza perseguire alcun fine mutualistico.
    I dati relativi al primo trimestre 2016 sono alquanto preoccupanti. È aumentato, innanzitutto, il numero di coop revisionate, passate da 905 del periodo gennaio-marzo 2016 a 934 dello stesso arco temporale del 2016.
    A destare scalpore, però, è la quantità di cooperative irregolari: sono 497 (più del 50%) le imprese sociali che presentano delle irregolarità con 3.768 lavoratori irregolari (nel 2015 sono stati 3.580), di cui 399 “in nero” (294 nel 2015).
    C’è, dunque, una crescita cospicua del fenomeno della falsa cooperazione, che le istituzioni e le associazioni di rappresentanza dovranno contrastare attraverso un controllo capillare del territorio e una nuova normativa.

    A tal proposito l’Alleanza delle Cooperative italiane, ovvero l’organizzazione che unisce le tre principali centrali cooperative (Agci, Confcooperative e Legacoop), ha portato avanti nei mesi scorsi una raccolta firme per una proposta di legge popolare contro le false cooperative.
    L’iniziativa ha raccolto oltre 100.000 sottoscrizioni ed è stata presentata in Parlamento. La legge prevede l’immediata espulsione dall’Alleanza delle coop non sottoposte a revisione ed un maggiore coordinamento tra il Mise, il Ministero del Lavoro e le organizzazioni di rappresentanza delle coop per effettuare controlli realmente efficaci.
    Proprio ieri l’Alleanza delle cooperative ha partecipato ad un’audizione in Senato su questo tema: “Nel ringraziare per questa convocazione – ha dichiarato il presidente di Legacoop e copresidente dell’Alleanza Mauro Lusetti – esprimiamo grande apprezzamento per i due disegni di legge, presentati dal senatore Caleo e dalla Regione Lombardia che riprendono integralmente i contenuti della proposta di legge popolare per la quale nei mesi scorsi abbiamo raccolto oltre 100mila firme in tutto il Paese”.
    Anche alla luce dei dati pubblicati ieri, urge un’accelerazione nell’iter legislativo sulla falsa cooperazione. Il sentiment dell’opinione pubblica nei confronti delle coop è ai minimi storici: è necessario un cambio di rotta per ripulire dall’interno il movimento cooperativo e valorizzare le realtà virtuose.


  • credito-d'imposta-sud

    La Legge di Stabilità 2016 ha stanziato 617 milioni di euro per le imprese del Mezzogiorno. 
    È stato istituito, nello specifico, un credito d’imposta per i soggetti titolari di reddito d’impresa che intendono beneficiare del credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali nuovi da destinare a strutture produttive localizzate nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo. 

    La misura è applicabile agli acquisti effettuati dal 1° gennaio 2016 e fino al 31 dicembre 2019. Sono esclusi dall’agevolazione le imprese in difficoltà ed i soggetti credito-d'imposta-sudche operano nei settori dell’industria siderurgica, carbonifera, della costruzione navale, delle fibre sintetiche, dei trasporti e delle relative infrastrutture, della produzione e della distribuzione di energia e delle infrastrutture energetiche, nonché nei settori creditizio, finanziario e assicurativo.
    L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato nella giornata di venerdì il modulo da compilare per ottenere il credito d’imposta che verrà concesso in maniera automatica in base alla completezza dei dati esposti nel modello.

    Risulta, dunque, particolarmente importante compilare con accuratezza la domanda e presentare adeguatamente il progetto d’investimento.
    La comunicazione dovrà essere inviata all’Agenzia delle Entrate esclusivamente in via telematica tramite i servizi Fisconline o Entratel, a partire dal 30 giugno 2016 e fino al 31 dicembre 2019.
    La trasmissione della comunicazione può essere effettuata:

    • direttamente, da parte dei soggetti abilitati dall’Agenzia;

    • tramite una società del gruppo, se il richiedente fa parte di un gruppo societario. Si considerano appartenenti al gruppo l’ente o la società controllante e le società controllate. Si considerano controllate le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata le cui azioni o quote sono possedute dall’ente o società controllante, o tramite altra società controllata, per una percentuale superiore al 50% del capitale;

    • tramite gli intermediari indicati nell’art. 3, comma 3, del DPR n. 322 del 1998 e successive modificazioni (professionisti, associazioni di categoria, Caf, altri soggetti).

    Possono essere presentate più comunicazioni, anche nel corso dello stesso anno.
    Il modulo è diviso in due sezioni. La prima relativa ai dati dell’imprese beneficiaria, che dovrà indicare il proprio codice fiscale, la dimensione dell’impresa ed il settore se si tratta di un’azienda operante nel comparto agricolo o della pesca.
    Le persone fisiche dovranno indicare cognome, nome, sesso, luogo e data di nascita, mentre i soggetti diversi dalle persone fisiche dovranno scrivere anche la denominazione o ragione sociale e la natura giuridica.
    La seconda parte del modulo attiene, invece, al progetto di finanziamento e si divide in tre quadri:

    • Quadro A: Dati relativi al progetto d’investimento e al credito d’imposta;
    • Quadro B: Dati della struttura produttiva;
    • Quadro C: Elenco soggetti sottoposti alla verifica antimafia.

    Per ulteriori informazioni sulle modalità di compilazione della domanda potete consultare le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate.

     


  • facebook logo

    Nel primo trimestre del 2016 Facebook ha fatto registrare risultati da record. 
    L’utile netto nell’ultimo anno è quasi triplicato, passando da 512 milioni a 1,51 miliardi. 

    Il fatturato è cresciuto del 52%, raggiungendo quota 5,38 miliardi di dollari contro i 5,26 miliardi previsti dagli analisti di Wall Street. La raccolta pubblicitaria ha facebook logorappresentato, come prevedibile, quasi l’intero ammontare dei ricavi (5,2 miliardi).
    La principale ragione del successo di Facebook è da ricondurre, però, alle inserzioni da mobile. L’82% dei ricavi da pubblicità viene, infatti, dalle ads mobile, con un aumento del 73% rispetto ad un anno fa.
    Gli analisti hanno calcolato che a breve Facebook dovrebbe arrivare a possedere il 12% della pubblicità digitale globale.

    Anche il numero di utenti è cresciuto oltre le più rosee aspettative: sono 1,65 miliardi gli utenti Facebook (1,51 da mobile) contro gli 1,63 previsti alla vigilia e con una variazione positiva del 15%.
    Sono numeri di assoluto rilievo, anche e soprattutto se parametrati ai risultati raggiunti dalle più grandi compagnie tech. Nel primo trimestre del 2016, infatti, Google, Microsoft, Twitter e Apple hanno segnato il passo.
    L’azienda da Cupertino, ad esempio, ha fatto fatto registrare il primo calo dei ricavi dal 2003 (da 58 miliardi di dollari a 50,5).

    Facebook, al contrario, continua la sua crescita che sembra destinata a non interrompersi a breve. Come dichiarato di Mark Zuckerberg, il colosso della tecnologia ha reso più accessibili le inserzioni anche alle piccole e medie imprese.
    Oggi Facebook è una realtà molto vicina alle esigenze di marketing delle aziende, implementando, tra le altre cose, delle ads ottimizzate in maniera efficace per i dispositivi mobili.
    Gli utenti trascorrono ormai tantissimo tempo collegati su Facebook, Messenger ed Instagram dal proprio smartphone. Ecco perché creare delle inserzioni orientate verso questo tipo di navigazione ha rappresentato e rappresenterà una strategia vincente per la compagnia americana.



  • I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    • La classifica dei top manager italiani: primo posto per Sergio Marchionne;
    • Tecnologia: per la prima volta negli ultimi tredici anni in calo i ricavi di Apple;
    • Istat: nel 2014 più di 36.000 giovani hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero;
    • Agroalimentare: il Mipaaf destinerà oltre 60 mila quintali di latte agli indigenti;

    Gli appuntamenti:

    • Venerdì 29 aprile alle ore 9:00 presso la Sala Convegni Mediateca Provinciale di Matera si terrà l’evento “Sviluppo Locale e Cooperazione sociale”.


  • I temi di questa edizione del notiziario della cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Venerdì 29 aprile alle ore 16:00 presso l’Aula Mattarelli a Forlì l’evento “Imprenditoria sociale e opportunità per i giovani”.

     


  • speranza-di-vita-italia

    Nel 2015, secondo i dati Istat, la speranza di vita alla nascita in Italia era di 80,1 anni per gli uomini e di 84,7 per le donne contro gli 80,3 per gli uomini e 85 per le donne dell’anno 2014. 

    Il Rapporto Osserva Salute 2015 prova ad analizzare la situazione della salute italiana e ad individuare le cause dell’improvviso calo della speranza di vita.
    Si tratta, infatti, della prima volta che il nostro Paese deve fronteggiare una variazione negativa in termini di longevità della propria popolazione.
    speranza-di-vita-italiaUna delle cause è rappresentata dagli scarsi investimenti per la prevenzione. L’Italia – rivela l’indagine – destina solamente il 4,1% della spesa sanitaria nazionale in prevenzione, una percentuale che colloca il nostro paese agli ultimi posti a livello europeo. E sappiamo benissimo quanto sia fondamentale investire in vaccinazioni e controlli oncologici per prevenire alcune patologie.
    La ricerca, da questo punto di vista, ha fatto enormi passi in avanti, consentendo ai cittadini di porre rimedio a determinate malattie attraverso controlli periodici ed accurati. Molti tumori, oggi, sono prevenibili, a patto di investire in tecnologie, personale e controlli.

    In Italia questo ancora non avviene a dovere. Nel 2014 la spesa sanitaria pro capite si attestava sui 1.817 euro, risultando tra i livelli più bassi d’Europa; la spesa pro capite più alta era in Molise (2226 euro) e la più bassa in Campania (1689 euro).
    La questione delle differenze territoriali è un altro dei problemi più gravi della sanità e più in generale della salute pubblica italiana. Il Rapporto Osserva Salute 2015 evidenzia come sia diventato ancora più ampio il divario tra Nord e Sud in termini di investimenti sulla salute (non a caso la speranza di vita nel Mezzogiorno è nettamente più bassa rispetto alle regioni settentrionali).
    Sempre in tema di salute, diminuisce la percentuale di fumatori che passa dal 20,9% del 2013 al 19,5% del 2014. La regione con la più alta quota di fumatori è la Campania (22,1%), mentre quella con la percentuale più bassa è la Calabria (16,2%).
    Stabile, invece, il numero di persone che pratica attività sportiva (23%), mentre è in aumento la percentuale di persone in stato di sovrappeso (da 33,9 a 36,2%) ed obesità (dall’8,5 al 10,2 per cento).



  • Per iniziare ci puoi spiegare cos’è Oasi Project? E cos’è il maglificio 100Quindici Passi?

    Oasi Project è una cooperativa sociale nata nel 2009, gemmata da un’altra cooperativa sociale per dare l’opportunità ad una bottega equo-solidale di mantenere la sua attività ad Avellino, dove era presente da quasi dieci anni, e nella prospettiva di lavorare per il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Quest’opportunità è arrivata nel 2013, quando una villa bunker è stata affidata alla cooperativa per la realizzazione del progetto 100Quindici Passi.

    Quindi il maglificio si trova su un bene confiscato, ex villa bunker, nel Vallo di Lauro se non mi sbaglio.

    Sì, nel Vallo di Lauro, nel comune di Quindici, è una villa che era un’abitazione privata e che è stata riconvertita totalmente in un impianto produttivo.

    È uno dei primissimi esperimenti di attività produttiva di questo tipo su un bene confiscato, in genere vengono realizzate imprese di tipo agricolo o agroalimentare.

    iandolo maglificioSì, soprattutto perché è la prima volta, o comunque uno dei rarissimi casi, in cui un’abitazione privata diventa un impianto produttivo. Di solito sono le aziende che vengono riconvertite e quindi riportate a produzione o sono terreni dove la strada è già indicata. Questa volta si tratta di una casa, quindi con le stanze da letto, la cucina, il seminterrato, è stata letteralmente riconvertita. Nel seminterrato c’è la sala dedicata alle produzioni tessili, al piano terra c’è la sala confezioni ed al primo piano gli uffici amministrativi.

    E come mai la scelta è ricaduta proprio su un maglificio? Cosa vi ha portati a scegliere questa specifica attività?

    abbiamo preferito riportare questa tradizione sul locale, cercando di realizzare un progetto non soltanto di inserimento lavorativo, ma anche un progetto di alta qualità.

    Era una tradizione della zona, prima che arrivasse la crisi e prima che la produzione venisse delocalizzata soprattutto in Asia ed altre zone dell’est europeo. Noi, invece, abbiamo preferito riportare questa tradizione sul locale, cercando di realizzare un progetto non soltanto di inserimento lavorativo, ma anche un progetto di alta qualità.

    Quali sono state le difficoltà nell’intraprendere questo percorso, quello che vi ha portati dall’inizio fino alla costituzione del maglificio? Sia da un punto di vista prettamente tecnico e amministrativo, sia da un punto di vista territoriale.

    Le prime difficoltà sono certamente quelle di tipo burocratico, molto spesso i comuni non hanno confidenza con questo tipo di procedure di burocrazia. Infatti dalla confisca della villa, avvenuta nel 2009, al 2011, quando è stata liberata, abbiamo dovuto aspettare fino al 2013 perché venisse affidata. Questo ovviamente ha fatto sì che la struttura, durante gli anni, perdesse quello che era il suo valore e avesse bisogno di maggiori interventi strutturali per farla ripartire. Altre difficoltà sono quelle legate alla diffidenza che c’è molto spesso in territori dove la presenza criminale è molto forte. Diffidenza legata alla natura del bene confiscato come era prima della confisca. Quindi la capacità di far perdere consenso sociale alle organizzazioni criminali e farlo guadagnare alle cooperative o alle associazioni che riutilizzano questi beni. Durante la procedura di riconversione del bene ci sono stati ritardi legati a fonti di finanziamento piuttosto che alla ricerca, appunto, di prestiti o di finanziamenti con le banche. Tutta una serie di ritardi che vanno ad aggiungersi ma che per fortuna poco alla volta vengono superati.

    Dicevi che la percezione da parte della comunità circostante era, inizialmente, di diffidenza. È cambiato qualcosa da quando ci si è riappropriati del bene confiscato, da quando la comunità si è riappropriata del bene e quindi poi la cooperativa è subentrata?

    Diciamo che il lavoro è iniziato molto prima che si potesse avere un’idea di riconversione sociale di quel bene confiscato e questo ha sicuramente aiutato. L’animazione sociale svolta dall’associazione Libera in rete con le altre associazioni del territorio ha fatto sì che ci fosse una richiesta di legalità sempre più emergente da parte della comunità locale. Il fatto che venissero ogni anno i volontari dei campi di volontariato “Estate Liberi” ha dato la percezione che c’era qualcuno che di quel bene confiscato si stava iniziando ad occupare. L’apertura durante iniziative culturali o piuttosto portare le scuole a far vedere quel posto ha fatto sì che, un po’ alla vola, la comunità locale si aprisse. Questo è, ovviamente, un lavoro ancora in divenire e sicuramente c’è ancora tanto lavoro da fare.

    Come abbiamo detto Oasi Project è una cooperativa, come mai avete scelto la forma cooperativa come forma d’impresa?

    Fondamentalmente perché la immaginavamo proprio come lo sviluppo di un sogno collettivo, attorno al quale c’era, ovviamente, un nucleo di partenza, ma si sono aggregate anche altre persone. Poi c’era la volontà di fare un progetto che potesse essere, comunque, complessivo. Da un lato impiegare in questo progetto delle persone, persone del territorio, disoccupati, persone che, in un certo qual modo, avevano perso la speranza, così come l’aveva persa quel luogo. Contemporaneamente reimpiegare soggetti svantaggiati ma creare anche delle opportunità sempre crescenti. Quindi da un lato i volontari che hanno dato l’opportunità alla cooperativa e quelli che sono diventati soci della cooperativa di fare il proprio lavoro, di costruire il proprio sogno e dall’altro la grande responsabilità dei soci lavoratori della cooperativa di generare quanto prima opportunità per altri. La scuola di arti e di mestieri che vogliamo aprire in quel posto è solo uno dei piccoli segni che consentirà di generare ulteriori occasioni per le persone del territorio.

    Quali consigli ti sentiresti di dare a dei giovani che intendono intraprendere la stessa strada dal punto di vista della riappropriazione da parte della comunità di un bene confiscato sia dal punto di vista della cooperativa?

    Questa è la grande forza della cooperazione, oltre ad essere in tanti ad inseguire un sogno e quindi ad essere tutti, più che imprenditori di sé stessi, a lavoro per un bene comune e soprattutto per un sogno collettivo.

    Sicuramente una delle cose più importanti è fare rete. Noi abbiamo avuto al nostro fianco davvero tanti soggetti. Siamo iscritti a Confcooperative ed è una realtà che ci siamo trovati al fianco, così come Libera, Banca Etica, la Fondazione con il Sud, che è stata l’organizzazione principale che ha permesso che questo sogno potesse avverarsi, la cooperativa Oasi Project ha vinto il bando per la riconversione dei beni confiscati, e soprattutto quella rete locale che è necessaria per far sì che ci possa essere effettivamente un grande consenso sociale attorno a questo bene. Poi anche i soggetti istituzionali: il Comune, la Prefettura, le Forze Dell’Ordine,  perché tutti devono fare squadra attorno a queste realtà. Un altro consiglio è quello di avere un’idea non solo forte ed efficace ma soprattutto ad alto tasso innovativo, altrimenti è facile “pestarsi i piedi” con altre realtà che fanno cose simili. Invece molto spesso si possono trovare alleati in realtà che fanno cose simili ma leggermente diverse. Questa è la grande forza della cooperazione, oltre ad essere in tanti ad inseguire un sogno e quindi ad essere tutti, più che imprenditori di sé stessi, a lavoro per un bene comune e soprattutto per un sogno collettivo. Questo poi, effettivamente, genera benessere non solo per sé stessi ma anche per il territorio.

    Un’ultima domanda. Durante questa lunga strada avrete sicuramente incontrato delle difficoltà, cosa vi ha spinto a superare queste difficoltà?

    non esiste un’alternativa, non si può arretrare in un progetto che era già in fase avanzata. Ma non saremmo arretrati nemmeno se fossimo stati in una fase preliminare. Questo è l’unico modo attraverso cui, non soltanto i soci lavoratori possono dare il proprio contributo, ma attraverso cui si riescono a liberare, non solo i beni, ma interi territori dalle mafie.

    Forse la difficoltà più grande, quella che riassume anche un po’ tutto lo spirito di quest’iniziativa, c’è stata il giorno prima dell’inaugurazione, il 20 ottobre. Uno dei soci lavoratori, andando ad aprire il bene confiscato, ha trovato cinque colpi di fucile sul portone. Ci hanno dato, insomma, il benvenuto. Ci hanno ricordato che quella non è una struttura normale. Davanti a un’iniziale momento di scoraggiamento ci siamo guardati un po’ tutti e ci siamo detti: qual è l’alternativa? E la verità è che non esiste un’alternativa, non si può arretrare in un progetto che era già in fase avanzata. Ma non saremmo arretrati nemmeno se fossimo stati in una fase preliminare. Questo è l’unico modo attraverso cui, non soltanto i soci lavoratori possono dare il proprio contributo, ma attraverso cui si riescono a liberare, non solo i beni, ma interi territori dalle mafie.


  • vino italia

    L’Italia si trova al terzo posto nella classifica dei consumi di vino, pubblicata nei giorni scorsi dall’Organizzazione mondiale del vino e della vite (Ouiv). 

    Nel 2015 gli italiani hanno consumato 20,5 milioni di ettolitri, gli stessi dei tedeschi. La Germania raggiunge così l’Italia ai piedi del podio e considerate le vino italiatendenze degli ultimi anni a breve potrebbe scalzare il nostro Paese dalla top 3 del vino.
    Al primo posto troviamo, invece, gli Stati Uniti con 30,1 milioni di ettolitri bevuti nell’anno appena trascorso, seconda la Francia (27,2 milioni di ettolitri).
    I consumi mondiali di vino, invece, rimangono sostanzialmente stabili, 240 milioni di ettolitri nel 2015 contro i 239 milioni del 2014.
    Nonostante, dunque, ci sia una crescita dei consumi soprattutto nei paesi dell’Asia, la concorrenza di altre bevande alcoliche impedisce al vino di effettuare il boom auspicato dai produttori.

    Proprio l’Italia potrebbe essere il miglior esempio delle tendenze attuali del mercato. I consumi di vino sono in forte calo, per effetto soprattutto della crescita della birra e dello spumante, specie tra i giovani.
    Recentemente vi abbiamo mostrato i risultati di un’indagine dell’Iri, presentata al Vinitaly, che testimonia proprio come il vino rosso sia una bevanda particolarmente diffusa tra le persone di età compresa tra i 51 ed i 69 anni, mentre i millennials prediligono il bianco, il vino spumante, oltre alla birra.
    In base all’analisi dell’Organizzazione mondiale del vino e della vite, in Italia, negli ultimi dieci anni, i consumi di vino sono diminuiti del 25%.
    Il nostro Paese è riuscito ad attutire la crisi dei consumi interni grazie alla crescita delle esportazioni. Nel 2015, ad esempio, l’export del vino è aumentato del 5%, con una crescita sostenuta soprattutto in Cina (+18%), Stati Uniti (+13%) e Gran Bretagna (+11%).