Categoria: Lavoro


  • Sono 2,4 milioni i giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano e non lavorano.
    Un numero enorme che si va ad aggiungere al 40,5% di disoccupazione giovanile e al 66 % di giovani che vivono ancora insieme ai genitori.
    Le difficoltà che incontrano le nuove generazioni ad entrare nel circuito occupazionale sono enormi e paradossalmente continuano ad aumentare.

    Basti pensare che nel 2008 il numero di Neet (Not in education, employment or training), ovvero di ragazzi di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione, era di 1.850.000 persone.
    Oggi, dopo la crisi, siamo arrivati a 2.400.000, il che ci vale il primato europeo.
    FormazioneIl 35% dei Neet si trova al Sud, in regioni come la Calabria dove il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 60% e dove il tessuto produttivo è estremamente carente.
    Ma chi sono e soprattutto che titoli di studio hanno i Neet in Italia? Il 50% possiede un diploma di scuola superiore e ha deciso di non intraprendere un percorso di studi universitario oppure ha deciso di abbandonarlo.
    Il 40%, invece, ha la licenza media, mentre il 10% è laureato. In generale il 27% dei giovani di età compresa tra i quindici ed ventinove anni non studia e non lavora.

    L’Italia, dunque, parafrasando un celebre film vincitore di svariati premi Oscar, “è un paese per vecchi”.
    Le aziende cercano profili con esperienze pregresse e non dispongono degli incentivi necessari per assumere nuova forza lavoro. Eppure molti imprenditori si sono dichiarati favorevoli ai pensionamenti anticipati, un provvedimento che consentirebbe loro di mettere sotto contratto nuove competenze e permetterebbe a chi lavora da tanti anni di uscire anticipatamente dal mercato del lavoro.
    In questi mesi si è parlato tanto della possibilità di inserire nel nostro ordinamento un simile strumento di flessibilità che contribuirebbe a rendere più dinamico un mercato del lavoro, quello italiano, impantanato nelle sabbie mobili della burocrazia e della scarsa propensione all’investimento e all’innovazione.
    Ma non è solo un problema di turnover generazionale e di meccanismi di flessibilità: nel nostro paese è evidente una debolezza strutturale degli organismi intermedi che devono collegare domanda ed offerta di lavoro.
    All’interno del Jobs Act poco è stato fatto per riformare il sistema delle politiche attive e le difficoltà riscontrate nell’attivazione del programma Garanzia Giovani sono la perfetta dimostrazione di come sia necessaria una riforma a 360 gradi del sistema di collocamento.



  • Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha diramato un avviso pubblico per la costruzione di un prototipo di app che valorizzi i dati di Garanzia Giovani e faciliti l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
    Il bando è rivolto a tutti i giovani di età compresa tra i 15 ed i 19 anni che sono iscritti al programma Garanzia Giovani e sono stati presi in carico dai centri per l’impiego o dai soggetti privati accreditati.

    I candidati potranno partecipare ad un Hackaton, un contest della durata di nove ore nel corso del quale saranno chiamati a predisporre un prototipo di garanzia giovaniapplicazione su Garanzia Giovani per consentire a chi ha partecipato al programma di ricevere notizie su eventuali posizioni aperte anche dopo la fine del tirocinio svolto.
    La gara si svolgerà il 4 dicembre dalle ore 9:30 alle 19:30 nei cinquanta centri (acceleratori certificati, università o centri di ricerca) che si saranno candidati per ospitare in via gratuita il contest.
    Possono partecipare giovani, sia in forma individuale che in gruppo, costituito da un minimo di due persone fino ad un massimo di cinque persone. Le candidature devono essere inviate entro le ore 13:00 del 25/11/2015.
    Il prototipo di App deve possedere i seguenti requisiti:

    • Accedere a Curriculum e Vacancies nell’ambito di Garanzia Giovani;
    • Ricavare informazioni geolocalizzate e visualizzate su mappa in relazione alla vicinanza di un determinato luogo indicato dall’utente;
    • Profilazione completa dell’utente in relazione alla propria domanda/offerta lavorativa, al fine di ricevere notifiche push come alert di segnalazioni di apertura di nuove posizioni lavorative sulle tematiche di interesse dell’utente stesso;
    • UX/UI: progettazione di User Interface/User Experience;
    • Utilizzo di framework standard per mobile (che permettono di costruire le singole build per le varie piattaforme);
    • Possibilità di integrazione con altre piattaforme: interazione con i social network e sistemi di messaggistica interna, abilitazione a plug in di video chat;
    • Percorso di Gamification per gli utenti che attraverso specifici quiz li porti a visualizzare i profili e le vacancies più indicati rispetto all’oggetto della propria ricerca.

    Il vincitore riceverà un finanziamento di 10.000 euro per sviluppare l’applicazione nei 45 giorni successivi alla proclamazione del vincitore.
    Per ulteriori informazioni, potete consultare il sito www.garanziahack.it .


  • lavoro giovani

    Qual è il profilo dei giovani under 35? Difficile elaborare un ritratto di questo tipo.
    L’istituto di ricerca Censis ha provato, però, ad effettuare un’operazione del genere attraverso un’indagine intitolata “Vita da Millennials: web, new media, startup e molto altro. Nuovi soggetti della ripresa italiana alla prova”.
    I Millennials sono per l’appunto i ragazzi under 35, protagonisti, secondo questa ricerca, della rinascita del nostro Paese.

    Dall’analisi di Censis emerge innanzitutto un dato importante, che riguarda le nuove imprese nate nel secondo trimestre del 2015. In questo periodo di tempo, ogni giorno sono state aperte 300 nuove imprese, create dagli under 35.
    lavoro giovaniSono in tutto 32mila le nuove aziende aperte dai Millennials tra aprile e giugno ed in tutto sono 592.000 le realtà imprenditoriali sviluppate dai giovani, corrispondenti al 9,8% delle imprese presenti nel nostro paese.
    Si tratta di numeri importanti che, a dispetto del senso comune, dimostrano come sia tanta la voglia di mettersi in gioco da parte dei giovani.
    Ma il dato sulle nuove imprese è solo una piccola molecola dell’universo giovanile.

    I Millennials sono creativi, innovatori ed intraprendenti, ma dimostrano anche una grande etica del lavoro. Del resto è il mercato che li costringe a lavorare anche più di quanto stabilito dai propri contratti, in condizioni spesso precarie e con mansioni che non corrispondono alle proprie competenze e sono inferiori al proprio titolo di studio.
    Secondo Censis, infatti, 3,8 milioni di under 35 hanno svolto un’attività lavorativa oltre l’orario di lavoro formale, 1,7 milioni hanno ricevuto contratti della durata inferiore ad un mese e addirittura 4,4 milioni hanno svolto stage non retribuiti.
    Insomma, pur di entrare nel circuito occupazionale e di accrescere le proprie competenze, i giovani sono disposti anche a lavorare più del previsto ed in alcuni casi a non ricevere neppure un compenso o a riceverlo solo occasionalmente (1,7 milioni).
    La flessibilità, inoltre, è un altro carattere distintivo dei cosiddetti Millennials, se pensiamo che 2,3 milioni svolgono un lavoro più basso rispetto alla loro qualifica e che un milione ha cambiato almeno due lavori nel corso dell’anno.
    Capiamo benissimo da questi dati quanto sia complesso per un giovane under 35 entrare in maniera stabile nel mercato del lavoro. La forza contrattuale di un Millennials è molto bassa, per cui è spesso disposto ad accettare delle condizioni contrattuali ed informali, che violano, di fatto, i diritti dei lavoratori e contribuiscono ad aumentare il loro grado di instabilità ed incertezza.



  • Si chiama Neetwork ed è il programma, lanciato dalla Fondazione Cariplo, per i giovani di età compresa tra i 18 ed i 24 anni che non studiano e non lavorano.
    L’iniziativa prevede l’attivazione di oltre 600 tirocini retribuiti (400 euro al mese) della durata di 4-6 mesi per quei ragazzi che dispongono di un livello di istruzione non superiore alla licenza media.
    Neetwork intende aumentare le competenze e far crescere la fiducia dei migliaia di giovani italiani senza lavoro e con un livello di istruzione basso.

    In Italia i cosiddetti Neet, dall’inglese Not (Involved) in Education, Employment and Training) sono 2,4 milioni, di cui 930 mila con un titolo di studio non progetto neetworksuperiore alla licenza media.
    La Fondazione Cariplo mira a ridurre questo numero impressionante di ragazzi sfiduciati, utilizzando i fondi del programma Garanzia Giovani, ai quali verranno aggiunte ulteriori risorse che consentiranno ai privati sociali di partecipare all’iniziativa.
    Più di 350 organizzazioni no-profit, infatti, hanno aderito al programma, dando la propria disponibilità ad attivare i tirocini retribuiti.
    «Ognuno deve sentirsi parte della risposta a questo grave problema sociale – ha dichiarato il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti– e con questo progetto intendiamo dare un’opportunità ai giovani più fragili, costruendo un’alleanza tra pubblico, privato e privato sociale. Un’iniziativa concreta che mira al recupero di centinaia di giovani sfiduciati».
    Il Terzo Settore e nello specifico il mondo delle cooperative stanno portando avanti una serie di iniziative per inserire i giovani all’interno del circuito occupazionale. Più volte in questa sede abbiamo sottolineato la rilevanza ed i risultati raggiunti da iniziative come CoopUp e Coop4Job.
    La speranza, però, è che, esauriti i fondi di Garanzia Giovani, si possa intervenire con dei contributi strutturali per le aziende, in modo da consentire loro di prolungare i rapporti lavorativi sottoscritti con i tirocinanti assunti.
    Solo in questo modo il Governo potrà dare ridurre la disoccupazione giovanile e lanciare finalmente un effettivo turnover generazionale.



  • La Francia vuole porre un limite agli sms e alle email di lavoro fuori dall’orario d’ufficio. La proposta di legge, condivisa dai sindacati e da molte associazioni di categoria, è del Ministro del Lavoro Myriam El Khomri e prevede il diritto alla disconnessione a partire da un orario stabilito.
    Questa norma si inserisce all’interno della più vasta operazione di riforma del codice del Lavoro portata avanti dall’esecutivo francese.

    Il Governo transalpino ha colto un punto di grande attualità: sono sempre più diffusi, infatti, gli sms e le email di lavoro al di fuori del normale orario d’ufficio. Capita addirittura che molti addetti trascorrano parte del proprio fine settimana o delle proprie ferie a rispondere ad email attinenti a questioni lavorative.
    cookie lawIl tempo trascorso per effettuare questa operazione non rientra nell’orario di lavoro e nonostante le pressioni dei sindacati non viene retribuito.
    Un accordo sul diritto alla disconnessione è già presente in alcune grandi aziende europee, una su tutte le Volkswagen dove vige il divieto di inviare email di servizio dalle 18:15 alle 7 del mattino.
    In Italia la discussione pubblica è ancora molto indietro su questi temi. Basti pensare che una delle questioni più accese degli ultimi mesi è stata quella sui controlli a distanza dei lavoratori, una norma nata con l’intento di adeguare il nostro ordinamento all’utilizzo di cellulari, tablet e pc aziendali, ma che rischia di ledere la privacy dei lavoratori.
    Con ogni probabilità, invece, le tematiche inerenti agli sms e alle email di lavoro inviate fuori dall’orario di servizio diventeranno sempre più attuali ed oggetto di contenziosi giudiziari, richiedendo così un intervento normativo.



  • L’Ocse ha effettuato un’analisi sull’età media dei lavoratori nei paesi avanzati dal 2004 al 2014, concentrandosi in particolar modo sugli over 65.
    L’innalzamento dell’età pensionabile, la crescita della speranza di vita e le difficoltà trovate dai giovani ad entrare nel mondo del lavoro hanno causato l’aumento del numero dei lavoratori over 65.

    L’analisi dell’Ocse prende in considerazione i tredici paesi più avanzati, ovvero Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Svizzera, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Polonia, Gran Bretagna ed Olanda.
    Secondo i calcoli dell’organizzazione internazionale, tutti i paesi elencati, eccetto la Polonia, hanno visto aumentare la propria percentuale di lavoratori over 65. Il dati consumi italiacaso polacco è sicuramente particolare: si tratta, infatti, di un’economia estremamente dinamica ed in crescita che riesce ad inserire, ancora oggi, numerosi giovani nel sistema lavoro.
    Gli altri paesi avanzati, al contrario, presentano una tendenza comune, ovvero un invecchiamento progressivo della propria forza lavoro.

    In base alle elaborazioni di Ocse è possibile anche dare uno sguardo alle variazioni percentuali, per verificare quali paese siano stati protagonisti del maggiore incremento percentuale dei lavoratori over 65.
    I due leader in questa speciale graduatoria sono Francia e Germania, con una variazione positiva dal 2004 al 2014 rispettivamente del +127,3% e del +107,1%. Seguono Olanda (+97,4%) e Australia (+89,2%).
    Se escludiamo la Polonia che ha visto, come accennato in precedenza, addirittura un ringiovanimento della propria forza lavoro (-21,3%), gli altri paesi con una variazione percentuale minore sono Spagna (+6,2%), Giappone (+7,6%) ed Italia (+15,6%).
    Nel nostro paese i lavoratori over 65 rappresentano il 3,7% della forza lavoro, una percentuale che colloca l’Italia all’undicesimo posto nella graduatoria tra i paesi avanzati. Solo Spagna (1,7%) e Francia (2,5%) presentano percentuali più basse.



  • Le risorse per gli sgravi contributivi fino a 8.000 euro per le nuove assunzioni a tempo indeterminato rischiano di essere già terminate. A rivelarlo è la Fondazione Studi Consulenti del lavoro, secondo la quale sarebbero già esauriti gli 1,8 miliardi di euro messi a disposizione dal Governo nella Legge di Stabilità 2015 per stimolare la creazione di nuovi rapporti di lavoro.

    Proprio ieri abbiamo riportato i dati Inps sui contratti a tempo indeterminato. Secondo l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, nei primi sette mesi del 2015 sono stati stipulati 286.126 contratti a tempo indeterminato in più rispetto allo stesso periodo del 2014.
    Le agevolazioni previste all’interno dell’ultima logo fondaziones studi consulenti del lavoroLegge di Stabilità hanno portato, dunque le aziende ad assumere nuovi addetti.
    Se ci limitiamo solo al numero di nuovi assunti attraverso l’esonero contributivo arriviamo 787.000 nuove unità. Questo vuol dire, secondo i calcoli della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro,  che sono già stati impegnati circa 5 miliardi di euro di spesa per gli sgravi contributivi.
    Le risorse previste inizialmente dalla Legge di Stabilità erano di 1,8 miliardi di euro. Si pone, a questo punto, un problema di copertura finanziaria che il Governo dovrà studiare al più presto.
    La questione si riproporrà anche l’anno prossimo, visto che l’esecutivo pare intenzionato a reinserire tali contributi anche nella Legge di Stabilità 2016. Basteranno i tagli alla spesa annunciati da Renzi (accorpamento prefetture, taglio municipalizzate, riduzione numero parlamentari) per reperire le risorse necessarie a coprire il buco creato dal boom di nuove assunzioni?



  • La Corte di Giustizia europea, applicando la direttiva 88/2003 sull’organizzazione dell’orario di lavoro, ha stabilito che anche gli spostamenti di lavoro costituiscono orario d’ufficio ed in quanto tali vanno retribuiti.
    La vicenda riguarda un ricorso presentato nel 2011 dalla società spagnola Tyco, una ditta che vende impianti antifurto e antincendio.

    L’azienda ha deciso di chiudere i propri uffici regionali, affidandosi così ad una rete di servizi dotati di cellulare di servizio e pronta a recarsi sul luogo di lavoro in caso di chiamata.
    sentenza ue spostamenti di lavoroI lavoratori sono spesso costretti a percorrere decine di chilometri prima di arrivare dal proprio domicilio al luogo di lavoro, un aspetto che ha portato Tyco a considerare i tempi di trasferimento come orario di riposo e non come orario d’ufficio.
    La sentenza dell’Ue, però, chiarisce che “nel caso in cui dei lavoratori non abbiano un luogo di lavoro fisso o abituale, il tempo di spostamento che tali lavoratori impiegano per gli spostamenti quotidiani tra il loro domicilio ed i luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal loro datore di lavoro costituisce orario di lavoro”.
    La scelta, infatti, di non possedere una sede regionale non dipende dal lavoratore, ma dall’azienda stessa. Nel periodo di tempo necessario per arrivare al luogo di lavoro, l’addetto è a disposizione del datore di lavoro e non può pertanto disporre del proprio tempo in altri modi.
    Considerare gli spostamenti come “periodo di riposo” sarebbe contrario, secondo la Corte, “all’obiettivo di tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori perseguito dalla direttiva, nel quale rientra la necessità di garantire ai lavoratori un periodo minimo di riposo”. 

     



  • Quanti sono i lavoratori in nero e quanto incidono sulla ricchezza del nostro Paese?
    La Fondazione studi dei consulenti del lavoro ha provato a rispondere a questa domanda effettuando un’analisi sulle circa 7 milioni di aziende italiane in base ai risultati delle ispezioni svolte da Inps, Inail e Ministero del Lavoro per tutto il 2014 e nei primi sei mesi del 2015.

    disoccupazione istatAll’interno delle 221.476 aziende ispezionate nel 2014 sono stati individuati 77.387 (34,94%) rapporti di lavoro in nero. Poco meglio nel 2015 con una percentuale di lavoratori in nero che scende al 29,38% dopo il 34,94% dell’anno precedente.
    Il fenomeno del lavoro sommerso continua ad essere, dunque, un problema grave per l’Italia. Se consideriamo, infatti, che circa un lavoratore su tre non è registrato, scopriamo che sono due milioni gli addetti che lavorano in nero nel nostro Paese.

    Si tratta di una cifra enorme che pone questioni non solo in termini di legalità in sé, ma anche di costi che tale problema comporta per le casse dello Stato.
    In base all’analisi della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, infatti, il lavoro nero sottrarrebbe all’erario pubblico circa 25 miliardi di euro e 1,5 punti percentuali in termini di Prodotto Interno Lordo.
    La questione del sommerso riguarda a stretto giro anche il mondo delle cooperative, con particolare riferimento alle cosiddette cooperative spurie.
    Si tratta di imprese sociali che abbattono i costi non regolarizzando contratti dei propri lavoratoti ed adottando così un tipo di concorrenza sleale nei confronti delle altre cooperative e delle altre aziende.
    L’Alleanza delle Cooperative intende porre rimedio a questa situazione degenerativa portando avanti una legge di inizia popolare contro le false cooperative e contro il lavoro nero.
    I dettagli dell’iniziativa sono disponibili sul sito stopfalsecooperative.it.

     

     



  • Cosa pensano gli italiani del Jobs Act? Le polemiche sulla nuova riforma del mercato del lavoro hanno monopolizzato la scena pubblica degli scorsi mesi, con l’abolizione della reintegra per i licenziamenti illegittimi di tipo economico e disciplinare che ha fatto mobilitare i sindacati.

    caschetto lavoroUn’indagine di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, ha analizzato il grado di conoscenza della riforma da parte dei cittadini ed i loro orientamenti in merito al Jobs Act nel suo complesso e alle sue proposte più discusse.
    Ne è venuto fuori un quadro per certi versi sorprendente. Gli italiani sembrano essere abbastanza aperti alle novità introdotte dal Jobs Act (maggiore flessibilità, indennizzo economico in caso di licenziamento, tutele crescenti), ma sono condizionati dall’appartenenza politica.

    Il 58,2% degli intervistati dichiara di aver seguito a grandi linee il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, mentre il 12,6% dice di averlo seguito in maniera approfondita. Quindi c’è una discreta informazione sull’argomento, dovuta all’esposizione mediatica che una questione come il lavoro riesce ad ottenere sui principali canali informativi, sia in Tv che sul web.
    La maggioranza degli interpellati (37,3%) ritiene che il Jobs Act sia vantaggioso sia per le imprese che per i lavoratori, mentre il 33,6% sostiene ne trarranno beneficio solo le imprese.
    C’è comunque un sentore diffuso che i lavoratori non siano molto avvantaggiati dalle misure introdotte nella riforma, come dimostrato dalla scarsa percentuale di intervistati (3,0%) che vede dei vantaggi solo per i lavoratori.
    Gli orientamenti si dimostrano comunque abbastanza condizionati dalle ideologie politiche. È soprattutto nell’area di Centro (61,6%) e di Centro sinistra (52,6%) che prevale la convinzione che il Jobs Act favorisca sia imprese che lavoratori; mentre chi dichiara di essere di sinistra reputa la riforma vantaggiosa solo per le imprese (51,6%).
    Anche a destra sono diffuse opinioni prevalentemente contrarie sul Jobs Act: il 21,1% degli intervistati di destra, ad esempio, pensa che sia svantaggioso sia per le imprese che per i lavoratori.

    L’indagine svolta da Community Media Research disaggrega, inoltre, le singole proposte del Jobs Act per vedere se trovano pareri favorevoli o contrari da parte degli intervistati. Alla domanda se è meglio ricevere un indennizzo economico al posto della reintegra nel posto del lavoro, il 77,5% degli intervistati ha risposto di sì.
    Allo stesso modo sempre il 77,5% si dichiara favorevole ad una maggiore mobilità pur di non perdere il lavoro ed il 76,3% ritiene corretta un’assunzione a tempo indeterminato con tutele crescenti con l’aumentare dell’anzianità.
    Le tre misure principali del Jobs Act, dunque, trovano pareri abbastanza favorevoli. Anche la riforma nel suo complesso viene valutata positivamente con il 51,4% degli intervistati che si trova prevalentemente d’accordo con il Jobs Act ed il 29,4% che è totalmente d’accordo.

     



  • Secondo le stime di Unioncamere saranno 83mila le nuove assunzioni nel settore dell’industria e dei servizi per il trimestre aprile-giugno. Una variazione positiva di questa entità non si vedeva addirittura dal 2012.

    caschetto lavoroIl Jobs Act e la ripresa del sistema produttivo italiano porteranno le imprese ad assumere nuovi addetti: «Non si vedeva da 36 mesi» fa sapere Unioncamere «un saldo positivo tanto consistente nelle previsioni di assunzione del settore privato. Sono 83mila i posti di lavoro aggiuntivi che le imprese dell’industria e dei servizi intendono creare tra aprile e giugno 2015, 82mila dei quali destinati a lavoratori alle dipendenze».
    Gli effetti della riforma del mercato del lavoro si vedono soprattutto nel tipo di contratti che verranno stipulati. Secondo le previsioni di Unioncamere, infatti, i contratti a tempo indeterminato rappresenteranno il 24 % delle nuove assunzioni, facendo registrare un saldo positivo dell’80% rispetto allo stesso bimestre del 2014.

    Il Jobs Act ha reso il contratto a tutele crescenti il baricentro del sistema contrattuale italiano. La modifica dell’art. 18, con l’aumento della flessibilità in uscita, e le agevolazioni fiscali previste nella Legge di Stabilità spingeranno i datori di lavoro a stipulare nuove forme contrattuali a tempo indeterminato.
    È prevista al contempo una diminuzione dei contratti di apprendistato (-8,7% rispetto a dodici mesi fa) e dei contratti a progetto (-36,7%).
    La Sardegna, il Trentino Alto Adige e la Calabria sono le regioni che dovrebbero far registrare la variazione positiva più elevata rispetto ad uno fa, mentre Rimini (+6,2%), Nuoro (+3,1%) e Vibo Valentina (+2,8%) dovrebbero essere le province con la crescita più cospicua.



  • I decreti attuativi del Jobs Act portano con sé un’importante novità normativa: l’eliminazione dei contratti di collaborazione a progetto per come li conosciamo noi.
    Non potranno più essere stipulati, infatti, dei rapporti di lavoro a progetto che siano svolti da una singola persona, abbiano carattere continuativo e le cui modalità (orario, luogo, obbligo di presenza) siano scelte dal datore di lavoro.
    Il legislatore fissa, dunque, tre criteri di riferimento che sono quelli dell’esclusività personale, della continuità e dell’eterorganizzazione. Tutti i nuovi contratti a progetto che presenteranno queste caratteristiche verranno trasformati nel 2016 in contratti subordinati. Saranno validi, invece, i co.co.pro già in essere fino alla data di scadenza del rapporto.

    caschetto lavoroPer quanto riguarda il settore pubblico, il periodo di transizione viene esteso di un anno: i criteri dell’esclusività personale, della continuità e dell’eterorganizzazione saranno applicati infatti a partire dal 2017.
    L’obiettivo della norma è eliminare le numerose fattispecie di contratto di collaborazione che hanno tutte le caratteristiche dei rapporti di lavoro subordinati.
    Ci sono, però, delle importanti eccezioni che riguardano nello specifico i contratti con professionisti iscritto all’Albo, per le associazioni o società sportive dilettantistiche associate a federazioni ed enti riconosciuti dal Coni, per i componenti degli organi di controllo delle società ed in generale per tutti i casi previsti dai contratti collettivi.
    Per tutte queste fattispecie non sono applicati i tre criteri di cui sopra.
    Il legislatore, inoltre, ha previsto una sanatoria degli illeciti amministrativi, contributivi e contabili per tutti i datori di lavoro che a partire dal 1°gennaio 2016 trasformeranno i contratti di collaborazione in contratti subordinati a tempo indeterminato.