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  • Gianpiero Calzolari, coordinatore del settore lattiero caseario dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari, nonchè presidente di Granarolo Italia, ha parlato del futuro del comparto in occasione della IV Assemblea Nazionale dell’Alleanza delle Cooperative agroalimentari.
    Le frizioni di questi giorni tra industriali e produttori agricoli ha reso ancora più grave la crisi di un settore che deve fare i conti con la scarsa remuneratività dei prezzi e con la presenza massiccia di latte di provenienza estera sui nostri scaffali.

    La cooperazione rappresenta una parte essenziale del comparto con 27.550 allevamenti (pari al 68% del totale in Italia) e circa 700 imprese cooperative che raccolgono il 70% della materia prima nazionale (quasi 7 milioni di tonnellate di latte).
    latte italiaLe coop contribuiscono al sistema lattiero-caseario nazionale con un valore economico di circa 7 miliardi di euro (export all’11%), che corrisponde al 45% del fatturato complessivo della filiera.
    Per questo motivo l’Alleanza delle Cooperative ha lanciato una proposta per la creazione di un Organismo interprofessionale del latte, con a capo dirigenti cooperativi.
    Secondo Calzolari la costituzione dell’Oi è un provvedimento fondamentale per ristrutturare un mercato, quello italiano, che si presenta saturo e con scarse prospettive in termini di consumi.
    Non basta, però, guardare al contesto nazionale, ci sono alcuni mercati emergenti che rappresentano già adesso opportunità commerciali enormi per le aziende agricole italiane: “L’export crescerà nel prossimo medio e lungo periodo – dichiara Calzolari – grazie alla domanda europea ma soprattutto a quella dei Paesi emergenti, come Cina, Corea del Sud, Indonesia, Nord Africa e Sud America, particolarmente attratta dai nostri formaggi Dop. Per questo la cooperazione si concentrerà anche sulle relazioni con questa domanda dinamica del nostro lattiero-caseario, a fronte di un mercato interno saturo, dove è urgente l’adozione di provvedimenti. Come la costituzione di un’organizzazione interprofessionale tra produzione e distribuzione che dovrà necessariamente passare dalla cooperazione, cui viene conferito circa il 70% del latte prodotto nel nostro Paese”
    Un altro progetto in cantiere riguarda l’istituzione di un marchio 100% italiano con il latte prodotto dai soggetti aderente all’OI, che permetterebbe così ai consumatori di conoscere il prodotto made in Italy: “Sarà importante trovare – conclude Calzolari – delle forme di riconoscibilità del prodotto italiano e uscire dalle logiche del sottocosto, che non incentiva i consumi ma mette in seria difficoltà le imprese produttrici e di trasformazione”.


  • latte granarolo

    L’Alleanza delle Cooperative agroalimentari lancia una proposta ambiziosa per regolare in futuro i conflitti tra l’industria ed organizzazioni agricole del latte.
    L’idea del mondo della cooperazione è quella di istituire un organismo interprofessionale (Oi) del settore lattiero caseario che riunisce tutte le componenti della filiera.
    Sarebbe la stessa Alleanza delle Cooperative a guidare il nuovo organismo, possedendone tutti i requisiti.

    Secondo quanto stabilito dal decreto legge 51/2015 per istituire un organismo interprofessionale è necessario avere il 25% di rappresentatività del settore, latte_fresco_criterio che la cooperazione soddisfa pienamente potendo contare sul 58% della produzione e sul 70% della trasformazione.
    L’Alleanza delle Cooperative sta ultimando il progetto che presto finirà sul tavolo del Ministero delle Politiche Agricole, Ambientale e Forestali.
    In un momento storico di grande conflittualità tra mondo agricolo ed industriale, è quanto mai necessario un ente che faccia da tramite tra queste due realtà cercando di conciliare le due posizioni.
    L’associazione di rappresentanza delle coop agricole sembra incarnare tutte le caratteristiche per svolgere questo ruolo. Come dichiarato dal presidente dell’Alleanza Giorgio Mercuri ad Italia Oggi, non è ancora chiaro se questo organismo dovrà essere formato dagli organismi di rappresentanza o da quelli economici.
    In entrambi i casi la cooperazione è pronta a prendere le redini dell’Oi.

    Sarebbero molteplici e rilevanti le funzioni in capo al nuovo organismo. Innanzitutto c’è quella di stabilire il prezzo del latte, una questione che ha portato in questi giorni ad una durissima battaglia tra produttori ed industriali, culminata con il blocco dello stabilimento di Lactalis.
    L’organismo interprofessionale avrebbe il compito di porre anche le regole di produzione, cercare nuovi approdi per il latte italiano oltre a promuoverlo all’interno del mercato nostrano.
    Ma l’aspetto più importante, per il quale l’Alleanza delle Cooperative si sta battendo da mesi, è l’istituzione del marchio 100% italiano.
    Il fenomeno dell’importazione del latte è in continua ascesa, come testimoniato dagli ultimi dati diffusi da Coldiretti, che parlano di una percentuale di latte proveniente dall’estero vicina al 50%.
    L’idea è quella di costituire un marchio 100% italiano gestito dall’Oi, con un latte prodotto e commercializzato solamente dalle organizzazioni appartenenti all’organizzazione interprofessionale.



  • Nel nuovo pacchetto cultura annunciato ieri dal premier Matteo Renzi c’è anche l’istituzione del 2 per mille destinato alla cultura con la possibilità di inserire un destinatario specifico.
    La novità è profonda ed interesserà le centinaia di associazioni culturali presenti in Italia.

    Nello schema precedente, il contribuente poteva sì decidere di dirottare il proprio 5 per mille verso la cultura, ma a differenza di altri settori, non esisteva la possibilità di specificare il destinatario.
    pacchetto culturaLe risorse venivano destinate in maniera generica al Ministero delle Attività e dei Beni Culturali, somme che venivano poi ripartite tra le varie organizzazioni culturali che si candidavano per riceverle.
    Con il pacchetto cultura, innanzitutto, non si parla più di 5 per mille, ma di 2 per mille così come avviene, ad esempio, per i partiti politici. All’atto della presentazione della dichiarazione dei redditi i contribuenti potranno così decidere di destinare il 2 per mille dell’Irpef non solo ai partiti politici, ma anche ad associazioni culturali specifiche inserendo il codice fiscale del beneficiario.
    Si tratta di una novità rilevante che rientra all’interno di una serie di misure per valorizzare il patrimonio culturale ed artistico del nostro Paese.
    Il Primo Ministro Matteo Renzi ha annunciato investimenti in cultura per un miliardo di euro ai quali si aggiungeranno, per l’appunto, gli eventuali contributi privati.
    Uno degli interventi più reclamizzati è l’assegnazione di un bonus di 500 euro per coloro che compieranno 18 anni l’anno prossimo, che potrà essere utilizzato esclusivamente nei musei, nei teatri o nelle librerie e per lo svolgimento di qualsiasi attività di tipo culturale.



  • Oggi, 25 novembre, è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Onu con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999.
    La data scelta ricorda il 25 novembre del 1960, quando le tre sorelle Mirabal, accusate di tramare contro il regime del dittatore Trujillo, furono brutalmente assassinate.

    La comunità internazionale ha deciso da qualche anno ormai di promuovere azioni di sensibilizzazione per la parità di genere e contro la violenza sulle donne.
    Nell’ultimo decennio è aumentata certamente la sensibilità nei confronti delle questioni di genere, con l’approvazione anche di numerose leggi sulla parità dei sessi.
    violenza contro le donneCome riporta l’Onu sono 119 i Paesi che hanno approvato leggi sulla violenza domestica e 125 sul ‘sexual harrassment’ (le molestie a sfondo sessuale).
    L’Italia ha inserito nel proprio ordinamento la Legge n. 119 del 15 ottobre 2013  sulla violenza contro le donne, la legge sullo stalking e la ratifica della Convenzione di Istanbul sulla lotta e la prevenzione agli atti di violenza, specie quelli che avvengono tra le mura domestiche.
    Nonostante sia aumentato il numero di norme per tutelare questo tipo di situazioni, sono ancora poche le donne che denunciano gli abusi, soprattutto quelli di tipo domestico.
    Come sottolineato dal rapporto Onu, in tutto il mondo il 35% delle donne ha subito una violenza fisica o sessuale ed i due terzi delle vittime di omicidi in ambito domestico sono donne.
    In Italia la situazione non è migliore: secondo l’Istat sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale, corrispondenti al 31,5% del genere femminile tra i 16 e i 70 anni, quasi una su tre, e solo il 12% ha denunciato questo tipo di atti.

    Il problema, dunque, non è solo di tipo giuridico, ma soprattutto culturale. Non è un caso che il tasso di disoccupazione sia più alto tra le donne, con una retribuzione che va dal 70% al 90% di quella degli uomini; il genere femminile, inoltre, ha enormi difficoltà ad arrivare nei ruoli apicali delle istituzioni, delle aziende e delle pubbliche amministrazioni.
    Il problema della violenza e della subordinazione della donna ha, dunque, delle ripercussioni inevitabili nell’ambito lavorativo.
    Solo attraverso una più accurata campagna di informazione, che parta dalle scuole primarie e finisca con le università ed i luoghi di lavoro, si può estirpare una convinzione culturale che limita di fatto lo sviluppo economico e sociale della comunità internazionale.



  • Il Primo Ministro Matteo Renzi ha annunciato le misure approvate dall’esecutivo per contrastare il terrorismo e sostenere le attività culturali.
    Il presidente del Consiglio ha parlato di un investimento di un miliardo di euro per la sicurezza e di un altro miliardo per la cultura. Un dirottamento di risorse che porterà allo slittamento della riduzione dell’Ires per le imprese al 2017, una misura che sarebbe comunque scattata solamente previa accettazione della “clausola migranti” da parte della Commissione europea.

    «Per ogni euro in più investito sulla sicurezza – dichiara Renzi – ci deve essere un euro in più investito sulla cultura. Per ogni intervento sulla cyber security renzi istatdeve crescere una startup. Ci deve essere più pulizia nelle nostre periferie. La risposta non può essere solo securitaria».
    Nel dettaglio, la misura prevede un investimento di 500 milioni di euro nella sicurezza italiana, 150 milioni nella cybersecurity, altri 50 milioni nella strumentazione delle forze dell’ordine. Tra i provvedimenti deliberati dal Governo c’è anche l’estensione del bonus 80 euro a tutte le persone che lavorano nelle forze dell’ordine.
    L’Italia, afferma Renzi, risponde all’attacco contro la cultura europea ed occidentale attraverso un rafforzamento del nostro bagaglio culturale. L’investimento in educazione sarà equivalente a quello nella sicurezza. Cinquecento milioni, in particolare, andranno alle città metropolitane per la riqualificazione delle periferie.
    L’esecutivo inserirà, inoltre, la possibilità di destinare il due per mille a specifiche associazioni culturali e fornirà ai giovani che compiono diciotto anni una card attraverso la quale sarà possibile partecipare ad attività artistiche e culturali.



  • Italia, Francia e Spagna sono avvisate. I tre maggiori produttori di vino al mondo devono guardarsi dalla concorrenza sempre più agguerrita dai paesi oltre oceano: Cile, Nuova Zelanda, Argentina e Sudafrica stanno emergendo come dei mercati di riferimento nel settore vitivinicolo con una crescita delle esportazioni davvero sostenuta.

    A riportarlo è Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma sul mercato del vino che analizza le dinamiche del settore svolgendo un compito di grande rilievo per le aziende vitivinicole italiane.
    vino cileStando ai dati riportati dall’osservatorio sul vino, nei primi otto mesi del 2015 i paesi dell’emisfero Sud hanno avuto un incremento dell’export più sostenuto rispetto a Italia e Francia.
    La quantità di vino esportato dalla Nuova Zelanda è cresciuta del 13%, quella del Cile dell’8%, dell’Argentina del 4% e dell’Australia del 2%.
    Italia e Francia, invece, hanno fatto registrare rispettivamente una variazione negativa del 3% e del 2%.
    Alcuni individuano le ragioni di questo exploit nella svalutazione delle monete dei paesi emergenti, al cospetto di un euro che ha rafforzato la propria posizione nei confronti del dollaro.
    In realtà, le spiegazioni vanno ricercate innanzitutto nel costo del prodotto che risulta essere inferiore rispetto al vino di qualità italiano o francese, ma anche nella stipulazione di una serie di accordi commerciali con paesi come la Cina, che hanno reso più vantaggioso per gli importatori comprare il vino cileno o neozelandese rispetto a quello italiano.
    Il mercato cinese rappresenta un’opportunità commerciale enorme per il nostro paese; mentre la Francia ha una posizione quasi dominante in questo contesto, le aziende vitivinicole italiane hanno difficoltà ad accedere a questo mercato, lasciando spazio così ai paesi dell’emisfero Sud.
    Le imprese agricole italiane devono fronteggiare delle imposte elevatissime (14% per i vini imbottigliati e 20% per quelli sfusi) per poter entrare in Cina, quando ci sono realtà come il Cile e l’Australia che attraverso accordi commerciali con le istituzioni e gli importatori hanno abbattuto le barriere doganali e si apprestano ad invadere questo mercato.
    Le istituzioni italiane dovranno, allora, compiere un passo importante per evitare che il più grande produttore mondiale di vino possa gradualmente cedere il passo a realtà emergenti (Cile e Nuova Zelanda) e ad altre consolidate (Francia e Spagna).



  • L’Istat ha comunicato i dati relativi ai contratti collettivi nazionali e alle retribuzioni contrattuali.
    Secondo le elaborazioni dell’Istituto di Statistica, ad ottobre 2015 c’è stato un aumento delle retribuzioni contrattuali orarie dello 0,1% rispetto a settembre e dell’1,2% nel confronto con l’anno precedente.
    In tutto i contratti collettivi nazionali di lavoro coprono il 62% degli occupati dipendenti, corrispondenti al 59% del monte retributivo.

    Il settore privato fa registrare un miglioramento tendenziale delle retribuzioni dell’1,7% mentre i lavoratori pubblici hanno lo stesso trattamento economico 27102014dell’anno precedente.
    I comparti con l’incremento tendenziale maggiore sono quelli del tessile, abbigliamento e lavorazioni pelli (+4,5%), agricoltura (+3,9%), energia e petroli (+3,5%). Si registrano, invece, variazioni nulle nei settori del credito e assicurazioni, delle telecomunicazioni e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.
    Per quanto riguarda, invece, il numero di contratti, l’Istat ne individua 39, che regolano il trattamento economico di 8 milioni di dipendenti.
    L’incidenza complessiva nel settore privato è dell’80,9%, con il settore agricolo che ha una copertura del 100%, mentre l’industria del 95,9% ed i servizi privati del 66,2%.
    Non si registra nel mese di ottobre alcun rinnovo contrattuale; la percentuale di lavoratori dipendenti in attesa del rinnovo è del 38% (invariata rispetto al mese precedente), di cui il 19,9% nel settore privato.
    Nello specifico sono 36 i contratti da rinnovare (15 nella pubblica amministrazione), con un’attesa media calcolata sul totale dei dipendenti di 22,2 mesi, in crescita rispetto a un anno prima (19,8).



  • La notizia dell’apertura di un’inchiesta da parte della procura di Torino contro sette note case produttrici di olio, colpevoli, secondo il Pm Guariniello, di aver venduto olio vergine spacciandolo per extravergine, ha fatto scattare l’allarme nell’intero comparto.
    Dopo un’ultima annata disastrosa a causa del virus Xyella, il settore olivicolo necessita di un cambio di marcia che possa riportare l’Italia ai vertici europei in termini di vendite e di immagine.

    Per questo motivo il mondo del commercio, dell’industria e dei produttori ha stretto un accordo di filiera per rafforzare i controlli anti-frode e rafforzare la qualità.
    olioSi tratta di un momento di grande rilevanza simbolica, perché, come dimostrato dalla crisi del latte, è estremamente difficile mettere insieme le istanze di queste tre parti.
    L’accordo ha una durata triennale ed è stato sottoscritto da Aipo, Cno, Unasco, Unaprol, Unapol, Assitoll, Federolio e Assofrantoi. Tra i contenuti dell’accordo c’è la realizzazione di controlli più stringenti per far emergere la qualità del prodotto.
    Le modalità verranno poi stabilite da una commissione di tecnici che valuterà il tipo di controllo più efficace.
    Tra le ipotesi c’è anche quella di inserire i cosiddetti “blind test”, ovvero dei controlli alla cieca sui campioni di olio extra vergine d’oliva.
    I produttori si sono impegnati al mantenimento di determinate qualità organolettiche in base agli standard stabiliti dai laboratori certificati ed hanno ottenuto un prezzo di vendita di 40 centesimi in più al chilo rispetto ai prezzi di mercato per le partite di olio qualitativamente superiori.
    L’intento, dunque, è riportare la qualità al centro della produzione, pagandola meglio. In questo modo il consumatore, qualora dovesse trovare negli scaffali olio a prezzi stracciati (difficile reperirlo ad un prezzo inferiore a 7 euro al litro), capirebbe benissimo di trovarsi di fronte ad una truffa alimentare o ad un prodotto proveniente dall’estero.



  • L’Istat ha fornito i dati sulle stime di povertà ed esclusione sociale degli italiani nel 2014 in base ai redditi percepiti nel 2013.
    Quello descritto dall’Istituto di statistica è un quadro inquietante che mostra come la crisi abbia accresciuto le diseguaglianze portando molto famiglie alle soglie della povertà.
    Nel 2014 si attesta al 28,3% la stima delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale residenti in Italia, secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa 2020.

    All’interno di questa categoria rientrano tutte le persone caratterizzate da da grave deprivazione materiale e bassa intensità di lavoro (calcolata sul numero totale di mesi lavorati dai componenti della famiglia durante il 2013).
    dati consumi italiaNel 2014 è diminuita la percentuale di persone gravemente deprivate per effetto della riduzione del numero di individui che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 13,9% al 12,6%), una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 51,0% al 49,5%) o una spesa imprevista pari a 800 euro (dal 40,2% al 38,8%).
    Aumenta, invece, la percentuale di persone con bassa intensità lavorativa, soprattutto nel Mezzogiorno (dal 18,9% al 20,9%).
    In generale sono solamente cinque i paesi dell’Unione Europea con un rischio di povertà o esclusione sociale maggiore rispetto all’Italia: Romania (40,2%), Bulgaria (40,1%), Grecia (36,0%), Lettonia (32,7%), Ungheria (31,1%).
    Spagna, Croazia e Portogallo hanno, invece, valori simili a quelli del nostro Paese.
    Dall’indagine dell’Istat si può ricavare anche il livello di reddito delle famiglie italiane ed il grado di diseguaglianza.
    “Nel 2013 – riporta l’Istat – si stima che la metà delle famiglie residenti in Italia abbia percepito un reddito netto non superiore a 24.310 euro l’anno (circa 2.026 euro al mese); questo valore scende a 20.188 euro nel Mezzogiorno (circa 1.682 euro mensili)”.
    Il Sud Italia si contraddistingue anche per un grado di diseguaglianza maggiore: la stima dell’indice di Gini, infatti, è di 0,305 contro lo 0,296 nazionale.



  • Il fenomeno del mancato utilizzo dei fondi europei non tocca minimamente il comparto del vino.
    Come riportato, infatti, dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, il settore vitivinicolo ha speso 336 mln di fondi Ue per aumentare la qualità delle produzioni e l’internazionalizzazione delle aziende del vino.
    Questa cifra rappresenta il 99,9% delle risorse messe a disposizione da Bruxelles.

    Sono stati due, in particolare, gli ambiti di intervento: la ristrutturazione dei vigneti e la promozione del vino italiano nei mercati esteri.
    italia primo produttore vinoPer quanto riguardo il primo aspetto, moltissime aziende si sono dotate di innovazioni tecnologiche in grado di migliorare la qualità delle produzioni con un investimento complessivo di 256 milioni.
    Le aree interessate dall’intervento sono state soprattutto quelle del Nord Est, ma anche alcuni vigneti emergenti come Pignoletto in Emilia Romagna, Pecorino in Abruzzo, Vermentino in Toscana ed in Sardegna, Negramaro e Nero di Troia in Puglia, hanno ricevuto finanziamenti europei.
    Ma l’aspetto più importante, probabilmente, che renderà il settore maggiormente competitivo riguarda gli investimenti in internazionalizzazione.
    Come abbiamo più volte riportato, l’Italia è diventata nel 2015 il maggior produttore di vino al mondo; un traguardo importante che unito alla rinomata qualità dei nostri vini può far crescere la quantità di vendite all’estero.
    Ci sono dei margini di sviluppo importanti sia oltreoceano (soprattutto in Cina e negli Stati) che in Europa. Non è un caso che nei primi otto mesi del 2015, come riporta Ismea, ci sia stato un aumento delle esportazioni del 6%.
    Per diventare, però, ancora più competitivi è necessario promuovere il nostro vino all’estero e veicolare processi aggregativi tra le piccole aziende, anche cooperative, in modo da consentire loro di tentare la sfida estera.
    In questo 2015 sono stati investiti 80 milioni in pratiche di promozione ed internazionalizzazione ed il Governo, come ha ribadito in questi giorni il ministro Martina, ha intenzione di fornire alle aziende vitivinicole strumenti e risorse adeguate per far crescere la quantità di export di un settore che rappresenta un modello di riferimento per tutto l’agroalimentare italiano.



  • Il Consiglio dei Ministri ha approvato il cosiddetto decreto “salva banche”, il provvedimento di salvataggio finanziario di Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e CariChieti.
    L’intervento non prevede alcun finanziamento pubblico, ma fa gravare l’onere dell’operazione sull’intero sistema bancario attraverso il Fondo di Risoluzione, finanziato dai contributi delle banche.

    Il costo complessivo della misura è di 3,6 miliardi, alcuni dei quali sono recuperabili con la vendita degli istituti finanziari. Nella serata di ieri è arrivato anche l’ok della Commissione europea che in precedenza aveva bocciato diverse proposte dell’esecutivo.
    salva bancheL’Unione Europea è molto rigida sul tema del salvataggio delle banche, non ammettendo alcuna forma di finanziamento statale alle banche.
    La soluzione trovata dal Governo prevede che vengano aperte due linee di credito da parte di alcuni dei maggiori istituti finanziari italiani, ovvero Intesa San Paolo, Unicredit ed Ubi.
    Verranno anticipati al Fondo di risoluzione le risorse necessarie per il salvataggio attraverso crediti a tassi d’interesse di mercato.
    Il primo debito verrà estinto entro la fine dell’anno grazie ai contributi versati dalle 208 banche del sistema non-Bcc al Fondo di risoluzione, una quota che ammonta a 500mila euro. A questa cifra andranno aggiunti 2 miliardi di annualità straordinarie.
    Il resto della cifra anticipata verrà, invece, restituita quando sarà completata la vendita degli istituti e dei crediti deteriorati.
    Ciascuna delle quattro banche vedrà una divisione interna tra la cosiddettà “banca buona” o “banca ponte” composta dai depositi, i conto correnti e le obbligazioni ordinarie e la “banca cattiva” dove ci saranno i crediti deteriorati.
    Le “banche buone” verranno gestite dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, mentre le “bad banks” saranno guidati da esperti di recupero crediti che proveranno a rivalutare e vendere le attività deteriorate.


  • europa bce

    La Commissione europea ha dato il via libera al Programma di Sviluppo Rurale Nazionale (PSRN) e al Programma di Sviluppo Rurale (PSR) delle regioni Campania, Calabria e Basilicata.
    Le risorse per il piano nazionale 2014-2020 saranno in tutto 2,14 miliardi, di cui 963 milioni di euro di fondi europei e 1,17 miliardi di euro di cofinanziamento nazionale.

    Sono tre le priorità individuate dalla Commissione per il prossimo periodo di fondi europei destinati all’agricoltura: la prevenzione e la gestione dei rischi eurogruppoaziendali, la salvaguardia della biodiversità animale ed il risparmio delle risorse idriche.
    Saranno circa 90.000 le aziende che beneficeranno dei fondi sulla prevenzione e la gestione dei rischi, 39 le razze bovine tutelate e 395.000 gli ettari di terreno nei quali verranno installati nuovi sistemi di irrigazione che prevedono il risparmio di acqua.
    Nel dettaglio, l’entità delle risorse destinate al Psr della Campania ammonta a 1,84 miliardi, di cui oltre 1,1 miliardi di euro di fondi Ue e 726 milioni di cofinanziamento nazionale.
    La Calabria, invece, riceverà 1,1 miliardi di euro, di cui 667,7 milioni di fondi europei e 435,9 milioni di euro di cofinanziamento nazionale, mentre la Basilicata avrà a disposizione circa 680,16 milioni di euro, di cui 411,49 milioni di euro in arrivo dal bilancio Ue e 268,67 milioni di euro di cofinanziamento nazionale.
    La speranza è che questa tornata di fondi europei non porti ancora una volta ad un sistema di finanziamenti a pioggia o di risorse non spese per mancanza di progetti seri e credibili.
    Dopo le recenti magre figure da parte delle istituzioni meridionali, il periodo 2014-2020 rischia di essere il punto di non ritorno per evitare che l’Unione Europea riduca drasticamente i finanziamenti per aree territoriali il cui sviluppo passa inevitabilmente da investimenti corposi e lungimiranti nel settore agricolo.