Sono 2,4 milioni i giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano e non lavorano.
Un numero enorme che si va ad aggiungere al 40,5% di disoccupazione giovanile e al 66 % di giovani che vivono ancora insieme ai genitori.
Le difficoltà che incontrano le nuove generazioni ad entrare nel circuito occupazionale sono enormi e paradossalmente continuano ad aumentare.
Basti pensare che nel 2008 il numero di Neet (Not in education, employment or training), ovvero di ragazzi di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione, era di 1.850.000 persone.
Oggi, dopo la crisi, siamo arrivati a 2.400.000, il che ci vale il primato europeo.
Il 35% dei Neet si trova al Sud, in regioni come la Calabria dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 60% e dove il tessuto produttivo è estremamente carente.
Ma chi sono e soprattutto che titoli di studio hanno i Neet in Italia? Il 50% possiede un diploma di scuola superiore e ha deciso di non intraprendere un percorso di studi universitario oppure ha deciso di abbandonarlo.
Il 40%, invece, ha la licenza media, mentre il 10% è laureato. In generale il 27% dei giovani di età compresa tra i quindici ed ventinove anni non studia e non lavora.
L’Italia, dunque, parafrasando un celebre film vincitore di svariati premi Oscar, “è un paese per vecchi”.
Le aziende cercano profili con esperienze pregresse e non dispongono degli incentivi necessari per assumere nuova forza lavoro. Eppure molti imprenditori si sono dichiarati favorevoli ai pensionamenti anticipati, un provvedimento che consentirebbe loro di mettere sotto contratto nuove competenze e permetterebbe a chi lavora da tanti anni di uscire anticipatamente dal mercato del lavoro.
In questi mesi si è parlato tanto della possibilità di inserire nel nostro ordinamento un simile strumento di flessibilità che contribuirebbe a rendere più dinamico un mercato del lavoro, quello italiano, impantanato nelle sabbie mobili della burocrazia e della scarsa propensione all’investimento e all’innovazione.
Ma non è solo un problema di turnover generazionale e di meccanismi di flessibilità: nel nostro paese è evidente una debolezza strutturale degli organismi intermedi che devono collegare domanda ed offerta di lavoro.
All’interno del Jobs Act poco è stato fatto per riformare il sistema delle politiche attive e le difficoltà riscontrate nell’attivazione del programma Garanzia Giovani sono la perfetta dimostrazione di come sia necessaria una riforma a 360 gradi del sistema di collocamento.


















