Categoria: News


  • Il 25 Marzo del 1995, presso la sede della Cgil di Roma in via dei Frentani, nasceva Libera, un cartello di associazioni contro tutte le mafie.
    Da quel lontano 25 marzo sono passati vent’anni esatti. Nel frattempo Libera è cresciuta, si è fatta le ossa e ha lanciato un messaggio di speranza in tutta Italia. Ha portato alto l’onore ed il nome di tutte le vittime della violenza mafiosa e ha creato una rete di solidarietà con pochi uguali.
    Le iniziative di Libera vedono ogni anno come protagonisti migliaia di persone: giornalisti, imprenditori, magistrati, sacerdoti, politici, associazioni ed altri esponenti della società civile.
    Tutti uniti da un solo pensiero luminoso: l’Italia ripudia tutte le mafie e vuole liberarsi delle sua attività illecite.

    LOGO_LIBERA1Anche noi, come Cooperative Italia, ci uniamo agli auguri effettuati da tantissimi cittadini. Sul sito di Libera, troviamo anche una serie di pensieri scritti da alcuni personaggi famosi, come lo scrittore Roberto Saviano, la presentatrice Geppi Cucciari o i cantanti Caparezza e Luca Barbarossa.
    Un augurio speciale non può che andare a don Lugi Ciotti, ideatore del progetto e primo presidente di Libera. La sua attività quotidiana per l’associazione è un dono per il nostro paese, così come la sua perseveranza e dedizione alla causa devono fungere da esempio per tutti i cittadini del mondo.

    Non più tardi di sabato scorso, si è tenuta a Bologna la consueta manifestazione del 21 Marzo, nella quale vengono ricordate le vittime di tutte le mafie. Più di duecentomila persone si sono riversati sulle strade di Bologna per dire il loro NO alle associazioni di stampo mafioso e per commemorare quanti hanno dato la propria vita per rendere l’Italia un paese migliore.
    La speranza è che la riscossa civile auspicata da Libera possa diventare reale nei prossimi anni. La sensibilità sulle tematiche della legalità è aumentata nell’ultimo decennio, sensibilità che però si scontra con una società sempre più violenta ed attratta dalle logiche di potere tipiche delle associazioni mafiose.
    Il connubio politica-mafia-impresa è sempre più forte: per questo motivo una rivoluzione civile e civica della società nella sua interezza è quanto di meglio l’Italia possa augurarsi: perché liberare il nostro paese dalla mafia significa scommettere sulle reali virtù degli italiani. Una scommessa che può e deve essere vinta.



  • Con 155 sì e 92 no il Senato ha votato la fiducia al Governo sull’Investment Compact.
    Con la sua approvazione diventano legge una serie di misure che riformano il sistema economico e finanziario italiano.
    Uno degli aspetti più rilevanti riguarda certamente le Banche Popolari. Il nuovo quadro normativo disciplina la trasformazione in società per azioni e l’eliminazione del voto capitario per tutti quegli istituti finanziari di natura popolare con un utile superiore agli 8 miliardi di euro.
    Sono nove le banche interessate dal provvedimento, le quali avranno 18 mesi di tempo per modificare il proprio statuto, pena la revoca della licenza bancaria da parte della Bce e la liquidazione coatta amministrativa dei beni.

    17112014L’intervento in questione si pone come obiettivo la liberalizzazione del settore finanziario, provando a rendere più agevoli ed immediati i cambiamenti nel management di maggioranza delle Popolari. Allo stato attuale, infatti, la presenza dell’istituto del voto capitario (una testa un voto) rende quasi impossibile un mutamento nel controllo di queste banche, perpetrando una gestione del potere quasi oligarchica.
    Risulta difficile, infatti, far convergere il voto di migliaia di soci verso un determinato gruppo di azionisti. Il decreto di riforma delle Popolari adotta, al contrario, un sistema di voto ponderato in base alla quantità di capitale posseduto.
    Risulta evidente, ad ogni modo, come un cambiamento di questo tipo snaturi l’esistenza stessa delle Banche Popolari, quali istituti finanziari improntati su principi quali la democrazia economica e la gestione sociale del capitale.

    All’interno dell’Investment Compact ci sono altre misure che abbiamo discusso più volte in questa sede.
    Tra le più rilevanti ricordiamo quella sulla portabilità dei conti correnti, che renderà più rapido, nonché gratuito, il trasferimento di un conto da una banca all’altra; sono previste inoltre multe da 5.160 euro a 64.555 euro per quegli istituti finanziari che non rispettano il termine massimo di dodici giorni per il passaggio da un istituto ad un altro.
    Ci sono, infine, una serie di norme che equiparano di fatto le Pmi innovative alle start up di alto valore tecnologico, purché siano costituite sotto forma di società di capitale, anche cooperative, ed operino sul mercato da meno di sette anni dalla loro vendita commerciale.
    Le Pmi innovative potranno così usufruire dai medesimi vantaggi di natura fiscale e finanziaria delle start up, incentivando in questo modo i giovani ed i meno giovani a sviluppare i propri progetti innovativi.



  • Procede spedita la marcia del Quantitative easing. A dispetto dei dubbi emersi negli ultimi giorni sulla quantità di titoli di Stato acquistabili, la seconda settimana di operatività del Qe ha visto numeri importanti.
    È quasi raddoppiata, infatti, la cifra emessa per l’acquisto dei titoli pubblici: dai 9,75 miliardi dei primi sette giorni ai 16,549 della seconda settimana. In totale a partire dal 9 marzo, giorno d’inizio della manovra, sono stati acquisiti titoli per un ammontare di 26,3 miliardi di euro.

    draghiStando a queste cifre, dunque, l’obiettivo dei 60 miliardi mensili dovrebbe essere raggiunto abbastanza facilmente. A dichiararlo è lo stesso Mario Draghi che ha espresso fiducia sugli effetti del Quantitative easing sull’economia reale.
    Risulta di buon auspicio, in particolare, il crollo dei tassi d’interesse, necessario per far crescere la fiducia negli investitori.
    In questi giorni sono stati raggiunti nuovi minimi storici non solo in Italia, ma anche in Germania, vero e proprio asse portante dell’economia continentale. Il rendimento dei titoli decennali tedeschi, per fare un esempio, ha raggiunto un livello senza precedenti dello 0,17%.
    Ovviamente, tassi d’interesse così bassi stimolano i compratori e fanno respirare le casse dello Stato.
    Per raggiungere i risultati sperati, ovvero un’inflazione al 2% ed un’ulteriore svalutazione dell’Euro, dovremo però attendere ancora qualche mese, se non un paio d’anni.
    Per adesso gli effetti più immediati del Qe si intravedono soprattutto nelle borse e nel ritrovato clima di fiducia verso l’economia europea.
    Del resto proprio questi ultimi due aspetti rappresentano le basi per rilanciare gli investimenti ed i consumi e far ripartire il tessuto economico continentale.

    Non basterà, però, l’azione della Bce. Il Quantitative easing deve limitarsi a fornire ai paesi membri un contesto macroeconomico ideale per effettuare le riforme strutturali: “I risultati positivi del nostro programma di acquisto” ha dichiarato Draghi “non devono distrarre altri dal dare il loro contributo. Servono politiche di bilancio per sostenere la ripresa, assicurando la sostenibilità del debito, la piena e coerente attuazione del Patto di stabilità, chiave per la fiducia, e le riforme strutturali”.



  • Continua l’odissea del Tfr anticipato in busta paga. Nei giorni scorsi vi abbiamo riportato dello scarso successo che sta avendo lo strumento fiscale inserito nella Legge di Stabilità.
    Sono pochi, infatti, i lavoratori che hanno chiesto la liquidazione anticipata del Trattamento di Fine Rapporto.
    Molti dipendenti delle aziende private si sono chiesti: conviene davvero? Dopo essersi consultati con i sindacati, commercialisti e consulenti di lavoro hanno convenuto che sarebbe stato meglio lasciar perdere.
    Il motivo? La tassazione svantaggiosa. Il Tfr anticipato non è sottoposto ad un regime fiscale speciale, come avviene quando viene la liquidazione viene erogata alla fine del rapporto lavorativo.
    Ciò comporta più liquidità nel breve periodo, ma una perdita cospicua di risorse che spetterebbero di diritto ai lavoratori. Ecco spiegato il perché siano pervenute poche richieste alle aziende.

    DENAROMa c’è di più. Anche se i lavoratori avessero chiesto il Tfr anticipato in busta paga non avrebbero potuto ottenerlo, almeno per il mese di marzo.
    A dichiararlo è  l’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro. Ci sono stati, infatti, notevoli ritardi nella pubblicazione del decreto attuativo in Gazzetta Ufficiale.
    Pubblicazione arrivata solamente nella giornata di ieri; tra l’altro manca ancora la convenzione con l’Abi, che consentirà alle aziende sotto i 50 dipendenti di accedere a finanziamenti agevolati per versare la liquidazione anticipata del trattamento di fine rapporto.
    Tutti questi ritardi faranno slittare l’operatività del Tfr anticipato, prevista inizialmente per l’1° Marzo, al mese di aprile.
    Come spiega la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro in una nota: “In questi giorni si stanno completando le operazioni di elaborazione delle buste paga dei dipendenti delle medie-grandi aziende, che pagano le retribuzioni entro il giorno 27 del mese. Si tratta del 60% circa dei rapporti di lavoro del settore privato. E nella prossima settimana cominceranno le elaborazioni che riguardano le micro-piccole aziende. Insomma, il processo mensile che porta alla gestione della busta paga si è messo in moto e non ci sono più spazi di recupero, perlomeno per il mese di marzo”.

    Si tratta in via definitiva dell’ennesima inadempienza dell’apparato amministrativo italiano, come avvenuto in parte anche per il precompilato Isee. Tempi ristretti e cittadini che rischiano di non poter esercitare diritti sacrosanti.
    Il ritardo, in questo caso, ha i contorni del grottesco se pensiamo che la Legge di Stabilità, nella quale è presente la misura sul Tfr, è entrata in vigore il 1° gennaio.
    Tre mesi di rinvii paiono eccessivi e la Commissione europea intanto ci osserva…



  • Dopo le stime sulla crescita da parte dell’Ocse, anche la Bce fornisce il proprio bollettino economico sulla situazione europea.
    Secondo gli economisti dell’Eurotower, il processo di ripresa si è rafforzato nella seconda metà del 2014 e mostra ulteriori margini di crescita nei primi mesi del 2015.
    La fiducia nell’area Ue è, dunque, aumentata. Merito di una serie di fattori internazionali positivi: crollo dei prezzi del petrolio, diminuzione dei tassi di cambio della moneta unica e soprattutto il Quantitative easing.
    La misura di politica monetaria, introdotta dalla stessa Banca Centrale Europea, viene valutata da molti economisti come un possibile volano per l’economia continentale.
    Le prime risposte delle Borse sono state positive, contribuendo a far crescere il clima di fiducia tra imprese e consumatori. Proprio il Qe ha portato l’Ocse a rivedere al rialzo le proprie stime sul tasso di crescita dei paesi europei.
    Francia, Italia, Germania ed in generale l’intera Eurozona ha visto un ritocco verso l’alto delle previsioni di crescita da parte dell’organizzazione internazionale.

    Cooperative EdiliLa Bce ha analizzato anche la situazione del mercato del lavoro, probabilmente l’aspetto più critico nella maggior parte dei paesi europei. I segnali di ripresa maggiori riguardano l’area mediterranea, ovvero quegli stati come Spagna, Portogallo e Grecia che fanno registrare tassi di disoccupazione più alti.
    Tuttavia negli ultimi mesi c’è stato un aumento del numero degli occupati, che fa ben sperare in vista del 2015.
    L’Italia, dal canto suo, mostra segnali di ripresa piuttosto timidi. La disoccupazione è diminuita all’inizio dell’anno nuovo, ma non ai livelli degli altri paesi del Mediterraneo.
    Per questo motivo la Bce rammenta che il nostro paese “necessita di ulteriori riforme strutturali per accrescere il prodotto potenziale”.
    Al di là delle segnalazioni dell’Eurotower, la speranza è che le recenti misure del governo in materia di lavoro possano dare uno scossone importante al nostro tasso di disoccupazione.
    Da questo punto di vista bisognerà attendere i decreti attuativi del Jobs Act sul riordino dei contratti e sulle politiche attive. È qui che l’Italia che si gioca molto, ancor più che sulla modifica, già effettuata, delle tutele all’interno del rapporto lavorativo.
    Il nostro paese deve creare un sistema di formazione e di professionalizzazione del cittadino anche quando è fuori dal circuito occupazionale. Solo in questo modo si può creare un mondo del lavoro che sia dinamico anziché flessibile.



  • Si chiama Asian Infrastructure Investment Bank e avrà il compito di finanziare la costruzione di infrastrutture che colleghino l’Asia all’Europa. Strade, ferrovie, porti, ma anche gasdotti e collegamenti hi-tech: la banca cinese degli investimenti, nata nel 2013, intende rafforzare il processo di globalizzazione ed aprirsi a nuovi investitori.
    Ed è notizia di questi giorni la scelta di alcuni paesi europei di partecipare al capitale della società. Prima la Gran Bretagna e poi a ruota Germania, Francia ed Italia hanno deciso di prendere parte al progetto cinese e di intensificare, dunque, i rapporti commerciali con lo stato asiatico.

    22_09_2014La decisione delle potenze europee non è stata presa bene dagli Stati Uniti d’America, che vedono nella nuova banca un ostacolo all’attività della World Bank ed un modo per esercitare una sorta di primato geopolitico da parte della Cina.
    Un organismo gestito dal governo cinese non assicura, secondo gli Stati Uniti, trasparenza e democrazia nelle decisioni prese, oltre a mettere in pericolo le regole della libera circolazione dei merci e dei servizi.
    I paesi europei rivendicano la propria scelta e parlano di meri interessi commerciali. L’Italia, dal suo punto di vista, spera anche nella possibilità futura di ottenere finanziamenti da parte della stessa Asian Infrastructure Investment Bank per costruire infrastrutture nel nostro paese.
    Del resto l’Italia manifesta gravi deficit da questo punto di vista: partecipare ad un progetto di questa entità significa garantirsi un importante alternativa ai fondi europei.

    La sensazione è che la polemica scatenata dagli Usa sia dettata da ragioni ormai superate, legate ad una mentalità da Guerra Fredda. L’Europa, dal canto suo, deve necessariamente aprirsi ai nuovi mercati asiatici.
    I dati sull’export, riportati dall’Istat in data odierna, mostrano una parziale dipendenza del nostro paese nei confronti degli Stati Uniti. Aprire nuovi canali commerciali risulta quanto mai essenziale, anche alla luce della crisi dei consumi che attanaglia l’Italia così come altri paesi del Mediterraneo.



  • Brusca frenata per le esportazioni nel mese di gennaio. A rivelarlo è l’Istat nel corso del suo report mensile sulla bilancia commerciale del nostro paese.
    Abbiamo più volte sottolineato in questa sede come il rilancio dell’export fosse uno dei pochi aspetti positivi dell’economia italiana negli ultimi mesi. Merito di un Euro particolarmente debole e del rilancio dei consumi negli Stati Uniti, che ha permesso alle aziende italiane di vendere i propri prodotti soprattutto sul mercato americano.
    In verità anche nel mese di mese di Gennaio, il livello di vendite verso gli Usa è aumentato (+23,5%). Sono gli altri mercati, soprattutto quelli asiatici, ad aver contribuito alla decrescita del nostro export sia su base annua che mensile.
    Ma analizziamo i dati con attenzione.

    Rispetto al mese di dicembre, a gennaio il livello di esportazioni è diminuito del -2,5%, mentre le importazioni sono cresciute del +1,0%.
    Il calo congiunturale delle vendite interessa sia l’area Ue (-2,6%) che quella extra Ue (-2,4%). Tutte le tipologie di prodotti hanno fatto registrare una contrazione: spicca, in particolar modo, il crollo di esportazioni di beni energetici (-18,2%); l’unica tipologia abbastanza stabile sono i prodotti intermedi (+0,3%).
    Per quanto riguarda le importazioni, invece, c’è stata una leggera diminuzione degli acquisti da paesi extraeuropei (-0,4%) ed una variazione positiva di quelli provenienti dall’area Ue (+2,0%), ascrivibile soprattutto ai beni intermedi (+5,2%).

    istatMa l’analisi più dettagliata ed interessante va effettuata su base annua. Per valutare l’andamento della bilancia commerciale italiana, è bene confrontare il livello di esportazioni ed importazioni di anno in anno.
    In questo caso il paragone interesserà il mese di gennaio 2014 e gennaio 2015. Va fatta, però, una premessa importante: a gennaio 2015 ci sono stati 20 giorni lavorativi, uno in meno rispetto a dodici mesi fa.
    In questo modo si possono spiegare, almeno parzialmente, le variazioni negative.
    In termine tendenziali, dunque, il livello di vendite all’estero è diminuito del -4,2%; abbiamo cifre identiche per le importazioni (-4,2%).
    In entrambi i casi le variazioni negative interessano sia l’area Ue che quella extra-europea. Se analizziamo nel dettaglio, però, i flussi commerciali con i singoli paesi, notiamo come i cali più evidenti abbraccino i paesi produttori di materie prime, come petrolio e gas naturale.
    Non a caso la diminuzione tendenziale più imponente delle vendite verso i paesi esteri riguarda la Russia (-36,7%), i paesi MERCOSUR (-24,0%) ed i paesi ASEAN (-12,8%).
    Stessa tendenze per le importazioni, con la flessione maggiore che interessa gli acquisti dalla Russia ( (-40,2%) e dai paesi OPEC (-23,3%).

    La crisi energetica, dunque, sta colpendo in maniera importante tutti i flussi commerciali verso i paesi produttori di materie prime.
    Tra i prodotti meno venduti ed acquistati, ci sono difatti i beni energetici.
    Per fare qualche esempio la vendita di prodotti petroliferi raffinati ha visto un calo del 32,6%, così come l’acquisto di petrolio greggio e di prodotti petroliferi raffinati è diminuito rispettivamente del -41,1% e del -41,0%.
    In generale c’è stato un leggera flessione delle prestazioni commerciali del nostro paese, non attribuibile alla crisi energetica. Anche i beni di consumo, ad esempio, sono protagonisti di una contrazione su base mensile ed annua.
    Bisognerà, dunque, incentivare le esportazioni anche verso i paesi asiatici e non sfruttare solamente le condizioni macroeconomiche favorevoli nei rapporti tra Ue e Stati Uniti.


  • europa bce

    Arrivano buone notizie per l’Europa. L’Ocse, infatti, ha rivisto al rialzo le proprie stime sulla crescita dei paesi appartenenti all’Eurozona.
    L’ultimo rapporto era stato emesso nel mese di Novembre e vedeva una crescita del Pil europeo piuttosto limitata per il biennio 2015-2016.
    Nel frattempo, però, sono sopraggiunti alcuni fattori esterni che hanno spinto l’Ocse ad alzare le proprie stime.
    Sono due in particolare i fattori determinanti: il crollo del prezzo del petrolio ed il quantitative easing.
    Entrambi secondo l’Ocse “forniscono un’opportunità, di cui c’era molto bisogno, per l’Eurozona di evitare un periodo prolungato di redditi reali stagnanti ed inflazione eccessivamente bassa”. 

    eurogruppoCi sono, dunque, tutte le condizioni macroeconomiche per intraprendere la strada della crescita. Ma vediamo i dati nel dettaglio.
    Come anticipato circa un mese fa dal segretario generale Angel Gurria in occasione della presentazione del rapporto monografico sull’Italia, l’Ocse prevede una crescita del nostro paese del +0,6% per il 2015 e del +1,3%.
    Le precedenti stime vedevano un Pil aumento del +0,2% nel 2015 e del +1,0% nel 2016.
    Si tratta, dunque, di piccoli segnali positivi per l’Italia, dettati da una situazione internazionale piuttosto favorevole e da alcune riforme interne, come il Jobs Act, valutate positivamente da parte dell’organizzazione internazionale.
    Tra le economie avanzate, però, l’Italia rimane all’ultimo posto. Bisognerà, dunque, intervenire attraverso riforme più invasive in grado di cambiare il nostro apparato produttivo ed infrastrutturale.

    Riviste al rialzo anche le previsioni sul Pil di Germania e Francia. Per il paese teutonico l’Ocse vede una crescita del +1,7% nel 2015 (+0,6% rispetto alla stima precedente) e del +2,2% nel 2016 (+0,4% rispetto alla previsione di Novembre).
    Per quanto riguarda la Francia, invece, le stime dell’Ocse la danno al +1,1% nel 2015 e al +1,7% nel 2016.
    In generale l’Eurozona dovrebbe crescere del +1,4% quest’anno e del 2,0% l’anno prossimo, mentre per gli Stati Uniti è previsto un aumento del proprio Pil attestabile attorno al 3,1%, a conferma del forte periodo di ripresa che stanno attraversando gli Usa.
    L’Ocse invita comunque i paesi europei ad incentivare gli investimenti privati e a portare avanti il piano Juncker. ovvero un programma di revisione dei fondi Ue che mira a rendere compatibili gli investimenti pubblici con i delicati equilibri di bilancio.



  • Unione Europea e Stati Uniti sono sempre più vicini ad un accordo sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership). A dichiararlo nel corso di un’intervista al Corriere della Sera è Paolo De Castro, eurodeputato Pd e responsabile della trattativa per il settore agricolo.
    Il negoziato va avanti ormai da qualche anno senza arrivare ad un compromesso. Secondo De Castro, però, tra Aprile e Maggio il Congresso potrebbe autorizzare Obama a chiudere l’accordo che potrebbe così essere firmato entro la primavera del 2016.

    17112014L’eventuale entrata in vigore del Ttip rivoluzionerebbe i rapporti commerciali tra Usa e Unione Europea, stravolgendo tariffe doganali e regole sulla distribuzione e sulla sicurezza dei prodotti alimentari.
    Il contenuto del negoziato prevede, infatti, l’abbattimento delle barriere doganali tra le due aree ed un’armonizzazione del quadro normativo in materia di sicurezza alimentare. Si tratterebbe, dunque, di una vera e propria liberalizzazione nella circolazione delle merci e dei capitali tra due delle zone più grandi del mondo per estensione geografica e ricchezza prodotta.

    Qualora dovesse andare in porto il Ttip ne trarrebbero giovamento quei paesi che fanno dell’esportazione verso gli Stati Uniti un volano importante della propria economica. Non a caso i paesi mediterranei come Italia, Spagna, Grecia e Francia spingono per la chiusura del negoziato.
    I prodotti nostrani, soprattutto vino, olio e formaggi farebbero incrementare la quota di export del nostro paese, salendo dai 3 miliardi attuali a quasi 6.
    Si tratterebbe, dunque, di un’ulteriore incentivazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti in un momento particolarmente favorevole da questo punto di vista. La svalutazione dell’Euro, infatti, ha già portato ad una notevole crescita dei nostri rapporti commerciali verso gli Usa, compensando la carenza di consumi registrabile nel nostro paese.

    Non mancano, però, pareri contrari e polemiche un po’ in tutta Europa. Molti economisti sostengono che un negoziato di questo tipo causerebbe un’ulteriore depressione della domanda interna, portando l’Europa ad essere troppo dipendente dal commercio con gli Stati Uniti.
    Ci sono poi molte polemiche sul tema della sicurezza alimentare. Secondo alcuni partiti ed associazioni europee con la firma del Ttip ci sarebbero meno controlli sulle merci importate dagli Stati Uniti, con conseguenti rischi sanitari per i cittadini europei.
    In rete circola anche una petizione contro l’intesa che vede già oltre un milione di firme. Una volta trovato l’accordo ci saranno, dunque, altri ostacoli da superare, in primis quelli portati avanti dai Parlamenti nazionali che dovranno comunque ratificare l’intesa.



  • Allo stato attuale i dati sull’occupazione e sull’inflazione sono quelli che preoccupano maggiormente gli stati europei. Paesi come l’Italia, ad esempio, stanno cercando di riformare il proprio quadro normativo e fiscale per favorire un aumento del numero degli occupati, dopo aver raggiunto cifre record negative negli ultimi mesi.
    Per quanto riguarda l’inflazione, anche qui siamo di fronte a scenari più unici che rari: lo spettro della deflazione ha spinto la Bce ad attuare una misura eccezionale di politica monetaria che mira ad aumentare la liquidità disponibile sul mercato e dunque ad alzare il livello dei prezzi.

    Ecco perchè è importante valutare mensilmente gli andamenti di questi due macroaggregati, per verificare se le misure adottate in sede nazionale ed europea siano state efficaci.
    L’Eurostat, ovvero l’ufficio di statistica dell’Unione Europea, ci ha fornito le elaborazioni relative all’ultimo trimestre del 2014 e al mese di Febbraio.

    FormazionePer quanto riguarda il numero degli occupati nell’ultimo trimestre del 2014 è aumentato dello 0,1% nell’area Euro e dello 0,2% nell’Europa a 28 stati. Il tasso di occupazione è invece cresciuto dello 0,2% all’interno dell’Eurozona e del 0,3% in tutta l’Unione Europea.
    I dati maggiormente confortanti vengono dal confronto con l’anno precedente: rispetto al quarto trimestre del 2013, l’occupazione è aumentato dello 0,9% nell’area Euro e dell’1% nell’intera Unione Europea.
    I paesi che hanno visto una crescita maggiore degli occupati sono stati la Spagna e la Lettonia (+0,7%), mentre Portogallo ed Italia hanno fatto registrare variazioni negative rispettivamente del -1,4% e -0,2%.
    Ci sono, dunque, timidi segnali di miglioramento nel mondo del lavoro, ma è ancora distante una netta inversione di tendenza soprattutto nei paesi del Mediterraneo, Spagna esclusa.

    Ancora in calo, invece, il livello dei prezzi. Secondo i dati di Eurostat relativi al mese di febbraio, l’inflazione annuale dell’Eurozona è di -0,3%, in aumento, però, rispetto a gennaio dove si attestava a -0,6%.
    Nel mese di Febbraio 2014, l’indicatore sul livello dei prezzi si attestava al +0,7%. Risulta evidente, dunque, come da un anno a questa parte il processo deflattivo stia colpendo in maniera pesante ed uniforme l’intera Eurozona.
    I dati dell’Europa a 28 stati sono similari: inflazione al -0,2% nel mese di febbraio, in aumento rispetto al -0,5% di gennaio, ma comparativamente più bassa rispetto a febbraio 2014, quando faceva registrare un tasso del +0,8%.
    I livelli dei prezzi minori si trovano in Grecia (-1,9%) e Bulgaria (-1,7%), mentre l’Italia presenta un tasso d’inflazione vicino allo zero (+0,1%).


  • latte granarolo

    L’anno appena conclusosi verrà ricordato in maniera molto positiva da Granarolo.
    Il Cda ha da poco approvato il bilancio del 2014 che ha fatto registrare un risultato da record: per la prima volta, infatti, il fatturato dell’azienda ha superato il miliardo di euro (1,037 miliardi di euro), con una crescita del 4,8% rispetto al 2013.
    L’Ebitda, invece, è di 60 milioni di euro, in aumento addirittura del 19,2% rispetto all’anno precedente.
    Presentano dei valori positivi anche il risultato netto e la posizione finanziaria netta.
    Il primo si attesta sui 9 milioni e risulta sostanzialmente stabile; il secondo, invece, fa registrare 122 milioni di euro, con una variazione positiva di 5 milioni nel confronto con il 2013.

    latte_fresco_I risultati raggiunti da Granarolo sono notevoli in senso assoluto, ma diventano ancora più rilevanti se parametrizzati al grave periodo di recessione che sta vivendo l’Italia.
    La scarsità della domanda interna ha portato ad una netta diminuzione degli ordinativi e della produzione industriale, con conseguente riduzione degli investimenti da parte della maggior parte delle aziende nostrane.
    La strategia di Granarolo è stata, però, lungimirante: sfruttare la debolezza dell’Euro per allargare i propri orizzonti di mercato al di fuori dell’area Ue.
    La scelta di puntare, ad esempio, sul settore dei formaggi e sulla loro richiesta nei mercati esteri ha portato la quota di export a crescere dal 4 al 16% in due anni e secondo le previsioni a breve potrebbe superare addirittura il 30%.

    Il caso di Granarolo è il perfetto esempio di come si possano raggiungere determinati obiettivi attraverso un’accurata programmazione aziendale che tenga conto del mutato scenario macroeconomico.
    A tal proposito il presidente del Consiglio d’amministrazione, Gianpiero Calzolari, annuncia un maggiore impegno dell’impresa in mercati molto prolifici per il made in Italy: “ Il 2015 sarà ancora un anno di crescita con un duplice obiettivo . Da un lato, prevediamo di consolidare il mercato europeo con ulteriori accordi e partnership, dall’altro guardiamo con attenzione ai mercati extra UE, in particolare quelli asiatici e statunitensi dove possiamo valorizzare la filiera italiana e le eccellenze del made in Italy”.
    Da questo punto di vista, sottolinea Calzolari, Export sarà un ponte importante per rilanciare i prodotti italiani e valorizzare la qualità che le nostre aziende sanno esprimere.



  • Legge di Stabilità e Jobs Act, due provvedimenti legati tra di loro con un unico obiettivo: creare nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato.
    Le prime indicazioni a tal proposito sembrano essere incoraggianti. A fornircele è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in occasione di una conferenza stampa indetta per annunciare l’accordo tra Inps, Confindustria e sindacati in merito all’elaborazione e alla diffusione dei dati sulla rappresentanza sindacale.

    caschetto lavoroL’incontro con le parti sociali è stata un’occasione per parlare anche di lavoro e delle nuove opportunità fiscali e giuridiche offerte dal Governo. A tal proposito Boeri rilascia dichiarazioni molto importanti: “Nei primi 20 giorni di febbraio sono 76 mila le richieste arrivate dalle imprese per accedere alla decontribuzione per assunzione a tempo indeterminato”.
    Numeri che secondo il vertice dell’istituto previdenziale potrebbero crescere ulteriormente. A fine mese verranno comunicati i dati definitivi e quel punto saremo in grado di valutare con più precisione i primi effetti del Jobs Act.

    L’istituzione del nuovo contratto a tutele crescenti, unita agli sgravi fiscali e contributivi per chi assume nuovi dipendenti con contratti a tempo indeterminato, rende più attrattivo per un’impresa utilizzare forme contrattuali a tempo indeterminato.
    Le aziende sopporteranno costi fiscali inferiori e potranno sciogliere il rapporto lavorativo con più facilità. Il nuovo articolo 18, infatti, rende più flessibile il rapporto di lavoro sia in entrata che in uscita, mettendo il datore di lavoro al riparo di fronte a possibili ricorsi al giudice.
    L’obbligo di reintegro sul posto del lavoro viene confinato a poche fattispecie di licenziamento disciplinare e a quello discriminatorio. Un eventuale indennizzo economico da corrispondere al lavoratore licenziato illegittimamente graverebbe di meno sulle casse dell’azienda.
    In questo modo si spiegano i dati riportati da Boeri: che sia il momento giusto per ridimensionare le forme contrattuali a termine?
    Sul punto ci sentiamo di restare molto cauti. Solo dopo il varo di tutti i decreti attuativi del Jobs Act potremo stabilire se effettivamente il nuovo contratto a tutele crescenti sancirà il definitivo superamento delle decine tipologie contrattuali a tempo determinato.