Categoria: Lavoro


  • Tra le tante novità dei decreti attuativi del Jobs Act, ce n’è una che riguarda i controlli a distanza dell’attività dei lavoratori.
    Nello specifico d’ora in poi il datore di lavoro potrà controllare Pc, tablet, telefoni aziendali e strumenti per rilevare l’accesso come il badge, senza passare da un accordo sindacale o da un’autorizzazione ministeriale.
    Viene così modificato il comma due dell’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori che recita nel dettaglio:
    «Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendaliIn difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianto».

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaLa nuova legislazione pone delle eccezioni al suddetto articolo per quanto riguarda «gli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze».
    I lavoratori saranno così sottoposti a controlli maggiori nello svolgimento della propria attività lavorativa. Il tutto, però, è subordinato alla consegna di un documento di policy, nel quale viene specificato che l’utilizzo di Pc, tablet, telefoni aziendali e badge sono sottoposti a controllo.
    Viene fatta, però, una distinzione ben precisa tra gli strumenti lavorativi e gli impianti di lavoro, come le telecamere di sicurezza. Per questi ultimi rimane in vigore in toto l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori.
    Per essere installati rimarrà necessario quindi sottoscrivere un accordo sindacale o avere l’autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro.
    L’intento della norma è adattare il quadro legislativo al mutato contesto lavorativo, dove le tecnologie sono diventate parte integrante dell’attività produttiva e quindi in quanto tali utilizzabili anche per controllare l’operato dei lavoratori.

     

     



  • Dopo un lungo dibattito politico, il mese di Marzo ha sancito l’entrata in vigore del Jobs Act.
    Sono tante le tematiche sul tavolo e le novità introdotte. Aspetti che potranno essere valutati correttamente tra qualche mese.
    La principale innovazione riguarda ovviamente la riforma dell art. 18 e l’eliminazione del reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo di tipo economico e per alcune fattispecie di licenziamento disciplinare.
    All’interno del Jobs Act ci sono, però, altre innovazioni importanti che interessano soprattutto i contratti di lavoro. Più volte in questa sede abbiamo analizzato il possibile impatto del nuovo contratto a tutele crescenti, sottolineando la scelta del legislatore di porre al centro del nostro sistema un rapporto a tempo indeterminato con minori tutele in uscita.

    lavoroI decreti attuativi del Jobs Act agiscono, però, anche in altri ambiti. Uno su tutti è quello inerente i contratti di collaborazione e quelli a termine.
    Quest’ultima forma contrattuale viene disincentivata sia dalla Legge di Stabilità che dal Jobs Act stesso.
    Viene fissato, ad esempio, un limite del 20% per i contratti a termine sul totale dei rapporti stipulati dall’azienda. Qualora venga superata questa soglia, l’impresa sarà soggetta ad una sanzione amministrativa e non ad una semplice multa com’era previsto nel testo originario.
    Tali somme saranno destinate alle casse dello Stato e verranno reinvestite in misure per rilanciare l’occupazione.
    Il limite del 20% non riguarderà gli over 50 e potrà essere comunque derogato dai contratti collettivi.
    Anche i Co.co.co subiscono delle sostanziali modifiche. Quando, infatti, la collaborazione avrà carattere continuativo, personale e le modalità di esecuzione saranno definite dal committente si configurerà a tutti gli effetti come un rapporto di lavoro subordinato.

    Un altro elemento chiave della riforma del mercato del lavoro è il concetto di flessibilità. Abbiamo parlato più volte parlato della flessibilità in uscita in riferimento all’eliminazione di alcuni vincoli all’estinzione del rapporto lavorativo.
    Questo concetto si applica, però, anche all’interno del rapporto stesso. Il riferimento è, ad esempio, alla possibilità per il datore di lavoro di richiedere al dipendente in part-time orizzontale del lavoro supplementare in misura, però, non superiore al 15% delle ore concordate.
    La stessa retribuzione avrà una maggiorazione che non può superare il 15% di quella pattuita.
    La flessibilità, inoltre, interessa anche il cosiddetto demansionamento. Ci sarà, infatti, la possibilità per il lavoratore di modificare unilateralmente la propria mansione fino ad arrivare all’inquadramento inferiore della stessa categoria con uno stipendio base invariato.
    Flessibilità, dunque, ed una diversa regolamentazione dei contratti a termine. Il legislatore è intervenuto cercando di dare maggiore dinamicità al nostro mercato del lavoro.
    Saranno necessarie, però, delle riforme strutturali che riguardino anche le politiche attive ed il sistema pensionistico affinché le variazioni normative del Jobs Act e le detrazioni fiscali previste nella Legge di Stabilità possano essere realmente efficaci.



  • In questi giorni si fa un gran parlare della cosiddetta flessibilità in uscita. Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha annunciato un intervento, che sarà inserito probabilmente all’interno della prossima Legge di Stabilità, per incentivare il turnover generazionale favorendo l’ingresso di giovani nel mercato del lavoro.
    La proposta è basata sul ddl Damiano-Baretta in base al quale i cittadini possono andare in pensione a partire da 62 anni invece che a 66, accettando un trattamento pensionistico ridotto del 2% per ogni anno d’anticipo.
    È evidente che un provvedimento di questo tipo sarebbe molto oneroso per le casse dello Stato. Il presidente dell’Inps Tito Boeri si è espresso sul punto nella giornata di ieri, sottolineando come uno strumento del genere rischia di costare 8,6 milioni per l’erario pubblico. Una cifra considerevole che diventa ancora più pesante in un periodo di continua revisione della spesa.

    polettiLa domanda che bisognerebbe porsi è però un’altra: bastano i meccanismi attualmente in vigore per garantire un effettivo turnover generazionale? La risposta è evidentemente no.
    La riforma Fornero si è posta come obiettivo principale quello di adeguare il nostro paese agli standard pensionistici europei e di rimettere al posto le casse pubbliche. Ne è venuto fuori un provvedimento estremamente lacunoso e che probabilmente andrà rivisto a breve.
    La riforma delle pensioni deve andare di passo con l’introduzione di politiche attive che possano favorire l’immissione di giovani nel mercato del lavoro. Il rischio altrimenti è di avere un tasso di disoccupazione perennemente sopra al 40%, come è avvenuto di fatto negli ultimi anni.
    «Dobbiamo trovare un equilibrio tra la maggiore flessibilità e le compatibilità di finanza pubblica» ha dichiarato Poletti «Non vogliamo scaricare altri pesi sulle future generazioni. Non possiamo costruire altro debito»
    Che si tratti di un parziale ripensamento rispetto alle parole di apertura di qualche giorno fa? Molto, ad ogni modo, dipenderà dal parere europeo rispetto ad un provvedimento già bocciato, ad esempio, per la Grecia.
    La situazione italiana è certamente diversa, ma il nostro debito rimane comunque sotto stretta osservazione.
    Il sistema Italia ha bisogno, però, di una riforma di tipo strutturale, che interessi le politiche attive, i contratti lavorativi, le tasse sul lavoro ed infine le pensioni. Il tempo dei provvedimenti ad hoc è giunto ormai al termine.
    Ecco perchè una riforma radicale, come quella sulla flessibilità, in uscita risulta essere necessaria ancora più che costosa.



  • Garanzia Giovani (Youth Guarantee) e il Servizio Civile rappresentano delle ottime opportunità per avvicinare i giovani al mercato del lavoro. L’Italia ha l’esigenza di dare avvio ad un effettivo turnover generazionale e di ridurre il proprio tasso di disoccupazione giovanile.
    Stando alle ultime elaborazioni dell’Istat per il mese di Aprile, la disoccupazione giovanile si attesta al 40,9%. Un dato, quest’ultimo, che rileva un problema di tipo strutturale.
    I giovani, una volta finito il proprio ciclo di studi, faticano ad entrare all’interno del circuito occupazionale a causa della scarsa domanda di lavoro e di politiche attive piuttosto deboli.
    Il piano Garanzia Giovani agisce per sanare questa situazione. Si tratta, infatti, di un programma di finanziamenti europei, rivolto ai paesi membri che possiedono un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 25%.
    Tali risorse vengono impegnate in politiche attive di orientamento, istruzione, formazione e inserimento al lavoro e sono rivolte a giovani di età compresa tra i 15 ed i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono un corso formativo (vengono chiamati in gergo “Neet”, Not in Education, Employment and Training).
    Ma come funziona effettivamente Garanzia Giovani e quali tipo di attività possono essere intraprese dai soggetti coinvolti?

    garanzia giovaniIl primo passo da effettuare per un giovane che vuole aderire al programma è la compilazione del modulo online con l’indicazione dei propri dati anagrafici. Per poter effettuare l’iscrizione, il soggetto interessato deve essere in regola con i requisiti anagrafici e non deve svolgere alcuna attività lavorativa o formativa nel momento in cui presenta la richiesta.
    La registrazione potrà essere completata accedendo alla propria area personale sul portale Cliclavoro, scegliendo la Regione in cui si vuole effettuare l’attività lavorativa o formativa e selezionando al contempo il centro per l’impiego cui si intende fare capo.
    Il ruolo dell’ufficio di collocamento è essenziale: deve fungere, infatti, da intermediario tra i giovani e l’azienda ospitante.  A seguito di un breve colloquio effettuato dal Centro per l’Impiego, verrà redatto un profilo professionale del soggetto che verrà poi messo in contatto con l’impresa accreditata. Spetterà a quest’ultima, infine, valutare quale profilo è più funzionale alle proprie esigenze.
    Un simile sistema di raccordo tra lavoratore e datore di lavoro, necessita ovviamente di centri per l’impiego efficienti e veloci nello smistare l’enorme quantità di domande pervenute. Fin qui, però, molte regioni hanno riscontrato dei problemi nelle operazioni di matching tra domanda e offerta di lavoro.
    Alcuni enti regionali hanno così deciso di abilitare per l’erogazione dei servizi di Garanzia Giovani anche soggetti privati e pubblici, come le università. Per fare un esempio vicino al mondo delle cooperative, anche Confcooperative Calabria è stata accreditata dalla Regione e potrà cosi mediare tra i giovani e le aziende, riducendo così la mole di lavoro dei centri per l’impiego.

    Per quanto riguarda le tipologie di attività che possono essere svolte, Garanzia Giovani offre varie soluzioni. C’è innanzitutto la possibilità di svolgere tirocini lavorativi o formativi della durata di un anno presso aziende o enti accreditati. In questo caso è richiesta la massima attinenza tra il profilo professionale scelto e l’attività svolta dal soggetto ospitante.
    L’obiettivo di Garanzia Giovani è infatti far crescere dal punto di vista professionale il giovane, implementando competenze già in suo possesso ed avvicinandolo alla realtà lavorativa.
    Le opportunità, però, non finiscono qui. Sempre all’interno del Programma Garanzia Giovani si inserisce il bando per il Servizio Civile.
    Dopo anni di ridimensionamento delle attività di Servizio Civile, il Governo è tornato a dare importanza e a credere in questa forma di impiego. Così anch’esso è stato inserito all’interno di Garanzia Giovani.
    Ovviamente i progetti di Servizio Civile interessano da vicino anche le cooperative che sempre più spesso hanno bisogno di volontari. Per poter partecipare al bando devono richiedere innanzitutto l’accreditamento che spetta a tutte le coop sociali che svolgono attività senza fini di lucro. Devono inoltre essere in vita da almeno tre anni ed in questo periodo devono avere svolto attività in quel settore specifico per il quale stanno richiedendo l’accreditamento. Sono vari gli ambiti di riferimento: in genere le coop di tipo A o B si accreditano per il settore dell’assistenza, della promozione culturale, della sanità, dell’educazione, ecc.
    Oltre, dunque, al classico bando nazionale per il servizio civile, imprese sociali e volontari possono prestare attività di servizio civile anche tramite i finanziamenti di Garanzia Giovani.
    Un ulteriore ambito di applicazione del programma europeo per la lotta alla disoccupazione è quello dell’auto-impiego. Le regioni forniscono finanziamenti a tasso agevolato ed assistenza tecnica ai giovani che vogliono avviare un’attività imprenditoriale. L’obiettivo è far crescere il tessuto produttivo delle realtà locali e creare quella contaminazione di idee innovative indispensabile per lo sviluppo locale e nazionale.



  • Maggiore flessibilità in uscita per favorire l’assunzione di giovani. È questa l’idea del Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, espressa nella giornata di ieri ad un convegno della Uil.
    La previsione di incentivi per chi è vicino alla pensione andrebbe contro i rigidi vincoli contabili dell’Unione Europea, che proprio su questo punto ha a lungo dibattuto con la nuova Grecia di Tsipras.
    L’Italia, però, può contare su maggiori margini di flessibilità e ha la necessità impellente di diminuire il proprio tasso di disoccupazione giovanile, dando maggiore dinamismo al proprio mercato del lavoro.

    FormazionePer questo motivo il Governo sta pensando ad una soluzione che potrebbe essere già inserita all’interno della prossima Legge di Stabilità. A dichiararlo è lo stesso Poletti: «Stiamo studiando un tema di staffetta generazionale per connettere l’entrata di giovani nel processo produttivo all’uscita di chi è vicino alla pensione».
    E aggiunge: «Naturalmente  per farlo bisogna trovare un punto di equilibrio tra le condizioni della finanza pubblica, i vincoli che abbiamo e la necessità di fare un’operazione equa e coerente. È un’operazione complessa ma la faremo». 

    Proprio nella giornata di ieri l’Istat ha fornito i dati sulla disoccupazione giovanile. L’Italia fa registrare per il mese di aprile un tasso di disoccupazione giovanile del 40,9%, in diminuzione dell’1,6% su base congiunturale.
    Rimane comunque un dato elevato, uno dei maggiori tra i paesi europei. I giovani faticano ad entrare nel mondo del lavoro per via anche di un sistema di politiche attive poco efficiente, come hanno dimostrato gli ultimi provvedimenti del Governo sul tema, tra i quali spicca Garanzia Giovani.
    Incentivare il turnover e riformare in maniera pervasiva il sistema di collocamento italiano rappresenterebbe un’importante risorsa in termini di dinamismo ed efficienza per il nostro sistema lavorativo.



  • Jobs Act: una rivoluzione totale del mercato del lavoro italiano o una manovra marginale? Difficile valutarne gli effetti dopo solo un mese dall’approvazione dei primi decreti attuativi.
    Per adesso possiamo limitarci ad analizzare i primi numeri riportati dal Ministero del Lavoro relativi al mese di Marzo. Quando parliamo di nuovi contratti stipulati da parte delle aziende dobbiamo tenere conto soprattutto di due principali novità normative: la previsione di sgravi contributivi (massimo 8.060 euro in tre anni) per l’attivazione di nuovi contratti a tempo indeterminato e l’introduzione del nuovo contratto a tutele crescenti (in vigore dal 7 marzo) che renderà più facile lo scioglimento dei vincoli contrattuali attraverso la previsione dell’indennizzo economico al posto del reintegro per i licenziamenti illegittimi.
    Questi due aspetti sono ovviamente centrali per valutare correttamente l’entità del cambiamento.

    bilancioI primi numeri in tal senso possono essere definiti incoraggianti. Secondo i dati del Ministero del Lavoro, infatti, nel mese di Marzo sono stati attivati in tutto 641.572 nuovi contratti, ad eccezione del lavoro domestico e della Pa, a fronte di 549.273 cessazioni; il saldo, dunque, è stato attivo di 92.299 unità.
    Per quanto riguarda nello specifico le nuove forme contrattuali a tempo indeterminato ne sono state attivate 162.498 (quasi 54.000 in più rispetto a marzo 2014) a fronte di 131.128 contratti cessati, con un saldo positivo di 31.000 unità.
    Gli effetti degli sgravi contributivi e dell’introduzione del contratto a tutele crescenti possiamo verificarle nel dettaglio confrontando questi dati con quelli di marzo 2014. In quel caso, infatti, in relazione ai contratti a tempo indeterminato il saldo era stato negativo, con 144.839 cessazioni a fronte di 108.647 attivazioni (-36.000 unità).
    Stesso discorso se ci concentriamo sulle forme contrattuali a termine, ovvero quelle sulla carta disincentivate dalla nuova normativa. Diminuiscono, infatti, le attivazioni a tempo determinato (da 395.000 a 381.234), i contratti di apprendistato (da 21.037 a 16.844) e le collaborazioni (da 48.491 a 36.460), segno evidente che il contratto a tempo indeterminato, sotto la nuova accezione delle “tutele crescenti”, sta tornando ad essere il baricentro del mondo del lavoro (aumento del 49,5% di nuove assunzioni a tempo indeterminato rispetto a marzo 2014).
    Certamente è ancora presto per esprimere dei giudizi definitivi, ma i primissimi dati sembrano essere senza dubbio incoraggianti. Lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è espresso in maniera positiva definendo queste elaborazioni come «dati che incoraggiano la fiducia» e parlando del cammino delle riforme come «un percorso virtuoso». 



  • È un Giuliano Poletti particolarmente ottimista quello apparso in questi giorni. Giovedì il Ministro del Lavoro aveva annunciato la crescita esponenziale dei contratti a tempo indeterminato nei primi due mesi del 2015:  +38,4% rispetto al medesimo periodo del 2014, per un totale di 79mila nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
    Uno step positivo dettato dagli incentivi fiscali contenuti nella Legge di Stabilità e che uniti alle nuove regole sul contratto a tutele crescenti, dovrebbe portare nei prossimi tre anni ad un incremento notevole della forme lavorative a tempo indeterminato.

    polettiPoletti non si nasconde e nel corso della tavola rotonda di apertura di Tuttolavoro, il convegno del Sole 24 Ore dedicato alla riforma dell’occupazione, alza l’asticella degli obiettivi del Governo. L’intento dell’esecutivo è formare “consumatori diversi e cittadini più propensi a fare investimenti”  attraverso la costituzione di un milione di contratti nuovi o convertiti!
    Fornire maggiori garanzie contrattuali ai cittadini, significa dar loro una diversa consapevolezza nella programmazione della loro vita, il che vuol dire avere una migliore progettualità ed una maggiore propensione all’investimento.
    Secondo Poletti, la modifica dell’art. 18, con il conseguente indebolimento delle garanzie all’interno del rapporto lavorativo, non condizioneranno le scelte dei consumatori, i quali, al contrario, rilanceranno l’economia italiana attraverso la crescita dei livello dei consumi e degli investimenti.

    Per effettuare un’operazione di questo tipo, che miri all’incentivazione dei contratti a tempo indeterminato, sono necessari ingenti finanziamenti. Fondi che però rischiano di non bastare, sia quelli inerenti alle nuove assunzioni che quelli riguardanti la Naspi.
    In totale nel prossimo anno è stato previsto un finanziamento da 1,9 miliardi di euro per le detrazioni fiscali sui nuovi contratti a tempo indeterminato. Qualora queste risorse non dovessero essere sufficienti, significherebbe però che il Governo ha raggiunto l’obiettivo di riportare al centro del mercato del lavoro il contratto a tempo indeterminato e che ha abbassato il tasso di disoccupazione.
    Poletti si dichiara pronto a trovare nuove forme di finanziamento, come già avvenuto con il bonus Irpef, meglio conosciuto come bonus degli 80 euro.

    Un discorso analogo riguarda la Naspi, il nuovo ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria, in vigore dal 1°Maggio per i prossimi 24 mesi. Anche in questo caso c’è il rischio che non possa essere garantita la copertura per l’intero arco di tempo previsto dal Governo.
    A partire dalle prossime misure sui conti pubblici, l’esecutivo dovrà cercare di trovare i finanziamenti adeguati per garantire i diritti sociali ai lavoratori e costruire quel dinamismo necessario all’intero mercato del lavoro italiano.



  • Lo aveva preannunciato il presidente dell’Inps Tito Boeri, lo ha confermato oggi il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Nei primi due mesi del 2015 c’è stato un vero e proprio boom di nuove assunzioni con contratti a tempo indeterminato.
    Per la precisione sono stati attivati 79mila rapporti di lavoro a tempo indeterminato, con una variazione percentuale positiva del +38,4% rispetto al medesimo periodo del 2014.

    Primi effetti del Jobs Act? Ancora no. Le misure contenute nella riforma del mercato del lavoro, come il contratto a tutele crescenti e ad alcune deduzioni fiscali, sono attive solo da qualche giorno.
    Dovremo aspettare, dunque, un paio di mesi per verificarne gli effetti.
    La crescita attuale dei contratti a tempo indeterminato va attribuita, invece, alla Legge di Stabilità, dove vengono disciplinate alcune agevolazioni fiscali per le imprese che decidono di assumere attraverso forme contrattuali a tempo indeterminato.
    La speranza è che il “combinato disposto” di Jobs Act e Legge di Stabilità possa effettivamente dare una sferzata al tasso di disoccupazione italiano.

    polettiEntrando nel dettaglio dei dati forniti da Poletti abbiamo, nel solo mese di gennaio, una crescita dei contratti a tempo indeterminato pari al 32,5% su base annua; per i giovani tra i 15 e i 29 anni la variazione tendenziale è del 43,1%. A febbraio, invece, l’aumento è stato del 38,4% e per i giovani è giunto al 41,4%.
    Il Ministro del Lavoro ha fornito alcune elaborazioni interessanti anche sull’altra misura presa dal Governo, in collaborazione con l’Unione Europea, per inserire i giovani all’interno del mondo del lavoro.
    Il riferimento è al Fondo Garanzia Giovani, uno strumento di politiche attive per il lavoro che si è rivelato inefficace in questi primi mesi di vita.
    Non a caso, ad attendere Poletti al suo insediamento come Ministro delle Infrastrutture ad interim, c’erano molto giovani che gli chiedevano conto sul funzionamento del progetto Garanzia Giovani.
    Molti ragazzi iscritti non hanno visto attivarsi le procedure di collocamento e quei pochi che sono riusciti a stipulare un contratto di stage non hanno ancora ricevuto l’indennità spettante.
    Poletti si è limitato a riportare i dati delle iscrizioni e delle attivazioni dei percorsi lavorativi, senza rispondere nel merito alle polemiche di questi mesi.
    Allo stato attuale, gli iscritti al Fondo Garanzia Giovani sono 476 mila: di questi 233.907 sono stati presi in carico dalle istituzioni competenti, 49 mila, invece, hanno già ricevuto una proposta di stage, servizio civile, tirocinio, apprendistato o un’opportunità formativa.



  • Continua l’odissea del Tfr anticipato in busta paga. Nei giorni scorsi vi abbiamo riportato dello scarso successo che sta avendo lo strumento fiscale inserito nella Legge di Stabilità.
    Sono pochi, infatti, i lavoratori che hanno chiesto la liquidazione anticipata del Trattamento di Fine Rapporto.
    Molti dipendenti delle aziende private si sono chiesti: conviene davvero? Dopo essersi consultati con i sindacati, commercialisti e consulenti di lavoro hanno convenuto che sarebbe stato meglio lasciar perdere.
    Il motivo? La tassazione svantaggiosa. Il Tfr anticipato non è sottoposto ad un regime fiscale speciale, come avviene quando viene la liquidazione viene erogata alla fine del rapporto lavorativo.
    Ciò comporta più liquidità nel breve periodo, ma una perdita cospicua di risorse che spetterebbero di diritto ai lavoratori. Ecco spiegato il perché siano pervenute poche richieste alle aziende.

    DENAROMa c’è di più. Anche se i lavoratori avessero chiesto il Tfr anticipato in busta paga non avrebbero potuto ottenerlo, almeno per il mese di marzo.
    A dichiararlo è  l’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro. Ci sono stati, infatti, notevoli ritardi nella pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta Ufficiale.
    Pubblicazione arrivata solamente nella giornata di ieri; tra l’altro manca ancora la convenzione con l’Abi, che consentirà alle aziende sotto i 50 dipendenti di accedere a finanziamenti agevolati per versare la liquidazione anticipata del trattamento di fine rapporto.
    Tutti questi ritardi faranno slittare l’operatività del Tfr anticipato, prevista inizialmente per l’1° Marzo, al mese di aprile.
    Come spiega la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro in una nota: “In questi giorni si stanno completando le operazioni di elaborazione delle buste paga dei dipendenti delle medie-grandi aziende, che pagano le retribuzioni entro il giorno 27 del mese. Si tratta del 60% circa dei rapporti di lavoro del settore privato. E nella prossima settimana cominceranno le elaborazioni che riguardano le micro-piccole aziende. Insomma, il processo mensile che porta alla gestione della busta paga si è messo in moto e non ci sono più spazi di recupero, perlomeno per il mese di marzo”.

    Si tratta in via definitiva dell’ennesima inadempienza dell’apparato amministrativo italiano, come avvenuto in parte anche per il precompilato Isee. Tempi ristretti e cittadini che rischiano di non poter esercitare diritti sacrosanti.
    Il ritardo, in questo caso, ha i contorni del grottesco se pensiamo che la Legge di Stabilità, nella quale è presente la misura sul Tfr, è entrata in vigore il 1° gennaio.
    Tre mesi di rinvii paiono eccessivi e la Commissione europea intanto ci osserva…



  • Allo stato attuale i dati sull’occupazione e sull’inflazione sono quelli che preoccupano maggiormente gli stati europei. Paesi come l’Italia, ad esempio, stanno cercando di riformare il proprio quadro normativo e fiscale per favorire un aumento del numero degli occupati, dopo aver raggiunto cifre record negative negli ultimi mesi.
    Per quanto riguarda l’inflazione, anche qui siamo di fronte a scenari più unici che rari: lo spettro della deflazione ha spinto la Bce ad attuare una misura eccezionale di politica monetaria che mira ad aumentare la liquidità disponibile sul mercato e dunque ad alzare il livello dei prezzi.

    Ecco perchè è importante valutare mensilmente gli andamenti di questi due macroaggregati, per verificare se le misure adottate in sede nazionale ed europea siano state efficaci.
    L’Eurostat, ovvero l’ufficio di statistica dell’Unione Europea, ci ha fornito le elaborazioni relative all’ultimo trimestre del 2014 e al mese di Febbraio.

    FormazionePer quanto riguarda il numero degli occupati nell’ultimo trimestre del 2014 è aumentato dello 0,1% nell’area Euro e dello 0,2% nell’Europa a 28 stati. Il tasso di occupazione è invece cresciuto dello 0,2% all’interno dell’Eurozona e del 0,3% in tutta l’Unione Europea.
    I dati maggiormente confortanti vengono dal confronto con l’anno precedente: rispetto al quarto trimestre del 2013, l’occupazione è aumentato dello 0,9% nell’area Euro e dell’1% nell’intera Unione Europea.
    I paesi che hanno visto una crescita maggiore degli occupati sono stati la Spagna e la Lettonia (+0,7%), mentre Portogallo ed Italia hanno fatto registrare variazioni negative rispettivamente del -1,4% e -0,2%.
    Ci sono, dunque, timidi segnali di miglioramento nel mondo del lavoro, ma è ancora distante una netta inversione di tendenza soprattutto nei paesi del Mediterraneo, Spagna esclusa.

    Ancora in calo, invece, il livello dei prezzi. Secondo i dati di Eurostat relativi al mese di febbraio, l’inflazione annuale dell’Eurozona è di -0,3%, in aumento, però, rispetto a gennaio dove si attestava a -0,6%.
    Nel mese di Febbraio 2014, l’indicatore sul livello dei prezzi si attestava al +0,7%. Risulta evidente, dunque, come da un anno a questa parte il processo deflattivo stia colpendo in maniera pesante ed uniforme l’intera Eurozona.
    I dati dell’Europa a 28 stati sono similari: inflazione al -0,2% nel mese di febbraio, in aumento rispetto al -0,5% di gennaio, ma comparativamente più bassa rispetto a febbraio 2014, quando faceva registrare un tasso del +0,8%.
    I livelli dei prezzi minori si trovano in Grecia (-1,9%) e Bulgaria (-1,7%), mentre l’Italia presenta un tasso d’inflazione vicino allo zero (+0,1%).



  • Legge di Stabilità e Jobs Act, due provvedimenti legati tra di loro con un unico obiettivo: creare nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato.
    Le prime indicazioni a tal proposito sembrano essere incoraggianti. A fornircele è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in occasione di una conferenza stampa indetta per annunciare l’accordo tra Inps, Confindustria e sindacati in merito all’elaborazione e alla diffusione dei dati sulla rappresentanza sindacale.

    caschetto lavoroL’incontro con le parti sociali è stata un’occasione per parlare anche di lavoro e delle nuove opportunità fiscali e giuridiche offerte dal Governo. A tal proposito Boeri rilascia dichiarazioni molto importanti: “Nei primi 20 giorni di febbraio sono 76 mila le richieste arrivate dalle imprese per accedere alla decontribuzione per assunzione a tempo indeterminato”.
    Numeri che secondo il vertice dell’istituto previdenziale potrebbero crescere ulteriormente. A fine mese verranno comunicati i dati definitivi e quel punto saremo in grado di valutare con più precisione i primi effetti del Jobs Act.

    L’istituzione del nuovo contratto a tutele crescenti, unita agli sgravi fiscali e contributivi per chi assume nuovi dipendenti con contratti a tempo indeterminato, rende più attrattivo per un’impresa utilizzare forme contrattuali a tempo indeterminato.
    Le aziende sopporteranno costi fiscali inferiori e potranno sciogliere il rapporto lavorativo con più facilità. Il nuovo articolo 18, infatti, rende più flessibile il rapporto di lavoro sia in entrata che in uscita, mettendo il datore di lavoro al riparo di fronte a possibili ricorsi al giudice.
    L’obbligo di reintegro sul posto del lavoro viene confinato a poche fattispecie di licenziamento disciplinare e a quello discriminatorio. Un eventuale indennizzo economico da corrispondere al lavoratore licenziato illegittimamente graverebbe di meno sulle casse dell’azienda.
    In questo modo si spiegano i dati riportati da Boeri: che sia il momento giusto per ridimensionare le forme contrattuali a termine?
    Sul punto ci sentiamo di restare molto cauti. Solo dopo il varo di tutti i decreti attuativi del Jobs Act potremo stabilire se effettivamente il nuovo contratto a tutele crescenti sancirà il definitivo superamento delle decine tipologie contrattuali a tempo determinato.



  • Tasso di disoccupazione al 12,7%, con quello giovanile che viaggia stabilmente oltre il 40%; povertà sempre più diffusa e Pil che fatica ad avviare un percorso di crescita.
    Sono questi i dati della recessione italiana e che collocano il nostro paese in una situazione molto delicata.
    C’è bisogno, però, di ripartire e per farlo si deve agire dal basso.

    Troppo spesso la creatività e lo spirito di iniziativa dei cittadini vengono repressi da un quadro normativo e fiscale poco favorevole. Accade, ad esempio, che famiglie, disoccupati e piccole imprese fatichino ad accedere a finanziamenti delle banche e ad intraprendere in questo modo un’attività imprenditoriale.
    Le idee il più delle volte non mancano, latitano invece le risorse e le opportunità regolative.
    L’Italia ha bisogno di un sistema creditizio più snello e agevole nella concessione di prestiti a chi propone progetti innovativi.

    invitaliaIn questo senso va il decreto legge n.185/2000 che regola il cosiddetto autoimpiego, ovvero la possibilità per disoccupati o soggetti in cerca della prima occupazione di avviare un’impresa nonostante non dispongano delle risorse adeguate.
    La suddetta legge viene gestita da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa SpA, che propone una serie di finanziamenti per l’avvio di attività imprenditoriali di tre tipi:

    • Lavoro Autonomo (in forma di ditta individuale) con finanziamenti fino ad un massimo di 25.823 euro. Il progetto deve essere portato avanti per almeno cinque anni e può riguardare qualsiasi settore (produzione di beni, commercio, ecc.) esclusi gli ambiti della pesca e dell’agricoltura. Per ottenere il finanziamento bisogna essere maggiorenni e disoccupati alla data di presentazione della domanda; la sede legale dell’attività, infine, deve trovarsi nelle seguenti regioni: Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia.
    • Microimpresa con finanziamenti fino a 129.114 euro. Si tratta in questo caso di piccole aziende e l’unica forma societaria ammessa è quella della società di persone. Sono esclusi, quindi, altri modelli di impresa come le cooperative, le ditte individuali, le società di capitali, le società di fatto e le società aventi un unico socio.
      Le uniche attività finanziabili riguardano la produzione di beni e la fornitura di servizi, il commercio, dunque, è escluso. Anche qui la sede operativa delle attività deve trovarsi in una delle regioni elencate in precedenza.
      L’obiettivo, infatti, è rilanciare le piccole imprese in quei territori dove il tasso di disoccupazione e la povertà sono maggiori.
    • Franchising: riguarda le persone fisiche o società di persone o di capitali di nuova costituzione che vogliono aprire un’attività in franchising. Sarà possibile stipulare un contratto di questo tipo solamente con Franchisor convenzionati con Invitalia.
      Le regioni coinvolte sono ancora una volta Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia.