Categoria: Fisco


  • Tra le le novità normative più discusse dalle associazioni degli industriali ci sono senza dubbio il reverse charge e lo split payment.
    Con il primo si intende un’inversione dell’onere di pagamento dell’Iva, che viene spostato dal fornitore all’acquirente.
    Sarà, dunque, quest’ultimo a versare l’imposta direttamente nelle casse dello Stato senza passare dai fornitori.
    Il reverse charge nasce con l’obiettivo di combattere l’evasione fiscale. Era usanza ricorrente, infatti, che i fornitori, una volta ricevuta la somma spettante, non pagassero l’imposta, comportando così gravi danni al bilancio pubblico.
    Con la nuova legge essi potranno semplicemente chiedere un rimborso allo Stato sotto forma di credito d’imposta.
    Lo stesso procedimento riguarda lo split payment. In questo caso, però, i soggetti coinvolti non sono due privati, ma un’azienda fornitrice di beni e servizi ed una Pubblica Amministrazione, la quale dovrà pagare l’Iva direttamente all’erario.
    L’azienda, anche qui, può solamente richiedere un credito d’imposta allo Stato.rà

    06112014Le norme in questione hanno provocato, però, enormi polemiche, soprattutto all’interno delle grandi catene di distribuzione alimentari. Eliminare il gettito dell’Iva, sostituendolo con un credito d’imposta, significa diminuire ulteriormente la liquidità disponibile per le imprese, in un periodo di per sé molto critico da questo punto di vista.
    I ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione sono notori: più volte l’Italia è stata sanzionata per questo motivo in sede europea.
    I fornitori rischiano così di rimanere per anni creditori delle P.A. senza che questi debiti possano essere effettivamente estinti.

    Nei giorni scorsi è arrivata la notizia di un ricorso presentato da Confindustria davanti alla Commissione europea, dove l’associazione di rappresentanza degli industriali chiederà l’eliminazione del reverse charge .
    Forte opposizione allo split payment arriva, invece, dal Coordinamento unitario del Settore Forestale dell’Alleanza delle Cooperative Italiane. L’attività dei consorzi forestali si realizza per un 40% con le amministrazioni pubbliche: è ovvio come una norma di questo tipo possa causare loro enormi danni in termini di liquidità disponibile.
    Il provvedimento” ha dichiarato Gianni Tarello, neo coordinatore del Settore Forestale dell’Alleanza delle Cooperative Italiane “comporterà infatti un forte ammanco di liquidità nelle casse dei Consorzi e delle cooperative forestali, a causa del sommarsi dei rimborsi IVA, che lo Stato paga con ritardi di anni, a quelli che già vedono lo Stato in qualità di committente, debitore di alcuni miliardi di euro verso le imprese”.
    C’è il rischio così che i costi possano diventare insostenibili, causando la chiusura dei consorzi e la perdita di numerosi posti di lavoro.



  • Semplificazione, trasparenza ed abbattimento dei costi per le famiglie più numerose.
    Sono questi gli intenti che guidano l’Autorità per l’energia al cambiamento delle bollette e delle relative tariffe.
    Per quanto riguarda la modifica di queste ultime dovremmo ancora aspettare perché l’intervento sarebbe di rilevanza epocale.
    Dopo gli shock energetici degli anni Settanta, si era optato per una sorta di austerity dell’energia: “chi consuma di più paga di più” con conseguenti penalizzazioni per le famiglie più numerose, costrette ad un consumo maggiore rispetto ad i nuclei ristretti o ai single.
    L’intento dell’Autorità è arrivare nel 2018 con una bolletta i cui oneri siano addebitabili per il 50% alla potenza e per il 50% al consumo.
    Ci saranno da superare numerosi ostacoli, ma la strada indicata sembra essere questa.

    Un ulteriore indizio a tal proposito ci viene fornito dalla nuova bolletta per energia elettrica e gas che entrerà in vigore a partire da settembre. Si tratta di un nuovo formato all’insegna della trasparenza e delle semplificazione.
    Non a caso si parla già di “bolletta 2.0”, volendo seguire la scia dei numerosi provvedimenti intesi a semplificare e digitalizzare l’apparato amministrativo italiano.
    Le bollette, soprattutto quelle di energia e gas, sono il più delle volte lo spauracchio dei cittadini e delle piccole imprese. Oltre ai costi esorbitanti, gli utenti non riescono a comprendere le numerose voci presenti, faticando a capire, ad esempio, le motivazioni di un eventuale pagamento maggiorato o il consumo effettivo in un anno di utenza energetica.

    TAXDa questo punto la rivoluzione sarà chiara. Dicevamo della trasparenza e della semplificazione.
    La trasparenza viene evidenziata innanzitutto dall’applicazione delle nuove regole per la realizzazione delle bollette che saranno obbligatorie per tutte le aziende venditrici. Criteri comuni che consentiranno agli utenti di valutare attentamente i costi e le opportunità dei singoli venditori; il tutto sarà coadiuvato da un sistema online che aiuterà a trovare l’offerta migliore in base al luogo di residenza e alla quantità di energia consumata.
    Trasparenza che si manifesta anche nell’obbligo di riportare sulla bolletta il consumo effettivo, in modo tale che l’utente possa verificare eventuali errori commessi controllando i dati sul proprio contatore.

    Ma non ci fermiamo alla trasparenza, perché la bolletta 2.0 agisce anche nel senso della semplificazione.
    Per questo motivo sono allo studio due nuovi modelli di bolletta che possano rendere più chiara la ripartizione delle spese.
    Innanzitutto non ci saranno più 7-8 pagine di bolletta; chiunque voglia conoscere i dettagli dei propri consumi lo potrà fare online. Il nuovo modulo prevederà, invece, uno o due pagine con grafici illustrativi della propria situazione.
    Vengono elencati prima di tutto i consumi, i dati anagrafici dell’utente e la cifra da pagare; in secondo luogo è presente un grafico dettagliato con la previsione delle singole spese suddivise in spese per l’energia, Iva, imposte, spesa per il trasporto dell’energia e la gestione del contatore e oneri di sistema, tra i quali sovvenzioni per le fonti energetiche rinnovabili.



  • Ci sono le persone romantiche e quelle moderne. O almeno così dicono, come se non fosse possibile conciliare le due cose.
    Essere amanti delle nuove tecnologie non significa necessariamente disprezzare la tradizione. Del resto è solo grazie agli insegnamenti tecnici e teorici passati che è possibile concepire il concetto di progresso e sperimentare qualcosa di nuovo.

    ctuÈ possibile applicare questo concetto alla battaglia tutta moderna tra i vecchi libri su supporto cartaceo ed i nuovi e-book. Le tecnologie moderne hanno letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, cambiando le nostre abitudini e consentendoci di svolgere determinate funzioni impensabili fino a qualche anno.
    Eppure ci sono alcuni digital devices che faticano ad imporsi sul mercato mondiale e a sostituire strumenti tradizionali.
    Il riferimento è proprio ai libri digitali, i quali pagano dazio nel confronto con i libri cartacei.
    L’odore della carta ed il romantico rumore della pagina sfogliata mantengono intatti il loro fascino. Il costo minore degli e-book ed il loro carattere multi task non è sufficiente per entrare nel cuore dei lettori.
    Lo ha ribadito un recente sondaggio del Washington Post, secondo il quale solo il 9% degli studenti universitari americani legge un libro sotto formato digitale. E non stiamo parlando di gente “old school” ma di persone che sono nate e cresciute nell’era digitale.
    I giovani ritengono che leggere un libro cartaceo aiuti a studiare con più attenzione, consentendo inoltre di sottolineare i passaggi chiave e di prendere appunti all’interno della stessa pagina. Una concezione dello studio, questa sì “old school” e destinata a non tramontare mai.

    Ma veniamo alla notizia del giorno. Questa volta il duro colpo agli ebook viene addirittura dalla Corte di Giustizia europea.
    Una sentenza dell’organo giurisdizionale continentale boccia l’Iva agevolata sugli e-book presente in Lussemburgo ed in Francia. Una pronuncia destinata ad avere degli effetti anche in Italia, visto che proprio di recente è stata approvata una legge che pone l’Iva sui libri digitali al 4%.
    In Francia, per fare un esempio, la suddetta tassa è al 5,5%. Capiamo benissimo, dunque, come anche il nostro paese sarà costretto a modificare la propria normativa.
    La motivazione della sentenza sta tutta nella definizione stessa di e-book. La Corte di Giustizia si esprime, infatti, in questi termini: “Le norme europee vietano la possibilità di applicare un’Iva ridotta a qualunque servizio fornito per via elettronica”.
    Gli e-book vengono, dunque, concepiti come un servizio e non come un semplice bene, sul quale sarebbe stato possibile apporre una tassazione diversa.
    In generale l’Unione Europea prevede delle tariffe agevolate per i libri solamente se il supporto fisico è parte integrante del libro stesso, come avviene per il cartaceo. Non è il caso degli e-book, in quanto il computer o il tablet non sono forniti insieme al libro digitale, dunque non sono considerati parte integrante di essi.
    Si tratta, comunque, di una sentenza di un certo rilievo perché impedisce agli Stati di defiscalizzare l’utilizzo dei libri digitali. Solo grazie ai prezzi ridotti questi ultimi riescono ad ottenere un vantaggio competitivo rispetto al cartaceo, vantaggio che potrebbero rischiare anche di perdere.



  • A partire dal 1° Marzo i lavoratori dipendenti del settore privato, impiegati nella stessa azienda da più di sei mesi, possono richiedere la liquidazione anticipata del trattamento di fine rapporto.
    Il Tfr è un accantonamento annuale corrispondente al 6,9% della retribuzione lorda dei lavoratore.
    Queste risorse vengono “conservate” dall’Inps per le imprese con più di 50 addetti e per i dipendenti pubblici, mentre rimangono nella casse delle stesse aziende per quelle realtà imprenditoriali con meno di 5o dipendenti.
    La cifra accantonata viene rivalutata ogni anno in base ai livelli di inflazione e serve a costituire la liquidazione o una pensione integrativa, da incassare alla fine del rapporto lavorativo.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaMa cosa cambia con il provvedimento del Governo, contenuto nella Legge di Stabilità, che stabilisce le possibilità di chiedere in via anticipata tale somma? A partire dal 1° Marzo e fino al 31 dicembre 2017, i lavoratori dipendenti potranno chiedere l’erogazione immediata, ogni mese, degli accantonamenti maturati dal 1 marzo alla fine del 2017.
    Quali sono, però, le conseguenze di questa scelta che, va ricordato. ha un mero carattere facoltativo?
    Il lavoratore avrà uno stipendio mensile maggiorato e quindi una disponibilità economica superiore nel breve periodo. Il sito Panorama.it ha calcolato che per uno stipendio di mille euro, l’aumento, tasse incluse, dovrebbe essere di circa 90 euro al mese.

    Ma veniamo al punto critico: le tasse per l’appunto. La liquidazione anticipata del Trattamento di Fine Rapporto viene sottoposta, infatti, alla tassazione ordinaria, non a quella speciale come avviene per il normale Tfr.
    I lavoratori dipendenti delle aziende private saranno costretti, dunque, a pagare un Irpef maggiore, considerato l’aumento del loro stipendio su base mensile.
    La conseguenza è che il lavoratore avrà una liquidità maggiore nel breve periodo, ma una diminuzione delle risorse nel lungo periodo.
    Sarà inferiore, ad esempio, la cifra della liquidazione e quella della pensione integrativa.
    Non è  un caso, allora, che le richieste pervenute alle imprese siano, al momento, praticamente irrisorie. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, solo il 6% dei dipendenti ne ha fatto richiesta e l’11% dichiara di farlo entro la fine 2015. L’83%, invece, manterrà le vecchie modalità di liquidazione.
    Si tratta, dunque, per adesso di un parziale fallimento, neanche troppo imprevisto.
    I vantaggi economici sono esigui anche su base mensile e una tassazione più elevata spaventa i lavoratori, già gravati da un imponente carico fiscale. Le stesse piccole aziende sono costrette a chiedere dei prestiti alle banche per evitare ulteriori problemi di liquidità che già affliggono le piccole e medie imprese italiane.
    In via definitiva si tratta di una manovra meritevole nell’intento (rilanciare i consumi per far ripartire gli investimenti), ma fallace negli strumenti fiscali adottati.



  • Il testo sul falso in bilancio ha finalmente preso vita ed è pronto ad arrivare in Parlamento.
    Sono ancora incerti i tempi e le modalità di approvazione. Con ogni probabilità il testo dovrebbe arrivare questa settimana in Commissione Giustizia al Senato prima di approdare alle Camere nei prossimi sette giorni.

    orlandoLa novità principale riguarda l’esclusione delle soglie patrimoniali o percentuali al di sotto delle quali il reato di falso in bilancio rimane impunito. Allo stato attuale la fattispecie non è punibile se le elusioni sono inferiori al 5% del risultato d’esercizio e all’1% del patrimonio netto.
    Il Governo elimina definitivamente tali soglie, per cui il reato di falso in bilancio è sanzionabile a prescindere dall’entità della somma elusa.
    L’esecutivo, però, istituisce una distinzione non di poco conto tra società quotate in borsa e non.
    Per quanto riguarda le prime la pena rimane da 3 a 8 anni e sarà perseguibile anche d’ufficio.
    Quando, invece, la società non è troppo grande e non è quotata in borsa, spetterà al giudice valutare se procedere o meno. Un’eventuale condanna, infatti, anche per falsi in bilancio di lieve entità potrebbe portare l’azienda al fallimento, per questo motivo verrà lasciato ampio margine discrezionale al giudice.
    La pena per questa fattispecie viene ridotta e va da 1 a 5 anni.

    Proprio quest’ultimo punto è quello più problematico e si scontra con il parere delle opposizioni in Parlamento.
    La previsione di una pena massima di 5 anni impedisce di fatto che il reato sia sottoposto ad intercettazioni.
    Il codice penale, infatti, prevede l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche solo per quelle fattispecie la cui sanzione è superiore a 5 anni.
    Vengono, dunque, depenalizzati alcuni tipi falsi in bilancio, lasciando un importante potere di scelta alle autorità giudiziarie.
    Il criterio delle società quotate in borsa è sicuramente rilevante, ma forse non sufficiente per stabilire la gravità del reato.
    Per adesso sembra che la norma in questione che scontenti molti attori.
    Innanzitutto Confindustria, che si è sempre battuta per il mantenimento delle soglie di non punibilità e che reputa troppo ampio il potere di discrezionalità in capo ai giudici.
    Ma anche il Movimento 5 Stelle ed una parte della minoranza Pd condanna l’abbassamento delle pene e l’impossibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni.
    Resta comunque un cambiamento normativo non di poco conto. Vedremo se nei prossimi giorni ci saranno ulteriori modifiche nel corso dei passaggi parlamentari.
    Dovrà attendere ancora, invece, il ddl anti corruzione, il cui emendamento sul falso in bilancio è strettamente collegato. Si discute ancora all’interno della maggioranza sugli strumenti per combattere i reati contro la Pubblica Amministrazione e le relative sanzioni.
    Secondo quanto filtra da Palazzo Chigi, sembra che il Governo sia intenzionato ad aumentare i termini di prescrizione proprio per le fattispecie di reato contro le P.A.
    Nei prossimi giorni dovrebbe essere elaborato il testo completo che rappresenta senza dubbio uno snodo fondamentale dell’azione governativa.



  • Da una parte ci sono milioni di disoccupati in cerca di un lavoro ed in condizioni economiche precarie; dall’altra un’Unione Europea rigida sulle proprie posizioni, consapevole che l’indebitamento non è la soluzione dei problemi di natura sociale. Lo dimostra anche il recente passato che ha decretato il fallimento di alcuni strumenti di natura assistenziale.
    Difficile fare da arbitri in questa situazione. L’Italia ci prova, con non poche difficoltà.

    polettiSono due gli argomenti sul tavolo del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: pensioni e reddito minimo garantito.
    Le questioni si scontrano con le direttive della Commissione europea in materia di bilancio. Rivedere questi due istituti per coprire determinate fasce di popolazione in difficoltà significherebbe aprire un fronte con le istituzioni europee che proprio in questi giorni hanno fornito il proprio parere positivo sulle recenti misure adottate dal Governo Renzi.

    Nonostante i possibili dissidi in sede europea, il Ministro Poletti ha aperto all’inserimento di norme che favoriscano la pensione anticipata. Il lavoratore dipendente potrebbe ottenere, dunque, di andare in pensione prima del raggiungimento dei requisiti pensionistici, accettando però di ricevere una cifra ridotta.
    Il risparmio per lo Stato sarebbe notevole nel lungo periodo, mentre nei primi mesi comporterebbe un aumento della spesa pubblica sanzionabile dalle istituzioni europee.
    Il Governo dovrà comunque intervenire sul tema delle pensioni. Sono troppe le fasce di popolazione penalizzate. Lo ammette lo stesso Poletti che fa riferimento, ad esempio,, a chi perde il lavoro e non matura i requisti pensionistici.
    Per questi soggetti sarà necessario trovare una soluzione attraverso un ammortizzatore sociale o un altro strumento di natura transitorio.

    Il sistema pensionistico italiano necessita di una riforme nel senso di una maggiore flessibilità in entrata. Non è un mistero, però, che l’Unione Europea non veda di buon occhio questo tipo di misure.
    Non a caso nel pacchetto di misure proposte da Tsipras all’Eurogruppo, il primo ministro greco è stato costretto, giocoforza, ad eliminare gli incentivi alle pensioni anticipate, limitando così la flessibilità del proprio stato in materia previdenziale.
    Anche il nuovo presidente dell’Inps, Tito Boeri, auspica una riforma delle pensioni. Lo ha dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Per l’Ue se si consentono i pensionamenti anticipati risalta solo l’aumento immediato della spesa ma non il fatto che poi si risparmierà perché l’importo della pensione sarà più basso. Bisogna battersi in Europa per arrivare a una valutazione intertemporale del bilancio”.
    Ma la proposta forte di Boeri non riguarda le pensioni, bensì la formulazione di un reddito minimo garantito per le categorie in difficoltà “finanziato dalla fiscalità generale”.
    La povertà nel nostro paese è un fenomeno in crescita ed in quanto tale non va trascurato. Vedremo se il Governo valuterà veramente l’introduzione di un istituto di questo tipo che certamente troverebbe il favore di alcune forze parlamentari come Sel ed il Movimento 5 Stelle.



  • Il premio Nobel James TobinNel 1972, il premio nobel James Tobin, teorizzava la sua “Tobin tax”.

    James Tobin (professore del nostro premier Monti), propose una tassa che prevedeva di colpire tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli e in contemporanea procurare entrate destinate alla comunità internazionale.

    Ma come mai la tassa è rimasta dormiente per tanti anni?

    Nel 1984 la Svezia introdusse la Tobin Tax, ma il risultato fu abbastanza scarso, in quanto la maggior parte dei risparmiatori decise di lasciare il Paese!

    Infatti, se la tassa è applicata solo da alcuni Paesi potrebbe incoraggiare alla fuga di investimenti /capitali verso altri Paesi detassati o con aliquote più favorevoli; per questo essa ha efficacia solo se adottata in maniera uniforme a livello globale.

    Tobin tax - In Italia è inserita nella legge di stabilità 2013Anche la Francia dell’ex premier socialista Lionel Jospin ci provò nel 2001, salvo ritirare il provvedimento nel marzo del 2002, a causa del gettito molto al di sotto delle stime. E così fece pure il Belgio nel 2004, per soppiantare la tassa e annunciare la sua reintroduzione solo quando essa avesse trovato applicazione sul piano internazionale. Stessa fine ingloriosa pure in Austria.

    Come mai oggi se ne riparla?

    Grazie alla procedura di cooperazione rafforzata, possibilità offerta dal Trattato di Lisbona per aggirare i veti, se almeno nove Paesi dell’Unione Europea sono d’accordo possono legiferare insieme!

    Ed è ciò che accade oggi, ben 11 paesi dell’U.E. hanno dato il via libero alla tassa, tra cui l’Italia, mentre altri  paesi come Regno Unito, Svezia, oltre Irlanda e l’Olanda restano fuori.

    E un’imposta così pensata resta di difficile applicazione.

    In Italia, la Tobin tax è inserita nella legge di stabilità 2013, ancora da approvare, e dovrebbe avere un’aliquota pari allo 0,05% ed applicarsi alle compravendite di azioni, derivati e “strumenti finanziari partecipativi”.

    Alla fine gli effetti della Tobin Tax graveranno sul piccolo risparmiatore in termini di minori performance dei fondi comuni, pensioni integrative e aumento dei costi mutui variabili.

    Arrivati a questo punto  la domanda viene spontanea!

    Se solo 11 paesi applicano la tassa, non si correre il rischio di elusione (cioè un’evasione, giuridicamente lecita!!) così come avvenne in Svezia?



  • A dicembre saldo IMUSono chiamati alla cassa tutti i cittadini possessori di immobili, entro il territorio italiano e non, per il pagamento dell’ultima rata dell’IMU (Imposta Municipale Unica) entro e non oltre il 17 dicembre p.v.. Sebbene i Comuni abbiano ormai le ore contante per la delibera delle nuove aliquote definitive (oggi, 31/10 è l’ultimo giorno), sono in realtà ancora in alto mare e, in virtù della lentezza elefantiaca della macchina burocratica,  i Caf avevano provato ad avanzare una proposta di proroga, seppur di breve periodo, portando il termine ultimo al 31 dicembre.

    Ma il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, nega la proroga affermando che il Ministero non ha in programma alcuna delibera che modifichi i termini di scadenza. Si correranno, quindi, tutti i rischi che ne derivano da questo caos, compreso quello del pagamento in ritardo da parte dei cittadini, con l’obbligo poi, di ricorrere alla formula del ravvedimento operoso (utilizzabile fino al 18 giugno 2013, data di scadenza della prima rata IMU 2013) sommando alla cifra calcolata anche le quote di interessi e sanzioni.

    Altra lamentela avanzata dai contribuenti è in merito alla mancata pubblicazione del modello di dichiarazione IMU, solitamente reso noto da Agenzia delle Entrate e dai Comuni stessi, fruibile ai cittadini e agli Enti preposti, tramite i loro siti internet istituzionali. Con l’ICI i comuni mandavano i bollettini a casa e si doveva solo procedere al pagamento entro i termini di scadenza previsti dalla legge, con l’IMU è tutto lasciato al caso. E’ il primo anno e si da il beneficio del dubbio ai tecnici del ministero e agli esperti preposti, ma i cittadini non dovrebbero andarci di mezzo. Oltre al danno degli importi stratosferici, la beffa? No, grazie.

     



  • Il nuovo redditometroC’è discrepanza tra il reddito dichiarato al fisco e il tenore di vita del contribuente?

    Con il redditometro, scatta automaticamente l’invito da parte degli uffici finanziari al contraddittorio, preliminare all’avvio degli accertamenti; ma solo se l’incoerenza fra reddito dichiarato e spese sostenute supera il 20%!

    Ma cos’è il redditometro e a cosa serve?

    E’ lo strumento attraverso il quale il Fisco può stimare il reddito presunto di un contribuente, sulla base delle spese che quest’ultimo ha effettuato, grazie ad una serie di indici fissati a priori.

    Il suo scopo è colpire chi effettivamente non paga le tasse o meglio chi omette di dichiarare redditi e poi ha un certo tenore di vita in realtà. Ad esempio, chi ha un veicolo con più di 21 cavalli fiscali, da 2080 cc di cilindrata in su, dovrebbe avere un reddito di 40 mila euro.

    Il redditometro andrà a classificare i contribuenti in 11 tipologie (tra tipologia familiare e area geografica) e considera 100 voci di spesa, divise in 7 macro aree. Si avranno in questo modo 55 gruppi omogenei, così che medesimi acquisti fatti da diverse tipologie familiari, o di diverse aree geografiche, avranno pesi diversi.

    Grazie ad una sentenza della commissione tributaria di Milano, che richiama il concetto di famiglia adottato in ambito penale, gli effetti della convivenza da matrimonio sono equiparati alla convivenza more uxorio, cioè i redditi della coppia vengono sommati.

    Il contribuente avrà la possibilità di verificare da solo la propria situazione, mediante un software, e potrà dimostrare la comparabilità tra spese e reddito dichiarato prima che scattino i controlli; oppure dovrà esser in grado di giustificare le spese effettuate e dimostrare l‘origine delle proprie risorse finanziarie.

    Ma se le spese sono compatibili con il reddito, non ci sono problemi” afferma Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate; infatti, se lo scostamento è lieve il Fisco NON interviene.

    Saranno messe sotto la lente solo le persone fisiche (professionisti, dipendenti, pensionati, commercianti, artigiani, imprenditori individuali) e non anche le attività imprenditoriali.

    Lo strumento di accertamento andrà in vigore dal 1° gennaio 2013, ma attenzione, perché lo stesso avrà valore retroattivo in quanto andrà a verificare i redditi a partire dal 2009, cioè dalle dichiarazioni presentate dal 2010 in poi.