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  • Non sono bastati gli oltre 4,5 miliardi di euro versati in questi anni: l’Italia rischia di dover pagare a caro prezzo le quote latte.
    Colpa di leggi comunitarie non rispettate e di multe non riscosse. E un’ulteriore beffa viene dal fatto che il regime di quote latte terminerà proprio quest’anno, il 31 marzo per la precisione.
    Ma per le casse dello Stato la questione rischia di aver ripercussioni sul lungo periodo.

    06112014Proprio in questi giorni è arrivato un ulteriore deferimento da parte della Commissione europea nei confronti del nostro stato per “non aver assolto adeguatamente al proprio compito di gestione del recupero dei prelievi per la sovrapproduzione di latte”
    In sostanza il Governo italiano non ha riscosso le cifre dovute dai produttori per il mancato rispetto delle norme sulle quote latte.
    La nota di Bruxelles spiega così il provvedimento: “Nonostante le ripetute richieste della Commissione, risulta evidente che le autorità italiane non hanno preso le misure opportune per recuperare il prelievo dovuto dai singoli produttori e caseifici”.

    Con ogni probabilità, dunque, l’Italia verrà condannata dalla Corte di Giustizia a pagare una corposa multa. La cifra dovuta all’Unione Europea è di 1,7 miliardi di euro, di questi 422 milioni sono stati già anticipati dallo Stato.
    Proprio in questi giorni il Governo si era attivato inviando oltre 1.400 cartelle esattoriali ai produttori per recuperare questa somma.
    Con la fine delle quote latte l’agricoltura italiana ed europea attraverserà una fase di transizione, aggravata dal periodo di recessione.
    Vedremo quali saranno adesso gli investimenti dello Stato italiano. Come ha fatto notare il ministro delle politiche agricole Martina, in un’intervista a Repubblica, i fondi dedicati all’agricoltura potrebbero essere maggiori se non fosse per le suddette sanzioni.
    Un esempio emblematico viene dal fondo stanziato all’interno della Legge di Stabilità per sostenere il latte di qualità. L’ammontare dell’investimento è di 100 milioni di euro per tre anni.
    Una cifra che potremmo definire quasi irrisoria e che va al colpire un prodotto competitivo sul mercato interno ed internazionale.
    Certamente la situazione delle multe sulle quote latte è paradossale, se pensiamo che in più di 20 anni l’Italia non è riuscita a risolvere la situazione, imponendo ai propri produttori di rispettare la normativa europea.
    Sulla questione, come ha fatto notare lo stesso ministro Martina, ha pesato enormemente la propaganda di alcuni attori politici come la Lega Nord, che ha esplicitamente invitato gli agricoltori del Nord Italia a violare la legge sulle quote latte.
    I risultati sono sotto gli occhi di tutti e colpiscono un settore strategico per l’economia italiana.



  • Dopo mesi di sofferenza ed indicatori negativi, anche l’Italia sembra intravedere la luce.
    Certo, la strada è ancora lunga, ma qualche segnali di ripresa si vede.
    Ne abbiamo avuto conferma negli ultimi giorni, soprattutto grazie ai dati forniti dall’Istat. Produzione industriale, vendita di autovetture, export, disoccupazione fanno registrare indicatori in crescita.
    Merito soprattutto della svalutazione dell’euro e della conseguente maggiore appetibilità dei prodotti italiani oltreoceano.

    28102014Ne hanno giovato le industria nostrane, specie quelle nel settore della produzione di automobili. Non è un caso che Fiat-Chrysler abbia avuto un notevole aumento degli ordinativi e sia riuscita ad assumere oltre 1000 addetti nello stabilimento di Melfi.
    Lo stesso settore agricolo sembra godere di una discreta salute. I segnali di ripresa, dunque, seppur parziali, ci sono.

    Anche il rapporto Ocse, presentato in Italia nei giorni scorsi, ha dato fiducia al nostro paese, approvando le riforme del governo Renzi e rivedendo al rialzo le stime sul nostro Pil.
    Possiede lo stesso sentore positivo il Centro Studi Confindustria, il quale proprio in queste ore ha emesso un comunicato nel quale esprime fiducia verso la situazione del Pil italiano nel prossimo biennio.

    La ripresa, in questo momento, è lenta, ma a partire dal secondo semestre del 2015 il Prodotto Interno Lordo dovrebbe crescere con maggiore velocità, dando così un’ulteriore spinta al nostro Pil per tutto l’anno 2016.
    Le stime del Csc, comunicate qualche mese fa, davano il Prodotto Interno Lordo in rialzo del +0,5% nel 2015 e del 1,1% nel 2016. Queste previsioni potrebbero essere riviste al rialzo, come ammette lo stesso Centro Studi.
    Un ruolo importante per la crescita del paese lo avrà il Jobs Act. Secondo il Csc, infatti, il nuovo contratto a tutele crescenti e gli sgravi fiscali contenuti nella Legge di Stabilità porteranno ad un aumento delle nuove assunzioni, sulla scia di quanto già avvenuto nel mese di dicembre (93mila nuovi addetti).
    Vedremo se effettivamente il nuovo quadro normativo, unito ad altri fattori internazionali come la svalutazione dell’euro, il Quantitative easing ed il crollo dei prezzi delle materie energetiche, consegnerà all’Italia un periodo di crescita economica dopo tantissimi mesi di recessione.



  • Il nuovo Ddl concorrenza ha lasciato inalterata la disciplina di molti settori professionali, uno di questi è sicuramente quello farmaceutico.
    Altri ambiti, invece, hanno subito sostanziali modifiche che rischiano di cambiare l’intero sistema.
    Il settore notarile è quello che ha vissuto maggiori cambiamenti.
    I notai vengono spesso riconosciuti come una categoria piena di prerogative e privilegi.
    Già il governo Monti aveva cercato di liberalizzare questo ambito professionale, eliminando le tariffe ed ampliando il territorio di competenza.

    spese condominialiIl nuovo esecutivo è intervenuto ulteriormente sul settore attuando un’effettiva (?) liberalizzazione.
    Il provvedimento più rilevante riguarda la stipulazione dei contratti immobiliari non abitativi dal valore catastale inferiore i 100mila euro. Si tratta in sostanza di locali o capannoni ad uso commerciale.
    Con la nuova normativa i privati potranno rivolgersi non solo ai notai, anche a degli avvocati o ad altri professionisti.
    Viene meno in questo modo una prerogativa esclusiva del mondo notarile. Esso, però, denuncia alcuni problemi relativi alla competenza di chi andrà svolgere questi atti e ai relativi sistemi di sicurezza.

    Come riportato dal Corriere della Sera, la categoria professionale in questione ritiene che il sistema italiano notarile sia estremamente efficiente ed invidiato da tutto il mondo.
    In Italia tutti gli atti notarili che contemplino la stipulazione di un contratto immobiliare non locativo vengonp registrati nei pubblici registri. C’è, dunque, un controllo molto stretto da parte del Ministero della Giustizia, che evita così pericolose infiltrazioni da parte di associazioni a delinquere come la criminalità organizzata.
    Con il nuovo ddl concorrenza si viene a creare, invece un sistema misto, a metà tra il modello italiano e quello nord-americano, dove non esistono affatto i pubblici registri.
    Secondo Mario Notari, notaio e docente dell’Università Bocconi, interpellato dal Corriere della Sera, inserire all’interno del sistema atti non sottoposti al controllo pubblico rischia di alimentare fenomeni quali il riciclaggio e le infiltrazioni mafiose. Il settore edilizio-commerciale è molto delicato da questo punto di vista.
    Una maggiore demarcazione delle competenze e un’estensione dei controlli pubblici a tutti i tipi di atti renderebbe di sicuro la liberalizzazione enormemente più efficiente rispetto a quella paventata in questi giorni.



  • Venerdì scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato due decreti attuativi sulla riforma del mercato del lavoro.
    Il primo e più discusso prevede l’istituzione del nuovo contratto a tutele crescenti.
    Il secondo e meno reclamizzato provvedimento introduce alcune modifiche nella disciplina degli ammortizzatori sociali.
    Il premier Matteo Renzi ha definito questa serie di misure come un passo importante verso una maggiore garanzia dei lavoratori, una volta usciti dal circolo occupazionale.

    caschetto lavoroLa principale novità in tal senso è l’introduzione della cosiddetta Naspi.
    Si tratta di un’indennità di disoccupazione e riguarda i lavoratori del settore privato che hanno perso il proprio posto di lavoro.
    Sostituisce il precedente sussidio (Aspi e mini-Aspi), aumentando la cifra dell’indennizzo ed il suo periodo massimo di durata.
    Mentre l’Aspi, infatti, veniva corrisposta in base allo stipendio medio del lavoratore, per un massimo di 1.195,37 euro al mese, la Naspi prevede un sussidio pari al 75% del compenso mensile del dipendente e fino ad un massimo di 1300 euro.
    C’è, dunque, una copertura finanziaria maggiore, coordinata con un aumento della durata del sussidio, che passa dai 10-16 mesi dell’Aspi ad i 24 mesi massimi della Naspi.
    Per quanto riguarda, invece, i requisiti per poter accedere a questo ammortizzatore sociale, bisognerà avere ottenuto almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni e 30 giornate di lavoro effettive negli ultimi 12 mesi.

    Il decreto attuativo sugli ammortizzatori sociali contiene, però, altri istituti rilevanti.
    Uno di questi è il sussidio di disoccupazione per le famiglie disagiate.
    In sostanza si configura come una sorta di prosecuzione della Naspi per un periodo, però, non superiore a sei mesi.
    Si parla di famiglie disagiate perché è rivolta a quei lavoratori che si trovano in difficoltà economica, hanno figli minorenni a carico o sono vicini alla pensione; l’ammontare del contributo corrisponde al 75% dell’ultimo assegno Naspi.

    Un aspetto molto importante di questa misura riguarda l’obbligo per i disoccupati di seguire uno specifico percorso di reinserimento nel mondo del lavoro, pena la perdita del sussidio.
    La capacità di ri-professionalizzare un lavoratore è la caratteristica principale dei sistema occupazionali basati sulla flexicurity, vigenti sopratutto nell’Europa del Nord.
    Più volte in Italia si è tentato di introdurre elementi che bilanciassero flessibilità e sicurezza, eliminando gradualmente alcune tutele all’interno del rapporto di lavoro ed incentivando le garanzie in entrata (minor costo del lavoro per le nuove assunzioni, forme contrattuali più vantaggiose per il datore di lavoro, ecc.)
    Sono mancati, però, gli strumenti adeguati per il reinserimento del lavoratore una volta perso il proprio posto di lavoro. L’Italia deve certamente incentivare i corsi di professionalizzazione per i disoccupati: solo in questo modo che la flessibilità potrà verificarsi non solo in un’uscita, ma anche e soprattutto in entrata.
    Un cittadino, infatti, deve avere la possibilità di adattarsi alle nuove esigenze del mercato ed apprendere nuove competenze. Un simile bilanciamento di flessibilità e sicurezza può certamente aiutare l’Italia ad diminuire il proprio tasso di disoccupazione ed intraprendere finalmente la strada della crescita.



  • La Camera dei Deputati ha approvato nella serata di ieri il nuovo provvedimento sulla responsabilità civile dei magistrati.
    Si tratta di una misura politica destinata a far discutere, ma resasi necessaria dopo che nel 2011 la Corte di Giustizia europea ha condannato il nostro paese per violazione degli obblighi di adeguamento del diritto interno alle norme comunitarie.
    L’Italia ha dovuto così riformare un sistema in vigore da più di 27 anni.

    lagiustiziaèamministratanelnomedelpopolo1La nuova legge cambia in maniera decisiva la disciplina di questa fattispecie delicata.
    La magistratura sarà sottoposta ad un tipo di responsabilità civile indiretta. I cittadini potranno rivalersi sui giudici solamente per il tramite dello Stato: dovranno cioè presentare un’istanza di risarcimento danni per dopo o colpa grave del magistrato davanti al presidente del Consiglio; sarà quest’ultimo, una volta liquidato il risarcimento, a doversi rivalere sul giudice colpevole.
    Cambia anche la somma da pagare che avrà un ammontare massimo della metà dello stipendio annuo del magistrato, mentre la legge precedente poneva il tetto limite ad un terzo del compenso.

    In generale cosa altro cambia rispetto alla precedente normativa?
    L’aspetto che viene maggiormente contestato dal Csm è l’eliminazione del filtro di ammissibilità del ricorso.
    Fino alla modifica di questi giorni, il tribunale distrettuale doveva promuovere una deliberazione preliminare di ammissibilità del ricorso. Questo tipo di filtro ha portato a soli 7 ricorsi vinti dai cittadini su oltre 400 dichiarati ammessi.
    Il timore del Csm è che si possano moltiplicare le richieste di risarcimento danni, limitando così l’autonomia degli organi giurisdizionali. Sul punto il ministro della Giustizia Orlando si è dichiarato disposto al dialogo e a modificare alcune questioni problematiche.

    Le novità, però, non si fermano all’eliminazione del filtro del tribunale distrettuale. Ci sono anche sostanziali allargamenti dal campo di applicazione.
    Innanzitutto viene ridefinito il concetto di colpa grave del magistrato che riguarderà anche i casi di travisamento del fatto e delle prove.
    In generale la colpa grave interessa tutte le violazioni palesi della legge italiana ed europea, le dichiarazioni di esistenza di un fatto palesemente rinnegati dagli atti processuali o l’emissione di provvedimenti di custodia cautelare personale o reale fuori dai casi previsti dalla legge o semplicemente immotivati.
    Con la la nuova legge, dunque, il cittadino potrà chiedere il risarcimento danni anche se non è stato oggetto di provvedimenti restrittivi della propria libertà personale.
    L’ultimo cambiamento sostanziale riguarda, invece, i termini entro i quali si può presentare il ricorso, che passano da 24 a 36 mesi.

     


  • europa bce

    È arrivata attorno a mezzanotte la lettera del Ministro della Finanze greco Yanis Varoufakis sul programma di riforme dell’esecutivo ellenico. Nella giornata di venerdì l’Eurogruppo aveva prorogato di quattro mesi il piano di aiuti per la Grecia, dandole così ulteriore tempo per assestare il proprio bilancio.
    In questi quattro mesi il governo guidato da Alexis Tsipras sarà chiamato ad attuare quelle riforme necessarie per convincere la trojka a cambiare l’accordo preso con il precedente esecutivo. Il leader di Syriza aspira ad un compromesso meno stringente per il proprio paese, con misure che possano espandere il welfare state e garantire allo stesso tempo una maggiore giustizia sociale.

    eurogruppoIl primo piano di riforme sembra godere del parere positivo delle istituzioni europee. Fmi, Commissione e Bce devono valutare la lettere del Ministro Varoufakis per poi passare la palla all’Eurogruppo, il quale esprimerà il giudizio definitivo sempre nella giornata odierna.
    Qualora Tsipras dovesse avere il via libera, la Grecia potrà dimostrare in questi mesi di essere in grado di raggiungere gli obiettivi contabili posti dall’Ue con una strategia diversa, bilanciando la spendind rewiew con l’ampliamento delle garanzie sociali.

    Sono tanti i punti interessanti della lettera inviata da Varoufakis.
    Uno di questi riguarda la riforma della Pubblica Amministrazione. Per attuare una spending rewiew efficace verrà ridotto il numero dei ministeri da 16 a 10 e verranno tagliati gli emolumenti di tutti i ministri e dei parlamentari.
    Allo stesso tempo diminuiranno i consulenti pubblici della P.A e delle istituzioni governative e ci saranno tagli in tutte le aree della spesa pubblica.
    La lotta più aspra, però, verrà fatta contro la corruzione e l’evasione fiscale, considerate le vere patologie della Grecia.
    Per diminuire i fenomeni elusivi verranno adottati strumenti di pagamento elettronico che possano così aumentare la tracciabilità delle operazioni finanziarie e ridurre la quantità di moneta circolante.
    In generale il governo greco si assicurerà che “tutte le aree della società, specialmente le benestanti, contribuiscano equamente» alla spesa.

    Più blande, invece, soprattutto secondo il punto di vista europeo, sono le riforme sociali. Su lavoro e pensioni la trojka si sarebbe aspettato un intervento più forte, ma evidentemente proprio su questi due punti Tsipras si gioca molta della sua credibilità nel proprio paese.
    Il salario minimo, ad esempio, viene esteso ad una più ampia fascia della popolazione attraverso modalità che verranno studiate in seguito con le istituzioni europee.
    Non aumenta, invece, l’età pensionabile: l’unico aspetto condiviso dalla trojka è l’eliminazione degli incentivi alla pensione anticipata.

    Sul versante delle imprese e della concorrenza, l’Iva verrà rivista purchè “non abbia un impatto sulla giustizia sociale” e anche sul tema delle privatizzazioni non verranno toccate quelle già in atto, mentre si valuterà insieme all’Ue se effettuare o meno altre forme di liberalizzazione.



  • L’accordo siglato nella giornata di ieri tra Italia e Svizzera rappresenta una svolta storica nella lotta contro l’evasione fiscale. Dopo anni di ostruzionismo finalmente le autorità italiane potranno richiedere informazioni sui conti italiani depositati in Svizzera.
    Si tratta di uno scambio di dati che aiuterà il fisco italiano ad analizzare eventuali situazioni anomale, eliminando di fatto uno dei paradisi fiscali più attraenti per i cittadini italiani.

    Agenzia delle EntrateL’accordo dovrà essere ratificato da entrambi i Parlamenti ed in Svizzera dovrà essere sottoposto a referendum.
    I tempi di entrata in vigore sono stimabili in due anni, ma una volta avvenuta la ratificazione, le autorità potranno richiedere informazioni sulla situazioni anomale verificatesi a partire dal giorno dopo la stipula dell’accordo.
    A partire dal 2018, inoltre, lo scambio di dati avverrà in maniera automatica.

    Prima dell’accordo stipulato nella giornata di ieri, la Svizzera faceva parte della “black list” italiana che racchiude tutti i paesi poco collaborativi in materia fiscale.
    Molti contribuenti hanno sfruttato per anni il segreto bancario vigente in territorio elvetico per depositarvi i propri fondi, senza dover giustificare la propria provenienza.
    La crisi economico-finanziaria ha costretto la Svizzera ad adeguarsi ai nuovi parametri Ocse, obbligando le proprie banche ad una maggiore tracciabilità delle transazioni finanziarie.

    Di questa operazione ne gioverà certamente il fisco italiano. Secondo il premier Matteo Renzi rientreranno in Italiani tanti miliardi di euro, il Ministro Padoan vede nell’accordo con la Svizzera un’operazione che porterà dei risultati soprattutto nel lungo periodo.
    I contribuenti, infatti, non saranno più incentivati a depositare i propri capitali nelle banche svizzere e, quando lo faranno, il fisco potrà scovare le anomalie con maggiore facilità.
    I benefici dell’accordo Italia-Svizzera interessano anche la Voluntary Disclosure. La semplificazione dei controlli spingerà molti contribuenti a “pacificare” in maniera volontaria la propria situazione fiscale, sfruttando le sanzioni amministrative e penali dimezzate.
    La stessa assenza della Svizzera dalla “black list” renderà le ammende ancora meno costose e faciliterà il rientro dei capitali nel nostro paese.



  • Quattro mesi per credere in una Grecia nell’Unione Europea.
    L’Eurogruppo di venerdì ha concesso un ulteriore margine di tempo ad Alexis Tsipras e al suo paese. Quattro mesi per convincere la trojka che il debito ellenico è sostenibile e che un’altra via per la crescita è possibile.
    Difficile scommettere sul piano di riforme dell’esecutivo greco: non conosciamo ancora i contenuti e non sappiamo fino a che punto l’Unione Europea sarà disposta a cedere.

    tsiprasNel frattempo si registra un lieve ritardo nella presentazione del programma di riforme che Tsipras intende portare avanti. Le linee guida dell’azione governativa verranno presentate nella giornata di domani, quando potremo avere un’idea più chiara sul futuro della Grecia e dell’Unione Europea.
    Lo spettro della “Grexit” spaventa ancora i mercati, nonostante proprio questi ultimi scommettano su un accordo tra le istituzioni europee e Tsipras.
    Il compromesso cercato ed in parte trovato lascia, infatti, ben sperare.

    Si moltiplicano, intanto, le ipotesi sul piano di riforme che Tsipras proporrà a Bruxelles nella giornata di domani. “Un programma realistico, ma ambizioso“. È questo l’augurio del Commissario Pierre Moscovici.
    Nel mirino del Governo greco ci sarà con ogni probabilità la riforma della pubblica amministrazion,e volta a ridurre la burocrazia imperante nello stato ellenico. L’obiettivo di Tsipras è combattere la corruzione e l’evasione fiscale che hanno di fatto portato la Grecia sull’orlo del baratro contabile.
    Viene esclusa, invece, la possibilità di adeguare le pensioni agli standard europei, una misura che andrebbe contro il modello di welfare state veicolato da Syriza.
    La proposta più credibile riguarda, invece, un eventuale swap dei titoli di debito greco. Si tratta in sostanza della sostituzione dei suddetti titoli con altri legati al rendimento del Pil.
    Maggiore sarà la crescita della Grecia, dunque, minori saranno gli interessi che lo Stato greco dovrà pagare alla trojka.



  • Chissà se il Governo si sarebbe aspettato un successo così importante della Voluntary Disclosure? La normativa sul rientro dei capitali sembra destinata a portare nelle casse dello Stato ingenti risorse (circa 6 miliardi di euro).
    Secondo il quotidiano La Stampa le adesioni sarebbero sorprendentemente elevate.
    I contribuenti sono disposti a dichiarare i propri fondi in nero e spiegare le modalità attraverso le quali sono riusciti a crearli, pur di sfuggire alla mano pesante del fisco.
    La normativa sulla Voluntary Disclosure prevede il pagamento delle tasse evase e dei relativi interessi, con sanzioni, però, enormemente ridotte per chi decide di autodenunciarsi.
    Si tratta di un provvedimento che agisce nel senso della lotta all’evasione fiscale e che sembra portare a risultati quasi insperati.

    27102014Pare addirittura che il numero di adesioni possa crescere ulteriormente qualora venisse innalzato il limite a partire dal quale l’evasione diventa reato. Al momento la soglia è di 50mila euro, con un innalzamento sopra il 100mila euro, molti contribuenti potrebbero trovare conveniente auto-denunciarsi e far rientrare i propri capitali in Italia.

    L’operazione, però, non è semplice ed implica dei costi aggiuntivi. Per effettuare un calcolo preciso dei propri redditi bisogna rivolgersi a studi di commercialisti ed avvocati, i quali saranno chiamati ad esprimersi anche sulla convenienza o meno dell’auto-denuncia.
    E qui emerge il punto più problematico. I commercialisti e gli avvocati dovranno avere l’obbligo di denunciare determinate situazioni elusive? Difficile stabilirlo.
    Nel frattempo gli studi professionali stanno cercando di colmare il proprio gap in termini di competenze. Il più delle volte le loro conoscenze non sono sufficienti per svolgere operazioni di calcolo così complesse e delicate.
    Per questo motivo sono aumentati i corsi professionalizzanti ed i seminari sulla materia, così come sono in fase di implementazione dei software che consentano il calcolo delle rendite finanziarie in forma anonima.
    Una volta effettuata quest’operazione, bisogna valutare anche le modalità di rientro dei capitali e la successiva comunicazione al fisco.
    Procedure estremamente complesse, che evidentemente non spaventano i contribuenti, attratti dalla possibilità di “pacificare” la propria situazione fiscale.



  • Passato in ombra tra le pieghe dei decreti attuativi del Jobs Act, nella giornata di venerdì il Governo ha presentato anche il Ddl concorrenza.
    A differenza di altre misure dell’esecutivo, non è stato un provvedimento particolarmente reclamizzato.
    Il perchè è presto detto. Se escludiamo alcune novità nel settore assicurativo ed in quello notarile, il decreto legge sulla concorrenza presenta pochi sostanziali elementi innovativi e tanti rinvii a data da destinarsi.
    Anche questa volta, come spesso accade in materia di liberalizzazioni, le pressioni esercitate dalle lobbies ed in generale dalle categorie professionali hanno avuto la meglio.
    L’ultima effettiva operazione riformatrice sul tema risale al decreto Bersani, dunque quasi 10 anni addietro.
    Ma analizziamo alcuni punti critici del ddl.

    17112014Il settore più discusso è quello farmaceutico. Non è avvenuta, ad esempio, l’auspicata liberalizzazione dei cosiddetti farmaci di fascia C, ovvero quelli destinati a curare patologie di lieve entità.
    Le parafarmacie non potranno vendere questo tipo di prodotti, che saranno commercializzati esclusivamente dalle farmacie. Su questo punto è stato forte il veto dei professionisti del settore e delle case farmaceutiche, così come è stato decisivo l’intervento del ministro della Sanità Lorenzin, la quale ha stoppato l’intervento adducendo che una simile liberalizzazione avrebbe comportato un abuso di farmaci tra i cittadini.
    Restano, comunque, dei dati emblematici che invitano tutti ad una seria riflessione. Come riportato, infatti, dal quotidiano La Stampa sono circa 79mila i farmacisti italiani, in assoluto il numero più alto d’Europa.
    Un’incentivazione della concorrenza in questo ambito sarebbe stata, dunque, quantomai auspicabile, anche alla luce delle richieste dell’Anti-trust e dell’Unione Europea in materia di libera concorrenza.

    Sono state rinviate anche le riforme sulle autorità portuali, i servizi locali di trasporto ed i tassisti.
    Nessuna apertura ai privati, ma solo rinvii a date da destinarsi. L’impressione è che ci siano troppi interessi in ballo e che la presenza corposa di categorie professionali in Parlamento rischia di frenare in eterno provvedimenti di questo tipo.
    Qualche risultato è stato, invece, ottenuto nel settore notarile. Diminuiscono, infatti, gli atti per i quali è richiesta la notifica del notaio.
    Per le transazioni di immobili ad uso non abitativo e del valore inferiore ai 100mila euro basterà la certificazione di un avvocato.
    Vengono apportate, infine, delle modifiche nel settore assicurativo. In particolare, gli automobilisti potranno usufruire di sconti se decideranno di accettare determinate condizioni, come l’installazione dei rilevatori dei tassi alcolemici e della scatola nera, la stipula di clausole contro le frodi assicurative e la riparazione dell’auto in officine convenzionate con le assicurazioni.



  • Dopo oltre quattro ore, il Consiglio dei Ministri ha approvato i primi due decreti attuativi del Jobs Act e dato l’ok preliminare per il riordino dei contratti.
    Una giornata che il premier Matteo Renzi ha definito storica in un tweet apparso sul suo profilo ufficiale questa mattina, poco prima dell’inizio del Consiglio dei Ministri.
    renzi jobs act

    Il Governo ha messo a punto gli ultimi dettagli della riforma sul mercato del lavoro. Un testo estremamente discusso, soprattutto all’interno del Partito Democratico, e che ha visto forti opposizioni anche da parte della Cgil.
    La modifica dell’art. 18 e la disciplina del nuovo contratto a tutele crescenti diventano così effettive. A partire dal 1° Marzo, tutte le imprese potranno assumere nuovi dipendenti attraverso la nuova tipologia contrattuale istituita nel Jobs Act.
    L’esecutivo ha “tolto gli alibi” ai datori di lavoro, ha dichiarato Mattteo Renzi nella conferenza stampa di presentazione dei decreti attuativi: “Abbiamo ridotto le tasse e tolto incertezze. Il lavoro presenta più flessibilità in entrata e più tutele in uscita».

    L’intento del Governo è lanciare un nuovo modello occupazionale, incentrato su un tipo di contratto a tempo indeterminato.
    D’ora in poi assumere attraverso una forma contrattuale a termine sarà svantaggioso per i datori di lavoro, soprattutto dal punto di vista fiscale.
    La Legge di Stabilità prevede, infatti, una serie di sgravi sull’Irap e sulla contribuzione previdenziale per tutte quelle aziende che decideranno di utilizzare il contratto a tutele crescenti per assumere nuovi dipendenti.
    Quest’inversione di tendenza è possibile solo grazie alla riduzione dei costi reali dei licenziamenti. La modifica dell’art. 18, infatti, esclude il reintegro nel posto di lavoro per tutte le fattispecie di licenziamenti economici e per la maggior parte dei licenziamenti disciplinari.
    In questi casi i lavoratori avranno diritto ad un indennizzo economico crescente in base all’anzianità di servizio. Di qui, appunto, la dizione “tutele crescenti” per definire il nuovo contratto a tempo indeterminato.
    Il reintegro nel posto di lavoro sarà possibile solo per i licenziamenti discriminatori e per quei licenziamenti disciplinari dove viene provata l’insussistenza del fatto materiale contestato.

    renziLa nuova disciplina giuridica, dunque, facilita l’accesso al mondo del lavoro, rendendo più flessibile, allo stesso tempo, il rapporto di lavoro stesso.
    Le imprese potranno, ad esempio, licenziare i propri dipendenti per cause di tipo economico, senza dover “temere” il reintegro obbligatorio dello stesso in seguito alla pronuncia del giudice.

    I decreti attuativi del Jobs Act erano chiamati, però, a disciplinare anche altre questioni problematiche.
    Una su tutte era la norma sui licenziamenti collettivi. Il Governo, in questo caso, è andato dritto per la sua squadra e, a dispetto di quanto richiesto dalle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, estende la modifica dell’art. 18 anche ai licenziamenti collettivi.
    Il premier Matteo Renzi si esprime così a tal proposito “Questi provvedimenti si occupano di assunzioni collettive. Questo è un Paese che guarda al futuro, che sta ripartendo. I decreti approvati dal Cdm servono a fare assunzioni collettive, non licenziamenti collettivi”. 

    La speranza del Governo è appunto di far crescere rapidamente il numero di occupati già da quest’anno, trasformando, ad esempio, migliaia di contratti a progetto in contratti a tempo indeterminato.
    A partire dal 2016 i rapporti di lavoro a progetto e l’associazione in partecipazione non potranno più essere stipulati, se non attraverso accordi sindacali. Renzi stima in 200.000 il numero di cocopro che verranno trasformati in contratti a tempo indeterminato.
    Certamente il rinvio al 2016 del riordino delle fattispecie contrattuali a termine stona un po’ con le aspettative della vigilia, che vedevano un Governo pronto a fare uno sforzo importante anche da questo punto di vista.

    Un altro provvedimento contenuto nei due decreti attuativi riguarda la cosiddetta Naspi. Si tratta di un ammortizzatore sociale indirizzato a chi perde il lavoro.
    Rispetto alla vecchia Aspri durerà più a lungo, per un periodo complessivo massimo di 24 mesi.
    Secondo il premier Renzi, i nuovi ammortizzatori sociali tuteleranno di più e meglio i lavoratori, bilancio così la maggiore flessibilità introdotta con il contratto a tutele crescenti.
    I prossimi passi del Governo in materia di lavoro, come annunciato dallo stesso Primo Ministro, saranno sulla Cassa Integrazione e sulla nuova Agenzia Nazionale del Lavoro.

     



  • Oggi sarà il giorno dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del primo decreto attuativo del Jobs Act.
    Dopo mesi di discussioni e di veti incrociati, il Governo darà il via definitivo alla riforma del mercato del lavoro che entrerà in vigore a partire dal 1° Marzo.
    Nella giornata odierna verrà approvato in via definitiva il nuovo contratto a tutele crescenti e sarà realizzata un’opera di razionalizzazione delle decine di contratti a tempo indeterminato presenti nel nostro ordinamento.
    I prossimi decreti disciplineranno anche gli strumenti di protezione sociale dei lavoratori e le politiche attive del lavoro. Solo alla fine del processo riformatore potremo trarre un bilancio definitivo sul Jobs Act.

    downloadIn previsione di questi appuntamenti il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha svolto una serie di incontri con le parti sociali per ascoltare il loro punto di vista ed accogliere alcune delle loro istanze.
    A margine di questi tavoli di concertazione è intervenuta anche l’Alleanza Cooperative Italiane, l’associazione di rappresentanza delle cooperative che unisce le principali centrali di committenza (Agci, Confcooperative e Legacoop).
    Il presidente Rosario Altieri, attraverso una nota ufficiale, ha espresso il parere dell’Alleanza in merito alla riforma del mercato del lavoro e agli incontri svolti in questi giorni con i vertici dell’esecutivo.

    Altieri si è soffermato, in particolare, sul riordino dei contratti lavorativi e sull’introduzione delle tutele crescenti in quanto baricentro dell’intero impianto negoziale del mercato del lavoro: “Condividiamo l’incentivazione del contratto a tempo indeterminato, così come é un obiettivo condivisibile confermare i 36 mesi come periodo di durata massima del contratto a termine”.
    L’Allenza, dunque, esprime la propria fiducia verso l’operato del governo e auspica che la maggiore flessibilità all’interno del rapporto di lavoro possa portare ad una crescita dell’occupazione nel breve periodo.
    Secondo Altieri, però, bisognerà attuare delle ulteriori modifiche, disciplinando al meglio le differenze tra lavoro autonomo e subordinato.
    Quest’ultimo è uno dei punti più discussi del primo decreto attuativo. L’esecutivo sta cercando di trovare una soluzione sui cosiddetti contratti a progetto, impedendo che di fatto siano delle forme di lavoro subordinato “mascherate”.
    Una riduzione delle fattispecie contrattuali sarà fondamentale per dare certezza e stabilità all’impianto normativo italiano e per ridurre in maniera sensibile il fenomeno del precariato.