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  • L’agricoltura può essere un importante veicolo di crescita economica. Lo hanno capito anche i giovani italiani.
    I dati forniti dall’Istat relativi all’ultimo trimestre del 2014 ci rivelano come il settore agricolo sia in costante ascesa, sopratutto sul fronte giovanile.
    Negli ultimi tre mesi del 2014, infatti, c’è stato un aumento degli occupati del 7,1%.
    Numeri che diventano ancora più eclatanti se guardiamo alla crescita avuta nel Nord Italia, dove il numero degli impiegati nel settore agricolo ha fatto registrare un boom del +17,5%.

    Sono aumentati, nello specifico, i lavoratori dipendenti nell’agricoltura (+5,5%), ma l’aspetto più interessante riguarda il lavoro autonomo.
    La figura classica dell’imprenditore è collegato al settore industriale o al massimo a quello dei servizi. La rivoluzione moderna interessa a stretto giro anche i modelli imprenditoriali, soprattutto giovanili.
    E l’agricoltura è parte integrante di questo mutamento culturale. Se guardiamo sempre ai dati forniti dall’Istat, nell’ultimo trimestre del 2014 il numero di lavoratori indipendenti nel settore agricolo è aumentato addirittura dell’8,7%.

    06112014Crescono, dunque, le imprese dedite all’agricoltura, ma cosa ancora più importante sono sempre di più i giovani imprenditori che decidono di mettersi in gioco in questo ambito. Secondo un sondaggio svolto da Coldiretti/Ixé il 57% dei ragazzi vorrebbe gestire un agriturismo.
    Una tendenza che trova riscontri nella realtà occupazionale. Le imprese agricole condotte da giovani con meno di 35 anni, infatti sono diventate 49.871, in aumento dell’1,5% rispetto al trimestre precedente.
    Allo stesso tempo l’occupazione giovanile nel settore agricolo presenta una crescita addirittura del 15%.
    Si tratta di tendenze opposto rispetto a quanto avviene in altri ambiti della società italiana. Segno evidente che l’agricoltura offre maggiori opportunità e migliori margini di crescita rispetto ad altri settori lavorativi.

    Lo spazio per l’innovazione e per la competizione, infatti, è enorme. Un’accurata gestione delle derrate agricole nostrane può portare l’Italia a diventare un paese leader su scala mondiale.
    Lo dimostrano i dati sui prodotti dell’agroalimentare italiano, che mostrano come i beni nostrani siano ancora oggi tra i più richiesti sul mercato.
    Da questo punto di vista Expo 2015 può rappresentare una straordinaria opportunità per tutta l’agricoltura italiana e non solo. Una buona campagna di sponsorizzazione dei nostri prodotti, unita ad un efficace investimento in tecnologia e programmazione può essere il migliore strumento di crescita per un paese in profonda recessione.

     


  • europa bce

    60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016, per un totale di oltre 1100 miliardi per l’acquisto di titoli di stato, cartolarizzazioni, bond garantiti e obbligazioni di istituzioni europee.
    Alle 12:15 è partito il Quantitative easing, la misura eccezionale di politica monetaria lanciata dalla Bce per far crescere l’economia europea.
    Deflazione, tassi d’interesse elevati, crollo dell’export: tendenze che preoccupano le istituzioni europee e che hanno convinto Bruxelles della necessità di un intervento immediato.

    Via dunque al Qe. In queste ore sono partite le ipotesi sui primi acquisti di titoli di stato.
    Quelli più accreditati sono i bund tedeschi. Ma c’era da aspettarselo, visto che gli investimenti dipenderanno dalla quota di partecipazione dei singoli stati al capitale della Bce e la Germania detiene la quota maggioritaria.
    Probabile, dunque, si parta ancora una volta dai tedeschi. In un secondo momento si procederà con i titoli italiani, francesi e belga.
    Se la Germania può sorridere, in Grecia dovranno versare lacrime e sangue. Il paese ellenico non sarà interessato dal Quantitative easing finché non pagherà i prestiti dovuti alla trojka, ma c’è di più.
    Per il mese di Marzo, la Grecia non riceverà alcun finanziamento da parte dell’Unione Europea. Il piano di riforme non convince ancora del tutto, così come non sono state gradite alcune dichiarazioni del Ministro delle Finanze Varoufakis sulla possibilità di un referendum sulla riforme.

    eurogruppoIl tavolo di trattativa, dunque, sembra essere ancora in bilico. Tsipras prova ad agire da intermediario e chiede aiuto ad Hollande e Renzi, come possibili alleati contro le politiche di austerity della Germania e degli alleati finlandesi ed olandesi.
    Il capo dello Stato francese ed il premier italiano mantengono una posizione neutrale, ma sarà nel loro interesse portare avanti alcune istanze elleniche, diventando così delle vere e proprie guide per i paesi dell’Europa Mediterranea.

    In mezzo a questo trambusto monetario e diplomatico, ci sono le prime reazioni delle borse all’avvio del Quantitative easing. Tutte tranne Milano, che ha avuto un leggero rialzo, sono partite in ribasso.
    Si tratta, però, di una situazione ordinaria, visto che gli effetti benefici del Qe si sono visti già nelle passate settimane, quando le borse hanno fatto registrare delle punte massime storiche.
    Preoccupano, invece, le previsioni sull’attività della Federal Reserve. La banca federale americano potrebbe decidere, infatti, di alzare i tassi d’interesse dopo i recenti dati positivi sulla crescita dell’occupazione e l’aumento dei consumi.
    Sta all’Europa, adesso, ottenere i medesimi risultati della Fed attraverso una politica monetaria espansiva e dei tassi d’interesse più bassi. Rilanciare la produzione industriale e far crescere euro e livello dei prezzi sarà fondamentale per avere maggiore credibilità sul mercato mondiale.

     



  • Tempo di bilanci anche per il settore agricolo. L’Istat ci fornisce i dati relativi al 2014, che ci permettono di analizzare la variazione dei prezzi dei prodotti agricoli avvenuta negli ultimi dodici mesi.
    Se diamo uno sguardo sia ai beni acquistati dagli agricoltori che quelli da essi venduti, notiamo come il processo di deflazione abbia colpito in maniera netta anche l’agricoltura.
    Ma analizziamo i dati nel dettaglio.

    prezzi agricolturaNell’ultimo trimestre del 2014 l’indice dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori è diminuito dell’1,3% rispetto al trimestre precedente e del 3,0% rispetto al medesimo trimestre dell’anno 2013.
    Anche nel confronto con i singoli mesi del 2013, la deflazione rimane evidente. Rispetto a dicembre 2013, ad esempio, il livello dei prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori è diminuito del 3,4%.
    Si tratta di una variazione negativa in costante aumento e che difficilmente si arresterà sensibilmente nel 2015.
    In generale la diminuzione media dei prezzi nel 2014 è stata dell’1,7% e ha interessato soprattutto i bei ed i servizi intermedi, mentre i beni di investimento hanno fatto registrare un incremento congiunturale dello 0,2% e tendenziale dello 0,9%.
    Nel corso del 2014 le diminuzioni più rilevanti tra i prodotti acquistati dagli agricoltori sono riscontrabili tra i mangimi (-5,3%), concimi e ammendanti (-3,7%) ed energia e lubrificanti (-2,7%). Le variazioni positive maggiori riguardano, invece, la manutenzione e riparazione macchine (+2,0%) e per antiparassitari (+1,9%).

    Veniamo, invece, ai prodotti venduti dagli agricoltori. In questo caso le uniche variazioni positive sono inerenti al confronto tra l’ultimo trimestre del 2014 ed i precedente (+3,6%), mentre vi è una diminuzione del livello dei prezzi del 2,7% rispetto al medesimo trimestre del 2013.
    Colpisce la variazione media annua dei prodotti venduti dagli agricoltori per l’intero 2014, dove c’è stato un ribasso del 4,2%.
    Per quanto riguarda l’anno appena trascorso, l’unico prodotto in grado di aumentare il proprio livello dei prezzi è stato l’olio d’oliva con una variazione annua positiva del 7,3%; nel confronto con il precedente trimestre il prezzo dell’olio è aumentato addirittura del 34,1%.
    Tutti gli altri prodotti, invece, presentano delle variazioni negative per il 2014. I prodotti vegetali, in particolare, vedono una diminuzione dei prezzi del -5,7%, tra di esse la decrescita maggiore riguarda le patate (-16,7%) ed il vino (-8,9%). Gli animali ed i prodotti da animali, infine, presentano una diminuzione dei prezzi del 2,1% per il 2014 ed addirittura del -7,5% nel confronto tra dicembre 2014 e dicembre 2013.



  • È il 9 marzo il fatidico giorno d’inizio del quantitative easing. A comunicarlo è Mario Draghi, presidente della Bce, al termine del consiglio direttivo svoltosi a Cipro.
    Il vertice dell’Eurotower ha spiegato modalità, tempi ed obiettivi della misura eccezionale di politica monetaria, un intervento che molti definiscono storico per l’entità delle risorse dispiegate e per il protagonismo (inedito) che svolgerà la Banca centrale europea.

    Partiamo, innanzitutto, dalla quantità di denaro che verrà immesso sul mercato. Si tratta di 60 miliardi di euro ogni mese per un totale di 1140 miliardi. La durata dell’intervento, infatti, dovrebbe essere almeno fino a settembre 2016, ma potrebbe anche prolungarsi.
    L’intento della Bce è riportare l’inflazione su livelli vicini al 2%. Al momento i prezzi al consumo si attestano su standard negativi (-0,3%) e le previsioni per il 2015 vedono un’inflazione vicina allo zero. Solo nel 2016 ci dovrebbe essere un rialzo dei prezzi che li dovrebbe portare l’inflazione, secondo gli economisti della Bce, al +1,5%.
    A quel punto i vertici si potrà valutare se proseguire con il Qe o interrompere l’acquisto di titoli di stato nel mese di settembre.

    draghiVeniamo, invece, alle modalità d’acquisto e alla ripartizione dei rischi tra i vari paesi, che sono probabilmente gli aspetti più problematici. Le singole banche centrali potranno acquistare titoli di stato, cartolarizzazioni, bond garantiti e obbligazioni di istituzioni europee, la cui durata che può variare dai 2 ai 30 anni.
    La quota di acquisto dei singoli paesi dipende dalla partecipazione di ciascuno al capitale della Bce. L’Italia, per fare un esempio, partecipa per un 12,3%, dunque avrà a disposizione circa 7,4 miliardi al mese sul totale di 60 previsti.
    In realtà ci sarà una maggiore flessibilità nel calcolo della spesa mensile: le banche potranno sforare in determinati mesi,pur d ottenere un più “agevole sviluppo del programma”.
    I rischi, invece, saranno ripartiti solamente per un 20% fra tutti gli stati, mentre il restante 80% graverà sulle singole banche nazionali.
    Quest’ultima linea direttiva è stata fortemente voluta dalla Germania, che mai avrebbe accettato una misura di politica monetaria espansiva che gravasse sull’intera eurozona. Con questa modalità, invece, il 12% dei rischi riguarderà le obbligazioni emesse dalle istituzioni europee e l’8% interesserà i titoli nazionali.

    Secondo Mario Draghi, il Quantitative easing stabilizzerà l’economia europea, rendendo l’euro una moneta più forte e velocizzando la crescita del Pil. L’annuncio del Qe ha provocato una spinta positiva sui mercati, permettendo inoltre alla Bce di rivedere in positivo le stime sul Prodotto Interno Lordo europeo.
    Le previsioni, adesso, vedono un Pil in crescita del +1,5% nel 2015, +1,9% nel 2016 e del 2,1% nel 2017.



  • Ci sono le persone romantiche e quelle moderne. O almeno così dicono, come se non fosse possibile conciliare le due cose.
    Essere amanti delle nuove tecnologie non significa necessariamente disprezzare la tradizione. Del resto è solo grazie agli insegnamenti tecnici e teorici passati che è possibile concepire il concetto di progresso e sperimentare qualcosa di nuovo.

    ctuÈ possibile applicare questo concetto alla battaglia tutta moderna tra i vecchi libri su supporto cartaceo ed i nuovi e-book. Le tecnologie moderne hanno letteralmente rivoluzionato la nostra vita quotidiana, cambiando le nostre abitudini e consentendoci di svolgere determinate funzioni impensabili fino a qualche anno.
    Eppure ci sono alcuni digital devices che faticano ad imporsi sul mercato mondiale e a sostituire strumenti tradizionali.
    Il riferimento è proprio ai libri digitali, i quali pagano dazio nel confronto con i libri cartacei.
    L’odore della carta ed il romantico rumore della pagina sfogliata mantengono intatti il loro fascino. Il costo minore degli e-book ed il loro carattere multi task non è sufficiente per entrare nel cuore dei lettori.
    Lo ha ribadito un recente sondaggio del Washington Post, secondo il quale solo il 9% degli studenti universitari americani legge un libro sotto formato digitale. E non stiamo parlando di gente “old school” ma di persone che sono nate e cresciute nell’era digitale.
    I giovani ritengono che leggere un libro cartaceo aiuti a studiare con più attenzione, consentendo inoltre di sottolineare i passaggi chiave e di prendere appunti all’interno della stessa pagina. Una concezione dello studio, questa sì “old school” e destinata a non tramontare mai.

    Ma veniamo alla notizia del giorno. Questa volta il duro colpo agli ebook viene addirittura dalla Corte di Giustizia europea.
    Una sentenza dell’organo giurisdizionale continentale boccia l’Iva agevolata sugli e-book presente in Lussemburgo ed in Francia. Una pronuncia destinata ad avere degli effetti anche in Italia, visto che proprio di recente è stata approvata una legge che pone l’Iva sui libri digitali al 4%.
    In Francia, per fare un esempio, la suddetta tassa è al 5,5%. Capiamo benissimo, dunque, come anche il nostro paese sarà costretto a modificare la propria normativa.
    La motivazione della sentenza sta tutta nella definizione stessa di e-book. La Corte di Giustizia si esprime, infatti, in questi termini: “Le norme europee vietano la possibilità di applicare un’Iva ridotta a qualunque servizio fornito per via elettronica”.
    Gli e-book vengono, dunque, concepiti come un servizio e non come un semplice bene, sul quale sarebbe stato possibile apporre una tassazione diversa.
    In generale l’Unione Europea prevede delle tariffe agevolate per i libri solamente se il supporto fisico è parte integrante del libro stesso, come avviene per il cartaceo. Non è il caso degli e-book, in quanto il computer o il tablet non sono forniti insieme al libro digitale, dunque non sono considerati parte integrante di essi.
    Si tratta, comunque, di una sentenza di un certo rilievo perché impedisce agli Stati di defiscalizzare l’utilizzo dei libri digitali. Solo grazie ai prezzi ridotti questi ultimi riescono ad ottenere un vantaggio competitivo rispetto al cartaceo, vantaggio che potrebbero rischiare anche di perdere.



  • Addio al roaming? Sì, ma non prima del 2018.
    È questa la contestata decisione presa dalla Commissione europea. Contestata in primis dal Parlamento Ue.
    Nel mese di Aprile 2014 l’assemblea parlamentare aveva disposto l’eliminazione dei costi di traffico telefonico da pagare quando ci si trova in un paese diverso dal proprio.

    Jobs act via i Co.co.pro e modifiche alle Partite IvaSembra una contraddizione in termini il fatto che nell’epoca delle moneta unica e dell’abolizione delle barriere doganali, i cittadini dell’Eurozona debbano sopportare costi maggiorati nell’invio di un sms per il semplice fatto di trovarsi in Francia o in Germania.
    Eppure è così e la spiegazione va ricercata nell’immenso potere delle compagnie telefoniche.
    Paesi come la Francia e l’Olanda si sono opposti fermamente all’eliminazione immediata del roaming, rinviando la decisione al 2018 e rendendola vincolata ad uno studio specifico sugli impatti di una simile decisione sulle compagnie telefoniche.
    Qualora l’addio al roaming dovesse comportare danni notevoli all’attività economica delle suddette compagnie, ci potrebbe essere lo stop improvviso del processo di riforma.

    Francia e Olanda hanno messo davanti, dunque, gli interessi oligopolistici delle proprie imprese, fornendo un ulteriore colpo al processo di integrazione politica ed economica.
    Eppure proprio questo era uno dei punti cardine del piano di liberalizzazione del nuovo presidente della Commissione Juncker. In questi anni i costi del roaming sono stati ridotti in maniera notevole (-80%), ma non può bastare.
    I cittadini dovranno accontentarsi di un misero pacchetto in vigore dal primo luglio 2016: 5 minuti, 5 megabyte e 5 sms senza costi aggiuntivi per sette giorni l’anno.
    Superato questo limite, si tornerà ai costi aggiuntivi standard: 5 centesimi al minuto per le chiamate e per ogni megabyte e 2 centesimi per gli sms. Il principio “mercato unico, tariffa unica” è, dunque, ancora lontano dall’essere attuato.
    La sensazione è che la debolezza del processo di integrazione europea, manifestatasi in questi mesi, possa avere delle ripercussioni in sede decisionale. Crescono, infatti, i veti incrociati e aumentano gli stati mal disposti a cedere quote di sovranità in nome del progetto europeo.
    È una problema, quest’ultimo, di natura politica e va affrontata con discreta urgenza.


  • europa bce

    È iniziato da poco un mese delicato per l’Unione Europea. Saranno tante le questioni da affrontare e le decisioni da prendere in questo marzo tutto da scoprire.
    L’Eurozona sta attraversando una fase di crisi quasi cronica, testimoniata dallo stato di salute della propria moneta.

    eurogruppoLa svalutazione dell’Euro ha raggiunto dei minimi storici. Questa mattina il cambio con il dollaro si attestava stabilmente sotto i 1,11 dollari. Un livello del genere non si vedeva dal settembre 2003.
    Avere una moneta così debole puoi avere dei vantaggi, soprattutto in termini di esportazioni verso i mercati extra-europei.
    Non è un caso che realtà come l’Italia, che fanno dell’export verso gli Stati Uniti una delle principali attività commerciali, sia riuscita a far crescere il proprio livello di esportazioni, limitando così la perdita di punti percentuale del proprio Pil.
    Ma evidentemente non può essere una situazione destinata a durare. Un Euro così debole “svaluta” l’unione politica e monetaria e rende il progetto comunitario permeabile agli attacchi delle forze anti-europeiste.

    A questo si aggiunge la delicata situazione greca. Il piano di riforme varato da Tsipras ed accettato dall’Eurogruppo fornisce allo stato ellenico quattro mesi di tempo per dimostrare la propria credibilità e provare a rimodulare il piano di rientro stipulato dal precedente governo.
    I mugugni in arrivo da Berlino, però, sono sempre più forti e le dichiarazioni del ministro delle Finanze Varoufakis iniziano a stancare i vertici di Bruxelles.
    Non sarà facile mediare in questa situazione di gelo perenne. Nei prossimi giorni ne sapremo di più.
    Sembra, infatti, che Tsipras sia intenzionato a presentare le riforme della pubblica amministrazione e del fisco di qui a breve.
    A quel punto vedremo quale sarà il reale margine di trattativa tra l’Ue e la Grecia. Sulla spending review e l’anticorruzione, Atene si gioca quasi tutto. I primi provvedimenti sui bonus energetici, sugli affitti e sulle tessere alimentari vanno nel senso di aumento della spesa.
    Starà a Tsipras riuscire a bilanciare questa tendenza attraverso un’effettiva lotta all’evasione fiscale e un corposo taglio ai costi della P.A.

    C’è poi la questione inflazione, che è quella che preoccupa maggiormente il presidente della Bce Mario Draghi. Proprio oggi il vertice dell’Eurotower presenterà a Cipro i dettagli del quantitative easing, la misura di politica monetaria adottata per riportare il livello di inflazione su livelli accettabili, ovvero vicini al 2,0%.
    Al momento le previsioni per il 2015 danno i prezzi al consumo al -0,3%, ecco perchè sarà importante capire le modalità di acquisto dei titoli di stato da parte delle Banche centrali e soprattutto fino a quando il quantitative easing potrà durare.
    Le parole di Draghi in tal senso lasciano libero spazio d’interpretazione, sostenendo che il Qe proseguirà : “finché il consiglio direttivo non riscontri un aggiustamento durevole del profilo d’inflazione”.
    Il “bazooka” della Bce dovrebbe comunque durare fino a settembre 2016, con un investimento di 60 miliardi di euro al mese.
    La certezza è che le istituzioni europee sono chiamate a prendere delle decisioni epocali per il futuro dell’Ue, perchè unione politica, economica e monetaria probabilmente non sono mai stati così in discussione come in questi giorni.



  • Sembra un calvario per l’Italia. Ogni giorno arrivano dati, sondaggi, statistiche pronte a condannare il nostro paese e la nostra economia.
    Del resto i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la disoccupazione ha raggiunto dei picchi storici, il Pil non cresce più e la povertà è un fenomeno sempre più emergente.
    Proprio di quest’ultima ci occupiamo questa volta e per misurarla ci serviamo di un indice particolare fornito da Bloomberg.

    misery indexSi chiama misery index e mette in correlazione il livello di inflazione ed il tasso di disoccupazione. Ne viene fuori un indicatore che valuta il grado di povertà dei singoli paesi, calcolando se un’economia riesce o meno a produrre ricchezza.
    I paesi oggetto di questa analisi sono 51. Al primo posto di questa graduatoria non certo meritoria troviamo il Venezuela, davanti ad Argentina, Sud Africa ed Ucraina.
    I primi due sono riconosciuti nel mondo per i prezzi al consumo alle stelle. Basti pensare che il Venezuela presenta un’inflazione del 78,5%, più del quadruplo rispetto al dato ucraino, dove è in corso una guerra civile che sta lacerando il proprio tessuto economico e sociale.
    Nonostante la grave situazione, l’Ucraina è riuscita comunque a passare dal secondo posto dell’anno precedente al quarto attuale, facendo registrare timidi segnali di ripresa soprattutto dal punto di vista occupazionale.

    Non è per nulla incoraggiante la situazione di alcuni stati europei. Il primo in classfica è la Grecia al quinto posto, seguito dalla Spagna sesta e dal Portogallo decimo. L’Italia è poco più indietro all’undicesimo posto.
    Sono tanti gli indicatori negativi. Su tutti la disoccupazione giovanile, oltre la soglia record del 44%, ma anche la produzione industriale ed il Pil sono su livelli inferiori rispetto a dieci anni fa.
    Ne risente l’intera società: la crescita dei disoccupati genera, infatti, un aumento dei cittadini in stato di indigenza. La povertà è un fenomeno sempre più diffuso su scala mondiale.
    L’Italia non ne è esente. Un motivo in più per porre rimedio attraverso degli idonei meccanismi assistenziali.



  • Solo il 21% della popolazione italiana ha accesso ad una connessione Internet a banda ultralarga contro il 64% della media europea; la velocità media di navigazione su tutto il territorio italiano è inoltre inferiore ai 10 Mbps.
    Questi dati spiegano il perché l’Italia si trovi all’ultimo posto tra i paesi europei per utilizzo delle nuove tecnologie digitali per la connessione a Internet e rendono bene l’idea dell’impellenza dell’investimento sulla banda larga.

    banda largaDopo anni di attesa finalmente è arrivato un piano preciso con dei fondi altrettanto chiari.
    Sono sei i miliardi di euro investiti dal Governo, di cui 4 anticipati dalla Banca europea degli investimenti e due stanziati dalla Stato a fondo perduto.
    A questi vanno aggiunti i 2 miliardi già previsti dai privati e altri 4 derivabili dagli incentivi fiscali proposti dall’esecutivo per tutti i soggetti che decideranno di installare le strutture a fibra ottica nelle varie zone del nostro paese.
    L’Italia prova, dunque, a dare una svolta al proprio cammino digitale con un unico obiettivo: rispettare il programma dell’Agenda digitale europea 2020 che mira a coprire il 100% della popolazione con una connessione di 30 mbps ed il 50% con almeno 100 mbps.

    Il nostro paese paga ritardi ancestrali ed un’insistenza quasi miope sulle rete in rame. Il provvedimento del Ministero dello Sviluppo economico non obbligherà Telecom a spegnere il rame entro il 2030, come sembrava in un primo momento.
    Al contrario, la strategia dell’esecutivo prevede una forte incentivazione fiscale per chi deciderà di investire sulla fibra ottica, rendendo di fatto poco conveniente puntare sulla “vecchia” rete in rame.
    Le deduzioni di natura fiscale diventano ancora più forti nelle cosiddette regioni a fallimento sicuro. Il riferimento è al Sud Italia e ai territori montani, zone difficilmente raggiungibili dalla banda larga.
    Lo Stato dovrebbe prevedere dei fondi di garanzia per i privati che decideranno di investire in questi territori e, qualora questo non dovesse avvenire, sarà la mano pubblica ad intervenire per dotare queste zone di una connessione veloce.

    In generale il territorio italiano verrà diviso in quattro cluster, corrispondenti ad altrettante aree geografiche dove l’investimento sulla banda larga presenta diverse probabilità di successo.
    Le grandi città, ad esempio, hanno una copertura migliore, ecco perché i privati troveranno più conveniente dirottare le proprie risorse su questi territori, consci delle alte possibilità di successo del proprio investimento.
    Si tratta comunque di un piano doveroso, che dovrebbe rendere famiglie, scuole ed imprese immerse finalmente nella moderna realtà digitale.
    L’arretratezza del nostro paese dal punto di vista dell’innovazione è uno dei maggiori svantaggi competitivi sul mercato mondiale. Dotare la stragrande maggioranza dei cittadini di una connessione veloce è a tutti gli effetti un atto dovuto alla civiltà dell’Italia.



  • Il testo sul falso in bilancio ha finalmente preso vita ed è pronto ad arrivare in Parlamento.
    Sono ancora incerti i tempi e le modalità di approvazione. Con ogni probabilità il testo dovrebbe arrivare questa settimana in Commissione Giustizia al Senato prima di approdare alle Camere nei prossimi sette giorni.

    orlandoLa novità principale riguarda l’esclusione delle soglie patrimoniali o percentuali al di sotto delle quali il reato di falso in bilancio rimane impunito. Allo stato attuale la fattispecie non è punibile se le elusioni sono inferiori al 5% del risultato d’esercizio e all’1% del patrimonio netto.
    Il Governo elimina definitivamente tali soglie, per cui il reato di falso in bilancio è sanzionabile a prescindere dall’entità della somma elusa.
    L’esecutivo, però, istituisce una distinzione non di poco conto tra società quotate in borsa e non.
    Per quanto riguarda le prime la pena rimane da 3 a 8 anni e sarà perseguibile anche d’ufficio.
    Quando, invece, la società non è troppo grande e non è quotata in borsa, spetterà al giudice valutare se procedere o meno. Un’eventuale condanna, infatti, anche per falsi in bilancio di lieve entità potrebbe portare l’azienda al fallimento, per questo motivo verrà lasciato ampio margine discrezionale al giudice.
    La pena per questa fattispecie viene ridotta e va da 1 a 5 anni.

    Proprio quest’ultimo punto è quello più problematico e si scontra con il parere delle opposizioni in Parlamento.
    La previsione di una pena massima di 5 anni impedisce di fatto che il reato sia sottoposto ad intercettazioni.
    Il codice penale, infatti, prevede l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche solo per quelle fattispecie la cui sanzione è superiore a 5 anni.
    Vengono, dunque, depenalizzati alcuni tipi falsi in bilancio, lasciando un importante potere di scelta alle autorità giudiziarie.
    Il criterio delle società quotate in borsa è sicuramente rilevante, ma forse non sufficiente per stabilire la gravità del reato.
    Per adesso sembra che la norma in questione che scontenti molti attori.
    Innanzitutto Confindustria, che si è sempre battuta per il mantenimento delle soglie di non punibilità e che reputa troppo ampio il potere di discrezionalità in capo ai giudici.
    Ma anche il Movimento 5 Stelle ed una parte della minoranza Pd condanna l’abbassamento delle pene e l’impossibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni.
    Resta comunque un cambiamento normativo non di poco conto. Vedremo se nei prossimi giorni ci saranno ulteriori modifiche nel corso dei passaggi parlamentari.
    Dovrà attendere ancora, invece, il ddl anti corruzione, il cui emendamento sul falso in bilancio è strettamente collegato. Si discute ancora all’interno della maggioranza sugli strumenti per combattere i reati contro la Pubblica Amministrazione e le relative sanzioni.
    Secondo quanto filtra da Palazzo Chigi, sembra che il Governo sia intenzionato ad aumentare i termini di prescrizione proprio per le fattispecie di reato contro le P.A.
    Nei prossimi giorni dovrebbe essere elaborato il testo completo che rappresenta senza dubbio uno snodo fondamentale dell’azione governativa.



  • Da una parte ci sono milioni di disoccupati in cerca di un lavoro ed in condizioni economiche precarie; dall’altra un’Unione Europea rigida sulle proprie posizioni, consapevole che l’indebitamento non è la soluzione dei problemi di natura sociale. Lo dimostra anche il recente passato che ha decretato il fallimento di alcuni strumenti di natura assistenziale.
    Difficile fare da arbitri in questa situazione. L’Italia ci prova, con non poche difficoltà.

    polettiSono due gli argomenti sul tavolo del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: pensioni e reddito minimo garantito.
    Le questioni si scontrano con le direttive della Commissione europea in materia di bilancio. Rivedere questi due istituti per coprire determinate fasce di popolazione in difficoltà significherebbe aprire un fronte con le istituzioni europee che proprio in questi giorni hanno fornito il proprio parere positivo sulle recenti misure adottate dal Governo Renzi.

    Nonostante i possibili dissidi in sede europea, il Ministro Poletti ha aperto all’inserimento di norme che favoriscano la pensione anticipata. Il lavoratore dipendente potrebbe ottenere, dunque, di andare in pensione prima del raggiungimento dei requisiti pensionistici, accettando però di ricevere una cifra ridotta.
    Il risparmio per lo Stato sarebbe notevole nel lungo periodo, mentre nei primi mesi comporterebbe un aumento della spesa pubblica sanzionabile dalle istituzioni europee.
    Il Governo dovrà comunque intervenire sul tema delle pensioni. Sono troppe le fasce di popolazione penalizzate. Lo ammette lo stesso Poletti che fa riferimento, ad esempio,, a chi perde il lavoro e non matura i requisti pensionistici.
    Per questi soggetti sarà necessario trovare una soluzione attraverso un ammortizzatore sociale o un altro strumento di natura transitorio.

    Il sistema pensionistico italiano necessita di una riforme nel senso di una maggiore flessibilità in entrata. Non è un mistero, però, che l’Unione Europea non veda di buon occhio questo tipo di misure.
    Non a caso nel pacchetto di misure proposte da Tsipras all’Eurogruppo, il primo ministro greco è stato costretto, giocoforza, ad eliminare gli incentivi alle pensioni anticipate, limitando così la flessibilità del proprio stato in materia previdenziale.
    Anche il nuovo presidente dell’Inps, Tito Boeri, auspica una riforma delle pensioni. Lo ha dichiarato nel corso di un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Per l’Ue se si consentono i pensionamenti anticipati risalta solo l’aumento immediato della spesa ma non il fatto che poi si risparmierà perché l’importo della pensione sarà più basso. Bisogna battersi in Europa per arrivare a una valutazione intertemporale del bilancio”.
    Ma la proposta forte di Boeri non riguarda le pensioni, bensì la formulazione di un reddito minimo garantito per le categorie in difficoltà “finanziato dalla fiscalità generale”.
    La povertà nel nostro paese è un fenomeno in crescita ed in quanto tale non va trascurato. Vedremo se il Governo valuterà veramente l’introduzione di un istituto di questo tipo che certamente troverebbe il favore di alcune forze parlamentari come Sel ed il Movimento 5 Stelle.