• startup-finanza

    Entro la fine del mese il Governo dovrebbe approvare il decreto Finanza per la crescita, un provvedimento volto a favorire la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle aziende e rendere più agevole l’accesso al credito. 

    Tra le misure più attese ci dovrebbe essere un’azione per le imprese che investono in startup. In Italia sono ancora poche le aziende che decidono di finanziare altre società, per via di una cultura imprenditoriale profondamente diversa rispetto a paesi come gli Stati startup-finanzaUniti, dove investimenti di questo tipo sono all’ordine del giorno, e a causa di una tassazione troppo penalizzante.
    Il ministero dell’economia proverà ad intervenire inserendo nel decreto Finanza per la crescita una misura di detassazione per le aziende che investono in imprese che generano ricavi compresi tra i 50 ed i 200 milioni di euro.
    Il Governo sta ancora valutando le diverse modalità di attuazione. L’ipotesi in ballo in questo momento riguarda la possibilità di ridurre il carico fiscale per le società quotate che acquisiscono una partecipazione in una startup attiva da non più di cinque anni.
    L’investimento sarà con ogni probabilità vincolato ad una serie di parametri ancora da stabilire. Probabile venga disciplinata una durata minima dell’investimento e stabilito un tipo di asset allocation da utilizzare.
    Secondo Il Sole 24 Ore dovrebbe essere ritoccato il prelievo sul capital gain, che attualmente si attesta al 26,5%.
    Si tratta, ad ogni modo, di un passo in avanti nell’ottica della creazione di un ecosistema innovativo che non benefici solamente di investimenti pubblici o di capitali propri, ma che sia in grado di attirare anche investitori privati italiani ed esteri.


  • formaggi-italia

    L’Ufficio per le Politiche di Internazionalizzazione e Mercati di Confcooperative, in collaborazione con l’Ufficio Studi e Ricerche di Fondosviluppo, ha pubblicato il quarto numero di Export e Mercati, l’approfondimento dedicato all’agroalimentare. Questa volta il protagonista dello studio è il settore lattiero caseario ed in particolare il mercato dei formaggi. 

    Più volte in questa sede abbiamo affrontato il tema della crisi del comparto del latte e dei derivati. L’indagine ci permette di valutare in maniera analitica le tendenze del mercato italiano, individuando, tra le altre cose, quali sono i brand più diffusi e qual è il rendimento dei marchi formaggi-italiaitaliani.
    Nel periodo che va dall’anno 2010 al 2015 il mercato nostrano dei formaggi evidenzia una variazione negativa sia dei volumi totali di vendita che del valore totale delle vendite. Nello specifico i volumi totali di vendita sono scesi da 612mila tonnellate del 2010 a 576mila del 2015 (-5,9%), mentre il valore totale è diminuito da 6.732 milioni di Euro del 2010 a 6.265 milioni di Euro del 2015 (-6,9%).
    Per quanto riguarda, invece, la tipologia dei formaggi, il valore delle vendite è rappresentato per il 60,2% (pari a circa 3.771 milioni di Euro) dai formaggi a pasta dura (cosiddetti “hard cheese”), il 28,6% (pari a circa 1.795 milioni di Euro) dai formaggi a pasta molle (“soft cheese”) ed il restante 11,2% (circa 699 milioni di Euro), è riconducibile, infine, ai formaggi trasformati (“processed cheese”).

    L’Italia può vantare una lunga tradizione di formaggi a pasta dura di alta qualità, con il Grana Padano ed il Parmigiano Reggiano, ovviamente, a farla da padrone. Sono, però, soprattutto questi ultimi a segnare il passo, facendo registrare un calo del volumi di vendita dei non confezionati e dei confezionati rispettivamente del 21,34% e dell’8,22%.
    Bene, invece, i formaggi a pasta molle, in crescita sia per i volumi di vendita (+6,04%) che per il valore delle vendite (+4,22%).
    Risulta particolarmente interessante, infine, analizzare i dati dei brand più venduti in Italia.

    Tra i formaggi trasformati il marchio più venduto è “Sottilette” del gruppo Mondelez (in precedenza Kraft Foods) che nel 2015 occupava il 30,7% del mercato italiano; seguono ben distanziati Galbani del gruppo Lactalis (18,3%), Philadelphia, sempre di Mondelez, (16,5% ) e Mio di Nestle (4,1%).
    Tra i formaggi a pasta dura il leader è Zanetti dell’omonima azienda con una quota di mercato del 4,6%, seguito da Unigrana Parmareggio con il 4,2% e da “Ferrari” con il 4%. Per quanto riguarda le cooperative, da segnalare il sesto posto di Latteria Soresina (1,3%).
    Per il mercato dei formaggi a pasta molle ai primi tre posti troviamo tre brand di Lactalis, ovvero Galbani (20,3%), Locatelli (50,4%) ed Invernizzi (5,2%), davanti a Nonno Nanni di Latteria Montello SpA (5,1%) e a Granarolo della società cooperativa Granlatte (4,2%).
    Se analizziamo, invece, i tipi di formaggio non trasformati, la quota di mercato più rilevante è occupata dal Grana Padano, con il 12,7%, che precede la Mozzarella Vaccina con il 10,9% e il Parmigiano Reggiano con il 9,4%.



  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • In occasione del Salone del Libro di Torino, Venerdì 13 maggio alle ore 18:30 presso il Bookstock Village si terrà il laboratorio “Cooperazione e scuola”.

  • parmigiano reggiano

    È Alessandro Bezzi il nuovo presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano. L’elezione, avvenuta all’unanimità, si è svolta oggi nel corso del Consiglio d’Amministrazione del consorzio di tutela. 

    Bezzi, 47 anni, imprenditore agricolo, ricopre tra gli altri il ruolo di presidente della latteria sociale Centro Rubbianino, operante in provincia di Reggio Emilia, e di vicepresidente nazionale del settore lattiero-caseario di Fedagri/Confcooperative.
    Prenderà il posto di Giuseppe Galai, dimessosi dall’incarico non più tardi di un mese fa dopo dieci anni alla presidente del Consorzio.
    parmigiano reggianoIl principale obiettivo di Bezzi sarà attuare il Piano di regolazione dell’offerta per il triennio 2017-19. “Sarà questo – dichiara Bezzi – il nostro primo punto di riferimento per mantenere un indispensabile equilibrio tra un’ordinata gestione dei flussi produttivi e la domanda interna e internazionale, perchè è principalmente a questo che si lega la possibilità della valorizzazione di un’eccellenza che si traduca in reddito reale per i produttori, che solo dopo 18 mesi di crisi hanno visto un apprezzabile rialzo delle quotazioni”.
    Le priorità saranno anche l’incentivazione delle esportazioni sui mercati esteri, date in forte ascesa, e la valorizzazione della qualità del prodotto: “I nostri obiettivi primari – conclude Bezzi – restano la qualità assoluta del prodotto, la sua tracciabilità, le azioni di vigilanza dagli allevamenti ai punti vendita, unitamente allo sviluppo di quel “Progetto Qualità” che riguarda le aree di montagna ed è finalizzato alla migliore valorizzazione di una produzione rispetto alla quale non esistono sostanziali alternative in zone che scontano anche più alti costi produttivi”.
    Positivo anche il commento di Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari: “Siamo fiduciosi che Bezzi, già componente del Cda e del comitato esecutivo del Consorzio – dichiara Mercuri –  saprà portare avanti le azioni indispensabili per mantenere un equilibrio tra gestione dei flussi produttivi e domanda, valorizzando appieno un’eccellenza che possa tradursi in reddito per i produttori. Il Consorzio rappresenta infatti una realtà importante dell’economia agricola italiana: con 3.348 allevamenti conferitori e 50mila persone coinvolte nella filiera, produce più di 3,2 milioni di forme per un giro d’affari al consumo di oltre 2 miliardi di euro


  • maurizio martina iran

    La crisi del latte è ancora lontana da una soluzione, ma negli ultimi mesi sono stati fatti diversi passi in avanti. 

    A dichiararlo è il ministro delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali, Maurizio Martina, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa. Secondo Martina è necessario portare avanti un patto di filiera con un accordo sui prezzi di conferimento e sull’etichettatura dei maurizio martina iranprodotti che avvantaggi sia i produttori che le industrie di trasformazione: “In queste settimane non solo i produttori ma anche una parte importante dell’industria lattiera e della cooperazione hanno ragionato sull’importanza di questo tema e sulla necessità di unire le forze”.
    Una battaglia fondamentale si giocherà a livello europeo nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura Ue prevista per giugno, quando l’Italia spingerà per un cambiamento delle norme sull’etichetta d’origine dei prodotti.

    “C‘è una battaglia europea da condurre – dichiara Martina – perché si sblocchi questa partita a livello comunitario. Ci sono alcune analisi economiche che mostrano come il valore aggiunto del Made in Italy 100% può essere strategico per il rilancio dei consumi. E ci sono passi che possiamo provare a determinare in ambito nazionale. Da un’indagine demoscopica commissionata da Ismea, infatti, il 67% degli italiani intervistati si dichiara disposto a pagare dal 5 al 20% in più per un prodotto lattiero caseario che abbia chiara in etichetta la sua origine italiana. In un periodo di calo delle vendite questo può diventare uno strumento in più“.
    Tra le proposte messe in campo dal ministero delle Politiche Agricole c’è l’acquisto delle quote latte in eccesso da destinare agli indigenti. Un’iniziativa che Martina rilancerà in sede europea, come parziale soluzione alla sovraproduzione. Tra i possibili interventi c’è anche la costituzione di un’Ocm per il latte sul modello di quella esistente per il vino, ovvero una misura europea che concederebbe finanziamenti e contributi ai produttori lattiero-caseari.


  • cooperative vino

    Le cooperative del vino producono un fatturato aggregato da 2,3 miliardi di euro, corrispondente al 43,6% del giro d’affari complessivo delle 110 maggiori aziende vitivinicole italiane. 

    Del resto, come ha ricordato recentemente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso del suo discorso di inaugurazione del Vinitaly, il vino è innanzitutto società, ambiente e cultura e per questo le coop svolgono un ruolo di primo piano.
    cooperative vinoIl Corriere Economia ha proposto oggi la classifica delle 110 maggiori case del vino. Non stupisce il fatto che le coop siano in vetta alla graduatoria; è da sottolineare, invece, come sia in aumento il numero di cooperative presenti nella top 110.
    Sono 43, infatti, le coop protagoniste della classifica 2015, 7 in più rispetto al 2014.
    Oggi un terzo delle esportazioni di vino viene dalle cantine cooperative. Quello delle vendite all’estero è un ambito particolarmente proficuo per l’agroalimentare e per il vino in particolare, capace di raggiungere quota 5,4 miliardi di euro nel 2015 e di aggredire mercati dalle enormi potenzialità come quello statunitense e cinese.

    Il carattere distintivo del mondo cooperativo è rappresentato dall’aggregazione. Le coop consentono, infatti, ai piccoli produttori di vendere il proprio prodotto fuori dalla propria regione d’origine e all’estero.
    Il Corriere Economia ci propone diversi esempi di coop virtuose, come quelle emiliane e trentine. Non è un caso che siano proprio loro con Cantine riunite, Caviro e Mezzacorona a svettare nella classifica delle 110 maggiori case vitivinicole.
    Il tutto nonostante la crisi della domanda interna, che ha portato i produttori nostrani a spostare – con successo – gli affari all’estero. Il Prosecco, ma anche il bianco ed il rosso, possiedono un grande appeal verso i consumatori esteri. Per affrontare la sfida dell’internazionalizzazione, però, l’Italia sarà chiamata a fare sistema, prendendo spunto proprio da quel modello cooperativo che dell’aggregazione e della capacità relazionale fa il proprio marchio distintivo.


  • coop italia

    Ieri sera la trasmissione Report, condotta da Milena Gabanelli, ha mandato in onda un servizio sulla Coop e sulla sua attività di prestito sociale che, secondo il giornalista Luca Chianca, autore del contributo, rappresenta la quota più rilevante del giro di affari della cooperativa di consumo. 

    Il servizio parte con la storia di Fortunato Peron, proprietario della Celox, società produttrice di pere e fornitrice di Coop. L’azienda ha di recente chiuso i battenti a causa della scontistica applicata da Coop sulle pere nei propri supermercati e per via dello stop alla fornitura delle pere di importazione estera.
    coop italiaLa decisione di interrompere una parte del rapporto di fornitura tra Celox e Coop, è costata a quest’ultima una condanna ad una multa di 50.000 euro deliberata dall’Autorità di Vigilanza.
    Secondo Report, il principale giro d’affari di Coop non viene però dalle vendite nei supermercati, ma dall’attività di prestito sociale che rappresenta il modello storico di finanziamento delle cooperative di consumatori. I soci decidono di finanziare la cooperativa attraverso l’apertura di libretti di risparmi presso gli sportelli dei supermercati con interessi che vanno dallo 0,6% al 2%.
    La denuncia di Report non riguarda, però, l’attività di prestito sociale in senso stretto che, come precisa Coop stessa, nasce ed è regolamentata per ovviare alla sotto patrimonializzazione delle cooperative, ma concerne l’apertura di veri e propri sportelli bancari, come quello presente alla Coop di Largo Agosta a Roma, dove i possessori di tessera Coop possono prelevare liberamente soldi dal proprio libretto di risparmio.
    Questo comporterebbe, secondo l’indagine di Report, il reato di esercizio abusivo dell’attività bancaria. Non è mancata in merito la risposta di Coop, secondo la quale non si tratterebbe di abusiva attività bancaria, ma solo di servizio ai soci. Sulla questione, aggiunge la cooperative di consumatori, sta lavorando anche Bankitalia.

    Il prestito sociale delle cooperative di consumo presenti in tutta Italia ammonta a 11,3 miliardi di euro. Il rischio, denuncia Report, è che il risparmio dei soci non sia adeguatamente controllato, mancando le garanzie presenti, invece, per gli istituti bancari.
    A tal proposito viene presentato il caso di Coopca, cooperativa friulana che ha chiuso la sua attività nel dicembre 2015, causando ai soci prestatori una perdita di 27 milioni di euro di prestito sociale.
    Coop ha voluto rispondere punto per punto alle accuse di Report attraverso un portale dedicato. Viene ricostruita la genesi della decisione della trasmissione di Rai Tre di effettuare un servizio su Coop con la pubblicazione delle email tra la redazione e la cooperativa.
    Report inizialmente chiede alla Coop la disponibilità a rilasciare delle interviste sulla memoria cooperativa e sulla nascita della cooperativa La Proletaria, oggi Unicoop Tirreno. Solo in seguito emerge la volontà di dare vita ad un’inchiesta sul prestito sociale e sul rapporto con i fornitori, al quale fa seguito un rifiuto da parte di Report ad avere come ospite in studio un rappresentante di Coop per rispondere alle accuse.
    Sul sito quellochereportnondice.e-coop.it troverete tutto il materiale per approfondire la questione. Vengono messe a disposizione interviste sulla funzione del prestito sociale, sulle vicende Celox e Coopca, oltre ad un approfondimento sul tema degli stipendi dei dirigenti cooperativi e sul rapporto tra l’azienda, i soci ed i lavoratori.
    Vi invitiamo, dunque, a documentarvi per farvi un’idea sulla vicenda ed avere tutti gli elementi per valutare l’inchiesta giornalistica effettuata.



  • I temi di quest edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Venerdì 13 maggio alle ore 10:30 presso la sede di Confcooperative Nuoro la presentazione del circuito Sardex.net.

  • bando-funder-35

    Parte l’edizione 2016 di Funder 35, il bando per le imprese culturali composte da giovani under 35. 

    L’iniziativa, nata nel 2012, è promossa da ben 18 fondazioni: Fondazione Cariplo, capofila del progetto, Compagnia di San Paolo, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, Fondazione di Sardegna, Fondazione Cariverona, Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione bando-funder-35Cassa di Risparmio di Lucca, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Parma, Fondazione Cassa di Risparmio della Spezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone, Fondazione CON IL SUD, Fondazione Livorno, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione Sicilia.
    L’intento del bando è sostenere le imprese culturali ed i loro progetti innovativi per un periodo di almeno tre anni, provando a far crescere un ambito come quello della cultura che dipende in via quasi esclusiva dai finanziamenti saltuari di soggetti pubblici e privati.

    Possono partecipare a Funder 35 le seguenti organizzazioni senza scopo di lucro:

    • le organizzazioni iscritte ai registri regionali del volontariato;
    • le organizzazioni iscritte ai registri delle associazioni di promozione sociale;
    • le organizzazioni iscritte all’albo nazionale delle ONG;
    • le organizzazioni iscritte al registro delle ONLUS;
    • le cooperative che operano nel settore dello spettacolo;
    • le cooperative sociali;
    • le imprese sociali iscritte all’apposita sezione del registro delle imprese.

    Ciascuna di queste imprese deve essere attiva da almeno due anni ed operare nell’ambito della produzione artistica/creativa in tutte le sue forme ed in quello dei servizi di supporto alla conoscenza, alla valorizzazione, alla tutela, alla conservazione, alla circolazione dei beni e delle attività culturali.
    Ci sono, però, anche dei requisiti territoriali da rispettare. Sono coinvolti nel bando, infatti, solamente le regioni Basilicata, Calabria, Campania, Lombardia, Molise, Piemonte, Puglia,Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta e le province di Bologna, Modena, Parma e Ravenna in Emilia Romagna, Pordenone e Udine in Friuli-Venezia Giulia, le province della Spezia e di Genova in Liguria, le province di Ascoli Piceno e Ancona nelle Marche, di Firenze, Livorno e Lucca in Toscana, le province di Belluno, Padova, Rovigo, Verona e Vicenza in Veneto.
    Funder 35 mette a disposizione delle imprese culturali una cifra complessiva di 2 milioni e 650mila euro per sostenere ed accompagnare le aziende sia sul piano organizzativo che gestionale, premiandone l’innovatività.
    Ciascuna organizzazione dovrà presentare un progetto di durata triennale, dal carattere innovativo e dall’elevata sostenibilità. I soggetti selezionati riceveranno un contributo pari al 75% del costo di realizzazione del progetto.
    Il bando scade l’1 luglio 2016. Per ulteriori informazioni potete consultare il bando.



  • I temi di questa edizione del Notiziario della Cooperazione:

    Gli appuntamenti:

    • Dal 5 al 7 maggio a Padova “Galileo. Il Festival dell’innovazione”.


  • Durante la seconda giornata dell’assemblea nazionale di Confcooperative è stata presentata una ricerca condotta dal Censis sui giovani meridionali che studiano nelle università del Centro-Nord. 

    La ricerca permette di valutare il fenomeno delle migrazioni Sud/Nord in maniera analitica e di verificare le perdite economiche per il Mezzogiorno.
    censisNell’anno accademico 2014-2015 si sono spostati verso gli atenei del Centro-Nord circa 23.000 giovani universitari, che corrispondono a l’8-9% del totale delle immatricolazioni.
    Nello stesso anno il totale di ragazzi provenienti dal Sud che studiano nelle università di Centro e Nord è di 168.000.
    La perdita economica non riguarda solo il sistema universitario meridionale ma tutta l’economia del Mezzogiorno. Secondo lo studio di Censis nell’ultimo anno il trasferimento dei giovani meridionali ha arrecato agli atenei del Sud un danno economico di 122 milioni di euro, creando, di converso, un valore aggiuntivo per le università del Centro-Nord di 248 milioni di euro.
    I maggiori introiti derivano, come facile immaginare, dalle tasse pagate dalle famiglie meridionali pari a 126 milioni di euro.
    A questi dati bisogna aggiungere un altro numero abbastanza preoccupante: nel 2013 ben 26.000 giovani laureati nelle università del Sud si sono trasferiti al Nord per cercare lavoro e 5.000 hanno scelto di andare all’estero.

    I danni economici in termini di mancati investimenti in capitale umano sono devastanti per il Mezzogiorno. Censis ha calcolato che l’impatto economico negativo per il Sud sia di 3,3 miliardi di euro, una cifra enorme che è destinata a crescere se il trend dovesse rimanere il medesimo.
    L’impoverimento progressivo delle famiglie meridionali ed il mancato investimento sui giovani sarà una questione da affrontare per gli anni a venire: investire in ricerca e università è un dovere non solo per l’Italia, ma anche e soprattutto per il Mezzogiorno.


  • imu agricola

    L’Imu agricola sui terreni non condotti da imprenditori agricoli, come quelli incolti e gli orti è esonerata solo per i terreni situati in Comuni montani. 

    Nel corso del question time in Commissione Finanze alla Camera il vice ministro all’Economia Enrico Zanetti ha fornito un’importante precisazione sulla imu agricolanatura dell’Imu agricola e le relative esenzioni.
    I terreni incolti e gli orti devono essere considerati come terreni agricoli a tutti gli effetti e dunque, in quanto tali, seguono le stesse regole di esonero.
    Come stabilito nell’ultima Legge di Stabilità, l’Imu agricola non si applica ai terreni agricoli:

    • situati nei Comuni montani;
    • situati in Comuni parzialmente montani se rientrano nell’elenco stilato nella circolare 9/1993;
    • posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali di cui all’articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, iscritti nella previdenza agricola, indipendentemente dalla loro ubicazione;
    • ubicati nei comuni delle isole minori di cui all’allegato A annesso alla legge 28 dicembre 2001, n. 448;
    • a immutabile destinazione agrosilvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile.

    Sui terreni incolti e sugli orti l’Imu agricola dovrà essere pagata qualora non questi siano posseduti e condotti da coltivatori diretti ed imprenditori agricoli professionali e siano situati in Comuni pianeggianti o parzialmente montani non inclusi nella circolare del 1993.