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  • Il rapporto Ocse Pensions at a Glance 2015 ha rivelato le distorsioni del sistema pensionistico italiano, scatenando le reazioni del mondo politico e della società civile.
    A fare eco sono state soprattutto le dichiarazioni del presidente dell’Inps Tito Boeri, che nel corso della presentazione del rapporto ha parlato della possibilità concreta che un ragazzo nato nel 1980 possa ricevere un trattamento pensionistico del 25% inferiore a quello di una persona nata nel 1945, con il rischio di dover andare in pensione a 75 anni.

    Un’analisi che si fonda sulle difficoltà dei giovani ad entrare nel mercato del lavoro e di farlo attraverso forme contrattuali stabili.
    polettiQuesta situazione di perenne precarietà impedisce loro di versare i contributi necessari per ricevere un adeguato assegno previdenziale. In base alle previsioni Inps, solamente il 38,67% dei trentacinquenni prenderà la pensione prima dei 70 anni di età.
    In futuro, dunque, si rimarrà sul posto di lavoro sempre più a lungo: solamente una crescita più sostenuta, con una consequente riduzione del tasso di disoccupazione, potrà invertire la tendenza in atto.
    “I giovani – dichiara il ministro del Lavoro Giuliano Poletti – devono versare i contributi se vogliono una copertura previdenziale, visto che non mi risulta siano stati immaginati strumenti alternativi che garantiscano soluzioni migliori”.
    Ecco allora che la previsione di Boeri appare quanto mai realistica: “Non ho nessuna intenzione di smentire o confermare le sue parole – aggiunge Poletti – perché credo che Boeri abbia fatto delle valutazioni valide”.
    La crisi economica rischia, dunque, di rivoluzionare l’intero welfare state, specie in quelle aree dell’Europa Mediterranea dove il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40%. E a pagarne le spese saranno soprattutto i giovani.



  • Si svolgerà domani a Roma, presso il Westin Excelsior Rome, la quarantaseiesima assemblea generale di Uniceb, l’organizzazione che tutela in campo nazionale e comunitario gli interessi della filiera delle carni.
    L’assemblea affronterà le questioni più attuali che interessano il settore zootecnico, a partire dal tema della corretta informazione sul valore nutritivo delle carni all’interno delle diete, anche in relazione al recente allarme lanciato dall’Oms.

    Saranno presenti tra gli altri Paolo De Castro parlamentare europeo, membro della commissione agricoltura e della delegazione per le relazioni con gli unicebStati Uniti; Francesco Schittulli, presidente nazionale della Lega italiana per la lotta ai tumori; Silvio Borrello, direttore generale della sanità animale e dei farmaci veterinari del Ministero della Salute; Felice Assenza, direttore generale delle politiche europee ed internazionali del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ed Ezio Castiglione, presidente Ismea.
    Oltre alle questioni sanitarie, verrà affrontato anche il tema dell’internazionalizzazione con un’analisi delle opportunità offerte dai nuovi mercati. Verrà ribadita, inoltre, la necessità di attivare precise strategie di aggregazione e di collaborazione tra gli attori della filiera, specie in un momento di crisi del settore, complice anche il crollo della domanda interna.
    Il comparto delle carni ha un valore economico di 32 miliardi di euro, corrispondente a circa il 15% del valore dell’intero settore alimentare. Implementare corrette strategie di comunicazione e politiche aziendali rivolte all’internazionalizzazione significa ridare dignità ad un comparto che rappresenta uno dei simboli del Made in Italy agroalimentare e che rischia, dopo l’allarme lanciato dall’Oms, di accusare gravi perdite in termini d’immagine e di valore economico.

     

     



  • Il sistema pensionistico italiano rischia di non essere sostenibile.
    È questa la conclusione del rapporto Ocse “Pensions at a glance 2015”, un’analisi comparata sui modelli pensionistici dei diversi paesi appartenenti all’area Ocse.
    L’Italia si contraddistingue soprattutto per un livello elevato di assegni previdenziali che ricade ovviamente sui contributi sul lavoro dipendente, che con il 33% (23,81% per l’impresa e 9,19% per il lavoratore) sono i più alti dell’area Ocse.

    Secondo l’organizzazione internazionale l’Itala investe molto per il sistema pensionistico, tassando in maniera pesante il lavoro. Questo può comportare ad un ricorso sempre più intensivo al lavoro sommerso.
    27102014Il secondo paese con un sistema contributivo più esigente dell’Italia è la Svizzera, distante ben 7 punti percentuali.
    Gli over 65 nel nostro paese, dunque, ricevono un trattamento favorevole: il loro reddito corrisponde addirittura al 95% della media nazionale.
    Se da una parte gli anziani possono beneficiare di un sistema “generoso”, dall’altra ci sono alcuni soggetti che vedono una preoccupante messa in discussione dei propri diritti: le mamme ed i giovani.
    Per quanto riguarda i ragazzi la questione è presto detta. Le difficoltà ed i ritardi nell’entrare all’interno del mercato del lavoro impedisce loro di versare i contributi necessari per avere un trattamento pensionistico adeguato.
    La crisi ha aggravato questa situazione. L’Ocse prevede, dunque, che i giovani nel prossimo futuro possano ricevere delle pensioni nettamente più basse.
    Ma la questione si estende anche a chi usufruisce del congedo per maternità.
    L’Italia, sottolinea l’organizzazione internazionale, è il paese nel quale l’assenza dal posto di lavoro per cinque anni, causa maternità, provoca una riduzione più cospicua dell’assegno pensionistico.
    In un terzo degli Stati dell’area Ocse, il congedo di maternità non ha alcun effetto sull’entità della pensione. Una problematica che l’Ocse riconduce anche all’assenza di un vero e proprio congedo parentale, che consentirebbe al padre di assentarsi dal luogo di lavoro nei primi anni di vita del figlio.



  • Il gruppo Pd ha presentato alla Commissione Bilancio alla Camera un emendamento alla Legge di Stabilità sui pagamenti elettronici.
    Nell’intento di incentivare l’utilizzo dei Pos anche per i micro-pagamenti, il Partito Democratico ha proposto l’abolizione della soglia dei 30 euro, una cifra sotto la quale gli esercenti allo stato attuale possono rifiutare di accettare pagamenti elettronici.

    L’innalzamento del limite di utilizzo del contante a tremila euro ha scatenato un acceso dibattito politico circa la ratio della suddetta norma. Secondo posl’opposizione un simile provvedimento incentiva l’evasione fiscale limitando la tracciabilità dei movimenti di denaro.
    Il Governo, invece, ritiene che l’inserimento di soglie massime per l’utilizzo del contante non rappresenti uno strumento efficace di lotta all’evasione, ma si limita casomai a frenare i consumi.
    Per incentivare i pagamenti elettronici il partito di maggioranza ha presentato, dunque, una serie di emendamenti sull’E-payment che si pongono come obiettivo quello di rendere maggiormente tracciabili le operazioni pagamento, anche quelle di piccola entità.
    Oltre all’eliminazione della soglia di 30 euro, è stata proposta anche la riduzione delle commissioni per i pagamenti elettronici con un importo inferiore ai 5 euro.
    Un ultimo emendamento riguarda, infine, la previsione di sanzioni per quegli esercenti che non accettano i pagamenti elettronici non adeguandosi alla nuova normativa.
    Sono ancora molti, infatti, gli esercizi commerciali che non dispongono di Pos e che non sono disposti ad affrontare le spese di installazione di questo sistema, corrispondenti, secondo Sos tariffe, a duemila euro l’anno. E pensare che il 15% degli italiani dichiara di rinunciare all’acquisto se non può pagare con la carta di credito o di debito; una cifra cospicua che evidentemente, però, non riesce a persuadere i commercianti ed i professionisti circa la necessità assoluta di possedere un Pos.



  • Negli ultimi dieci anni i consumi d’olio extra vergine degli italiani sono diminuiti del 25%.
    Una cifra enorme che insieme all’aumento dell’importazione di prodotti provenienti dalla Spagna, dalla Grecia e più recentemente dalla Tunisia, rende l’idea dello stato di difficoltà del settore.

    Le cause del crollo sono individuabili soprattutto negli scandali giudiziari (l’ultimo quello che ha coinvolto sette note case produttrici) che hanno piano olivicolo nazionalerivelato una serie di truffe e di contraffazioni alimentari ai danni dei consumatori. Anche la diffusione di virus come la Xylella e di problemi fitosanitari cronici come la mosca olearia ha portato gli italiani a ridurre gli acquisti di olio d’oliva, ridimensionando il mercato interno di uno degli alimenti chiave della dieta mediterranea.
    La situazione del settore è estremamente preoccupante ed è aggravata, sottolinea Coldiretti, dall’invasione di prodotti provenienti dalla Tunisia, diventata ormai il terzo fornitore del nostro paese dopo Spagna e Grecia.
    Nel 2015 c’è stata una crescita di import d’olio dalla Tunisia del +734%. L’olio tunisino o spagnolo viene spesso mescolato con quello italiano e venduto con marchi nostrani, magari acquistati da aziende estere.
    Il prodotto in questione, dunque, è tutt’altro che espressione del Made in Italy.
    Gli ultimi dati sulla campagna olearia 2015-2016, però, sembrano ridare un po’ di fiducia ai produttori. Secondo Unaprol quest’anno dovrebbe esserci un aumento della produzione del +46% a livello nazionale, con 298.348,20 tonnellate di olio prodotto.
    Tutte le regioni, eccetto la Sardegna che vede una diminuzione della produzione del 20%, dovrebbe incrementare in maniera sensibile la quantità d’olio per via della scomparsa della mosca olearia e di condizioni climatiche abbastanza favorevoli in tutta Italia.
    Oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore rispetto a quella di un paio di anni fa, i segnali positivi arrivano anche dalla qualità che quest’anno dovrebbe essere molto elevata.



  • L’Istat ha fornito i dati sui conti economici trimestrali, un’elaborazione che esamina aggregati come il Pil, gli investimenti, i consumi, le importazioni e le esportazioni.
    Secondo l’Istituto di Statistica, nel terzo trimestre del 2015 il Prodotto Interno Lordo è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

    Le ultime stime davano una variazione positiva dello 0,9% su base congiunturale, una previsione che ha visto, dunque, una leggera deviazione rispetto al dato reale.
    latteNegli altri paesi, riporta l’Istat, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti e nel Regno Unito e dello 0,3% in Francia e in Germania. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% nel Regno Unito, del 2,2% negli Stati Uniti, dell’1,7% in Germania e dell’1,2% in Francia. Nel complesso, il PIL dei paesi dell’area Euro è aumentato dello 0,3%.
    Per quanto riguarda, invece, la domanda interna, i segnali sono contrastanti.
    Nel terzo trimestre del 2015 c’è stato un aumento dei consumi finali nazionali su base congiunturale (+0,4%) e delle importazioni (+0,5%), ai quali, però, fa da contraltare una riduzione degli investimenti fissi lordi (-0,4%) e soprattutto delle esportazioni (-0,8%), anche se si rileva una netta crescita dell’export su base annua (+3,5%).
    Se analizziamo i singoli comparti troviamo cifre record per l’agricoltura. Il Pil del settore agricolo è, infatti cresciuto del 2,3% su base trimestrale e del 3,7% su base annua.
    L’agricoltura è a conti fatti il motore della crescita italiana in questo periodo storico, grazie anche all’effetto Expo e all’appeal del Made in Italy agroalimentare, che sta vivendo momenti di grande splendore.
    Bene anche l’industria che cresce dello 0,4% rispetto al precedente trimestre e dell’1,3% rispetto all’anno scorso. Il settore che raggruppa le attività del commercio, alberghi e pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni perde, invece, lo 0,2% sia sua base trimestrale che annua.



  • Diminuisce ancora la disoccupazione, ma è solo un dato illusorio.
    In base alle elaborazioni dell’Istat relative al mese di ottobre, il tasso di disoccupazione si attesta sull’11,5%, rimanendo inalterato rispetto al mese precedente e mostrando invece una diminuzione di 1,4 punti percentuali nel confronto con ottobre 2014.

    I numeri appena riportati porterebbero a pensare ad un netto miglioramento del mercato del lavoro italiano. In realtà la questione è più complessa.
    Di pari passo con una riduzione tendenziale del tasso di disoccupazione e con un calo del numero dei disoccupati (-13mila su base mensile e -410 mila su base disoccupazione ottobreannua), va registrata una contestuale diminuzione della stima degli occupati e soprattutto una crescita preoccupante del numero di inattivi, ovvero le persone che non cercano lavoro.
    Secondo l’Istat nel mese di ottobre c’è una variazione negativa degli occupati dello 0,2% (-39mila addetti) per effetto del calo dei lavoratori indipendenti, mentre quelli dipendenti rimangono invariati.
    Su base annua, invece, c’è un aumento del numero di occupati (+75mila persone) e del tasso di occupazione (+0,4%).
    Il dato che inquieta più di tutti è quello relativo al numero di inattivi. Sempre più italiani sono sfiduciati e, complice anche un sistema di politiche attive estremamente deficitario, smettono di cercare lavoro.

    Non è un caso che l’Italia presenti la quota più alta in Europa di Neet, ovvero di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione.
    In un anno gli inattivi sono aumentati di 196mila unità ed il tasso di inattività è cresciuto di 0,6 punti percentuali.
    In questo modo, dunque, si spiega la diminuzione della disoccupazione. L’Istat, infatti, calcola il tasso di disoccupazione prendendo in considerazione solamente il numero di persone che cerca attivamente lavoro: diminuendo queste decresce consequenzialmente anche il tasso di disoccupazione.
    Già il mese precedente c’era stata una riduzione della disoccupazione determinata in parte dalla crescita degli inattivi.
    Il fenomeno, adesso, diventa preoccupante. Più volte in questa sede abbiamo ribadito la necessità di integrare il Jobs Act con una modifica sostanziale del sistema di politiche attive del nostro paese.
    Le debolezza degli organismi che fungono da tramite tra il lavoratore e il datore di lavoro si riflette su tutto il sistema, creando un’enorme quantità di persone che, sfiduciate, rinunciano letteralmente a cercare lavoro.
    Al momento, in Italia, sono addirittura più di 14 milioni gli inattivi a fronte di 22 milioni di occupati e di 2,9 milioni di disoccupati. Disoccupazione ed inattività sono due problemi che vanno di pari passo, sottovalutare una delle due questioni significa non comprendere l’entità del problema lavoro in Italia.



  • Mercoledì scorso è stata celebrata in tutto il mondo la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
    Il 25 novembre rappresenta ogni anno un momento di riflessione sulle questioni di genere, una discussione che parte dal problema della violenza per arrivare alla questione della parità di diritti e di retribuzione nei luoghi di lavoro.

    Come rileva l’Istat nelle sue rilevazioni mensili, il tasso di disoccupazione femminile è ancora comparativamente più elevato rispetto a quello maschile.
    Nel mese di settembre, per fare un esempio, il tasso di disoccupazione femminile si attestava al 12,5% contro l’11,3% maschile.
    donne imprenditriciIl livello di diseguaglianza è ancora più accentuato al Mezzogiorno. Nel secondo trimestre del 2015 il tasso di occupazione degli uomini è del 58,67% contro il 33,97% delle donne.
    Al Nord, per rendere l’idea delle differenze territoriali, il tasso di occupazione femminile è del 61,12% (quasi trenta punti percentuali di divario).
    Al Sud, in poche parole, lavora solo una donna su tre: un dato che spiega alla perfezione il disagio economico e sociale vissuto da chi vive nel Mezzogiorno.
    In generale, però, sempre secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2015 l’occupazione femminile ha raggiunto uno dei livelli più alti degli ultimi venticinque anni, attestandosi al 50,9%. Questo vuol dire che in Italia una donna su due lavora.

    Siamo arrivati, dunque, ad un momento di svolta in materia di parità di genere? La risposta purtroppo è negativa.
    L’incremento del tasso di occupazione femminile è dovuto principalmente all’innalzamento dell’età pensionabile, disciplinato dalla tanto discussa riforma Fornero.
    Le donne, dunque, sono costrette a lavorare ben oltre i 60 anni di età. In un mercato del lavoro stagnante come quello italiano, questa situazione ha degli effetti negativi sull’entrata nel circuito lavorativo delle giovani donne.
    Secondo l’Istat, infatti, dal 2011 (anno dell’approvazione della riforma delle pensioni) ad oggi le lavoratrici over 55 hanno raggiunto quota 1,5 milioni, crescendo di quasi mezzo milione di unità.
    A questa variazione positiva fa da contraltare, però, una diminuzione delle lavoratrici under 35, passate da 2 milioni a 1.730.
    Si tratta, dunque, di un andamento positivo solamente illusorio. I numeri aggregati sono comunque deludenti: l’obiettivo delle istituzioni europee, venuto fuori dalla Conferenza di Lisbona, è arrivare ad un tasso di occupazione femminile del 60%.
    L’Italia, dunque, con il suo 50,9% è ancora ben lontana da questo traguardo neanche troppo ambizioso.



  • La regione con gli stipendi più alti d’Italia è la Lombardia.
    Lo rivela un’indagine dell’Osservatorio Jobpricing per Repubblica, secondo la quale il livello medio dei salari di chi lavora in Lombardia è di 31.179 euro.
    L’analisi è stata condotta prendendo in considerazione solamente i lavoratori dipendenti, vengono esclusi, dunque, autonomi e P.A.

    Alla Lombardia va anche la palma della provincia di più “ricca” d’Italia, con Milano che fa registrare i salari più elevati.
    stipendi italiaIl capoluogo lombardo spicca, infatti, con i suoi 34.508 euro medi per lavoratore dipendente.
    Tra le altre regioni, bene anche Trentino Alto Adige (30.803), Emilia Romagna (29.894), Lazio (29.615) e Valle d’Aosta (29.484); la regione fanalino di coda è, invece, la Calabria che presenta un salario medio di 23.465 euro; poco più avanti la Basilicata (23.876) e la Sardegna (24.110).
    Esistono, dunque, delle differenze sostanziali tra i vari contesti regionali, mitigati solo in parte da un costo della vita diverso tra regioni come la Lombardia e la Calabria che si trovano ai lati opposti della graduatoria.
    Il pessimo risultato della Calabria è dato dalla sommatoria dei livelli salariali delle singole province; non a caso quella di Crotone, con 22.736, è la seconda peggiore d’Italia, dietro quella di Medio Campidano.
    Nella bottom ten troviamo anche Reggio Calabria (sestultima con 23.033) e Vibo Valentia (la decima peggiore con 23.282).
    Per quanto riguarda, invece, le province con il reddito più elevato, spicca l’assenza di Roma tra le prime dieci, mentre dietro Milano troviamo Bolzano (32.987), Genova (31.404), Parma (31.273) e Reggio Emilia (30.913).



  • Continua a salire la fiducia dei consumatori e questa volta raggiunge il massimo storico.
    Nel mese di novembre l’indice elaborato dall’Istat tocca quota 118,4 punti, crescendo di 1,4 punti rispetto al mese precedente e facendo registrare la vetta più alta da quando sono iniziate le serie storiche (gennaio 1995).

    Il miglioramento del clima di fiducia è sicuramente un’ottima notizia per l’Italia in vista del periodo natalizio ed in generale in ottica ripresa dei consumi.
    makersL’arretramento della domanda interna è stata uno dei principali fattori di crisi delle aziende italiane, soprattutto le piccole e medie imprese che, a causa delle loro dimensioni ridotte, privilegiano il mercato interno piuttosto che tentare la sfida estera.
    Un’eventuale ripresa dei consumi, già in parte certificata dagli ultimi dati Istat, renderebbe il tessuto imprenditoriale italiano più propenso ad investire.
    In base alle elaborazioni dell’istituto di statistica, l’aumento maggiore riguardare la componente economica, passata da 153,3 a 158,3.
    Cresce, dunque, la percentuale di italiani che vede dei miglioramenti nella situazione economica del Paese; più limitata, invece, è la fiducia per quanto riguarda la situazione personale (a 105 da 103,9), quella corrente (a 111,6 da 109,3) e quella futura (a 128 da 127,2).
    Stazionario, invece, è il livello di fiducia delle imprese, che rimane comunque ai livelli più alti dall’inizio della crisi.
    L’indice di fiducia delle imprese è passato, infatti, da 107 di ottobre a 107,1 di novembre, con delle variazioni positive maggiori nelle costruzioni e nei servizi di mercato, mentre diminuisce nella manifattura e nel commercio al dettaglio.



  • Laurearsi a 28 anni prendendo 110 e lode? Non serve a niente, meglio prendere 97 a 21 anni.
    Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, esprime un concetto molto forte, discusso e discutibile nel corso della convention di apertura di «Job&Orienta», la 25esima mostra del convegno nazionale dell’orientamento, scuola, formazione, lavoro.

    «Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più – ha affermato Poletti – si butta via del tempo che vale molto, molto di più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, ma non serve a niente».
    polettiSecondo il ministro del Lavoro nel nostro Paese c’è un’attenzione eccessiva al voto, un aspetto che porta molti studenti a rinviare il conseguimento della laurea ed entrare così tardi nel mondo del lavoro.
    Il tempo rappresenta un elemento essenziale per accumulare esperienze e conoscenze che non siano esclusivamente teoriche e competere al meglio con i giovani provenienti da altre nazioni.
    L’opinione espressa dal ministro Poletti è sicuramente condivisibile, ma probabilmente andrebbe ribaltata la questione. Siamo sicuri che terminare gli studi prima, anche con delle votazioni inferiori al 110 e lode, aiuti i ragazzi appena laureati ad essere maggiormente competitivi?
    Perché se è vero che negli altri paesi europei i percorsi di studio liceali ed universitari durano di meno, è anche vero che esiste un mercato del lavoro pronto ad accogliere un giovane diplomato o laureato.
    L’Italia, al contrario, presenta un sistema meno dinamico, con una flessibilità, adesso, più accentuata all’interno del rapporto di lavoro, ma con una rigidità di sistema ancora troppo marcata.
    In altri termini, i vincoli contrattuali sono più facili da sciogliere, ma una volta terminato il rapporto di lavoro i giovani hanno enormi difficoltà a rimanere all’interno del circuito lavorativo.
    Un mercato del lavoro, inoltre, che non premia o non premia abbastanza il merito siamo sicuri sia realmente equo? Un discorso a parte andrebbe fatto, inoltre, per le scuole e le università, il cui distacco dalla realtà lavorativa in termini di competenze e conoscenze è diventato ormai abissale: l’incentivazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro (in parte attuati nel decreto “La buona scuola”) appare più urgente che mai.
    L’eccessiva attenzione al voto può essere valutata, in via definitiva, come un sintomo della patologia e non come la patologia in sé.



  • La guerra del latte è finalmente giunta al termine? Nella giornata odierna è stato raggiunto un accordo tra le organizzazioni dei produttori agricoli, i rappresentanti dell’industria, le cooperative e la Gdo sul prezzo del latte.
    In tutto verranno pagati per i prossimi tre mesi circa 3 centesimi in più al litro (2,1 dall’industria e 1 dal Governo attraverso i fondi europei), ponendo fine ad una querelle che ha causato in questi giorni numerosi momenti di tensione ed un blocco del settore preoccupante per tutti gli attori coinvolti.

    Fondamentale è stata l’azione di mediazione del ministro Martina. Il Ministero delle Politiche Agricole, Ambientali e Forestali è riuscito a far sedere le parti attorno ad un tavolo, dopo la rottura del 12 novembre, quando la componente agricola si era rifiutata di contrattare giudicando inadeguata la proposta di aumento di 1 centesimo al litro del prezzo del latte.
    latte accordoDa 34 centesimi si passerà, adesso, ad un pagamento di 37 centesimi e soprattutto verrà abolita l’indicizzazione dei prezzi della Germania, dove il latte costa 29 centesimi al litro, che portava inevitabilmente ad un deprezzamento del prodotto italiano.
    L’accordo prevede nuovi meccanismi di indicizzazione che tengono conto del maggiore costo della materia prima nel nostro paese e la previsione di contratti standard difficilmente eludibili.
    A favore dei produttori c’è anche un corposo investimento da parte del Governo, che ha dirottato verso il comparto 26 milioni di euro di fondi europei per i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, risorse che contribuiranno a far crescere il prezzo del latte di un centesimo.
    Ma il problema del prezzo è solo una delle tante questioni che deve fronteggiare il lattiero caseario. C’è anche, ad esempio, quella relativa all’importazione di materia prima proveniente dall’estero.

    Per aumentare la riconoscibilità del prodotto italiano, la Gdo si impegnerà ad effettuare azioni di valorizzazione e di promozione del latte e dei formaggi italiani.
    Soddisfatto il ministro Martina: “Sono strumenti che si attendevano da anni e che ora dobbiamo mettere in moto subito. Il nostro impegno va avanti consapevoli che stiamo parlando di un settore strategico non solo per la filiera agroalimentare, ma per l’economia italiana”.
    Anche il presidente dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, Giorgio Mercuri, valuta in maniera positiva l’accordo trovato e rilancia in vista delle prossime sfide che attendono l’intero comparto: “Per quanto ci riguarda – ha dichiarato Mercuri – la cooperazione ha rappresentato in questo periodo un riparo vitale per i quasi 28mila soci, con le 700 cooperative che hanno potuto pagare un prezzo sempre superiore a quello del mercato. Per questo motivo sarà sempre più importante intraprendere percorsi di aggregazione in sintonia con logiche di filiera integrate, ed è anche questo che ci impegneremo a promuovere nei prossimi tavoli”.
    Il presidente di Confagricoltura, Mario Guidi, parla di un “accordo ponte” che supera le contrapposizioni di questi mesi e che servirà a “lavorare tutti assieme per sviluppare rapporti di filiera efficaci, definire un accordo stabile e valorizzare il latte italiano”.
    “È una boccata di ossigeno alle imprese che si trovano in un grave momento di difficoltà
     – ha dichiarato il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo – ma la battaglia della coldiretti continua nelle sedi istituzionali per arrivare al più presto alla corretta identificazione dei prodotti che usano latte italiano con l’indicazione in etichetta, che impedisca di spacciare come made in italy il prodotto importato