Categoria: Lavoro


  • Le donne e l’impresa: un rapporto in continua evoluzione.
    Secondo un’indagine effettuata della Camera di Commercio di Monza e Brianza sono sempre di più le donne che decidono di fondare una start up o di mettersi a capo di un’azienda.
    Lo spirito di iniziativa, il coraggio e la creatività non mancano certamente al genere femminile, tutte caratteristiche essenziali per creare e portare avanti un’impresa.

    downloadIl dato che stupisce, però, è un altro: il numero di imprenditrici di età inferiore a 30 anni supera addirittura quello delle giovani lavoratrici richieste dalle aziende. Nel 2014 sono stati 15.800 i posti a tempo determinato o indeterminato per i quali le imprese hanno richiesto espressamente la presenza di una donna con meno di 30 anni.
    Nello stesso periodo di tempo le start up o le imprese con a capo una giovane donna sono state più di 18.000, segno che quella delle imprenditrici è una categoria in netta espansione.

    In generale il settore privilegiato per avviare un’attività imprenditoriale è quello dei servizi 85,6%, mentre solo l’8,8% si è dedicato al settore industriale. Nello specifico l’ambito più scelto è il commercio (39,1%), davanti al turismo (12,7%).
    Evidentemente le opportunità lavorative per il genere femminile sono ancora troppo ridotte. Per questo motivo scelgono di darsi una chance da sole, sfruttando le proprie competenze ed il loro straordinario spirito innovativo.
    Le donne in questi anni hanno dimostrato di sapersi mettere in discussione e di superare le difficoltà dettate da secoli di pregiudizi e di cattivi costumi. Proprio tale perseveranza può rappresentare un’enorme risorsa per qualsiasi tipo di attività imprenditoriale.
    Ecco perchè la crescita delle imprese al femminile non può che far bene all’intera società italiana, rinnovandola soprattutto dal punto di vista culturale.



  • A partire dal 1° Marzo i lavoratori dipendenti del settore privato, impiegati nella stessa azienda da più di sei mesi, possono richiedere la liquidazione anticipata del trattamento di fine rapporto.
    Il Tfr è un accantonamento annuale corrispondente al 6,9% della retribuzione lorda dei lavoratore.
    Queste risorse vengono “conservate” dall’Inps per le imprese con più di 50 addetti e per i dipendenti pubblici, mentre rimangono nella casse delle stesse aziende per quelle realtà imprenditoriali con meno di 5o dipendenti.
    La cifra accantonata viene rivalutata ogni anno in base ai livelli di inflazione e serve a costituire la liquidazione o una pensione integrativa, da incassare alla fine del rapporto lavorativo.

    Aspi anticipata per associarsi in cooperativaMa cosa cambia con il provvedimento del Governo, contenuto nella Legge di Stabilità, che stabilisce le possibilità di chiedere in via anticipata tale somma? A partire dal 1° Marzo e fino al 31 dicembre 2017, i lavoratori dipendenti potranno chiedere l’erogazione immediata, ogni mese, degli accantonamenti maturati dal 1 marzo alla fine del 2017.
    Quali sono, però, le conseguenze di questa scelta che, va ricordato. ha un mero carattere facoltativo?
    Il lavoratore avrà uno stipendio mensile maggiorato e quindi una disponibilità economica superiore nel breve periodo. Il sito Panorama.it ha calcolato che per uno stipendio di mille euro, l’aumento, tasse incluse, dovrebbe essere di circa 90 euro al mese.

    Ma veniamo al punto critico: le tasse per l’appunto. La liquidazione anticipata del Trattamento di Fine Rapporto viene sottoposta, infatti, alla tassazione ordinaria, non a quella speciale come avviene per il normale Tfr.
    I lavoratori dipendenti delle aziende private saranno costretti, dunque, a pagare un Irpef maggiore, considerato l’aumento del loro stipendio su base mensile.
    La conseguenza è che il lavoratore avrà una liquidità maggiore nel breve periodo, ma una diminuzione delle risorse nel lungo periodo.
    Sarà inferiore, ad esempio, la cifra della liquidazione e quella della pensione integrativa.
    Non è  un caso, allora, che le richieste pervenute alle imprese siano, al momento, praticamente irrisorie. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, solo il 6% dei dipendenti ne ha fatto richiesta e l’11% dichiara di farlo entro la fine 2015. L’83%, invece, manterrà le vecchie modalità di liquidazione.
    Si tratta, dunque, per adesso di un parziale fallimento, neanche troppo imprevisto.
    I vantaggi economici sono esigui anche su base mensile e una tassazione più elevata spaventa i lavoratori, già gravati da un imponente carico fiscale. Le stesse piccole aziende sono costrette a chiedere dei prestiti alle banche per evitare ulteriori problemi di liquidità che già affliggono le piccole e medie imprese italiane.
    In via definitiva si tratta di una manovra meritevole nell’intento (rilanciare i consumi per far ripartire gli investimenti), ma fallace negli strumenti fiscali adottati.



  • Da una parte ci sono milioni di disoccupati in cerca di un lavoro ed in condizioni economiche precarie; dall’altra un’Unione Europea rigida sulle proprie posizioni, consapevole che l’indebitamento non è la soluzione dei problemi di natura sociale. Lo dimostra anche il recente passato che ha decretato il fallimento di alcuni strumenti di natura assistenziale.
    Difficile fare da arbitri in questa situazione. L’Italia ci prova, con non poche difficoltà.

    polettiSono due gli argomenti sul tavolo del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: pensioni e reddito minimo garantito.
    Le questioni si scontrano con le direttive della Commissione europea in materia di bilancio. Rivedere questi due istituti per coprire determinate fasce di popolazione in difficoltà significherebbe aprire un fronte con le istituzioni europee che proprio in questi giorni hanno fornito il proprio parere positivo sulle recenti misure adottate dal Governo Renzi.

    Nonostante i possibili dissidi in sede europea, il Ministro Poletti ha aperto all’inserimento di norme che favoriscano la pensione anticipata. Il lavoratore dipendente potrebbe ottenere, dunque, di andare in pensione prima del raggiungimento dei requisiti pensionistici, accettando però di ricevere una cifra ridotta.
    Il risparmio per lo Stato sarebbe notevole nel lungo periodo, mentre nei primi mesi comporterebbe un aumento della spesa pubblica sanzionabile dalle istituzioni europee.
    Il Governo dovrà comunque intervenire sul tema delle pensioni. Sono troppe le fasce di popolazione penalizzate. Lo ammette lo stesso Poletti che fa riferimento, ad esempio,, a chi perde il lavoro e non matura i requisti pensionistici.
    Per questi soggetti sarà necessario trovare una soluzione attraverso un ammortizzatore sociale o un altro strumento di natura transitorio.

    Il sistema pensionistico italiano necessita di una riforme nel senso di una maggiore flessibilità in entrata. Non è un mistero, però, che l’Unione Europea non veda di buon occhio questo tipo di misure.
    Non a caso nel pacchetto di misure proposte da Tsipras all’Eurogruppo, il primo ministro greco è stato costretto, giocoforza, ad eliminare gli incentivi alle pensioni anticipate, limitando così la flessibilità del proprio stato in materia previdenziale.
    Anche il nuovo presidente dell’Inps, Tito Boeri, auspica una riforma delle pensioni. Lo ha dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Per l’Ue se si consentono i pensionamenti anticipati risalta solo l’aumento immediato della spesa ma non il fatto che poi si risparmierà perché l’importo della pensione sarà più basso. Bisogna battersi in Europa per arrivare a una valutazione intertemporale del bilancio”.
    Ma la proposta forte di Boeri non riguarda le pensioni, bensì la formulazione di un reddito minimo garantito per le categorie in difficoltà “finanziato dalla fiscalità generale”.
    La povertà nel nostro paese è un fenomeno in crescita ed in quanto tale non va trascurato. Vedremo se il Governo valuterà veramente l’introduzione di un istituto di questo tipo che certamente troverebbe il favore di alcune forze parlamentari come Sel ed il Movimento 5 Stelle.



  • Arrivano luci e ombre dal mercato del lavoro. In attesa di valutare gli effetti del Jobs Act, l’Istat rilascia le informazioni relative al mese di gennaio e all’anno 2014.
    Anche se il mondo del lavoro “non mostra chiari segnali di un’inversione di tendenza rispetto a quanto osservato negli scorsi mesi”, ci sono comunque molti spunti interessanti da valutare con attenzione.

    istatI segnali positivi arrivano dalle elaborazioni relative al mese di gennaio. Molti economisti si sarebbero aspettati un leggero aumento del tasso di disoccupazione dopo la diminuzione fatta registrare a dicembre.
    In realtà i dati forniti da Istat hanno rivelato una piacevole sorpresa. A gennaio, infatti, il tasso di disoccupazione è sceso ulteriormente attestandosi al 12,6%, in calo dello 0,3% rispetto al mese precedente.
    Il livello fatto registrare nel primo mese dell’anno 2015 corrisponde esattamente a quello di dodici mesi fa.
    Analizzando i dati nel dettaglio, notiamo una leggere crescita del numero di occupati, che ammontano in totale a 22 milioni di 320 milioni. Se sommiamo i dati di dicembre e quelli di gennaio, otteniamo 104 mila nuovi posti di lavoro.
    Numeri sicuramente incoraggianti se consideriamo che ci troviamo in pieno di periodo di recessione e che il periodo di riferimento è piuttosto ristretto.
    Anche la quantità di disoccupati è in diminuzione, visto che il numero di italiani senza lavoro è di 3 milioni e 221 mila, -0,6% rispetto al mese precedente.
    Per quanto riguarda, invece, i giovani tra i 15 ed i 24 anni, il tasso di disoccupazione nel mese di gennaio è al 42,7%, il livello minimo da 17 mesi a questa partita.

    Le notizie positive, però, finiscono qui. L’Istat ha stilato anche il bilancio complessivo per l’anno 2014.
    Il tasso di disoccupazione nel 2014 è stato del 12,7%, in assoluto si tratta del record negativo da quando questo indicatore è calcolabile, ovvero dal 1977 in poi.
    Preoccupano soprattutto i dati sul Mezzogiorno e sui giovani. Nelle zone meridionali del paese, infatti, la disoccupazione tocca picchi superiori al 20%. Se restringiamo l’analisi alle giovani donne del Sud, il tasso di disoccupazione raggiunge l’incredibile cifra del 58,8%.
    Un numero esorbitante che si accompagna a quello della disoccupazione giovanile, attestata al 42,7% ed in crescita di 2,6 punti percentuale rispetto al 2013.
    Proiettando lo sguardo verso il futuro, le previsioni degli esperti del settore danno un mondo del lavoro relativamente stabile nel 2015 ed un tasso di disoccupazione finalmente in calo solo a partire dal 2016.
    Certamente è difficile valutare con precisione quali saranno gli effetti di fattori interni, come il Jobs Act, e di quelli esterni, quali la svalutazione dell’Euro ed i possibili cambiamenti normativi proposti dalla nuova Commissione europea.
    Qualche segnale di ripresa è riscontrabile (export, Pil, disoccupazione), ma l’uscita dal periodo di recessione appare ancora piuttosto lontana.



  • Il periodo di servizio svolto durante la vigenza del contratto di formazione e lavoro deve essere computato nell’anzianità di servizio, anche in quelle ipotesi in cui questa sia presa in considerazione da discipline che hanno fondamento nella sola contrattazione collettiva, come quella sugli scatti di anzianità.

    Formazione

    E’ questo il principio sancito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 20074/10, con la quale la S.C. ha dovuto valutare la legittimità della norma di CCNL del settore autoferrotranvieri nella parte in cui impediva al lavoratore, il cui contratto di formazione e lavoro fosse stato trasformato in contratto a tempo indeterminato, di beneficiare di aumenti periodici di anzianità, computando anche l’anzianità di servizio maturata nel periodo del contratto di formazione e lavoro.

    Poiché il D.L. n. 726 del 1984, all’art. 3 dispone che “il periodo di formazione è computato nell’anzianità di servizio”, il problema che si è posto in giurisprudenza è stato quello di stabilire se alla contrattazione collettiva fosse, o meno, consentito di operare tale modifica (peggiorativa) del disposto legislativo.

    Le Sezioni Unite sono quindi intervenute per superare il precedente contrasto giurisprudenziale, stabilendo che “l’equiparazione posta dalla legge (periodo di formazione e lavoro = periodo di lavoro ordinario), in quanto formulata in termini generali ed assoluti, non è derogabile dalla contrattazione collettiva”. L’equiparazione tra periodo di formazione ed anzianità di servizio esprime quindi un generale canone che si sovrappone, per il suo carattere inderogabile, anche alla contrattazione collettiva, la quale può sì disciplinare nel modo più vario istituti contrattuali rimessi interamente alla sua regolamentazione, come gli scatti di anzianità, ma non potrebbe introdurre un trattamento in senso lato discriminatorio in danno dei lavoratori che abbiano avuto un pregresso periodo di formazione.



  • Ci vorranno mesi, forse anni, per valutare gli effetti della riforma del mercato del lavoro.
    L’auspicio del Governo Renzi è che possa generare un aumento delle nuove assunzioni, grazie al nuovo contratto a tutele crescenti e agli incentivi fiscali presenti nella Legge di Stabilità.
    Le misure previste nel Jobs Act entreranno in vigore a partire dal 1° Marzo. A quel punto l’Italia non potrà più voltarsi indietro.
    Un ulteriore anno di immobilismo nel mercato del lavoro potrebbe avere conseguenze devastanti per il nostro paese.

    caschetto lavoroNon ci sono, però, solo notizie negative per l’Italia. Uno dei settori maggiormente in crescita è quello della produzione di automobili.
    Il boom di ordini per la Jeep Renegade e la nuova 500 X ha portato Fiat-Chrsyler ad aumentare in maniera esponenziale la propria produzione e a tornare ad investire sul capitale umano. È notizia di questi giorni l’assunzione di 1000 nuovi addetti presso lo stabilimento di Melfi, in Basilicata.
    Proprio Melfi, grazie alla produzione della Grande Punto, della Jeep Renegade e della nuova 500 X diventerà il più grande stabilimento del settore automobilistico d’Italia ed uno dei più grandi d’Europa.

    Le buone notizie, però, non si fermano qui. Nel corso di un incontro durato oltre 9 ore, Fca ha trovato l’accordo con i sindacati stabilendo il tipo di contratto che andranno a stipulare i nuovi assunti, ma anche le turnazioni che andranno a seguire e i relativi incentivi.
    In una prima fase i nuovi 1000 addetti firmeranno un contratto in somministrazione, che verrà trasformato poi in un contratto a tempo indeterminato attraverso la nuova formula delle tutele crescenti.
    Vengono aumentati, inoltre, i turni, che passano da quindici a venti. In questo modo vengono garantiti circa 1.400 euro in più l’anno ai lavoratori.
    Sono stati posti anche degli incentivi economici per chi deciderà di svolgere i turni del sabato notte, della domenica pomeriggio e della domenica notte, che ammontano rispettivamente a 20, 25 e 40 euro.

    Nel corso della giornata odierna ci sarà l’incontro con la Fiom, la quale chiederà maggiori rassicurazioni sulla stabilizzazione dei nuovi assunti, oltre a delle turnazioni più blande e rispettosi delle pause.
    In generale, quello di Fca è un investimento importante, in un settore, quello automobilistico, che per anni è stato l’emblema di un’Italia in crisi.
    La speranza è che Fiat possa fungere da stimolo positivo per altre aziende e rilanciare finalmente il tessuto occupazionale.



  • Venerdì scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato due decreti attuativi sulla riforma del mercato del lavoro.
    Il primo e più discusso prevede l’istituzione del nuovo contratto a tutele crescenti.
    Il secondo e meno reclamizzato provvedimento introduce alcune modifiche nella disciplina degli ammortizzatori sociali.
    Il premier Matteo Renzi ha definito questa serie di misure come un passo importante verso una maggiore garanzia dei lavoratori, una volta usciti dal circolo occupazionale.

    caschetto lavoroLa principale novità in tal senso è l’introduzione della cosiddetta Naspi.
    Si tratta di un’indennità di disoccupazione e riguarda i lavoratori del settore privato che hanno perso il proprio posto di lavoro.
    Sostituisce il precedente sussidio (Aspi e mini-Aspi), aumentando la cifra dell’indennizzo ed il suo periodo massimo di durata.
    Mentre l’Aspi, infatti, veniva corrisposta in base allo stipendio medio del lavoratore, per un massimo di 1.195,37 euro al mese, la Naspi prevede un sussidio pari al 75% del compenso mensile del dipendente e fino ad un massimo di 1300 euro.
    C’è, dunque, una copertura finanziaria maggiore, coordinata con un aumento della durata del sussidio, che passa dai 10-16 mesi dell’Aspi ad i 24 mesi massimi della Naspi.
    Per quanto riguarda, invece, i requisiti per poter accedere a questo ammortizzatore sociale, bisognerà avere ottenuto almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni e 30 giornate di lavoro effettive negli ultimi 12 mesi.

    Il decreto attuativo sugli ammortizzatori sociali contiene, però, altri istituti rilevanti.
    Uno di questi è il sussidio di disoccupazione per le famiglie disagiate.
    In sostanza si configura come una sorta di prosecuzione della Naspi per un periodo, però, non superiore a sei mesi.
    Si parla di famiglie disagiate perché è rivolta a quei lavoratori che si trovano in difficoltà economica, hanno figli minorenni a carico o sono vicini alla pensione; l’ammontare del contributo corrisponde al 75% dell’ultimo assegno Naspi.

    Un aspetto molto importante di questa misura riguarda l’obbligo per i disoccupati di seguire uno specifico percorso di reinserimento nel mondo del lavoro, pena la perdita del sussidio.
    La capacità di ri-professionalizzare un lavoratore è la caratteristica principale dei sistema occupazionali basati sulla flexicurity, vigenti sopratutto nell’Europa del Nord.
    Più volte in Italia si è tentato di introdurre elementi che bilanciassero flessibilità e sicurezza, eliminando gradualmente alcune tutele all’interno del rapporto di lavoro ed incentivando le garanzie in entrata (minor costo del lavoro per le nuove assunzioni, forme contrattuali più vantaggiose per il datore di lavoro, ecc.)
    Sono mancati, però, gli strumenti adeguati per il reinserimento del lavoratore una volta perso il proprio posto di lavoro. L’Italia deve certamente incentivare i corsi di professionalizzazione per i disoccupati: solo in questo modo che la flessibilità potrà verificarsi non solo in un’uscita, ma anche e soprattutto in entrata.
    Un cittadino, infatti, deve avere la possibilità di adattarsi alle nuove esigenze del mercato ed apprendere nuove competenze. Un simile bilanciamento di flessibilità e sicurezza può certamente aiutare l’Italia ad diminuire il proprio tasso di disoccupazione ed intraprendere finalmente la strada della crescita.



  • Il rapporto “Education at a Glance Interim”, pubblicato in questi giorni dall’Ocse, fornisce un’immagine non edificante dei giovani italiani.
    L’indagine dell’organizzazione internazionale ha analizzato la realtà giovanile dei paesi industrializzati, cercando di individuare il loro livello occupazionale ed il loro grado di fiducia verso la situazione attuale.
    Il quadro che emerge in relazione all’Italia non è dei più confortanti.

    bilancioLa variabile presa in considerazione dal rapporto Ocse è il cosiddetto Neet (Not in Education, Employment or Training). Si tratta in sostanza di un indicatore che analizza la percentuale di giovani tra i 15 ed i 29 anni che non sono all’interno del sistema scolastico o universitario, ma che non hanno neppure un lavoro e non svolgono un corso di formazione.
    In Italia il Neet tra i giovani maschi è del 35%, in assoluto il più alto in Europa, mentre quello delle giovani donne è del 25%. Questi dati vanno ad aggiungersi a quelli sulla disoccupazione giovanile che nei mesi passati ha raggiunto livelli persino superiori al 40%.
    Se, dunque, quasi un giovane su due non lavora, addirittura uno su tre è fuori anche dal sistema scolastico e professionale.

    Non è certamente la situazione ideale per guardare al futuro con fiducia. Come riportato dal Corriere della Sera, infatti, il livello di fiducia dei giovani italiani che non lavorano e non studiano è comparativamente più basso rispetto a quelli che possiedono un’occupazione o sono all’interno del circolo scolastico.
    L’indagine è svolta dall’Istituto Toniolo, insieme alla Fondazione Cariplo ed Intesa San Paolo. Secondo questo rapporto solamente il 25% dei “Neet” crede che “Gran parte delle persone sono degne di fiducia”.
    In generale si tratta di persone che possiedono scarsi legami familiari e personali e che sono convinti di non riuscire a migliorare la propria situazione. Questo li porta, il più delle volte, a non cercare neppure lavoro e a rimanere, dunque, all’interno della drammatica spirale dei Neet.

     



  • Passato in ombra tra le pieghe dei decreti attuativi del Jobs Act, nella giornata di venerdì il Governo ha presentato anche il Ddl concorrenza.
    A differenza di altre misure dell’esecutivo, non è stato un provvedimento particolarmente reclamizzato.
    Il perchè è presto detto. Se escludiamo alcune novità nel settore assicurativo ed in quello notarile, il decreto legge sulla concorrenza presenta pochi sostanziali elementi innovativi e tanti rinvii a data da destinarsi.
    Anche questa volta, come spesso accade in materia di liberalizzazioni, le pressioni esercitate dalle lobbies ed in generale dalle categorie professionali hanno avuto la meglio.
    L’ultima effettiva operazione riformatrice sul tema risale al decreto Bersani, dunque quasi 10 anni addietro.
    Ma analizziamo alcuni punti critici del ddl.

    17112014Il settore più discusso è quello farmaceutico. Non è avvenuta, ad esempio, l’auspicata liberalizzazione dei cosiddetti farmaci di fascia C, ovvero quelli destinati a curare patologie di lieve entità.
    Le parafarmacie non potranno vendere questo tipo di prodotti, che saranno commercializzati esclusivamente dalle farmacie. Su questo punto è stato forte il veto dei professionisti del settore e delle case farmaceutiche, così come è stato decisivo l’intervento del ministro della Sanità Lorenzin, la quale ha stoppato l’intervento adducendo che una simile liberalizzazione avrebbe comportato un abuso di farmaci tra i cittadini.
    Restano, comunque, dei dati emblematici che invitano tutti ad una seria riflessione. Come riportato, infatti, dal quotidiano La Stampa sono circa 79mila i farmacisti italiani, in assoluto il numero più alto d’Europa.
    Un’incentivazione della concorrenza in questo ambito sarebbe stata, dunque, quantomai auspicabile, anche alla luce delle richieste dell’Anti-trust e dell’Unione Europea in materia di libera concorrenza.

    Sono state rinviate anche le riforme sulle autorità portuali, i servizi locali di trasporto ed i tassisti.
    Nessuna apertura ai privati, ma solo rinvii a date da destinarsi. L’impressione è che ci siano troppi interessi in ballo e che la presenza corposa di categorie professionali in Parlamento rischia di frenare in eterno provvedimenti di questo tipo.
    Qualche risultato è stato, invece, ottenuto nel settore notarile. Diminuiscono, infatti, gli atti per i quali è richiesta la notifica del notaio.
    Per le transazioni di immobili ad uso non abitativo e del valore inferiore ai 100mila euro basterà la certificazione di un avvocato.
    Vengono apportate, infine, delle modifiche nel settore assicurativo. In particolare, gli automobilisti potranno usufruire di sconti se decideranno di accettare determinate condizioni, come l’installazione dei rilevatori dei tassi alcolemici e della scatola nera, la stipula di clausole contro le frodi assicurative e la riparazione dell’auto in officine convenzionate con le assicurazioni.



  • Archiviato il capitolo lavoro, il Governo Renzi ha pronto un nuovo provvedimento atteso da molti mesi, quello sulla scuola.
    Il lancio della campagna “La buona scuola” ha permesso un confronto tra insegnanti, presidi, studenti e rappresentanti delle istituzioni su come migliorare il settore scolastico, soprattutto dal punto di vista didattico.
    Venerdì il Consiglio dei Ministri ufficializzerà il decreto legge, ma possiamo già individuare alcuni punti salienti che saranno parte integrante del Ddl.

    classe-banchiLa misura più importante riguarda l’assunzione dei precari. In tutto dovrebbero essere circa 120mila, dunque qualche migliaia di unità in meno rispetto ai 150mila paventati.
    C’è, però, grande incertezza sui criteri che verranno adottati per il processo di stabilizzazione degli insegnanti.
    Un’eventuale regolarizzazione di massa dei precari rischierebbe di far venir meno due principi fondamentali: la valutazione professionale degli insegnanti e le esigenze delle singole scuole.
    Per questo motivo il Governo sta studiando le possibili soluzioni. Una di queste contemplerebbe l’assunzione di quei professori che hanno coperto una cattedra vacante per più di 36 mesi.
    Si dovrebbe tener conto anche dell’anzianità e delle graduatorie di istituto, in modo da collocare i professori nelle scuole maggiormente scoperte e attraverso i profili professionali richiesti.

    L’intento dell’esecutivo è evitare i ricorsi che potrebbero fioccare qualora il decreto legge dovesse penalizzare alcune categorie di precari iscritti nelle liste.
    Ma la regolarizzazione del mondo del precariato non è l’unica misura presente nel provvedimento.
    Si interverrà anche dal punto di vista della didattica, fornendo maggiore autonomia alle scuole ed incentivando l’interdisciplinarità.
    Crescerà, ad esempio, il potere dei presidi. Questi ultimi avranno maggiore autonomia finanziaria e potranno così decidere di dirottare le risorse dell’istituto verso determinati progetti didattici.
    Essi stessi avranno il compito di valutare l’operato degli insegnanti e decidere se premiarli o meno attraverso incentivi remunerativi.
    Una scuola, dunque, che diventa quasi un’impresa, con i presidi che svolgono alcune funzioni dei manager e gestiscono il proprio istituto attraverso criteri di efficienza e merito.

    Per quanto riguarda, infine, i piani didattici, si cercherà di dare spazio a materie quali italiano, musica, sport ed arte, provando in questo modo a stimolare la creatività degli studenti. Al terzo ed al quarto anno delle scuole superiori verranno inserite anche discipline di stampo giuridico ed economico; allo stesso tempo si punterà alla digitalizzazione delle scuole, inserendo materie come il “coding” ovvero il pensiero computazionale ed incentivando l’utilizzo di tablet e del wi-fi.
    È prevista, inoltre, l’implementazione dell’alternanza scuola-lavoro anche per i licei: le aziende saranno chiamate ad effettuare oltre 200 ore di stage con gli studenti delle scuole superiori, i quali saranno valutati anche in base al rendimento sul luogo di lavoro.



  • Dopo oltre quattro ore, il Consiglio dei Ministri ha approvato i primi due decreti attuativi del Jobs Act e dato l’ok preliminare per il riordino dei contratti.
    Una giornata che il premier Matteo Renzi ha definito storica in un tweet apparso sul suo profilo ufficiale questa mattina, poco prima dell’inizio del Consiglio dei Ministri.
    renzi jobs act

    Il Governo ha messo a punto gli ultimi dettagli della riforma sul mercato del lavoro. Un testo estremamente discusso, soprattutto all’interno del Partito Democratico, e che ha visto forti opposizioni anche da parte della Cgil.
    La modifica dell’art. 18 e la disciplina del nuovo contratto a tutele crescenti diventano così effettive. A partire dal 1° Marzo, tutte le imprese potranno assumere nuovi dipendenti attraverso la nuova tipologia contrattuale istituita nel Jobs Act.
    L’esecutivo ha “tolto gli alibi” ai datori di lavoro, ha dichiarato Mattteo Renzi nella conferenza stampa di presentazione dei decreti attuativi: “Abbiamo ridotto le tasse e tolto incertezze. Il lavoro presenta più flessibilità in entrata e più tutele in uscita».

    L’intento del Governo è lanciare un nuovo modello occupazionale, incentrato su un tipo di contratto a tempo indeterminato.
    D’ora in poi assumere attraverso una forma contrattuale a termine sarà svantaggioso per i datori di lavoro, soprattutto dal punto di vista fiscale.
    La Legge di Stabilità prevede, infatti, una serie di sgravi sull’Irap e sulla contribuzione previdenziale per tutte quelle aziende che decideranno di utilizzare il contratto a tutele crescenti per assumere nuovi dipendenti.
    Quest’inversione di tendenza è possibile solo grazie alla riduzione dei costi reali dei licenziamenti. La modifica dell’art. 18, infatti, esclude il reintegro nel posto di lavoro per tutte le fattispecie di licenziamenti economici e per la maggior parte dei licenziamenti disciplinari.
    In questi casi i lavoratori avranno diritto ad un indennizzo economico crescente in base all’anzianità di servizio. Di qui, appunto, la dizione “tutele crescenti” per definire il nuovo contratto a tempo indeterminato.
    Il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile solo per i licenziamenti discriminatori e per quei licenziamenti disciplinari dove viene provata l’insussistenza del fatto materiale contestato.

    renziLa nuova disciplina giuridica, dunque, facilita l’accesso al mondo del lavoro, rendendo più flessibile, allo stesso tempo, il rapporto di lavoro stesso.
    Le imprese potranno, ad esempio, licenziare i propri dipendenti per cause di tipo economico, senza dover “temere” il reintegro obbligatorio dello stesso in seguito alla pronuncia del giudice.

    I decreti attuativi del Jobs Act erano chiamati, però, a disciplinare anche altre questioni problematiche.
    Una su tutte era la norma sui licenziamenti collettivi. Il Governo, in questo caso, è andato dritto per la sua squadra e, a dispetto di quanto richiesto dalle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, estende la modifica dell’art. 18 anche ai licenziamenti collettivi.
    Il premier Matteo Renzi si esprime così a tal proposito “Questi provvedimenti si occupano di assunzioni collettive. Questo è un Paese che guarda al futuro, che sta ripartendo. I decreti approvati dal Cdm servono a fare assunzioni collettive, non licenziamenti collettivi”. 

    La speranza del Governo è appunto di far crescere rapidamente il numero di occupati già da quest’anno, trasformando, ad esempio, migliaia di contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato.
    A partire dal 2016 i rapporti di lavoro a progetto e l’associazione in partecipazione non potranno più essere stipulati, se non attraverso accordi sindacali. Renzi stima in 200.000 il numero di cocopro che verranno trasformati in contratti a tempo indeterminato.
    Certamente il rinvio al 2016 del riordino delle fattispecie contrattuali a termine stona un po’ con le aspettative della vigilia, che vedevano un Governo pronto a fare uno sforzo importante anche da questo punto di vista.

    Un altro provvedimento contenuto nei due decreti attuativi riguarda la cosiddetta Naspi. Si tratta di un ammortizzatore sociale indirizzato a chi perde il lavoro.
    Rispetto alla vecchia Aspri durerà più a lungo, per un periodo complessivo massimo di 24 mesi.
    Secondo il premier Renzi, i nuovi ammortizzatori sociali tuteleranno di più e meglio i lavoratori, bilancio così la maggiore flessibilità introdotta con il contratto a tutele crescenti.
    I prossimi passi del Governo in materia di lavoro, come annunciato dallo stesso Primo Ministro, saranno sulla Cassa Integrazione e sulla nuova Agenzia Nazionale del Lavoro.

     



  • Il turnover nella pubblica amministrazione può avere inizio. Il Ministro Marianna Madia ha firmato la circolare che stabilisce il pensionamento obbligatorio per tutti i dipendenti che hanno maturato i requisiti pensionistici.
    La vecchia normativa consentiva ai dipendenti della P.A. di restare in servizio per altri due anni una volta raggiunta l’età pensionabile.

    torno subitoNel 2012 i lavoratori che hanno usufruito di questa opportunità sono stati circa 1.200, di cui 600 nel settore giudiziario. Secondo le elaborazioni del Ministero della Pubblica Amministrazione, queste stime vanno addirittura riviste al rialzo negli ultimi due anni.
    La scarsa disponibilità economica dei cittadini, provocata da una recessione sempre più insistente, ha spinto molti lavoratori a scegliere di mantenere il proprio posto di lavoro fino ai limiti consentiti dalla legge.
    Il cosiddetto trattenimento in servizio ha, però, frenato il turnover all’interno degli enti pubblici, impedendo il ringiovanimento del settore.
    Il Decreto Legge n.90/2014 intende appunto operare nel senso del ricambio generazionale.

    Il limite ultimo per poter usufruire del trattenimento in servizio era stato fissato nel 31 ottobre 2014: a partire da quella data l’amministrazione può decidere di rescindere unilateralmente il contratto con il proprio dipendente quando quest’ultimo ha raggiunto i requisiti di pensionabilità.
    La circolare firmata in data odierna serve per disciplinare alcuni casi problematici, soprattutto nel settore giudiziario e sanitario.
    Una di queste eccezioni riguarda il caso in cui il lavoratore ha raggiunto l’età pensionabile, ma non gli anni di servizio necessari. La circolare spiega questa fattispecie nel dettaglio: “in alcune ipotesi l’amministrazione è tenuta a proseguire il rapporto di lavoro con il dipendente e tale prosecuzione non costituisce un trattenimento vietato dalla legge. Ciò si verifica, innanzitutto, quando il dipendente non matura alcun diritto a pensione al compimento dell’età limite ordinamentale o al compimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia”.
    In questo caso“l’amministrazione deve proseguire il rapporto di lavoro con il dipendente oltre il raggiungimento del limite per permettergli di maturare i requisiti minimi previsti per l’accesso a pensione non oltre il raggiungimento dei settant’anni di età”. 

    Per quanto riguarda, invece, i magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari il trattenimento in servizio sarà ancora valido fino al 31 dicembre 2015. I dirigenti medici e del ruolo sanitario, infine, potranno rimanere in servizio fino a 70 anni in modo da raggiungere i 40 anni di servizio effettivo.