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  • Per conoscere il contenuto del nuovo Documento di Economia e Finanza dovremmo attendere con ogni probabilità la fine di questa settimana, quando il Consiglio dei Ministri dovrebbe varare l’intera manovra contabile contenente il Def, il Programma nazionale di riforma e l’aggiornamento del programma di stabilità.
    In attesa di sapere nel dettaglio gli obiettivi dell’esecutivo, possiamo effettuare un primo bilancio su quali saranno i più critici che il governo Renzi dovrà affrontare nelle prossime ore e portare avanti di qui alla fine della legislatura.

    Una delle questioni maggiormente problematiche riguarda la tassazione dei comuni. Il presidente dell’Anci, Piero Fassino, ha già espresso tutta la preoccupazione degli enti locali in merito alla Local Tax, l’imposta sugli immobili che a partire dal 2016 dovrebbe ricomprendere Imu e Tasi.
    Un ulteriore aumento del carico fiscale sui comuni, infatti, potrebbe mettere a repentaglio l’erogazione di alcune prestazioni sociali come gli asili nido, l’assistenza agli anziani ed i trasporti locali. Secondo Fassino i comuni sarebbero stati in questi anni l’ente istituzionale maggiormente colpito dalla pressione fiscale, il che ha portato numerosi enti locali a vivere una situazione di grave dissesto finanziario, tanto da non poter garantire ai propri cittadini alcuni diritti essenziali.
    La mobilitazione dell’Anci ha portato il Governo a rimandare di qualche giorno l’esame definitivo del Def, nella speranza di giungere ad un compromesso con l’associazione dei comuni visto che detiene un potere di veto importante sia all’interno delle Camere che nei singoli partiti.

    ctuCi sono poi delle tematiche che vanno affrontate in sede europea, dove l’Italia da tempo richiede una maggiore flessibilità dei conti pubblici. La recente revisione del Patto di Stabilità e crescita ed il varo del Quantitative easing fornisce all’Italia margini di manovra più ampio, grazie all’inserimento, ad esempio, della cosiddetta “clausola di flessibilità sulla riforme”.
    La Commissione ha deciso, infatti, di dare una mano a quei paesi che realizzeranno delle riforme strutturali con effetti quantificabili sul proprio potenziale di crescita. L’Italia vuole giocarsi questa carta e difatti si sta impegnando ad attuare una serie di interventi riformatori all’interno del mercato del lavoro, del settore bancario e della pubblica amministrazione.
    Da qui alla fine dell’anno l’esecutivo proseguirà su questa strada, cercando così di ottenere una clausola di flessibilità stimabile attorno allo 0,5% del Pil e di rinviare l’obiettivo del pareggio di bilancio al 2018.

    Il risparmio più rilevante potrebbe avvenire, però, dalla riduzione della spesa corrente. Da questo punto di vista il lavoro del commissario straordinario Carlo Cottarelli può offrire interessanti spunti operativi per capire quali possono essere i settori e le attività oggetto di tagli.
    Qualora il Governo dovesse riuscire ad ottenere una grande quantità di risorse, operando degli tagli alla pubblica amministrazione e ai costi della politica, potrebbe decidere di dirottare tali risorse per ridurre la pressione fiscale, specie quella sul lavoro.
    Sarebbe importante, ad esempio, mantenere oltre il 2017 gli incentivi fiscali sull’assunzione di nuovi dipendenti a tempo indeterminato o impedire il probabile aumento dell’Iva.



  • Con 165 voti a favore, 74 contrari e 13 astenuti è stato approvato in Senato il ddl anti-corruzione, il provvedimento che contiene una serie di misure per contrastare la corruzione e le pratiche elusive come il falso in bilancio.
    L’art. 8, proprio quello contenente la disciplina sul falso in bilancio, era uno dei più discussi dell’intera manovra e dopo mesi di polemiche è stato approvato con 124 voti favorevoli.
    Siamo in grado di effettuare un breve riepilogo di quelle che saranno le principali novità del provvedimento, in attesa di eventuali modifiche che potranno avvenire nei prossimi giorni quando il Ddl passerà alla Camera.
    L’impianto, comunque, resterà il medesimo.

    La ratio, per quanto riguarda i reati contro la pubblica amministrazione, è quella di inasprire le pene. Nel ddl appena approvato c’è, infatti, un generale innalzamento delle sanzioni.
    Per la corruzione propria (atti contrari ai doveri d’ufficio), ad esempio, si passa dai 4-8 anni attuali ai 6-10 anni della nuova disciplina normativa. Aumenta anche la pena massima per la corruzione impropria (si passa da 5 a 6 anni) e per la corruzione in atti giudiziari, si va dai 4-10 anni attuali ai 6-12 del nuovo decreto.
    Crescono anche le pene per il peculato e l’induzione indebita, la cui sanzione massima sarà in entrambi i casi di 10 anni e 6 mesi. Pure l’associazione mafiosa è protagonista di un inasprimento delle pene: i capi mafia, ad esempio, potranno scontare una pena che va da 15 a 26 anni contro i 12-24 attuali.

    14112014Ci sono poi due norme particolarmente significative che dovrebbero aiutare i magistrati nell’individuazione degli illeciti. Una di queste è lo sconto di pena, che va da un terzo a metà della sanzione, per i corrotti che decideranno di collaborare con la giustizia, aiutando le autorità ad individuare le prove del reato, gli altri responsabili e le modalità della pratica corruttiva in atto.
    Un’altra novità importante riguarda la possibilità di ricorrere al patteggiamento o alla condizionale per i reati contro la pubblica amministrazione solo qualora il responsabile restituisca alla P.A. la somma sottratta.
    In ogni caso per tutte queste fattispecie di reato, il corrotto sarà costretto a versare l’importo oggetto del fenomeno corruttivo.
    Aumentano, inoltre, i poteri dell’Autorità nazionale anti-corruzione (Anac), la quale potrà essere informata dai Pm nel momento in cui viene attivata un’azione penale.

    Confermata la norma sul falso in bilancio, com’è stata riportata in questi giorni. L’art. 8 del ddl disciplina una differenza tra società quotate e società non quotate. Per le prime le pene vanno da 3-8 anni, mentre per le seconde si va da un minimo di 1 anno ad un massimo di 5 anni; sono escluse soglie di non punibilità.
    La pena massima di cinque anni per le società non quotate risulta comunque rilevante, dal momento che esclude la possibilità che vengono effettuate intercettazioni: per tutti i reati con pena fino a 5 anni, la legge non consente l’utilizzo di questo strumento investigativo.
    È prevista, infine,  la possibilità di una riduzione della pena (6 mesi-3 anni) quando i fatti sono di modesta entità «tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta». 

     



  • Il termine “spending review” è certamente uno dei più utilizzati nel lessico politico degli ultimi anni.
    L’imponente macchina statale non riesce più a reggere i propri costi: il debito pubblico è diventato insostenibile, ragion per cui le istituzioni europee hanno imposto ai singoli stati di rivedere le proprie spese, tagliando i fondi alla burocrazia.
    Anche l’Italia è impegnata in questa operazione di revisione della spesa pubblica, iniziata in maniera sistematica dal governo Monti, proseguita con quello Letta e persistente con l’esecutivo guidato da Matteo Renzi.
    Il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, ha lavorato alacremente in questi mesi, cercando di individuare margini di manovra per poter risanare le casse dello Stato.
    Cinque mesi fa sono arrivate le sue dimissioni e a distanza di mesi sono state pubblicate le 19 relazioni del gruppo di lavoro, che mettono in luce i possibili provvedimenti da prendere per effettuare un’efficiente spending review.

    Sono tantissimi gli spunti di riflessioni ed i temi affrontati. Tra i più discussi vi è certamente quello dei costi della politica e della razionalizzazione degli enti locali, con particolare riferimento ai Comuni.
    La proposta del commissario Cottarelli è quella di accorpare tutti i comuni inferiori a dieci mila abitanti, oltre ad una riduzione del 20% del numero di assessori e consiglieri, un taglio ai loro emolumenti e l’eliminazione del Tfr per i sindaci.
    Questa serie di provvedimenti comporterebbe un risparmio di 255 milioni di euro l’anno.
    Lo stesso discorso interessa le Regioni; per quanto riguarda il finanziamento pubblico ai partiti c’è una vera e propria stoccata da parte del gruppo di lavoro nei confronti del Governo.
    Secondo Cottarelli ed il suo gruppo di lavoro, il rifiuto dell’esecutivo di approvare alcuni degli emendamenti presentati, tra i quali l’abolizione delle scuole di partito, ha impedito allo Stato di recuperare ulteriore 65 mln di euro nei prossimi tre anni.

    spese condominialiLa questione dei costi della politica è stata sicuramente centrale nel dibattito pubblico degli ultimi anni, diventando una vera e propria issue in grado di mobilitare i cittadini e spostare voti da un partito all’altro.
    Ci sono, però, altre tematiche ugualmente importanti che andavano affrontate in maniera più attenta; ci sarà, comunque, tempo e modo per discuterne, a partire da domani quando comincerà il processo di approvazione della riforma della pubblica amministrazione.
    Proprio la P.A. è al centro dei dossier del gruppo di studio sulla spending review.  Oltre ad una razionalizzazione di enti e agenzie, il gruppo di lavoro propone l’eliminazione della fasce per i dirigenti ed un’incentivazione della mobilità obbligatoria e volontaria, adottando il criterio dei fabbisogni standard all’interno di ogni pubblica amministrazione.
    Viene inoltre sponsorizzato l’utilizzo di strumenti telematici per l’acquisto di beni e servizi da parte della P.A, che porterebbero ad un risparmio stimato dai 94 ai 313 milioni di euro.
    Non per ultimo Cottarelli propone una riforma del sistema degli appalti pubblici e delle partecipate, indicando come possibile criterio operativo il divieto per lo Stato di partecipare a quelle società la cui quota pubblica è inferiore al 10-20%.



  • Dopo giorni di trattative, polemiche e scioperi attivati, finalmente Abi ed i sindacati hanno trovato un accordo sul nuovo contratto che scadrà il 31 dicembre 2018.
    L’intesa è arrivata nella notte, scongiurando così la disapplicazione del contratto che avrebbe lasciato senza garanzie più di 300.000 dipendenti del settore bancario.
    Prima di diventare operativo, però, l’accordo dovrà essere ratificato dall’esecutivo di Abi e dalle assemblee sindacali. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i contenuti dell’accordo.

    17112014Come primo aspetto viene disciplinato un aumento salariale corrispondente a 85 euro da ripartire in tre anni, adeguando così lo stipendio all’inflazione. La prima tranche sarà ad ottobre 2016 (25 euro lordi); la seconda ad ottobre 2017 (30 euro); terza ad ottobre 2018 (30 euro).
    Il salario, però, non era l’unico elemento oggetto di discussione tra le parti. Il settore bancario sta attraversando, infatti, un momento di crisi che porterà a delle profonde ristrutturazioni con possibili licenziamenti.
    La riforma delle Popolari, disciplinato dal Governo nell’Investment Compact. è solo uno dei tanti cambiamenti profondi che interesseranno il sistema finanziario italiano nei prossimi anni.
    Per questo motivo Abi e sindacati hanno inserito nel nuovo contratto una serie di misure occupazionali che hanno spinto molti a definire l’accordo come un “contratto dall’anima sociale”.

    È stato aumentato, ad esempio, dell’8% il salario dei neo-assunti. Allo stato attuale lo stipendio dei nuovi dipendenti è del 18% più basso rispetto ai minimi contrattuali: con il nuovo contratto sarà inferiore solamente del 10%.
    L’aspetto più importante, però, riguarda le misure occupazionali per chi perde il lavoro. Viene potenziato il Foc, fondo d’occupazione, il quale non si limiterà ai aiutare i neo-assunti ma anche, chi verrà licenziato.
    Attraverso di esso verranno finanziati, infatti, specifici percorsi di riqualificazione del personale che ha perso il lavoro, incentivando anche il reinserimento all’interno dello stesso settore bancario.
    Questi strumenti permetteranno alle banche di intraprendere il percorso di ristrutturazione con maggiore tranquillità, senza avere il veto pressante dei sindacati e l’incombenza di nuovo contratto da firmare.



  • 25 miliardi di euro di esportazioni in più nei prossimi due anni.
    L’Italia sarà uno dei pochi paesi a beneficiare degli scambi commerciali con gli altri paesi. A riportarlo è un’indagine di Euler Hermes, società del gruppo Allianz. Il surplus commerciale sarà di 10 miliardi per il 2015 e di 15 per il 2016.
    L’export italiano sarà trainato principalmente da quattro settori: meccanica (+3 miliardi), chimica (+1,9 miliardi), tessile (1,4 miliardi) ed agricoltura (+1,0 miliardi).
    I numeri complessivi ci raccontano di una quota di esportazioni inferiore del 30% rispetto ai dati pre-crisi. Ma si tratta ad ogni modo di risultati importanti, soprattutto se paragonati alla situazione attuale del commercio internazionale.

    28102014Secondo Euler Hernes, nei prossimi due ci sarà una crescita del commercio nominale mondiale dell’1,8% nel 2015 e del 4,5% nel 2016. Per avere un’idea del rallentamento avvenuto nel volume totale degli scambi commerciali, basta considerare che nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2008 l’espansione commerciale era stata del 12% su base annua!
    Le ragioni di questo rallentamento vengono individuate principalmente nei ridimensionamento del ruolo della spesa pubblica nell’economia di ogni singolo stato. L’intervento pubblico è stato storicamente un importante veicolo di sviluppo che negli ultimi anni è venuto meno e ha condizionato anche l’attività delle imprese.
    Un ulteriore fattore di ridimensionamento dell’export viene individuato nella bassa percentuale di consumi ed investimenti, ovvero una delle principali conseguenze della fase di recessione.

    L’Italia è uno dei pochi paesi a limitare le perdite in termini di attività commerciali.
    Merito innanzitutto di alcuni fattori internazionali. La svalutazione dell’Euro, soprattutto nel rapporto con il dollaro, ed una base di beni e servizi molto diversificata aiuterà i prodotti italiani a trovare sbocco sui mercati esteri.
    L’alta qualità del “made in Italy”, infatti, è tuttora apprezzata in tutto il mondo. Gli attuali prezzi bassi dei nostri beni li rendono ancora più appetibili, specie in una realtà come quella statunitense storicamente avvezza ad intrattenere relazioni commerciali con il nostro paese e capace negli ultimi mesi di far ripartire il proprio livello di consumi.
    La “qualità a basso prezzo” aiuta, soprattutto in tempo di crisi: ecco perché l’Italia potrà trarre beneficio da questa difficile situazione a livello globale, nella speranza di raggiungere un volume complessivo di esportazioni simile a quello antecedente alla fase di recessione.


  • latte granarolo

    Dopo oltre trent’anni di storia oggi è l’ultimo giorno di quote latte. I produttori italiani sono letteralmente in fermento, preoccupati per gli effetti di un simile processo di liberalizzazione.
    Il mercato del latte vive un periodo di profonda incertezza dovuto principalmente all’instabilità dei prezzi. La fine dell’era della quote latte non farà altro che acuire questa tendenza, mettendo in seria difficoltà i produttori meno competitivi sul mercato.

    Potrebbe essere questo il caso dell’Italia. Il latte italiano presenta dei prezzi comparativamente più alti rispetto a quello tedesco, polacco o francese. Per questo motivo i produttori italiani potrebbero patire nel confronto con gli omonimi europei.
    Ma l’Unione Europea ha previsto delle misure per affrontare questa fase di transizione? È in fase di studio, ad esempio, uno strumento di natura finanziaria che coinvolgerà la Banca europea degli investimenti, con l’intento di tutelare i produttori di latte dall’estrema volatilità dei prezzi del settore.
    Allo stato attuale, però, sono pochi i salvagenti a disposizione degli allevatori in difficoltà: ci sono i contratti collettivi obbligatori, le associazioni interprofessionali tra allevatori ed industrie e alcune forme di finanziamento per le aree svantaggiate e per favorire lo sviluppo rurale.

    latte_fresco_L’Italia intende espandere questo tipo di garanzie per aiutare i propri produttori a restare competitivi sul mercato internazionale. A sposare questa linea c’è anche l’Alleanza delle cooperative agroalimentari.
    Il presidente Giorgio Mercuri rassicura le proprie associate, dichiarando che sono allo studio una serie di misure per mantenere inalterata la competitività delle aziende nostrane.
    “Consapevoli del profondo cambiamento che investirà il settore lattiero-caseario con l’abolizione del regime delle quote latte – spiega Mercuri – abbiamo avviato una task force con esperti del settore, con l’obiettivo di individuare le strategie da mettere in campo per tutelare e rafforzare la competitività delle aziende. In particolare sono stati prospettati alcuni strumenti assicurativi che attenuino gli effetti della volatilità dei prezzi nell’ambito di un mercato che sarà inevitabilmente più globalizzato”.

    Una delle iniziative più importanti in tal senso è quella lanciato dal Mipaag e da Unioncamere e condivisa dall’Alleanza delle cooperative agroalimentari, che prevede l’utilizzo di un unico logo “100% Latte italiano”.
    Si tratta di una campagna di promozione del latte italiano, ovvero di un prodotto dai costi più elevati ma dalla qualità eccelsa. Proprio sulla qualità dovranno puntare i produttori nostrani, colmando così il vantaggio competitivo posseduto dagli allevatori europei per via dei prezzi inferiori.
    La cooperazione italiana, infine, vuole formare la prima Aop (Associazione di organizzazione di produttori) lattiero-casearia nazionale che intende aggregare in un primo momento il 10% del latte italiano per poi arrivare in poco tempo al 30%.



  • Una settimana di buone notizie spazzata via in un colpo solo.
    Le nuove elaborazioni dell’Istat, relative al mondo del lavoro, sono un vero e proprio un boccone amaro per l’Italia.
    Dopo due mesi in cui il tasso di disoccupazione è sceso, lasciando presagire ad un ulteriore calo nei mesi seguenti, febbraio porta con sé un andamento opposto.
    Secondo i dati riportati dall’istituto di statistica, infatti, sono tornati a crescere il numero di disoccupati ed il tasso di disoccupazione, mentre è diminuita la quota di occupati.
    Si tratta di numeri negativi, sia su base mensile che annua. Ma analizziamoli con precisione.

    Nel mese di febbraio 2015 il numero di occupati è diminuito dello 0,2% (-44 mila occupati); il tasso di occupazione si attesta, invece, al 55,7%, con una variazione negativa su base mensile dello 0,1%.
    I dati che colpiscono maggiormente, però, riguardano la disoccupazione. Rispetto al mese scorso sono aumentati i disoccupati (+23mila) e soprattutto è cresciuto il tasso di disoccupazione, giunto al 12,7% (+0,1% rispetto a gennaio).
    C’è, dunque, un’inversione di tendenza nel confronto con dicembre e gennaio, quando i valori congiunturali avevano fatto registrare una netta diminuzione del tasso di disoccupazione.

    caschetto lavoroIl confronto diventa ancora più impietoso quando paragoniamo i dati attuali con quelli di dodici mesi fa. In questo caso il tasso di disoccupazione è cresciuto di 0,3 punti percentuale, con un aumento del numero di disoccupati di 67mila unità.
    Preoccupa soprattutto la crescita della disoccupazione giovanile. In base alle elaborazioni dell’Istat, infatti, “gli occupati 15-24enni diminuiscono del 3,8% rispetto al mese precedente (-34 mila). Il tasso di occupazione giovanile, cala di 0,6 punti percentuali, portandosi al 14,6%”.
    Il tasso di disoccupazione giovanile è addirittura al 42,6%, in aumento dell’1,3% su base mensile e dello 0,1% su base annua.
    Per poter effettuare delle analisi più chiare, l’Istat riporta anche i dati in termini trimestrali, mostrando dunque delle elaborazioni meno soggette a variazioni di brevissimo periodo.
    Se prendiamo in considerazione, ad esempio, il trimestre dicembre-febbraio notiamo una diminuzione del tasso di disoccupazione di 0,4 punti percentuale rispetto ai tre mesi precedenti.
    Questo risultato, però, è quasi totalmente ascrivibile al contemporaneo aumento del tasso di inattività (+0,3%), che era stato del resto la principale causa della decrescita del tasso di disoccupazione nel mese di dicembre.
    I dati offerti in questi giorni dal ministro Poletti, dunque, non trovano riscontro con i macro-aggregati riportati dall’Istat, anche se va sottolineato come i risultati descritti dal ministro del Lavoro fossero circoscritti agli effetti delle detrazioni fiscali della Legge di Stabilità e alla conseguente stipula di nuovi contratti a tempo indeterminato.
    Certamente, però, ci saremmo aspettati dei numeri diversi o quantomeno il mantenimento del trend positivo degli ultimi mesi, cosa che di fatto non è avvenuta.



  • Domani sarà l’ultimo giorno delle quote latte. A partire dall’1° aprile non ci saranno più restrizioni a livello europeo per la produzione di latte.
    Dopo 32 anni di storia, si compie un’operazione di liberalizzazione del settore lattiero-caseario quasi epocale.
    La domanda che si pongono gli esperti è ovviamente quali possano essere gli effetti della fine delle quote latte sull’intero ambito produttivo.
    Allo stato attuale il settore si trova in un momento estremamente difficile, visto il crollo verticale del livello dei prezzi. Negli ultimi dodici mesi, per fare un esempio, i prezzi della polvere di latte sono diminuiti addirittura del 35%, mentre quelli del burro presentano una variazione negativa del 15%.

    Una situazione di questo tipo avvantaggerà con ogni probabilità i paesi produttori più forti: Germania, Olanda e Polonia su tutti. Non a caso nell’ultimo Consiglio agricoltura, svoltosi il 16 Marzo a Bruxelles, la Germania si è dichiarata contro ulteriori misure di protezione del settore lattiero-caseario, neppure temporanee.
    Liberalizzazione totale, dunque, con annesse difficoltà per quei paesi, come l’Italia, che difficilmente riusciranno a reggere la concorrenza estera.

    46726-milkSul latte italiano graverà innanzitutto il peso dei 4,4 miliardi di euro di multe emesse in questi anni per il mancato rispetto delle quote. Sono tantissimi i produttori, specie nel Nord Italia, che spinti dalla propaganda politica di attori come la Lega non hanno rispettato la legislazione europea penalizzando in questo modo l’intero settore.
    Tornando alla competizione su scala globale, l’Italia potrà puntare su un solo aspetto: la qualità del prodotto. Il latte italiano, infatti, viene utilizzato quasi solo esclusivamente per la produzione di formaggi oppure viene commercializzato come latte fresco.

    Per tutti gli altri utilizzi vengono preferiti prodotti come quello tedesco, francese o polacco che offrono dei costi minori. Secondo un’indagine del Clal, il latte italiano ha un prezzo di 35 centesimi al litro, comparativamente più alto rispetto ai 31 centesimi di quello francese o ai 28 di quello polacco.
    E come se non bastasse in questi anni si sono ridotte esponenzialmente il numero delle stalle. Come riporta Repubblica, infatti, siamo passati dalle 180 mila stalle degli anni Ottanta alle 30 mila attuali.
    Bassa produzione, dunque, ma di qualità. Difficilmente, però, basterà per reggere il ritmo degli altri produttori europei.
    Bisognerà puntare sui mercati extra Ue, cercando di vendere bene un prodotto che è il marchio di fabbrica dell’agroalimentare doc italiano.


  • agrinsieme

    Una manifestazione nazionale per chiedere più rispetto e maggiori investimenti verso il mondo dell’agroalimentare italiano. Il 31 marzo Agrinsieme, il coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, scenderà in piazza a Roma per protestare contro alcune scelte dell’attuale governo.
    Una di queste è certamente l’Imu agricola, una misura che graverà sulle spalle di migliaia di produttori agricoli e che servirà per finanziare il bonus degli 80 euro.

    agrinsiemeL’iniziativa inizierà alle ore 9:00 e vedrà dei sit-in organizzati in tre parti diverse della città di Roma: uno si terrà di fronte alla Camera dei Deputati, un altro davanti al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ed un altro ancora davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze.
    Come riporta Agrinsieme in un comunicato “questa manifestazione ha un obiettivo chiaro: l’agricoltura vuole farsi sentire, chiede la giusta attenzione del Governo e delle Istituzioni per potersi sviluppare, creare lavoro, produrre cibo di qualità e benessere per la collettività. Ma questo non è possibile senza interventi legislativi lungimiranti ed investimenti mirati. È necessario fare un ulteriore passo avanti per alleggerire il settore dal peso della burocrazia e della fiscalità, scongiurando una nuova iniqua tassa, come quella dell’Imu”.

    L’agricoltura ha dimostrato in questi mesi di essere uno dei pochi settori in grado di reggere l’urto della crisi. Sono sempre di più i giovani che decidono di mettersi in proprio e di fondare delle imprese agricole, a prescindere dalla forma giuridica adottata. Il mondo delle cooperative agricole, rappresentato all’interno di Agrinsieme dall’Alleanza, è l’emblema perfetto di come l’agricoltura possa essere un vero e proprio modello di efficienza, programmazione e parità di genere.
    Investire nel settore sarebbe una scelta intelligente in un momento storico in cui il “made in Italy”e l’export rappresentano il più grande volano dell’economia nostrana.
    L’agroalimentare italiano è garanzia di qualità in tutto il mondo, deprimerlo attraverso politiche fiscali miopi significa non comprendere l’attuale congiuntura economica.
    Tutto ciò avviene nell’anno di Expo, un evento che può e deve rappresentare uno straordinario veicolo pubblicitario per l’agricoltura italiana in tutto il mondo. Ecco perché tagliare fondi ai produttori agricoli sembra essere una scelta inopportuna e pronta ad essere aspramente contestata da tutti i rappresentanti del settore.



  • È iniziata una nuova primavera anche per l’Italia? Difficile stabilirlo.
    I dati sulla disoccupazione e sul Prodotto Interno Lordo raccontano ancora di un paese in fase di recessione, con alcuni deboli segnali di miglioramento.
    L’attuale Governo è intervenuto effettuando delle importanti riforme, soprattutto all’interno del mercato del lavoro. Allo stato attuale non siamo in grado di valutarle dal punto di vista dei risultati, l’unico giudizio che può essere espresso è di carattere politico o comunque di tipo congetturale.
    Valutazioni più dettagliate potranno essere effettuate solo tra qualche mese, quando si dispiegheranno gli effetti della Legge di Stabilità, del Jobs Act e dell’Investment compact.
    Alla perenne instabilità italiana, va aggiunto un quadro macroeconomico internazionale che sembra favorevole: il crollo del prezzo del petrolio, la svalutazione dell’Euro e il Quantitative easing sono tutti fattori positivi per l’Eurozona e che permetteranno all’Italia di tornare ad investire nel breve periodo.

    stretta di manoPermane, ad ogni modo, una situazione delicata. Il livello di immobilismo del mercato del lavoro italiano preoccupa investitori, lavoratori autonomi e dipendenti.
    Nonostante, però, i problemi ormai cronici del nostro paese, c’è un sentimento di fiducia crescente tra imprese e consumatori.
    Il concetto inglese di “trust” è alla base di qualsiasi sistema economico. Senza la fiducia, una società intraprende necessariamente la strada della depressione, nel senso economico e non solo del termine.
    Dopo anni di sfiducia e pessimismo, però, l’Italia sembra essere tornata a credere nel suo futuro.

    fiduciaÈ quanto rivela nella giornata odierna l’Istat. L’istituto di statistica ha fornito i dati sulla di fiducia di consumatori ed imprese, relativi al mese di marzo.
    Il grafico sopra ci permette di valutare il suo andamento dal 2009 in poi e di comprendere come dopo un periodo di estremo pessimismo, fatto registrare nel 2013, il livello di fiducia sia allo stato attuale ai suoi massimi dopo la crisi economico-finanziaria, segno che qualcosa sta cambiando, anche nella percezione dei cittadini.
    Ma veniamo del dettaglio alle elaborazioni dell’Istat.

    “L’indice composito del clima di fiducia dei consumatori, espresso in base 2010=100, aumenta a 110,9 da 107,7 di febbraio 2015. Anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane (Iesi, Istat economic sentiment indicator), in base 2010=100, mostra un deciso miglioramento, salendo a 103,0 da 97,5 di febbraio”.
    Come riportato, dunque, dai dati soprastanti sia i consumatori che le imprese italiane mostrano una fiducia crescente verso il sistema economico italiano.
    Per quanto riguarda i consumatori, è una fiducia che si manifesta sia nella componente personale che più specificatamente in quella economica.
    Quest’ultima passa da 138,1 a 144,8, mentre la componente personale va da 98,0 a 99,7.
    Sono migliorati i giudizi dei consumatori sulla situazione economica del Paese rispetto al mese precedente ( -57 da -71).
    Tale variazione  positiva è dovuta ad un aumento dal 10,7% al 14,3% della quota di coloro che la ritengono “migliorata” e dalla diminuzione  dal 29,9% al 26,7% della percentuale di coloro che giudicano la situazione del Paese “molto peggiorata”.
    Ci sono anche dei miglioramenti nella percezione del mondo del lavoro e dei prezzi al consumo.

    Una situazione simile riguarda le imprese. In questo caso “il miglioramento del clima di fiducia coinvolge tutti i principali settori: manifattura (a 103,7 da 100,5), costruzioni (a 116,0 da 108,5), servizi di mercato (a 108,1 da 100,4) e commercio al dettaglio (a 103,0 da 101,0)”.
    I miglioramenti più cospicui interessano il settore delle costruzioni, dove è cresciuta in particolare la fiducia nel comparto della costruzione degli edifici.
    Migliorano, infine, tutti i comparti delle imprese manifatturiere, con risultati importanti soprattutto per i beni intermedi e strumentali.


  • agrinsieme

    Anche Copagri, la confederazione dei produttori agricoli, è pronta ad aderire ad Agrinsieme, il Coordinamento delle organizzazioni e delle cooperative agricole costituito da Cia, Confagricoltura e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari.
    È quanto fatto trapelare da Franco Verrascina, presidente di Copagri. L’obiettivo è rafforzare l’unitarietà del settore agricolo, in un periodo storico particolarmente difficile.
    Diventa necessaria, dunque, una maggiore unione di intenti ed una programmazione comune a tutti gli organismi di rappresentanza.

    agrinsiemeLa notizia è stata accolta positivamente dai vertici di Agrinsieme, nella persona del Coordinatore Mario Guidi: “Agrinsieme è un organismo che si è costituito spontaneamente per volontà dei soggetti che ne fanno parte, aperto e senza preclusioni di sorta”. Nei prossimi giorni verrà discussione una revisione della struttura organizzativa che prenderà in considerazione anche l’ingresso di Copagri all’interno del coordinamento.

    Agrinsieme è la perfetta sintesi del mondo dell’agricoltura italiana, poiché unisce anime ed identità diverse con l’unico obiettivo di far crescere ed innovare il settore agroalimentare nostrano.
    L’adesione della confederazione dei produttori agricoli renderà ancora più proficua l’attività di un’organizzazione che rappresenta oltre il 30% del valore dell’agroalimentare italiano, rendendo possibile un dialogo effettivo tra imprese, cooperative agricole, lavoratori autonomi e dipendenti.
    Gli obiettivi posti dal presidente di Copagri sono certamente ambiziosi: “Per far crescere il settore agricolo e con esso l’Italia – ha dichiarato Verrascina – occorrerà muoversi lungo tre direttrici: ridurre la pressione fiscale seguita da un adeguato bilanciamento delle agevolazioni in campo agricolo; incidere concretamente sugli sprechi della spesa pubblica; attivare un reale piano di promozione del made in Italy che coinvolga la rappresentanza degli agricoltori”.
    Si tratta di traguardi difficili da ottenere: presentarsi così uniti, però, al tavolo delle trattative con le istituzioni può rappresentare un importante vantaggio strategico per l’intero settore dell’agroalimentare italiano.



  • I dati forniti dall’Istat sul commercio extra Ue nel mese di febbraio confermano una tendenza in atto da un po’ di tempo a questa parte. Le imprese italiane faticano a piazzare i propri prodotti nel mercato interno e devono rivolgersi allora all’estero.
    I principali partner commerciali del nostro paese, però, non si trovano all’interno dei confini dell’Unione Europea, ma oltreoceano. La svalutazione dell’Euro ha contribuito ad incentivare questo fenomeno e a rendere ancora più appetibili i nostri beni sui mercati esteri.

    Il report mensile dell’istituto di statistica italiano ci aiuta a valutare con precisione i rapporti commerciali intrattenuti dall’Italia con i paesi extra Ue.
    Nel mese di febbraio, rispetto a gennaio, le esportazioni verso di essi sono cresciute del +4,5%, mentre le importazioni hanno visto una variazione congiunturale positiva pari al +1,1%.
    L’incremento congiunturale dell’export è da attribuire principalmente alle vendite di beni strumentali (+13,7%) e di beni di consumo durevoli (+5,5%), diminuiscono invece le esportazioni di beni di consumo non durevoli (-3,6%) e di prodotti intermedi (-1,5%).
    Per quanto riguarda l’import, l’incremento congiunturale maggiore viene fatto registrare dagli acquisti di beni strumentali (+9,5%) e di beni di consumo durevoli (+2,8%).

    istatLa situazione è ancora più favorevole se guardiamo ai dati tendenziali, ovvero al confronto tra febbraio 2014 e febbraio 2013.
    In questo caso il livello delle esportazioni verso i paesi extra Ue è in crescita del +7,1%, con un aumento imponente della vendita di beni strumentali (+19,9%), dei beni di consumo durevoli (6,1%) e dei prodotti intermedi (4,6%).
    Le importazioni, al contrario, sono registrano una flessione (-4,1%) imputabile per intero al crollo degli acquisti di beni energetici (-32,7%). Al netto dell’energia, infatti, si registra un incremento notevole (+10,4%).

    Ma l’aspetto che riteniamo maggiormente interessante riguarda i dati sui rapporti commerciali dell’Italia con i singoli paesi. Non ci stupiamo di vedere al primo posto gli Stati Uniti d’America, vuoi per i trascorsi storici, vuoi per l’attuale congiuntura economica.
    Un dollaro molto forte nel rapporto con l’euro unito alla crescita dei consumi spinge gli statunitensi a soddisfare la domanda interna attraverso l’acquisto di prodotti proveniente dall’Eurozona. E sappiamo benissimo quanto il “made in Italy” goda ancora di fascino negli Usa.
    Secondo i dati dell’Istat, nel mese di febbraio le vendite dall’Italia verso gli Stati Uniti sono cresciute addirittura del 49,3%. Si tratta di una cifra enorme che ci racconta alla perfezione quanto siano frequenti gli scambi commerciali tra i due paesi in questo periodo storico.
    Lo stato che ha visto un aumento maggiore maggiore dell’export dall’Italia, dietro agli Usa, è la Turchia con un +10,7%.
    La crisi energetica, al contrario, ha fatto crollare gli scambi commerciali verso la Russia con una variazione negativa addirittura del -28,5%.